Non lasciamoli soli
Quattordici nostri concittadini
incensurati e con condotte di vita
normali, mai contestati in ambito
lavorativo, si trovano improvvisamente
coinvolti in inchieste e processi
inverosimili, minacciati nella
serenità degli affetti familiari,
infangati nella loro immagine personale
e professionale e tenuti costantemente
sotto una pressione colpevolizzante. Li
additano a banda di pedofili. In
realtà hanno solo svolto il loro dovere.
Chi li giudica come criminali non li ha
nemmeno voluti conoscere, ma vuole farci
pensare a loro come orchi divoratori di
bambini. In realtà sono solo padri e
madri di famiglia come tanti di noi,
spaventati per l’accanimento con cui
sono perseguitati, spaventati per il
loro futuro e per il futuro dei loro
figli, smarriti nel dolore di chi vede
improvvisamente stravolto il proprio
percorso esistenziale con esiti
drammatici.
Intercettazioni, controlli, pedinamenti,
perquisizioni: hanno passato la loro
vita privata sotto la lente di
ingrandimento, hanno tenuto sequestrati
per lungo tempo perfino i raccoglitori
con le foto dei ricordi più cari. Le
vacanze, i figli che crescono, una festa
di compleanno. Hanno cercato senza
trovare nulla, perché nulla vi era da
trovare. Hanno anche incarcerato
alcuni di loro dicendo che erano
pericolosi. Se speravano in una
confessione, questa non c’è stata,
perché nulla vi era da confessare.
Infine si sono serviti dei consulenti,
attingendo al solito giro dei tecnici di
“fiducia”. L’ascolto dei minori è oggi
un campo privo di regole dove,
nell’attesa di un disegno di legge
in grado di stabilire norme, protocolli
e professionalità, vengono chiamati a
occupare posizioni di rendita personaggi
spesso modesti sotto il profilo
dell’analisi clinica, ma funzionali
a sostenere con il marchio della
“scienza” l’iniquo sistema
accusatorio che si è andato
formando. Partendo da tesi
precostituite e in mancanza di
riscontri, si utilizza in maniera
surrettizia l’esito delle consulenze per
sostenere fatti mai accaduti.
Forzando il significato di generici
segni di disagio questi “esperti”
agitano dubbi e parlano di compatibilità
ben sapendo che in realtà la psicologia
non possiede gli strumenti per
accertare se un bambino è stato abusato.
Violando le norme più elementari del
diritto hanno creato l’unico reato per
cui non è necessaria la prova,
bastano le sensazioni personali. I
troppi danni causati da queste
consulenze rimangono spesso confinati
nel riserbo di un dolore privato e solo
in occasione di fatti clamorosi riescono
ad essere portati all’attenzione
dell’opinione pubblica.
I fatti
lo indicano chiaramente: non
esistono nè fotografie nè filmati di
abusi compiuti su alcun bambino. Non
c’è stato alcun arricchimento indebito.
Non ci sono tracce di
collegamenti internet. Non è
stato trovato nulla nella vita degli
indagati che possa avvallare questa
accusa. Nessun testimone ha mai
visto movimenti sospetti di bambini che
entrano ed escono dalla scuola o da
appartamenti. Non è mai stato
trovato alcun complice esterno. I
pediatri di famiglia che hanno visitato
questi bambini non hanno mai
trovato tracce di violenza.
E’ bene
che si sappia come è nata questa accusa
assurda. Non è vero che alcuni
bambini, tornando a casa da scuola,
hanno confidato ai genitori cose
terribili. Tutto è iniziato dalla
consulenza privata della neuropsichiatra
M.P. che ipotizzò un abuso per tentare
di spiegare ai genitori le paure
notturne di una bambina, facendo così
partire la prima indagine. In seguito,
timori e sospetti si diffonderanno
ovunque nelle scuole materne generando
altre denunce, interpretate in
maniera univoca dal Pubblico
Ministero A.C. come l’indizio
dell’esistenza di una banda di pedofili.
La mole
degli incartamenti che è andata
formandosi è piena di verbali prodotti
da genitori che interrogano
incessantemente i figli con domande
suggestive, insistenti, induttive
in una sorta di discutibile terapia
liberatoria del dramma. Siamo dinanzi a
uno stato emozionale collettivo che
pretende di per se stesso di diventare
verità e prova, generato solo dalle
angosce di genitori che proiettano ed
esorcizzano le loro paure nei racconti
dei bambini. Questo è un fenomeno di
psicosi già descritto in letteratura.
Simili casi giudiziari rivelatisi poi
falsi abusi sono già accaduti e
sono ampiamente documentati.
Va
ricordato che il pagamento di 280.000
euro, stabilito dalla sentenza di primo
grado e versato ad una famiglia, è un
modo scandaloso di gettare al vento il
denaro dei cittadini. Siamo in
attesa della sentenza definitiva e della
restituzione. Nel frattempo è dovere dei
cittadini controllare il percorso di
questo denaro pubblico indebitamente
versato.
Pedofilia nelle scuole
materne? All’interno delle istituzioni,
all’interno dei palazzi di giustizia e
delle forze dell’ordine, in molti sono
perplessi: hanno capito che nelle
scuole materne non sono avvenuti abusi.
Ci vorrebbe, semplicemente, più
coraggio. Il coraggio di ammettere
che, mossi da istintiva solidarietà nei
confronti dei bambini, è stato
commesso un clamoroso errore di
valutazione.
il comitato “Liberi Nella Verità”
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