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LA
REPUBBLICA" BOLOGNA
(Del 27/2/2007)
DUE SCUOLE DI PENSIERO DURAMENTE CONTRAPPOSTE
È GUERRA TRA LE ASSOCIAZIONI
CHE DIFENDONO I BIMBI DAGLI
ABUSI
Inchiesta
di Jenner MELETTI
La guerra prima sotterranea - o chiusa nelle aule dei
tribunali - è scoppiata all’improvviso su una pagina di
giornale. Un genitore di Ferrara viene assolto
dall’accusa di violenza su un figlio adottivo e un
consulente della difesa - il dottor Giovanni Battista
CAMERINI, coordinatore del corso di perfezionamento
sulle strategie di prevenzione degli abusi
all’Università di Modena - dichiara papale papale: “Le
valutazioni sono state fatte solo per provare le
accuse. Siamo a questo punto perché ci sono operatori
che si rifanno alla metodologia CISMAI: a tale
categoria appartengono anche la psicologa dei servizi e
la consulente del Pubblico ministero”.
Il dottor CAMERINI fa parte del SINPIA - Società
italiana neuro psichiatria infantile e adolescenziale -
e di TELEFONO AZZURRO, e queste associazioni si ispirano
alla Carta di Noto. Dall’altra parte di quella che
rischia di diventare una barricata c’è il CISMAI, il
Coordinamento italiano dei servizi contro il
maltrattamento e l’abuso dell’infanzia. Soci CISMAI,
nella regione Emilia Romagna, oltre al distretto 2 di
Mirandola, sono il dipartimento Servizio sociale di
Cesena, il Servizio tutela infanzia e adolescenza di
Imola, il Centro abusi e maltrattamenti e il Servizio
tutela minori e legale di Ferrara, il Servizio area
minori di Modena.
“Io non vorrei - dice il dottor CAMERINI, stretto
collaboratore di Ernesto CAFFO - che si arrivasse a
ragionare in termini di appartenenza, reinventando i
guelfi e i ghibellini. Il CISMAI è un punto di vista,
non la verità scientifica che nasce solo da un confronto
dialettico. Nessun problema se il CISMAI fosse
un’associazione che stimola il confronto. Il problema
nasce quando certi tribunali nominano come consulenti
soltanto chi aderisce alla dichiarazione di consenso del
CISMAI. Io penso che tutelare davvero i bambini
significhi anche proteggerli dalle conseguenze che
scaturiscono dai cosiddetti falsi positivi, vale a
dire gli abusi inventati. Nel CISMAI vedo invece una
cultura dell’abuso tutta fondata sulla denuncia, con
poca attenzione alle risorse che possono essere presenti
nella famiglia. Si preferisce allontanare il minore,
con il rischio di valutazioni superficiali e di
decisioni affrettate”.
La “Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale
dell’infanzia” è stata preparata dal CISMAI nel 1999 ed
è stata pesantemente attaccata nelle udienze dei
processi per pedofilia. I punti importanti sono
numerosi. “L’abuso è un fenomeno diffuso”. “Il
perpetratore quasi sempre nega, e spesso mancano
evidenze fisiche e testimonianze esterne”. “L’assenza
di lesioni non può mai portare il medico ad escludere
l’ipotesi di un abuso”. “Quanto più un bambino è
stato danneggiato dall’abuso, tanto più può essere
compromessa la sua capacità di ricordare e raccontare”.
“Lo stesso professionista può effettuare sia la
diagnosi che la cura”.
Anche nello Statuto del CISMAI non mancano gli articoli
che hanno suscitato polemiche. “I Soci sono obbligati
- recita l’articolo 9 - a svolgere le attività
preventivamente concordate, a mantenere un comportamento
conforme alle finalità dell’associazione”. Teresa
BERTOTTI, presidente CISMAI fino all’anno scorso, parla
delle Commissioni dell’associazione come
luoghi nei quali “si sviluppa una solidarietà e
una comprensione reciproca”, tutto questo “al
riparo dalle critiche distruttive e dalle possibili
aggressioni esterne”.
Gli avversari del CISMAI diffondono una perizia
effettuata dal professore e avvocato Guglielmo GULOTTA
per conto del Consiglio nazionale dell’Ordine degli
psicologi, che giudica del tutto inadeguata la
“Dichiarazione di consenso” del CISMAI. Il documento -
scrive - è composto da “una serie di enunciazioni che
lasciano trasparire poche incertezze. Non viene
neanche presa in esame l’ipotesi che il sospettato possa
essere innocente, ma solo che “il perpetratore quasi
sempre nega”. Il professore dice no a uno
psicologo-poliziotto, e nega anche che chi fa la
diagnosi possa poi seguire anche la cura, come previsto
dal CISMAI. “Oltre che inopportuno - scrive - è vietato
dalla legge”.
Nel confronto fra le diverse “scuole” non mancano i
colpi bassi. “Quelli della Carta di Noto - fanno sapere
amici del CISMAI - fanno i soldi come consulenti della
difesa dei pedofili”. “Quelli del CISMAI - fanno
sapere dall’altra parte della barricata - fanno i
soldi con le consulenze per i tribunali, procurate da
altri soci”. A volte le accuse sono scritte su carte
ufficiali. “Legga questa requisitoria milanese. Tenga
presente che il medico legale di cui si parla, Cristina
MAGGIONI, è lo stesso che ha fatto 350 perizie in tutta
Italia. È lo stesso medico che ha dichiarato abusati
tutti i bambini del caso Mirandola”.
Pagine che fanno venire i brividi, quelle della
requisitoria del Pubblico ministero Tiziana SICILIANO.
Una bambina dice parolacce, e la madre si rivolge al CBM
- la Casa del bambino maltrattato, casa madre del CISMAI
- per essere aiutata. Le parolacce potrebbero essere
“sintomo di abuso”. “O denunci tu o
denunciamo noi, e ti portiamo via la bambina”,
questa la proposta fatta da un’operatrice del CBM.
Partono le indagini, la bambina viene allontanata dalla
famiglia e il padre è arrestato. Sul perito, la
dottoressa MAGGIONI, il magistrato dice: “Viene da
chiedersi se sia una totale incompetente o se sia una
persona in malafede. Crede evidentemente di essere in
grado di sostenere con la sua semplice parola tutto
quello che lei ha ritenuto di valutare. Incompetente,
negligente, superficiale: questo il giudizio dei periti
del giudice su di lei. Queste sono perizie fatte da
persone che dovrebbero cambiare mestiere”. E lo stesso
Pubblico ministero chiede e ottiene l’assoluzione del
taxista.
Altre carte vengono usate come sciabole. Un amico del
CISMAI replica consegnando fotocopia di un articolo
apparso sulla rivista “Minori e giustizia”, a firma di
Claudio FOTI, psicoterapeuta, direttore
scientifico del Centro HÄNSEL E GRETEL di Torino,
pure questo associato al CISMAI. Nel mirino,
stavolta, il TELEFONO AZZURRO fondato da Ernesto CAFFO,
uno dei leader della scuola di Noto. Qui si arriva
all’insulto. “Il TELEFONO AZZURRO - si chiede lo
psicoterapeuta - è un servizio sociale che i cittadini
sentono necessario, come sostengono artisti, politici e
uomini della strada, oppure - come pensano molti
operatori dell’area del Child abuse - rappresenta il
Cacao Meravigliao della tutela dell’infanzia, cioè una
straordinaria operazione pubblicitaria che propone
all’opinione pubblica un servizio sostanzialmente
inesistente dal punto di vista della gestione concreta,
efficace e continuativa dei casi di maltrattamento?”.
La vera fortuna del TELEFONO AZZURRO sono i giornalisti.
“Il TELEFONO AZZURRO fornisce informazioni e dati ai
cronisti bisognosi di elementi sui cui produrre comunque
servizi sulla violenza ai minori, e in cambio i
giornalisti restituiscono notorietà e buona immagine al
TELEFONO AZZURRO”. L’organizzazione “è un imbuto con il
collo troppo stretto”. “Da 8.000 tentativi di contatto
al giorno - scrive Claudio FOTI - si arriva ai 6-8 casi
al giorno che si afferma di “prendere in carico”, e a
meno di un caso al giorno giudicato grave e - si
sostiene - segnalato ai servizi socio-sanitari, alla
scuola, alle forze dell’ordine, ai tribunali”. Per
finire, lo studioso cita il Consiglio direttivo
dell’Associazione italiana giudici per i minorenni,
i quali invitano “quanti, come il principe
azzurro del telefono per i bambini, intendono sputare
sentenze sui metodi e sulle tecniche d´intervento
rispetto ai quali nulla sanno”, a preferire “la
strada del dignitoso silenzio”.
IL FOGLIO
(Del 7/4/2007 Pag. 3)
DAGLI AL PEDOFILO, MA GLI ASILI ITALIANI
NON SONO PIENI DI ORCHI
Assolti a Brescia sei
maestre, un sacerdote e un bidello. Un caso identico ad
Asti. Allarmismi e psicosi
Milano. Dopo due anni di passione giudiziaria, ieri a
Brescia un gruppo di presunti pedofili (sei maestre
d’asilo, un sacerdote e un bidello) sono stati assolti
con formula piena al processo di primo grado. E il
commento di don Fortunato DI NOTO, noto per il suo
impegno nella battaglia contro la pedo-pornografia (e
consultato più volte durante il processo), fa
presupporre che si tratti di un nuovo caso di falsi
abusi sessuali. “Pur nel rispetto del dolore delle
famiglie, abbiamo sempre avuto il sospetto che ci fosse
stata una paura esagerata e una sindrome da
giustizieri”, ha dichiarato.
A più di vent’anni di distanza dal caso dell’asilo Mc
MARTIN (un gruppo di maestri californiani accusati di pedofilia e assolti dopo
sei anni di indagini), che ispirò il film prodotto da
Oliver STONE “Indictment” (in italiano “Asilo
Maledetto”), scatenò il panico e infine portò alla
revisione dei metodi d’indagine, ora anche in Italia
ci si interroga sulla diffusione di un intricato
fenomeno socio-giudiziario: asili abitati da orchi,
maestre messe alla gogna e poi assolte, cittadini
che si dividono in due fazioni, innocentisti e
colpevolisti, processi che si concludono spesso con
l’archiviazione o con l’assoluzione degli imputati.
A Brescia, poi, sembra sia scoppiata una specie di
epidemia. Cominciata nel dicembre 2001 nell’asilo ABBA,
dopo il racconto di una bimba. Nel giro di un anno
aumentano le denunce e cresce il numero dei bambini che
ribadiscono la stessa storia, e cioè di essere finiti
nella mani di una banda di pedofili grazie alla
complicità del bidello che viene condannato (mentre gli
altri imputati assolti). Appena finito il processo, si
apre quello che riguarda l’asilo SORELLI. Il “contagio”
è stato provocato dalla notizia del trasferimento di una
maestra dell’asilo ABBA alla scuola materna SORELLI e
dalle ammissioni di una bambina, interrogata dalla
madre, che parla di gite extrascolastiche a sfondo
erotico. In poco tempo cresce il numero dei genitori
terrorizzati, così come aumenta il numero dei
bambini, ventidue, che raccontano la stessa
vicenda. I genitori dicono ai loro figli che “devono
raccontare le cose cattive fatte dalle maestre”. La
scuola viene piantonata, mentre sui muri del quartiere
appaiono scritte che invocano il carcere per le maestre
e “Fuori i pedofili dalle scuole materne”. La città si
divide e il panico “morale” si diffonde:
negli atti giudiziari finiscono le fotografie di cento
cittadini, sospettati di essere pedofili, le cui
posizioni giudiziarie vengono però archiviate. Nel 2003
è il turno della scuola CARBONI, dove arrivano alcuni
degli alunni che si presume siano stati molestati
nell’asilo SORELLI, o forse era l’ABBA, a questo punto
non ci si raccapezza più, i quali parlano di “cattivi”
che entrano nella scuola per toccarli. L’inchiesta viene
archiviata. Stesso copione anche all’asilo NERI. Insomma
sembra che tutti gli orchi del mondo si siano riuniti a
Brescia per un macabro appuntamento. Oppure qualcosa di
grave è veramente successo, ma le prove sono state
inquinate da psicologi avventurieri, genitori
terrorizzati, e non è più possibile distinguere la
verità dalla fantasia. E tutti affondano nelle
paludi delle doppie verità, dove un “sì”
di un bambino diventa “sì, mi ha toccato”,
un “no”, un tentativo di rimozione, un
silenzio, un tacito assenso.
In questo rompicapo, l’argomento centrale è la memoria.
O meglio le sue trappole.
Infatti in questi processi che riguardano bambini molto
piccoli si parla più di molestie che di vere e proprie
violenze carnali e, mancando i riscontri clinici, ci
si deve affidare ai loro ricordi. Al processo contro
le maestre dell’asilo SORELLI, la difesa è ricorsa alla
consulenza di Giuliana MAZZONI, docente di psicologia
cognitiva applicata all’indagine giudiziaria, che nelle
università americane e inglesi insegna come individuare
una ricostruzione attendibile. La professoressa MAZZONI
ha riempito i suoi studi di aneddoti su interrogatori
fuorviati. Da madri che dicono alle figlie:
“Raccontami cosa ti è successo di brutto e ti compro
un gelato” a giudici che disegnano delle
prigioni e chiedono ai piccoli testimoni “Chi
vorresti vedere dietro le sbarre?”. “Orchi, draghi,
uomini neri: i bambini dicono qualsiasi cosa pur di
liberarsi dalle pressioni esterne. E quando
arrivano davanti al giudice non sanno più cosa sia vero
e cosa sia falso”.
Il caso di Brescia è identico a quello avvenuto
all’asilo di Mombercelli, (Asti), dove due maestre
d’asilo sono state assolte nel gennaio scorso. Uno degli
avvocati è Elena NEGRI, un passato dedicato alle
battaglie femministe e alle campagne per i diritti
civili. “In questi procedimenti così delicati accade
spesso che la prova si formi all’esterno delle aule
giudiziarie per via di consulenti poco competenti che
aderiscono alla tesi dell’accusa”, spiega a IL
FOGLIO, “e non si limitano, come invece
raccomanda la Cassazione, a valutare lo sviluppo
psichico dei bambini, le loro capacità di comprendere i
fatti e di rievocarli”. A Mombercelli le cose sono
andate così. Nel 2001 la procura avvia un’indagine su
due maestre d’asilo accusate dalle loro colleghe di
“abusare dei metodi di correzione”. Tutto inizia quando
la nipote del sindaco, che a casa tutti chiamano la
principessa Sissi, si rifiuta di rispondere all’appello
perché vuole essere chiamata solo Sissi. Una maestra
reagisce con severità, obbligandola a stare all’interno
di un cerchio in silenzio, indifferente alle sue
lacrime. Mesi dopo, nel procedimento giudiziario si
inserisce la testimonianza di una bambina che narra di
visite a una casa degli orrori, dove si organizzano
festini hard diurni con adulti che li torturano e
stappano bottiglie di spumante di cui la vittima ricorda
addirittura la marca. I carabinieri non trovano nessun
riscontro, ma nel frattempo i racconti si moltiplicano.
Così, un gruppo di genitori decide di fare indagini
domestiche. Nei loro salotti si gioca alla “scuola
materna” e si chiede ai bambini di prendere delle stelle
filanti per purificare le zone contaminate dalle maestre
cattive. “È lì che ti ha leccata la maestra?”, insistono
i genitori. Un padre che non riesce ad avere risposte
adeguate, si improvvisa “abusatore” e
gonfia un preservativo per capire se sua figlia abbia
mai visto un pene in erezione. I bambini vengono
obbligati a ripercorre con la memoria e con i gesti le
presunte molestie subite e si fatica a capire dove
inizia il racconto dei bambini e dove finisce la
ricostruzione degli adulti. Una madre vede suo
figlio che a casa si mette in posa e induce i magistrati
a cercare nei siti pedo-pornografici le sue fotografie.
Viene ingaggiato don DI NOTO, che però non trova nulla.
Il processo si conclude con la condanna di una maestra
per “eccesso di abusi di correzione”.
“Per evitare di obbligare i giudici a dover
archiviare i procedimenti perché le prove sono state
contaminate, bisogna eliminare dai processi consulenti
apprendisti stregoni e usare molta cautela”,
conclude l’avvocatessa NEGRI. Un concetto ribadito ieri
da don DI NOTO, che ha invitato le famiglie assalite dai
dubbi amletici di “affidarsi a chi possa accertare i
fatti con competenza e professionalità”.
IL FOGLIO
(Del 5/5/2007 Pagg. VI - VII)
IL TAXI DI MILANO, LA SCUOLA DI BRESCIA, LA FAMIGLIA DI
BIELLA E GLI STRANI ERRORI GIUDIZIARI NELLA SACROSANTA
LOTTA ALLA PEDOFILIA
di
Cristina GIUDICI
Quando il Consiglio superiore della magistratura aprì
un’inchiesta sui metodi d’indagine del pm Pietro FORNO,
pioniere della lotta giudiziaria alla pedofilia
sospettato di affidarsi a una rete di psicologi che
aderivano alla tesi dell’accusa (e di fabbricare vittime
da immolare sui giornali prima che nei tribunali), era
il marzo del 2001. Allora chi esprimeva riserve sul
modus operandi inventato da FORNO veniva tacciato di
garantismo peloso, mentre il pm accusava chiunque gli
remasse contro di stare dalla parte dei criminali
pedofili. Oggi le cose stanno cambiando: le assoluzioni
si moltiplicano, i dubbi diventano macigni, gli
editorialisti hanno abbassato i toni. Ma facciamo prima
un po’ di cronistoria. Il caso del taxista milanese
Marino VIOLA, messo alla gogna per aver violentato la
figlia e poi assolto nel 2000, dopo quattro anni di
indagine, suscitò molto clamore. A FORNO, sollevato
dall’indagine, subentrò un altro pm, Tiziana SICILIANO,
la cui requisitoria per chiedere l’assoluzione del
taxista dovrebbe entrare nei manuali di giurisprudenza.
La perizia della psicologa consulente che aveva fatto
358 accertamenti per conto di FORNO, Cristina MAGGIONI,
e che aveva riscontrato una violenza sessuale mai
avvenuta, fu spiegata così dal pm Tiziana SICILIANO:
“Siamo di fronte alla discesa negli inferi (…) Viene
da chiederci se (Cristina MAGGIONI) sia solo
incompetente o anche in malafede (…) il sistema
con cui sono state raccolte le dichiarazioni è
inutilizzabile, l’intervista della bambina non è mai
registrata, sono perizie, queste, fatte da gente che
dovrebbe cambiare mestiere…”. Nel 1999 Salvatore
LUCANO (il pm era sempre FORNO) viene accusato di aver
violentato sia la cugina minorenne che la figlia. La
prova? Un disegno della figlia, che dopo
l’interrogatorio subito da una psicologa disse: “La
signora mi ha detto che devo disegnare un fantasma e
chiamarlo pisello”. Durante il processo la
psicologa aveva scritto questo appunto: “Con
FORNO rimango d’accordo che mi farò bastare gli elementi
che ho, se non riuscirò a produrre un minimo di alleanza
con la teste, mi sembra inutile sottoporla a un
esame psicologico, che sarebbe controproducente…”. Un
anno prima il calvario era toccato a due coniugi
modenesi. Accusati di messe nere e riti satanici,
omicidi di bambini. Un’inchiesta che aveva portato ad
altre indagini e che era finita con il suicidio della
madre e la morte di un prete, don Giorgio GOVONI,
colpito da un infarto dopo la sentenza di condanna di 14
anni di carcere. Prima di sapere che il processo sarebbe
finito con l’assoluzione. Dei recenti processi per
pedofilia che hanno messo sul banco degli imputati
diverse maestre d’asilo a Brescia, a Torino, a Verona, e
tutti conclusosi con l’assoluzione, IL FOGLIO ne ha già
parlato recentemente. Ma prima del panico morale, che
sembra essersi diffuso, a torto o a ragione, negli
asili, gli errori giudiziari sono stati diversi.
L’ultimo, a Reggio Emilia, ha portato addirittura un pm
a fare pubblica ammenda in tribunale dove era finito un
uomo che aveva aiutato una bimba a scendere dalla
giostra in un parco. “C’è stato un errore all’origine”,
ha dichiarato il sostituto procuratore della Repubblica
Giampiero NASCIMBENI. “Se al momento di prendere la
decisione di arrestare l’imputato, avessi avuto tutti
gli elementi a disposizione, non lo avrei mandato in
carcere”. I casi di assoluzione sono così tanti che
citarli tutti è impossibile. Il primo, clamoroso,
riguarda un’intera famiglia biellese che si è suicidata,
nel 1996. Papà, mamma e i nonni: morti nella loro
automobile con il gas di scarico e un biglietto lasciato
sul parabrezza: “Quattro innocenti uccisi dalla
giustizia”. Erano stati accusati di aver violentato i
loro figli, e nipoti. Stessa storia a Milano, nel 2003
per un professore di musica: i suoi allievi si erano
inventati un falso abuso. Prima che scoppiasse una
sorta di epidemia negli asili, i casi di abusi sessuali
riguardavano spesso le separazioni coniugali: quasi
sempre mogli che dopo il divorzio, durante la battaglia
per l’affido dei figli, si ricordavano improvvisamente
strani avvenimenti accaduti anni prima e raccontavano
molestie subite dai figli dall’ex marito. Anche in
questo campo d’indagine, le archiviazioni e le
assoluzioni sono state parecchie. Il nocciolo del
problema pare essere innanzitutto il metodo d’indagine
giudiziaria. Nel 1990 Pietro FORNO fonda il primo pool
di esperti che dopo i numerosi (e clamorosi) errori
giudiziari furono soprannominati gli “abusologi”.
La formula era semplice: grande show per gli arresti,
con sirene spiegate della polizia che arrivavano
all’alba per prelevare un minore; utilizzo degli stessi
esperti che aderivano alle accuse del pm (che una volta
dichiarò: “Potrei scrivere il verbale ancora
prima di sentire l’imputato”) e lavoravano nei
centri a cui venivano affidati i minori tolti alle
famiglie (e prendevano rette dagli enti locali di 5
milioni di vecchie lire). Nel 2000 il pool di FORNO
fu smantellato e lui venne trasferito a Torino. I
suoi insegnamenti, diffusi in tutt’Italia grazie anche
ai corsi di formazione tenuti dagli “abusologi”
che intitolavano i loro convegni “Come abusare
sessualmente dei bambini e non prendersi mai la colpa”,
hanno fatto scuola.
Negli asili la questione appare ancora più complicata.
Alla presenza di psicologi poco competenti, si
aggiunge il bricololage domestico di genitori angosciati
e terrorizzati che si improvvisano detective,
fanno indagini private sui loro figli e contaminano i
loro ricordi che alla fine sembrano non riuscire più a
distinguere la realtà dalla fantasia. Ora però si
può contare su una vasta letteratura di esperti che
hanno esaminato un’ampia gamma di errori giudiziari.
Ormai ci sono schiere di specialisti, incaricati di
svelare i falsi abusi, montagne di controperizie
che invitano alla cautela nel campo della ricostruzione
di fatti, che parlano delle trappole della
memoria, che spiegano come fare interrogatori
neutrali, senza esercitare alcuna pressione sui minori
per non screditare con processi sommari la legittima e
doverosa lotta alla pedofilia. Sì, perché molti di
questi processi, soprattutto quelli che riguardano
bambini piccoli, hanno una caratteristica comune: la
mancanza dei riscontri clinici. E la labile
ricostruzione dei fatti. Lo spiega bene in una perizia
dello psichiatria torinese Mario ANCONA, che ha fatto
una consulenza per l’avvocatessa Elena NEGRI riguardo a
un caso di separazione: il marito accusato dalla moglie
di aver molestato la figlia è stato assolto. “È come
se l’intervistatore fosse un chirurgo, che deve entrare
in una sala operatoria, sterilizzata, e non deve
contaminare l’ambiente”, ha scritto ANCONA “Gli
studi evidenziano quanto sia fragile la traccia mnestica
che può essere facilmente stravolta. E infatti una volta
che ciò sia avvenuto è impossibile ricostruire la
situazione originale. Ci sono evidenze che
testimoniano come alcuni bambini siano in grado di
rievocare l’esperienza traumatica in modo accurato, ma
vi sono anche dati importanti che sottolineano
quanto i bambini tendano a dire ciò che l’esaminatore
vorrebbe sentirsi dire, ci sono anche evidenze
che i bambini possano mentire. La verità e la
realtà, viste attraverso il filtro dei ricordi non sono
mai oggettive ma interpretazioni soggettive, anzi
tendono a correggere il passato. Bisogna sapere che la
suggestionabilità è altissima fra i tre e quattro anni,
media fra i sei e i sette, minore dopo i nove anni”. Su
questo punto infatti ci sono due scuole di pensiero.
Quella capeggiata dal prete siciliano don Fortunato DI
NOTO, che da anni ha ingaggiato una sfida internazionale
contro la pedopornografia, ha vinto molte battaglie
contro il racket internazionale dei pedofili (e ha
espresso molte riserve davanti agli ultimi sommari
procedimenti giudiziari negli asili bresciani) che
invita alla cautela e alla professionalità. E quella
sostenuta dagli eredi e seguaci di FORNO, che fanno
riferimento al CISMAI, il Coordinamento Italiano dei
Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia,
che invece si considerano paladini (e giustizieri)
dei minori e considerano amici dei pedofili chiunque li
critichi. Le linee guida per l’esame dei minori in
caso di abuso sessuale, la Carta di Noto, ispirata alla
Convenzione sui diritti dei fanciulli firmata a New York
nel 2000 si basa su alcuni semplici principi. “La
valutazione psicologica non deve implicare
l’accertamento del fatto giudiziario”, si legge
nella Carta di Noto (sembra un dettaglio ma è un fattore
fondamentale visto che in molti processi i giudici
non hanno mai interrogato i minori, se non durante
un’unica audizione protetta, ma si sono basati sui
fatti ricostruiti dagli psicologi). “Ogni
conversazione si deve videoregistrare e bisogna evitare
domande che possano compromettere la spontaneità della
risposta. I sintomi del disagio manifestati dal minore
non possono essere considerati come indicatori specifici
di abuso sessuale ma possono derivare da conflitti
familiari o da altre cause. Così come l’assistenza
psicologica del minore deve essere affidata a un
consulente esterno alle attività giudiziarie”.
Insomma quello che conta non è quel che un minore ha
detto, ma come è arrivato a dirlo. Mentre la
filosofia opposta si basa sulla figura del testimone
soccorrevole, come ha spiegato uno degli psicologi del
centro torinese HÄNSEL E GRETEL, che fa capo
al CISMAI. “Colui che ascolta in modo empatico e attivo
prende sul serio la rivelazione di un bambino su un
abuso sessuale, si trova coinvolto in un’impegnativa
identificazione con la vittima di cui è testimone
soccorrevole. Colui che ascolta empaticamente la vittima
non deve sentirsi colpevole in senso persecutorio della
violenza di cui è testimone, ma colpevole in senso
depressivo, perché è anche lui colpevole cittadino della
comunità umana in cui avvengono certe violenze, è
chiamato a prendere le distanze da un’immagine
idealizzata ed angelica dell’essere umano e a prendere
atto depressivamente che la realtà umana è più
spiacevole di come l’abbiamo immaginata; è chiamato a
ricordarsi che i genitori possono fare del male ai loro
figli, e che noi siamo una specie potenzialmente
distruttiva nei confronti dei nostri cuccioli”. A
proposito, a Torino il capo del pool di esperti che si
occupano di abusi sessuali sui minori si chiama Pietro
FORNO. |