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LA REPUBBLICA" BOLOGNA

 

(Del 27/2/2007)

 

DUE SCUOLE DI PENSIERO DURAMENTE CONTRAPPOSTE

 

È GUERRA TRA LE ASSOCIAZIONI

CHE DIFENDONO I BIMBI DAGLI ABUSI

 

Inchiesta di Jenner MELETTI

 

La guerra prima sotterranea - o chiusa nelle aule dei tribunali - è scoppiata all’improvviso su una pagina di giornale. Un genitore di Ferrara viene assolto dall’accusa di violenza su un figlio adottivo e un consulente della difesa - il dottor Giovanni Battista CAMERINI, coordinatore del corso di perfezionamento sulle strategie di prevenzione degli abusi all’Università di Modena - dichiara papale papale: “Le valutazioni sono state fatte solo per provare le accuse. Siamo a questo punto perché ci sono operatori che si rifanno alla metodologia CISMAI: a tale categoria appartengono anche la psicologa dei servizi e la consulente del Pubblico ministero”.

Il dottor CAMERINI fa parte del SINPIA - Società italiana neuro psichiatria infantile e adolescenziale - e di TELEFONO AZZURRO, e queste associazioni si ispirano alla Carta di Noto. Dall’altra parte di quella che rischia di diventare una barricata c’è il CISMAI, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia. Soci CISMAI, nella regione Emilia Romagna, oltre al distretto 2 di Mirandola, sono il dipartimento Servizio sociale di Cesena, il Servizio tutela infanzia e adolescenza di Imola, il Centro abusi e maltrattamenti e il Servizio tutela minori e legale di Ferrara, il Servizio area minori di Modena.

“Io non vorrei - dice il dottor CAMERINI, stretto collaboratore di Ernesto CAFFO - che si arrivasse a ragionare in termini di appartenenza, reinventando i guelfi e i ghibellini. Il CISMAI è un punto di vista, non la verità scientifica che nasce solo da un confronto dialettico. Nessun problema se il CISMAI fosse un’associazione che stimola il confronto. Il problema nasce quando certi tribunali nominano come consulenti soltanto chi aderisce alla dichiarazione di consenso del CISMAI. Io penso che tutelare davvero i bambini significhi anche proteggerli dalle conseguenze che scaturiscono dai cosiddetti falsi positivi, vale a dire gli abusi inventati. Nel CISMAI vedo invece una cultura dell’abuso tutta fondata sulla denuncia, con poca attenzione alle risorse che possono essere presenti nella famiglia. Si preferisce allontanare il minore, con il rischio di valutazioni superficiali e di decisioni affrettate”.

La “Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale dell’infanzia” è stata preparata dal CISMAI nel 1999 ed è stata pesantemente attaccata nelle udienze dei processi per pedofilia. I punti importanti sono numerosi. “L’abuso è un fenomeno diffuso”. “Il perpetratore quasi sempre nega, e spesso mancano evidenze fisiche e testimonianze esterne”. “L’assenza di lesioni non può mai portare il medico ad escludere l’ipotesi di un abuso”. “Quanto più un bambino è stato danneggiato dall’abuso, tanto più può essere compromessa la sua capacità di ricordare e raccontare”. “Lo stesso professionista può effettuare sia la diagnosi che la cura”.

Anche nello Statuto del CISMAI non mancano gli articoli che hanno suscitato polemiche. “I Soci sono obbligati - recita l’articolo 9 - a svolgere le attività preventivamente concordate, a mantenere un comportamento conforme alle finalità dell’associazione”. Teresa BERTOTTI, presidente CISMAI fino all’anno scorso, parla delle Commissioni dell’associazione come luoghi nei qualisi sviluppa una solidarietà e una comprensione reciproca”, tutto questo “al riparo dalle critiche distruttive e dalle possibili aggressioni esterne”.

Gli avversari del CISMAI diffondono una perizia effettuata dal professore e avvocato Guglielmo GULOTTA per conto del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, che giudica del tutto inadeguata la “Dichiarazione di consenso” del CISMAI. Il documento - scrive - è composto da “una serie di enunciazioni che lasciano trasparire poche incertezze. Non viene neanche presa in esame l’ipotesi che il sospettato possa essere innocente, ma solo che “il perpetratore quasi sempre nega”. Il professore dice no a uno psicologo-poliziotto, e nega anche che chi fa la diagnosi possa poi seguire anche la cura, come previsto dal CISMAI. “Oltre che inopportuno - scrive - è vietato dalla legge”.

Nel confronto fra le diverse “scuole” non mancano i colpi bassi. “Quelli della Carta di Noto - fanno sapere amici del CISMAI - fanno i soldi come consulenti della difesa dei pedofili”. “Quelli del CISMAI - fanno sapere dall’altra parte della barricata - fanno i soldi con le consulenze per i tribunali, procurate da altri soci”. A volte le accuse sono scritte su carte ufficiali. “Legga questa requisitoria milanese. Tenga presente che il medico legale di cui si parla, Cristina MAGGIONI, è lo stesso che ha fatto 350 perizie in tutta Italia. È lo stesso medico che ha dichiarato abusati tutti i bambini del caso Mirandola”.

Pagine che fanno venire i brividi, quelle della requisitoria del Pubblico ministero Tiziana SICILIANO. Una bambina dice parolacce, e la madre si rivolge al CBM - la Casa del bambino maltrattato, casa madre del CISMAI - per essere aiutata. Le parolacce potrebbero esseresintomo di abuso.O denunci tu o denunciamo noi, e ti portiamo via la bambina, questa la proposta fatta da un’operatrice del CBM. Partono le indagini, la bambina viene allontanata dalla famiglia e il padre è arrestato. Sul perito, la dottoressa MAGGIONI, il magistrato dice: “Viene da chiedersi se sia una totale incompetente o se sia una persona in malafede. Crede evidentemente di essere in grado di sostenere con la sua semplice parola tutto quello che lei ha ritenuto di valutare. Incompetente, negligente, superficiale: questo il giudizio dei periti del giudice su di lei. Queste sono perizie fatte da persone che dovrebbero cambiare mestiere”. E lo stesso Pubblico ministero chiede e ottiene l’assoluzione del taxista.

Altre carte vengono usate come sciabole. Un amico del CISMAI replica consegnando fotocopia di un articolo apparso sulla rivista “Minori e giustizia”, a firma di Claudio FOTI, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro HÄNSEL E GRETEL di Torino, pure questo associato al CISMAI. Nel mirino, stavolta, il TELEFONO AZZURRO fondato da Ernesto CAFFO, uno dei leader della scuola di Noto. Qui si arriva all’insulto. “Il TELEFONO AZZURRO - si chiede lo psicoterapeuta - è un servizio sociale che i cittadini sentono necessario, come sostengono artisti, politici e uomini della strada, oppure - come pensano molti operatori dell’area del Child abuse - rappresenta il Cacao Meravigliao della tutela dell’infanzia, cioè una straordinaria operazione pubblicitaria che propone all’opinione pubblica un servizio sostanzialmente inesistente dal punto di vista della gestione concreta, efficace e continuativa dei casi di maltrattamento?”.

La vera fortuna del TELEFONO AZZURRO sono i giornalisti. “Il TELEFONO AZZURRO fornisce informazioni e dati ai cronisti bisognosi di elementi sui cui produrre comunque servizi sulla violenza ai minori, e in cambio i giornalisti restituiscono notorietà e buona immagine al TELEFONO AZZURRO”. L’organizzazione “è un imbuto con il collo troppo stretto”. “Da 8.000 tentativi di contatto al giorno - scrive Claudio FOTI - si arriva ai 6-8 casi al giorno che si afferma di “prendere in carico”, e a meno di un caso al giorno giudicato grave e - si sostiene - segnalato ai servizi socio-sanitari, alla scuola, alle forze dell’ordine, ai tribunali”. Per finire, lo studioso cita il Consiglio direttivo dell’Associazione italiana giudici per i minorenni, i quali invitano “quanti, come il principe azzurro del telefono per i bambini, intendono sputare sentenze sui metodi e sulle tecniche d´intervento rispetto ai quali nulla sanno”, a preferirela strada del dignitoso silenzio”.


 

IL FOGLIO

(Del 7/4/2007 Pag. 3)

DAGLI AL PEDOFILO, MA GLI ASILI ITALIANI NON SONO PIENI DI ORCHI

Assolti a Brescia sei maestre, un sacerdote e un bidello. Un caso identico ad Asti. Allarmismi e psicosi

 

Milano. Dopo due anni di passione giudiziaria, ieri a Brescia un gruppo di presunti pedofili (sei maestre d’asilo, un sacerdote e un bidello) sono stati assolti con formula piena al processo di primo grado. E il commento di don Fortunato DI NOTO, noto per il suo impegno nella battaglia contro la pedo-pornografia (e consultato più volte durante il processo), fa presupporre che si tratti di un nuovo caso di falsi abusi sessuali. “Pur nel rispetto del dolore delle famiglie, abbiamo sempre avuto il sospetto che ci fosse stata una paura esagerata e una sindrome da giustizieri”, ha dichiarato.

A più di vent’anni di distanza dal caso dell’asilo Mc MARTIN (un gruppo di maestri californiani accusati di pedofilia e assolti dopo sei anni di indagini), che ispirò il film prodotto da Oliver STONE “Indictment” (in italiano “Asilo Maledetto”), scatenò il panico e infine portò alla revisione dei metodi d’indagine, ora anche in Italia ci si interroga sulla diffusione di un intricato fenomeno socio-giudiziario: asili abitati da orchi, maestre messe alla gogna e poi assolte, cittadini che si dividono in due fazioni, innocentisti e colpevolisti, processi che si concludono spesso con l’archiviazione o con l’assoluzione degli imputati. A Brescia, poi, sembra sia scoppiata una specie di epidemia. Cominciata nel dicembre 2001 nell’asilo ABBA, dopo il racconto di una bimba. Nel giro di un anno aumentano le denunce e cresce il numero dei bambini che ribadiscono la stessa storia, e cioè di essere finiti nella mani di una banda di pedofili grazie alla complicità del bidello che viene condannato (mentre gli altri imputati assolti). Appena finito il processo, si apre quello che riguarda l’asilo SORELLI. Il “contagio” è stato provocato dalla notizia del trasferimento di una maestra dell’asilo ABBA alla scuola materna SORELLI e dalle ammissioni di una bambina, interrogata dalla madre, che parla di gite extrascolastiche a sfondo erotico. In poco tempo cresce il numero dei genitori terrorizzati, così come aumenta il numero dei bambini, ventidue, che raccontano la stessa vicenda. I genitori dicono ai loro figli che “devono raccontare le cose cattive fatte dalle maestre”. La scuola viene piantonata, mentre sui muri del quartiere appaiono scritte che invocano il carcere per le maestre e “Fuori i pedofili dalle scuole materne”. La città si divide e il panicomoralesi diffonde: negli atti giudiziari finiscono le fotografie di cento cittadini, sospettati di essere pedofili, le cui posizioni giudiziarie vengono però archiviate. Nel 2003 è il turno della scuola CARBONI, dove arrivano alcuni degli alunni che si presume siano stati molestati nell’asilo SORELLI, o forse era l’ABBA, a questo punto non ci si raccapezza più, i quali parlano di “cattivi” che entrano nella scuola per toccarli. L’inchiesta viene archiviata. Stesso copione anche all’asilo NERI. Insomma sembra che tutti gli orchi del mondo si siano riuniti a Brescia per un macabro appuntamento. Oppure qualcosa di grave è veramente successo, ma le prove sono state inquinate da psicologi avventurieri, genitori terrorizzati, e non è più possibile distinguere la verità dalla fantasia. E tutti affondano nelle paludi delle doppie verità, dove un di un bambino diventasì, mi ha toccato, unno, un tentativo di rimozione, un silenzio, un tacito assenso.

In questo rompicapo, l’argomento centrale è la memoria. O meglio le sue trappole. Infatti in questi processi che riguardano bambini molto piccoli si parla più di molestie che di vere e proprie violenze carnali e, mancando i riscontri clinici, ci si deve affidare ai loro ricordi. Al processo contro le maestre dell’asilo SORELLI, la difesa è ricorsa alla consulenza di Giuliana MAZZONI, docente di psicologia cognitiva applicata all’indagine giudiziaria, che nelle università americane e inglesi insegna come individuare una ricostruzione attendibile. La professoressa MAZZONI ha riempito i suoi studi di aneddoti su interrogatori fuorviati. Da madri che dicono alle figlie:Raccontami cosa ti è successo di brutto e ti compro un gelato” a giudici che disegnano delle prigioni e chiedono ai piccoli testimoniChi vorresti vedere dietro le sbarre?”. “Orchi, draghi, uomini neri: i bambini dicono qualsiasi cosa pur di liberarsi dalle pressioni esterne. E quando arrivano davanti al giudice non sanno più cosa sia vero e cosa sia falso”.

Il caso di Brescia è identico a quello avvenuto all’asilo di Mombercelli, (Asti), dove due maestre d’asilo sono state assolte nel gennaio scorso. Uno degli avvocati è Elena NEGRI, un passato dedicato alle battaglie femministe e alle campagne per i diritti civili. “In questi procedimenti così delicati accade spesso che la prova si formi all’esterno delle aule giudiziarie per via di consulenti poco competenti che aderiscono alla tesi dell’accusa”, spiega a IL FOGLIO, “e non si limitano, come invece raccomanda la Cassazione, a valutare lo sviluppo psichico dei bambini, le loro capacità di comprendere i fatti e di rievocarli”. A Mombercelli le cose sono andate così. Nel 2001 la procura avvia un’indagine su due maestre d’asilo accusate dalle loro colleghe di “abusare dei metodi di correzione”. Tutto inizia quando la nipote del sindaco, che a casa tutti chiamano la principessa Sissi, si rifiuta di rispondere all’appello perché vuole essere chiamata solo Sissi. Una maestra reagisce con severità, obbligandola a stare all’interno di un cerchio in silenzio, indifferente alle sue lacrime. Mesi dopo, nel procedimento giudiziario si inserisce la testimonianza di una bambina che narra di visite a una casa degli orrori, dove si organizzano festini hard diurni con adulti che li torturano e stappano bottiglie di spumante di cui la vittima ricorda addirittura la marca. I carabinieri non trovano nessun riscontro, ma nel frattempo i racconti si moltiplicano. Così, un gruppo di genitori decide di fare indagini domestiche. Nei loro salotti si gioca alla “scuola materna” e si chiede ai bambini di prendere delle stelle filanti per purificare le zone contaminate dalle maestre cattive. “È lì che ti ha leccata la maestra?”, insistono i genitori. Un padre che non riesce ad avere risposte adeguate, si improvvisaabusatoree gonfia un preservativo per capire se sua figlia abbia mai visto un pene in erezione. I bambini vengono obbligati a ripercorre con la memoria e con i gesti le presunte molestie subite e si fatica a capire dove inizia il racconto dei bambini e dove finisce la ricostruzione degli adulti. Una madre vede suo figlio che a casa si mette in posa e induce i magistrati a cercare nei siti pedo-pornografici le sue fotografie. Viene ingaggiato don DI NOTO, che però non trova nulla. Il processo si conclude con la condanna di una maestra per “eccesso di abusi di correzione”.

Per evitare di obbligare i giudici a dover archiviare i procedimenti perché le prove sono state contaminate, bisogna eliminare dai processi consulenti apprendisti stregoni e usare molta cautela”, conclude l’avvocatessa NEGRI. Un concetto ribadito ieri da don DI NOTO, che ha invitato le famiglie assalite dai dubbi amletici di “affidarsi a chi possa accertare i fatti con competenza e professionalità”.


IL FOGLIO

(Del 5/5/2007 Pagg. VI - VII)

IL TAXI DI MILANO, LA SCUOLA DI BRESCIA, LA FAMIGLIA DI BIELLA E GLI STRANI ERRORI GIUDIZIARI NELLA SACROSANTA LOTTA ALLA PEDOFILIA

 di Cristina GIUDICI

Quando il Consiglio superiore della magistratura aprì un’inchiesta sui metodi d’indagine del pm Pietro FORNO, pioniere della lotta giudiziaria alla pedofilia sospettato di affidarsi a una rete di psicologi che aderivano alla tesi dell’accusa (e di fabbricare vittime da immolare sui giornali prima che nei tribunali), era il marzo del 2001. Allora chi esprimeva riserve sul modus operandi inventato da FORNO veniva tacciato di garantismo peloso, mentre il pm accusava chiunque gli remasse contro di stare dalla parte dei criminali pedofili. Oggi le cose stanno cambiando: le assoluzioni si moltiplicano, i dubbi diventano macigni, gli editorialisti hanno abbassato i toni. Ma facciamo prima un po’ di cronistoria. Il caso del taxista milanese Marino VIOLA, messo alla gogna per aver violentato la figlia e poi assolto nel 2000, dopo quattro anni di indagine, suscitò molto clamore. A FORNO, sollevato dall’indagine, subentrò un altro pm, Tiziana SICILIANO, la cui requisitoria per chiedere l’assoluzione del taxista dovrebbe entrare nei manuali di giurisprudenza. La perizia della psicologa consulente che aveva fatto 358 accertamenti per conto di FORNO, Cristina MAGGIONI, e che aveva riscontrato una violenza sessuale mai avvenuta, fu spiegata così dal pm Tiziana SICILIANO: “Siamo di fronte alla discesa negli inferi (…) Viene da chiederci se (Cristina MAGGIONI) sia solo incompetente o anche in malafede (…) il sistema con cui sono state raccolte le dichiarazioni è inutilizzabile, l’intervista della bambina non è mai registrata, sono perizie, queste, fatte da gente che dovrebbe cambiare mestiere…”. Nel 1999 Salvatore LUCANO (il pm era sempre FORNO) viene accusato di aver violentato sia la cugina minorenne che la figlia. La prova? Un disegno della figlia, che dopo l’interrogatorio subito da una psicologa disse: La signora mi ha detto che devo disegnare un fantasma e chiamarlo pisello”. Durante il processo la psicologa aveva scritto questo appunto: Con FORNO rimango d’accordo che mi farò bastare gli elementi che ho, se non riuscirò a produrre un minimo di alleanza con la teste, mi sembra inutile sottoporla a un esame psicologico, che sarebbe controproducente…”. Un anno prima il calvario era toccato a due coniugi modenesi. Accusati di messe nere e riti satanici, omicidi di bambini. Un’inchiesta che aveva portato ad altre indagini e che era finita con il suicidio della madre e la morte di un prete, don Giorgio GOVONI, colpito da un infarto dopo la sentenza di condanna di 14 anni di carcere. Prima di sapere che il processo sarebbe finito con l’assoluzione. Dei recenti processi per pedofilia che hanno messo sul banco degli imputati diverse maestre d’asilo a Brescia, a Torino, a Verona, e tutti conclusosi con l’assoluzione, IL FOGLIO ne ha già parlato recentemente. Ma prima del panico morale, che sembra essersi diffuso, a torto o a ragione, negli asili, gli errori giudiziari sono stati diversi. L’ultimo, a Reggio Emilia, ha portato addirittura un pm a fare pubblica ammenda in tribunale dove era finito un uomo che aveva aiutato una bimba a scendere dalla giostra in un parco. “C’è stato un errore all’origine”, ha dichiarato il sostituto procuratore della Repubblica Giampiero NASCIMBENI. “Se al momento di prendere la decisione di arrestare l’imputato, avessi avuto tutti gli elementi a disposizione, non lo avrei mandato in carcere”. I casi di assoluzione sono così tanti che citarli tutti è impossibile. Il primo, clamoroso, riguarda un’intera famiglia biellese che si è suicidata, nel 1996. Papà, mamma e i nonni: morti nella loro automobile con il gas di scarico e un biglietto lasciato sul parabrezza: “Quattro innocenti uccisi dalla giustizia”. Erano stati accusati di aver violentato i loro figli, e nipoti. Stessa storia a Milano, nel 2003 per un professore di musica: i suoi allievi si erano inventati un falso abuso. Prima che scoppiasse una sorta di epidemia negli asili, i casi di abusi sessuali riguardavano spesso le separazioni coniugali: quasi sempre mogli che dopo il divorzio, durante la battaglia per l’affido dei figli, si ricordavano improvvisamente strani avvenimenti accaduti anni prima e raccontavano molestie subite dai figli dall’ex marito. Anche in questo campo d’indagine, le archiviazioni e le assoluzioni sono state parecchie. Il nocciolo del problema pare essere innanzitutto il metodo d’indagine giudiziaria. Nel 1990 Pietro FORNO fonda il primo pool di esperti che dopo i numerosi (e clamorosi) errori giudiziari furono soprannominati gli abusologi. La formula era semplice: grande show per gli arresti, con sirene spiegate della polizia che arrivavano all’alba per prelevare un minore; utilizzo degli stessi esperti che aderivano alle accuse del pm (che una volta dichiarò: Potrei scrivere il verbale ancora prima di sentire l’imputato) e lavoravano nei centri a cui venivano affidati i minori tolti alle famiglie (e prendevano rette dagli enti locali di 5 milioni di vecchie lire). Nel 2000 il pool di FORNO fu smantellato e lui venne trasferito a Torino. I suoi insegnamenti, diffusi in tutt’Italia grazie anche ai corsi di formazione tenuti dagli abusologi che intitolavano i loro convegni Come abusare sessualmente dei bambini e non prendersi mai la colpa, hanno fatto scuola.

Negli asili la questione appare ancora più complicata. Alla presenza di psicologi poco competenti, si aggiunge il bricololage domestico di genitori angosciati e terrorizzati che si improvvisano detective, fanno indagini private sui loro figli e contaminano i loro ricordi che alla fine sembrano non riuscire più a distinguere la realtà dalla fantasia. Ora però si può contare su una vasta letteratura di esperti che hanno esaminato un’ampia gamma di errori giudiziari. Ormai ci sono schiere di specialisti, incaricati di svelare i falsi abusi, montagne di controperizie che invitano alla cautela nel campo della ricostruzione di fatti, che parlano delle trappole della memoria, che spiegano come fare interrogatori neutrali, senza esercitare alcuna pressione sui minori per non screditare con processi sommari la legittima e doverosa lotta alla pedofilia. Sì, perché molti di questi processi, soprattutto quelli che riguardano bambini piccoli, hanno una caratteristica comune: la mancanza dei riscontri clinici. E la labile ricostruzione dei fatti. Lo spiega bene in una perizia dello psichiatria torinese Mario ANCONA, che ha fatto una consulenza per l’avvocatessa Elena NEGRI riguardo a un caso di separazione: il marito accusato dalla moglie di aver molestato la figlia è stato assolto. “È come se l’intervistatore fosse un chirurgo, che deve entrare in una sala operatoria, sterilizzata, e non deve contaminare l’ambiente”, ha scritto ANCONA “Gli studi evidenziano quanto sia fragile la traccia mnestica che può essere facilmente stravolta. E infatti una volta che ciò sia avvenuto è impossibile ricostruire la situazione originale. Ci sono evidenze che testimoniano come alcuni bambini siano in grado di rievocare l’esperienza traumatica in modo accurato, ma vi sono anche dati importanti che sottolineano quanto i bambini tendano a dire ciò che l’esaminatore vorrebbe sentirsi dire, ci sono anche evidenze che i bambini possano mentire. La verità e la realtà, viste attraverso il filtro dei ricordi non sono mai oggettive ma interpretazioni soggettive, anzi tendono a correggere il passato. Bisogna sapere che la suggestionabilità è altissima fra i tre e quattro anni, media fra i sei e i sette, minore dopo i nove anni”. Su questo punto infatti ci sono due scuole di pensiero. Quella capeggiata dal prete siciliano don Fortunato DI NOTO, che da anni ha ingaggiato una sfida internazionale contro la pedopornografia, ha vinto molte battaglie contro il racket internazionale dei pedofili (e ha espresso molte riserve davanti agli ultimi sommari procedimenti giudiziari negli asili bresciani) che invita alla cautela e alla professionalità. E quella sostenuta dagli eredi e seguaci di FORNO, che fanno riferimento al CISMAI, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia, che invece si considerano paladini (e giustizieri) dei minori e considerano amici dei pedofili chiunque li critichi. Le linee guida per l’esame dei minori in caso di abuso sessuale, la Carta di Noto, ispirata alla Convenzione sui diritti dei fanciulli firmata a New York nel 2000 si basa su alcuni semplici principi. “La valutazione psicologica non deve implicare l’accertamento del fatto giudiziario, si legge nella Carta di Noto (sembra un dettaglio ma è un fattore fondamentale visto che in molti processi i giudici non hanno mai interrogato i minori, se non durante un’unica audizione protetta, ma si sono basati sui fatti ricostruiti dagli psicologi). Ogni conversazione si deve videoregistrare e bisogna evitare domande che possano compromettere la spontaneità della risposta. I sintomi del disagio manifestati dal minore non possono essere considerati come indicatori specifici di abuso sessuale ma possono derivare da conflitti familiari o da altre cause. Così come l’assistenza psicologica del minore deve essere affidata a un consulente esterno alle attività giudiziarie. Insomma quello che conta non è quel che un minore ha detto, ma come è arrivato a dirlo. Mentre la filosofia opposta si basa sulla figura del testimone soccorrevole, come ha spiegato uno degli psicologi del centro torinese HÄNSEL E GRETEL, che fa capo al CISMAI. “Colui che ascolta in modo empatico e attivo prende sul serio la rivelazione di un bambino su un abuso sessuale, si trova coinvolto in un’impegnativa identificazione con la vittima di cui è testimone soccorrevole. Colui che ascolta empaticamente la vittima non deve sentirsi colpevole in senso persecutorio della violenza di cui è testimone, ma colpevole in senso depressivo, perché è anche lui colpevole cittadino della comunità umana in cui avvengono certe violenze, è chiamato a prendere le distanze da un’immagine idealizzata ed angelica dell’essere umano e a prendere atto depressivamente che la realtà umana è più spiacevole di come l’abbiamo immaginata; è chiamato a ricordarsi che i genitori possono fare del male ai loro figli, e che noi siamo una specie potenzialmente distruttiva nei confronti dei nostri cuccioli”. A proposito, a Torino il capo del pool di esperti che si occupano di abusi sessuali sui minori si chiama Pietro FORNO.