|
Il saluto al Procuratore
Capo
Riceviamo e pubblichiamo
Leggo con attenzione e partecipazione su
Bresciaoggi il saluto al Procuratore Capo Giancarlo Tarquini dopo anni di
servizio nella nostra città. La rassegna degli eventi che lo hanno visto quale
primo responsabile dell’intervento giudiziario è sufficiente a fare tremare i
polsi a chiunque. Il lavoro del Magistrato è un lavoro difficile e rischioso,
oggi come ieri. In una democrazia evoluta, la Magistratura conserva un ruolo determinante,
nonostante i limiti e talvolta anche gli errori. Il “cittadino moderno” infatti,
prende le distanze da ogni comportamento selvaggio, perché rifiuta di porre come
principio il proprio interesse, l’istinto, la vendetta e la violenza.
All’estremo opposto Il credente, quando ciò dipende solo da lui, si astiene
addirittura dal giudizio e non si avvale dei tribunali. Nel bel mezzo di questi
due estremi il Diritto da secoli costruisce e ricostruisce la sua casa. Il primo
ricordo personale del Procuratore Capo è legato ad un colloquio chiesto con il
gruppo di volontari per raccontare l’esperienza sulla strada, negli anni 96-98.
Avevamo toccato con mano la crudeltà e la violenza delle bande organizzate. Ci
eravamo resi conto che, essendo il fenomeno semi-sommerso, solo una indagine
attiva della Magistratura avrebbe potuto smascherare il grave livello di
sopraffazione raggiunto quotidianamente nella nostra città. In poche parole era
il caso caratteristico nel quale chi subisce violenza non ha alcuna possibilità
di difendersi. Solo una iniziativa coerente della Magistratura poteva arginare
il grave fenomeno. Fu così che avvenne, almeno in parte, certamente aldilà del
nostro piccolo ma significativo intervento. Il Procuratore ci ricevette,
affabile, disponibile al dialogo, puntuale nel manifestare il suo assenso e la
sua comprensione dei fatti. Gli atti successivi segnarono un passaggio
importante per la città: il Comune si costituì parte civile, ci furono condanne;
tutto tranne che una responsabilizzazione dei cittadini direttamente coinvolti
nel triste fenomeno, con una grave responsabilità morale di chi ritiene ancora
oggi che i drammi umani ci riguardino solo per questioni di legalità, decoro e
ordine pubblico. Questo detto, i meriti vanno riconosciuti, devo ringraziare
personalmente il Procuratore Capo per un’altra questione importante; per sua
diretta responsabilità sono stato infatti oggetto di una indagine giudiziaria,
processato e regolarmente assolto.
La colpa era quella di avere difeso pubblicamente la città dall’accusa di essere
‘la città nella quale tutti i pedofili vorrebbero vivere…’. Tesi espressa
più volte in televisione e apparsa addirittura sul Times.
Pochissima cosa rispetto a chi ha subito, sempre dalla stessa fonte, una
infamante accusa, l’arresto preventivo,
un iter processuale estenuante, la subdola inerzia dei politici,… non
intendo certamente sostituirmi ai vivissimi sentimenti di questi nostri
concittadini, duramente offesi nella loro dignità e ancora in attesa di una
adeguata riparazione. Per quel poco che mi riguarda, si sono avverate le parole
del Vangelo…mentendo diranno…quando vi presenterete davanti ai
Tribunali…beati voi… I vescovi della nostra città, parlo degli anni 2004
2006, hanno mantenuto un rispetto per certi aspetti eroico nei confronti della
Magistratura; si sono astenuti da ogni intervento che potesse intralciare il
cosiddetto percorso della giustizia, pur essendo tale percorso nella prima fase
completamente sbagliato, una navigazione dei folli. Abituati alla dietrologia
dei libri di successo, sul tipo del Codice da Vinci, riesce difficile pensare ad
una lealtà così alta e coraggiosa dentro il palazzo della Curia. Ricordo il
Vescovo titolare quando gli ho presentato l’avviso di garanzia dire con una
semplicità disarmante, questa…è una vendetta! Di più, il carissimo
confratello, monsignor Francesco, preoccupato della mia incolumità fisica,
disse, fissandomi intensamente con i suoi occhi profondi, pieni di ironia e di
un certo rincrescimento, …hai fatto quello che dovevo fare io. Il resto è
cronaca. Mi sono domandato però,
ugualmente, perché il Procuratore Capo non
ci abbia convocati fraternamente, come in precedenza, nel suo studio, e
abbia preferito seguire il ‘teorema’ assurdo dei PPMM, le pressioni del ministro
della Giustizia, ingegnere esperto di acustica e ora politico per sempre; rimane
per tutti un mistero perché abbia perseguito pervicacemente l’intento di
moralizzare la città nonostante l’evidenza delle indagini e l’avvincente valore
del buon senso. In pochi minuti, da persona intelligente qual è, avrebbe capito
ogni cosa, liberando la città da un incubo. Sono consapevole che il perdono è la
chiave che apre ogni porta, il Padre che è nei cieli sa quanto tutti ne abbiamo
bisogno. Mi auguro che il procuratore Capo non dimentichi, prima di lasciare la
città, che altri, non il sottoscritto, aspettano da lui un cenno, un gesto, una
parola. In Francia, per un caso
analogo, tutta la Procura
si è pubblicamente fermata. Devo anche riconoscere che la Giustizia, almeno in un
parte, si è riscattata da sé. Grazie a giudici di alto livello e grazie ai
prestigiosi avvocati che, certamente nel mio caso, hanno lavorato senza chiedere
alcun compenso. La città deve comunque fare qualcosa, un gesto…una parola…un
percorso.
Li, 4 dicembre 2010
Don Mario Neva
|