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I SOLITI SOSPETTI

Così in Gran Bretagna le controproducenti leggi antipedofilia avvelenano i rapporti e mettono in fuga gli educatori, tutti orchi fino a prova contraria

di Rodolfo CASADEI

 

Madri alle quali viene impedito di baciare i figli in partenza per una gita scolastica. Padri che si vedono negare l’autorizzazione ad accompagnare in auto al campo di gioco i compagni di squadra del figlio. Genitori che devono restare fuori dal salone della festa di Natale dell’asilo frequentato dal proprio bambino. Altri genitori che si presentano ai vicini di casa rassicurandoli che i rispettivi figli possono frequentarsi perché la loro fedina penale alla voce “pedofilia” è immacolata. Cinquantamila ragazze che non possono entrare negli scout perché il numero dei volontari adulti disposti a essere Capi è vertiginosamente diminuito dopo l’entrata in vigore delle norme per la protezione dei minorenni. È questo il quadro sconfortante dei rapporti intergenerazionali nella società britannica descritto in Licensed to Hug, cioè “Patentati per poter abbracciare”, uno studio realizzato dai sociologi Frank FUREDI e Jennie BRISTOW per conto dell’istituto di ricerche Civitas sulle conseguenze delle politiche per la prevenzione dei delitti di pedofilia decise all’indomani del fatto di cronaca che scosse l’opinione pubblica inglese, l’assassinio, nel 2002, delle piccole Jessica CHAPMAN e Holly WELLS nella cittadina di Soham da parte di un bidello di una scuola media fidanzato di una loro insegnante.

Sull’onda dell’emozione di quell’orribile crimine venne adottato un provvedimento che stabiliva che chiunque avesse contatti con ragazzi sotto l’età dei 16 anni, per via della propria professione o di attività di volontariato, doveva prima essere sottoposto all’esame del Criminal Records Bureau (Crb), un’agenzia del ministero degli Interni incaricata di verificare se, in base ai suoi precedenti criminali, una persona può essere autorizzata a lavorare o svolgere attività gratuite a contatto con minorenni. Oggi allenatori di squadre giovanili di calcio e di rugby, Capi degli Esploratori e delle Guide scout, volontari presso parrocchie, enti caritatevoli, centri comunitari, genitori che si offrono di accompagnare gite scolastiche o di gestire doposcuola, membri delle associazioni insegnanti-genitori – ma anche autisti di bus, lavoratori delle mense scolastiche, idraulici con contratti di assistenza con istituti scolastici – devono risultare “Crb checked” per poter fare quello che fanno. Dal 2002 ad oggi il Crb ha totalizzato 15 milioni di pratiche evase, con costanti incrementi annuali; quest’anno si prevede che arriveranno a 3,6 milioni al 31 dicembre. Chi non dispone del certificato del Crb che attesta l’assenza di ombre pedofile nel suo passato è escluso da attività che implicano prossimità a minorenni. Come è successo agli adulti degli esempi citati all’inizio. E a partire dall’ottobre 2009 l’asticella sarà collocata ancora più in alto: ogni adulto che si trova in contatto con bambini dovrà essere esaminato dalla Independent Safeguarding Authority (Isa), un ente governativo creato da una legge del 2006 e dotato del potere discrezionale di escludere dal lavoro o dal volontariato gli adulti giudicati pericolosi per l’integrità dei minorenni con cui entrerebbero in contatto. Secondo i media britannici, 11,3 milioni di adulti dovranno superare l’esame dell’Isa per poter condurre attività a contatto di minorenni o per continuare a farlo.

 

La frustrazione delle maestre

La tesi del rapporto di FUREDI e WELLS è che il carattere ossessivo e onnipervasivo degli strumenti creati dal governo per evitare crimini pedofili alimenta un clima di sfiducia fra le generazioni e all’interno della società, indebolisce l’autorità degli adulti e tende a estinguere in loro proprio le qualità che ne fanno degli adulti, mentre non garantiscono la protezione effettiva dei minori. Le politiche attuali per la protezione dell’infanzia «rafforzano un clima nel quale gli adulti si sentono a disagio ad agire con spontaneità e si sentono costretti a soppesare se e quando interagire coi bambini. Questo calcolare i comportamenti altera la qualità dell’interazione. Non rappresenta più un atto fondato su ciò che l’adulto ritiene giusto, ma influenzato da calcoli su come verrà interpretato da altri e dall’ansia che possa essere interpretato male. E certamente i bambini se ne accorgono. Questo disagio intergenerazionale non rende i bambini più protetti che in passato, anzi: crea le condizioni per danni maggiori, man mano che gli adulti perdono la forza e la voglia di occuparsi dei bambini non loro e di assumersi responsabilità nella propria comunità».

Il rapporto cita un’indagine dello scorso anno secondo la quale il 13 per cento di un campione di maschi adulti ha dichiarato di non essere disponibile ad attività di volontariato con bambini per il timore di essere sospettati di pedofilia da qualcuno. Riporta pareri di educatori frustrati. Dice una maestra d’asilo sul punto di rassegnare le dimissioni: «Non posso più essere me stessa in questo lavoro. Non mi sento più a mio agio ad agire con spontaneità quando si tratta di coccolare e rassicurare un bambino in difficoltà». E un capo scout: «A volte un “lupetto” ha semplicemente bisogno di essere coccolato perché è la prima volta che sta fuori di casa, ma conosco molti adulti fra noi che non lo fanno perché sono spaventati dal pensiero che la cosa potrebbe essere interpretata nel modo sbagliato». «Abbiamo parlato con uomini – scrivono gli autori in un altro passaggio – i quali, molto preoccupati di non toccare involontariamente un bambino in piscina, ci hanno detto che non sanno se interverrebbero per aiutare un ragazzo in difficoltà in acqua».

 

Mai più un gesto di compassione

FUREDI accusa il governo di una vera e propria “dequalificazione” (deskilling) degli adulti. «L’applicazione di procedure formali alla condotta dei rapporti umani dequalifica gli adulti. Quando regole formali sostituiscono la compassione e l’iniziativa, gli adulti sono scoraggiati dallo sviluppare il genere di qualità che li aiutano a mettersi in relazione e a interagire coi bambini. Mentre proprio le qualità tipicamente adulte della spontanea compassione e della dedizione sono fattori di protezione molto più efficaci di pezzi di carta che promuovono i messaggi: “Stai alla larga” e “Guardati le spalle”».

I sostenitori delle politiche correnti in materia affermano che l’“esame antipedofilia” del Crb ha respinto solo nei tre anni compresi fra il 2004 e il 2006 ben 60 mila richieste di autorizzazione (dati apparsi sul sito internet del Crb) e dunque avrebbe “salvato” dall’abuso migliaia di bambini. Premesso che i 60 mila respinti non coincidono con una folla di pedofili in atto o in potenza, ma sono definiti più sobriamente dal Crb stesso “persone non adatte”, FUREDI contesta decisamente l’argomentazione: «La procedura non garantisce che i bambini saranno al sicuro con un determinato adulto. Tutto quello che ci dice è che una persona in passato non ha avuto condanne. Quel che succede dopo la procedura d’esame è imprevedibile, perciò il processo ha un effetto illusorio. Offre un rituale di sicurezza piuttosto che un’effettiva protezione».

 

Meglio la fiducia del bollino

Tende a dargli ragione il criminologo David WILSON, esperto di delitti pedofili e titolare di tre permessi Crb per altrettante attività di volontariato con minorenni che conduce: «A chi mi chiede cosa penso degli esami a cui sono sottoposti gli adulti che vogliono fare volontariato coi bambini, rispondo sempre col seguente aneddoto. Tre anni fa, alla fine di una partita di rugby di mio figlio, i ragazzi delle due squadre, tutti tredicenni, stavano andando alla doccia e noi allenatori al nostro spogliatoio. La nostra attenzione fu attirata dall’arbitro, che stava per usufruire della doccia dei ragazzi. Gli abbiamo fatto presente che stava violando una regola della federazione del rugby e che doveva farsi la doccia da un’altra parte. L’uomo aveva l’autorizzazione del Crb».

WILSON conferma le tesi di FUREDI: «L’istituzionalizzazione del bisogno di proteggere i bambini dai predatori sessuali è servita semplicemente a diminuire la quantità di protezione di cui i bambini attualmente godono». «Quello di cui abbiamo bisogno», scrive FUREDI «è una politica più illuminata, che mostri più fiducia nella capacità dei professionisti e dei volontari di agire in base alle proprie intuizioni e non eserciti quelle pressioni che li spingono a preoccuparsi prima di tutto di coprirsi le spalle... il primo più importante problema che dobbiamo affrontare è come la società può affermare e sostenere l’esercizio dell’autorità adulta attraverso atti di solidarietà e collaborazione. Ciò implica mettere in questione e sfidare il pregiudizio culturale che getta automaticamente il sospetto sugli adulti e sull’esercizio della loro autorità».

 

10 luglio 2008

 

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