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Esiste una testimonianza a prova d’errore? Esiste un testimone credibile al cento per cento? Sono queste le domande che si pone la psicologa Giuliana Mazzoni in un saggio, pubblicato nella collana “Contemporanea” de il Mulino, che ha per titolo, appunto, “Si può credere a un testimone?”.

 

Giuliana Mazzoni, che insegna psicologia presso la Seton Hall University, nel New Jersey, è un esperta del settore: tra l’altro, ha pubblicato, oltre a diverse opere riguardanti l’apprendimento e i processi cognitivi, il libro “La Testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori”(Giuffrè).Sulla base dei propri studi,della propria attività di ricercatrice e della propria esperienza a fianco delle istituzioni giudiziarie, la Mazzoni dà una risposta perentoria e sconfortante insieme: bisogna sempre dubitare delle testimonianze, anche quando sono rese spontaneamente, anche quando sembrano sicure, certe, inattaccabili, “di ferro”, anche quando sono collettive. Nella copertina del libro appare in primo piano il volto di un alieno. Ecco, il perfetto testimone è un essere di un altro mondo. La nostra memoria è piena di trappole, e quello che conserva non è mai una fotografia esatta di ciò che è accaduto, ma è una ricostruzione che può essere influenzata da una serie infinita di fattori: dalle nostre conoscenze passate o presenti, dal contesto in cui il fatto immagazzinato nella mente si è svolto, dal desiderio di compiacere chi ci interroga, dal modo con cui le domande sono poste e dall’autorevolezza di chi le fa, e così continuando.

Anche quando una persona è in perfetta buona fede, può, senza saperlo, dare una versione di quanto ha visto o sentito diversa dalla realtà; oppure può raccontare cose inventate di sana pianta. Può mentire insomma pur non sapendo di mentire.

Com’è possibile? Esiste il modo di sapere quando, più o meno inconsapevolmente, un testimone sta, in tutto o in parte, raccontando il falso? E, se così non fosse, come potrebbe una testimonianza diventare una prova in tribunale?

Andiamo con ordine. Escludendo ovviamente il testimone che mente sapendo di farlo, se il suo racconto è diverso in tutto o in parte da quanto realmente accaduto, uno dei motivi principali, come abbiamo già accennato, è dovuto al modo in cui funziona la nostra memoria. Bisogna innanzitutto precisare che ci sono vari tipi di memoria- autobiografica, a lungo termine, episodica- ai quali corrispondono modi diversi di immagazzinare informazioni che, comunque, vengono organizzate secondo schemi e copioni che corrispondono ai nostri atteggiamenti mentali e ai nostri modi di leggere la realtà.

Una notevole influenza sull’interpretazione di un fatto o sul suo ricordo è data dagli stereotipi. E quindi dai pregiudizi. Esempio: uno è convinto che “gli albanesi siano tutti ladri”; nell’autobus su cui viaggia c’è un borseggio; sull’automezzo fra gli altri passeggeri, c’è un albanese; il nostro uomo automaticamente penserà che sia stato lui a rubare e, senza malizia o malafede, interpreterà ogni particolare dell’episodio in modo tale da confermarsi in questo suo convincimento.

L’accuratezza con cui ricordiamo un fatto è legata al grado di attenzione che ha suscitato in noi quando è accaduto. Maggiore è l‘attenzione che ha destato, più nitido è il ricordo. Ma può, questo ricordo, riguardare solo un dettaglio della scena, il più importante per noi, e non il resto. I meccanismi della memoria nascondono molto spesso incredibili insidie. Giuliana Mazzoni ricorda un esperimento fatto all’università. Un certo numero di studenti, dopo aver assistito al filmato di una rapina in un negozio, dovevano individuare il colpevole fra i personaggi ritratti in sei fotografie, indicando quanto fossero certi della loro scelta. C’era un trucco: fra i sei volti quello del colpevole mancava. Eppure tutti operarono una scelta, anche se alcuni dicendosi certissimi, altri avanzando dei dubbi. “Il fatto è che noi, come individui”, spiega la Mazzoni “generalmente crediamo all’autorità e quindi, quando una richiesta – in questo caso scegliere il colpevole – ci proviene da una persona autorevole, noi la facciamo comunque”. Non è tutto. A un terzo degli studenti, scelti a caso, fu poi detto che avevano individuato la persona giusta, a un altro terzo che avevano scelto quella sbagliata, agli altri non fu detto  nulla. Ebbene, dopo una settimana, fu ripetuto l’ esperimento e, guarda caso, gli studenti ai quali era stato detto che avevano fatto la scelta giusta, non solo confermarono il riconoscimento iniziale, ma aumentarono il grado delle loro certezza, mentre quelli ai quali era stato detto il contrario cambiarono scelta, dichiarandosi ancora meno sicuri di prima. Plateale, a questo punto, quanto la nostra memoria sia malleabile. Sull’accuratezza di un ricordo, e quindi sull’attendibilità della testimonianza, incide ovviamente l’età. “I bambini”, scrive la Mazzoni “sono testimoni meno attendibili degli adulti, dal momento che sono più soggetti a suggerimenti e suggestioni, soprattutto se questi provengono da persone adulte.” “Se a un bambino relativamente piccolo viene chiesto quanto era alto l’uomo che si trovava nella stanza”, aggiunge la Mazzoni “il bambino tende a dare una risposta (ad esempio dice che era alto) anche se nella stanza non era presente nessun uomo”. Ecco, qui, entra in gioco un altro dei fatti che più incidono sulla bontà di una testimonianza: il modo in cui le domande vengono poste. Spesso e volentieri, soprattutto quando si tratta di bambini, sono gli stessi psicologi o i giudici a suggerire con le proprie domande, le risposte che si attendono: “Il maestro ti si strofinava addosso, vero? Ti toccava, vero? Cerca di ricordare, fai uno sforzo…”.

Quanti poveracci, proprio per domande poste in modo così insinuante, sono stati condannati per abusi sessuali sui bambini, in realtà mai avvenuti! Da sempre, uno dei trucchi degli inquirenti è quello di fingere di sapere quello che non sanno, per strappare a un testimone la cosa voluta: “Noi lo sappiamo che è lui il colpevole. Ti chiediamo solo di confermare. Nessuno ti chiede di mentire, solo di fare uno sforzo di memoria…” .Quanti testimoni si sono “sforzati” e quanti innocenti sono finiti in carcere per i loro “sforzi”? D’accordo, solitamente una sola testimonianza non è considerata sufficiente per condannare una persona, a meno che non ci siano a suo carico altre prove. Il discorso è diverso se le testimonianze sono più di una e sono, ovviamente, concordanti, E se invece sono contraddittorie ? In questi casi, negli Stati Uniti si è soliti chiudere i testimoni in una stanza, perché raggiungano fra loro l’accordo sulla versione da dare. Il che è aberrante perché, ovviamente, a prevalere è sempre la versione di chi ha una personalità più spiccata, è più convincente, si mostra più sicuro. In Italia, dove è sufficiente che due sole testimonianze concordino per assumere il valore di prova, non succede così. Alcune procure che si occupano di mafia hanno però l’abitudine di tenere tutti insieme nello stesso carcere i pentiti che concorrono alla stessa accusa. Il risultato non cambia: anche in questo caso a prevalere è sempre un’unica versione. Andreotti e Contrada possono confermare.

È incredibile, per tornare alla memoria, l’elenco dei brutti scherzi che può fare. Compreso quello di costruire da frammenti di costruzioni e di ricordi un ricordo “completo” con l’aggiunta, magari, di dettagli inesistenti. A modificare o stravolgere il ricordo di un evento passato, può essere la suggestione, possono essere i condizionamenti provocati da nuovi fatti o conoscenze.

Anche dietro una testimonianza “di ferro”, dunque, può essere in agguato l’errore giudiziario. Che cosa fare, allora? In Gran Bretagna è già stato fatto molto. Per esempio sono state fissate regole precise alle quali polizia e inquirenti devono attenersi negli interrogatori pena l’impossibilità di portarne i risultati in tribunale. Tra l’altro, ogni testimonianza, per essere considerata valida, deve essere stata interamente registrata, in modo che ai giudici sia possibile rendersi conto di quali domande siano state poste, in quale maniera, con quale tono.

Anche in Italia, in un settore così delicato e importante, si arriverà a un simile traguardo, mettendo da parte il pressappochismo e l’approssimazione? Questo, almeno, è quanto si augura Giuliana Mazzoni.       

 

 

Giuliana Mazzoni (pagine 92, 93, 94, 95) del libro:
"Si puo' credere ad un testimone?"



"[...] in Gran Bretagna il Ministero degli Interni istitui' nel 1992 una commissione con il compito di stendere delle linee guida per la conduzione di interrogatori e e interviste investigative.
La commissione ha prodotto un manuale su come svolgere gli interrogatori, che hanno avuto larga diffusione, tanto che oggi i Tribunali in Gran Bretagna non accettano come prova testimonianze in cui si riscontri che un testimone e' stato interrogato utilizzando metodi intimidatori o che ha ricevuto domande fortemente fuorvianti.

[...] nell'esaminare un caso controverso, la commissione aveva sottolineato, ad esempio, come l'interrogatorio del sospetto contenesse una serie di domande poste con voce aggressiva,mentre venivano a lungo ignorati i ripetuti tentativi della persona di negare il fatto, e come le domande avessero alla fine portato ad ammissioni non vere e assai dannose.
Grazie ad una iniziativa del Ministero degli Interni tali pratiche sono state recentemente messe fuori legge, fatto che ha radicalmente modificato il modo in cui in Gran Bretagna vengono condotti gli interrogatori. Oggi gli interrogatori di Polizia vengono registrati;
un Tribunale puo' avere accesso al modo in cui le informazioni sono state raccolte e decidere se possono venire o meno accettate.

[...] L'augurio e' che L'Italia segua l'esempio della Gran Bretagna, dove oggi come oggi sono le stesse forze di polizia aritenere simili metodi non validi e controproducenti.
Per promuovere una maggiore adeguatezza scientifica e una maggiore attendibilita' dell'intervista e dell'interrogatorio, la Commissione istituita dal Ministero degli interni in Gran Bretagna aveva prodotto una serie di linee guida specifiche per le interviste (e gli interrogatori) con i bambini e in particolare con i bambini che si sospetta abbino subito forme di abuso sessuale (le linee guida sono riassunte in Mazzoni [2000a]; si veda anche il paragrafo seguente e il capitolo 10) Il lavoro della Commissione ha messo in luce come gran parte degli inerrogatori di bambini vittime e testimoni di abuso siano stati condotti in modo non adeguato,utilizzando domande capaci di suggestionare i bambini, introducendo informazioni fuorvianti, e come cio' ne avesse di conseguenza modificato il resoconto ed il ricordo. Per evitare cio' le linee guida stabiliscono anche in questo caso una serie di norme di comportamento da seguire nelle interviste,nei colloqui con psicologi e assistenti sociali, e negli interrogatori. Queste norme in alcuni casi sono specifiche per i bambini ( ad esempio, un modo in cui stabilire un rapporto all'inizio del colloquio), ma nell'insieme possono essere considerate come norme di base, valide anche per la conduzione dell'interrogatorio con persone adulte. [...]

Esempi di interrogatori e di interviste e di colloqui condotti in modo da modificare anche gravemente il ricordo di un testimone sono numerosi e comuni sia che si tratti di un adulto sia che si tratti di un bambino.La cosa e' particolarmente evidente nei casi in cui si sospetta che il bambino sia vittima di un abuso sessuale.
Di solito il bambino viene bombardato di domande e di informazioni, a partire dai parenti piu' prossimi per finire con il GIP o con l'operatore preposto dal Tribunale. [...]

Un modo simile di porre domande dipende in realta' da regole conversazionali comuni che vengono seguite nel colloquoi quotidiano (come vedremo in seguito), ma e' al contempo assai pericoloso, poiche' chi fa le domande non e' preparato a porle in modo corretto e puo' suggerire, talvolta in modo insistente, informazioni che, pur non essendo vere, rischiano di diventare vere con il tempo.
Queste informazioni, abbiamo visto , possono entrare a far parte del bagaglio di memoria, e le persone successivamente ricorderanno cio' che e' stato "suggerito" nel corso dei colloqui e delle interviste come se fosse parte dell'evento originale su cui sono chiamate a testimoniare. "