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L'articolo del Messaggero ci impone una profonda riflessione su quanto accade nelle separazioni coniugali, perché chi ne fa le spese sono i bambini.

L'ipocrisia della suprema difesa del minore si riversa come un fiume in piena sulle vittime indifese, facendo credere che sono stati abusati e che debbano essere strappati dalle loro famiglie.

Non dimentichiamo che un terzo della popolazione italiana (21 milioni) è coinvolta, direttamente o indirettamente, nelle separazioni tra coniugi.

Forse è il momento di reagire e riformare un sistema che rischia di sfasciare l’intero tessuto sociale.

 


 

Venerdì 25 Luglio 2008

 

di PAOLA ANCORA

 

ROMA - Un matrimonio finito, un figlio, ed una falsa accusa di abusi rivoltagli dalle ex moglie per ottenere l'affidamento esclusivo del piccolo. Questa è la storia di Carlo, 40 anni, imprenditore torinese, e di suo figlio Andrea. I nomi sono inventati per proteggere la loro privacy, violentata già nel 2005, quando l'amore fra Carlo e sua moglie si consumò. «Da allora è cominciato un calvario, anche mediatico, per me e per il mio bambino - dice Carlo - cui mia moglie, come hanno provato i carabinieri fasce deboli del Tribunale di Torino, prometteva monetine e dolci se avesse detto che abusavo di lui». Andrea e Carlo, che oggi fa parte dell'associazione Padri Separati di Torino, sono stati lontani per nove mesi. «I più lunghi della mia vita», dice. Oggi vivono insieme, uniti. Ed affrontano i traumi subiti da Andrea con l'aiuto dei servizi sociali della Asl. Di storie come quella di Carlo ce ne sono tante. Ed aumentano ogni giorno.

Non esistono però statistiche o studi per dare consistenza, e soluzioni, alle tragedie quotidiane affrontate da adulti e bambini. Non esiste, lo dice l'Unione europea, neanche un'adeguata normativa sul tema.

Dal 2006, da quando cioè la legge italiana prevede, nei casi di divorzio, l'affidamento congiunto dei figli, «accade spesso che, utilizzando la legge, uno dei due genitori tenti di abusare di un diritto», spiega Raffaella Pini, avvocato dello studio Bernardini De Pace di Milano. Tra le eccezioni alla regola dell'affidamento congiunto infatti c'è il caso in cui uno dei due genitori ha abusato dei figli. L'ultima indagine Istat afferma che i divorzi aumentano del 5% all'anno. Secondo le rilevazioni fatte dall'associazione Ex, pubblicate da Telefono azzurro, e relative ai risvolti penali nei divorzi, sono 33.822, l'86% del totale, i casi di separazione accompagnati da una querela per abusi o per altri delitti.

Si va dalla calunnia alla sottrazione di minore, dal mancato rispetto delle ordinanze alla violenza sessuale, agli abusi sui figli appunto.

In 22.986 casi i genitori si accusano a vicenda, usando i figli come mezzo di rivalsa sull'altro. E, come conferma il Centro di documentazione falsi abusi sui minori, la metà delle denunce di violenza sui bambini si rivela poi infondata.

Circa nell'80% dei matrimoni si tenta la strada del divorzio. «Nel 20% dei casi, la coppia desiste perché separarsi costa troppo», spiega Maria Luisa Missiaggia, avvocato mediatore familiare, figura nuova nel panorama forense italiano che aiuta le coppie a trovare un accordo favorevole ad entrambi i genitori. Spesso, il denaro tiene insieme, quindi, i cocci di una storia finita.

Carlo invece, per dimostrare la sua innocenza e riavere suo figlio, ha speso tutto ciò che aveva.

Le associazioni di genitori separati, sorte numerose e spontanee in Italia, puntano l'indice contro periti e consulenti dei processi, a loro avviso impreparati, poco etici e professionali.

Per Vittorio Apolloni, presidente del Centro Documentazione falsi abusi su minori, «ci deve essere una radicale riforma del sistema dei servizi sociali e una revisione delle procedure di colloquio e perizia sui bambini vittime di presunti abusi».

In Italia accade spesso che, per fare un esempio, «chi è ingegnere civile sia incaricato di progettare un computer», spiega Giuliana Mazzoni, docente di psicologia della memoria all'University of Hunl nello Yorkshire, in Gran Bretagna ed esperta internazionale sul tema. «Provocare distorsioni nella memoria dei bambini - dice - è facilissimo. E c'è del vero nelle accuse di poca professionalità rivolte ai periti italiani». Eppure esiste la Carta di Noto, ossia un codice su come raccogliere la testimonianza dei bambini. Il problema è che «spesso - spiega la Mazzoni - nessuno verifica il rispetto di quella carta, che andrebbe aggiornata».

Nel '96, in Gran Bretagna, il ministero dell'Interno inglese ha istituito un comitato di esperti per redigere linee guida aggiornate. «Se non vengono rispettate il tribunale non accetta le prove portate a carico del presunto abusatore».

 

 

di MARIDA LOMBARDO PIJOLA

 

ROMA- Il nome del suo papà, Laura lo ha sussurrato alla mamma in un orecchio, per non farsi sentire dal fratellino, o forse per non sentire la sua stessa voce, perché un sussurro è meno di una voce, e fa sembrare un nome un po’ meno legato a un volto, a una persona. Aveva otto anni, Laura, quando ha raccontato alla mamma quel che le faceva papà sin da quando lei portava i pannolini, a casa e in altri luoghi, come l’appartamento «di un uomo cattivo» dove si facevano «quei brutti giochi», e c’erano anche altri bambini, e altri adulti, e si facevano le foto e i filmini, e tutte le altre cose spaventose che possono muoversi nella densità di un’ombra, di un ricordo che non si riesce ad affrontare, un incubo infantile, dal quale è difficile estrarre lineamenti, certezze, la forma precisa di un dolore, per poterlo rimuovere, prima che vada in metastasi. Laura, (nome di fantasia, come gli altri di bimbi che useremo), non ha ancora rimosso, neanche adesso, che di anni ne ha quattordici, e che una psicologa del Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia, Francesca De Gregorio, le ha spiegato a lungo come puoi rompere la bolla di angoscia in cui sei segregata, e che ce la puoi fare, anche se, com’è accaduto a lei, possono occorrere anni. Laura è riuscita finalmente a farla scoppiare l’altro giorno, la sua bolla, quando ha saputo che avevano arrestato suo padre, dopo la conferma della condanna in Cassazione. Allora, per la prima volta, ha chiesto alla mamma di poter invitare a casa le sue amiche, e la mamma ha forzato le labbra in un sorriso, sorridere non le riesce bene, dopo sette anni. Ora sorride di nuovo, sorride solo un po’, perché gli altri pedofili non li hanno mai trovati, e nessuno ha voluto occuparsi del suo caso tranne il Centro, e il suo ex marito ha ottenuto il minimo della pena tra patteggiamenti e indulto. Come peraltro, secondo un’indagine della ricercatrice Giuliana Olzai, accade nella stragrande maggioranza delle condanne per pedofilia. Nel caso del piccolo Piero, il sorriso lo ha perso, invece, il suo papà, accusato di abusi a suo figlio dall’ex moglie, ma erano menzogne, e lui aveva un bimbo che adesso non ha più: ha un figlio adolescente che non conosce, perché non lo vede da nove anni. L’ex moglie è scappata portandolo con sè, dopo che una perizia ha stabilito che Piero non era stato mai abusato. Da allora, nessuno li ha più visti. Accade spesso. Menzogne spudorate, agguati coniugali che possono rovinare la vita a un genitore, oppure richieste d’aiuto di bambini che cadono nel vuoto di un tempo indefinito, che può durare sette, dieci anni, lungo una via crucis di uffici, di perizie, di burocrazia, di parole fredde e personaggi opachi che non sanno rispondere al dolore. Bimbi abusati e genitori calunniati. Dolori rovesciati e opposti, tenuti assieme dal cordone sfibrato dei legami famigliari, quando producono cancrene. Luigi Cancrini, direttore del Centro Aiuto, convenzionato con il dipartimento minori del Comune di Roma, allo scopo di fornire consulenza e assistenza ai servizi sociali e al Tribunale nei casi di bimbi maltrattati, ora racconta: «Da qualche tempo aumenta vertiginosamente la quantità di abusi famigliari che ci segnalano. Ne abbiamo ricevuti un’ottantina solo negli ultimi sei mesi, su una media precedente di circa cento all’anno. Arrivano quasi tutti dai tribunali civili, nell’ambito di casi di separazione con affido condiviso. Per metà sono fondati, per l’altra si tratta di menzogne di un genitore contro l’altro». E così l’affido condiviso, che con quell’aggettivo prometteva formule di armonia post­coniugale, non solo non ha mantenuto le promesse, ma è scivolato dentro un paradosso: la miccia di un ordigno. «Viene applicato anche nei casi di rapporti conflittuali, e il figlio diventa una proprietà contesa tra i genitori, come può essere la casa». Già, i genitori. Sono loro i responsabili della maggior parte di cinquecentosedici casi di maltrattamenti arrivati al Centro dal ’98 a oggi, per trascuramento e incuria, (25 per cento), vessazioni psicologiche, (21,23 per cento), violenza alla quale i bambini hanno assistito, (16,70), abuso sessuale, (10,98), maltrattamento fisico, (10, 50). Sono stati i genitori praticare l’ottanta per cento degli abusi sessuali sui figli, e la quasi totalità degli altri maltrattamenti. Come il padre e la madre di Angela, due anni, che entrava e usciva dagli ospedali per perdite di sangue dal naso e dalla bocca, e infine quei due hanno confessato che la picchiavano, da quando aveva un anno. E la madre di Filippo e Caterina, che ha abusato di loro assieme a suo fratello quando erano piccolini, e un po’ alla volta i fratellini sono riusciti a raccontarlo alla psicologa, e ora vivono da sette anni in Casa Famiglia, e mamma e zio sono soltanto un brutto sogno, di quelli che ti svegli e non è vero niente, meno male, anche se sai che prima o poi quel sogno lo rifarai di nuovo. E quanti Piero e Laura, Giulia, Filippo e Caterina, bimbi smarriti nel proprio disagio come nel bosco Pollicino, a cercare briciole di affetto, di cure, di attenzioni, di certezze, a riempire di storie e di dolore certi numeri inquietanti. Violenze che durano, nel sessanta per cento dei casi, da più di quattro anni. Che, nel novanta per cento dei casi, nessuno ha mai certificato. Che, nella maggioranza dei casi, sono iniziate quando il bambino aveva tra i quattro e i sei anni. Abusi sessuali commessi in quasi metà dei casi dal padre; che il cinquantotto per cento delle volte non durano da meno di tre anni; che vengono perpetrate, nell’ottantuno per cento dei casi, sulle femmine. Ecco cosa affiora sulla superficie di un immenso fiume di dolore che scorre nelle stanze del Centro tutti i giorni, «e alla fine i bimbi cominciano a fidarsi», «raccontano», «piangono», «abbandonano i sensi di colpa», «si lasciano aiutare». C’è tutto negli occhi di Ester, Eliana, Chiara, Giulia, Antonella e tutte le altre, quel grande dolore, se lo portano a casa quando è sera, depositato nel cuore con tutte le domande dei bambini, quelle esternate e quelle non, quelle per la quali le risposte non bastano mai.