Sappiamo bene che la pedofilia
è un vizio orrendo, un crimine ripugnante molto antico e
severamente condannato. Disse Gesù Cristo: «Chi avrà
scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me,
meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da
mulino e fosse sommerso nel fondo del mare» (Matteo, 18,6).
Contrariamente a quel che si
racconta, il Salvatore non era affatto un buonista.
E, ancora oggi, chi corrompe i
bambini suscita il meritato ribrezzo delle moltitudini. Però
ci vuole un minimo di prudenza.
Intorno a questo pericolo,
s’arroventa un allarme sociale che minaccia di produrre
vittime innocenti. Ormai è difficile accarezzare un bambino
senza rischiare il linciaggio.
Ciò è già avvenuto molte volte,
in Italia, dove qualcuno s’è anche ammazzato, perché non
sopportava l’infamia delle calunnie.
In Portogallo e in Belgio,
troppe famiglie sono state devastate da false accuse, da
giudizi sommari che hanno infamato intere città, intere
regioni.
E adesso tocca alla Francia,
cioè al Paese chiamato Outreau, dove si sono abbattute le
complici apocalissi dei giudici e dei mass media.
Perché, in seguito alle denunce
di qualche ragazzino, una comunità è stata svergognata con
il marchio della pedofilia. Tredici cittadini sono stati
incriminati (uno di loro s’è ucciso), trenta bambini sono
stati sottratti ai genitori e affidati ai servizi sociali.
Molti innocenti hanno perso il
lavoro e il rispetto dei vicini.
S’è parlato perfino di «una
rete internazionale di pedofili», con base a Outreau, e di
stretti legami con il famigerato Belgio che, grazie alle tv,
è diventato il simbolo dei peggiori abusi sessuali nei
cervelli di tanti telespettatori.
Che cosa accade, nella piccola
Outreau? Qualche bimbo ha ritrattato le accuse, confessando:
«Ho detto bugie». Tra i presunti pedofili, otto sono stati
scagionati con tante scuse, ma le loro vite sono state
distrutte.
La sorte degli altri è appesa a
qualche testimonianza minorile. È ancora imputato
anche un «prete operaio», l’abate Dominique Wiel, che si
proclama innocente. Lui giocava a bocce e a ping pong con i
ragazzi. E adesso dice: «Tutto quello che nella mia vita mi
sembrava normale, è diventato sospetto. Ora capisco che
chiunque mi può ferire». Per carità, nessuno sostiene che
questo sacerdote abbia ragione. Ma bisogna pur ammettere che
la famosa «presunzione d’innocenza», garantita dalle nostre
leggi, subisce una clamorosa sconfitta, quando le facce e i
nomi dei (probabili?) rei vengono spalmati sui teleschermi.
La pedofilia è odiosa.
Ma micidiale può essere anche
la cultura del sospetto diffuso, la caccia ai criminali
che non esistono, il massacro morale di tanti innocenti.