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APPELLO ALLA CITTA'

 

 

 

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Il seguente appello, prodotto dal Comitato Liberi nella Verità,

è attualmente in distribuzione nella città e nella provincia di Brescia.

 

Ne sono stati prodotti oltre 50.000

 

Il notevole sforzo organizzativo e logistico del Comitato "Liberi nella Verità" consentirà a tantissimi bresciani di ricevere direttamente nelle loro case una serie di informazioni indispensabili per comprendere come è nato e come si è sviluppato un errore di valutazione così clamoroso.

 

Non lasciamoli soli

 

Quattordici nostri concittadini incensurati e con condotte di vita normali, mai contestati in ambito lavorativo, si trovano improvvisamente coinvolti in inchieste e processi inverosimili, minacciati nella serenità degli affetti familiari, infangati nella loro immagine personale e professionale e tenuti costantemente sotto una pressione colpevolizzante. Li additano a banda di pedofili. In realtà hanno solo svolto il loro dovere. Chi li giudica come criminali non li ha nemmeno voluti conoscere, ma vuole farci pensare a loro come orchi divoratori di bambini. In realtà sono solo padri e madri di famiglia come tanti di noi, spaventati per l’accanimento con cui sono perseguitati, spaventati per il loro futuro e per il futuro dei loro figli, smarriti nel dolore di chi vede improvvisamente stravolto il proprio percorso esistenziale con esiti drammatici.

Intercettazioni, controlli, pedinamenti, perquisizioni: hanno passato la loro vita privata sotto la lente di ingrandimento, hanno tenuto sequestrati per lungo tempo perfino i raccoglitori con le foto dei ricordi più cari. Le vacanze, i figli che crescono, una festa di compleanno. Hanno cercato senza trovare nulla, perché nulla vi era da trovare. Hanno anche incarcerato alcuni di loro dicendo che erano pericolosi. Se speravano in una confessione, questa non c’è stata, perché nulla vi era da confessare. Infine si sono serviti dei consulenti, attingendo al solito giro dei tecnici di “fiducia”. L’ascolto dei minori è oggi un campo privo di regole dove, nell’attesa di un disegno di legge in grado di stabilire norme, protocolli e professionalità, vengono chiamati a occupare posizioni di rendita personaggi spesso modesti sotto il profilo dell’analisi clinica, ma funzionali a sostenere con il marchio della “scienza” l’iniquo sistema accusatorio che si è andato formando. Partendo da tesi precostituite e in mancanza di riscontri, si utilizza in maniera surrettizia l’esito delle consulenze per sostenere fatti mai accaduti. Forzando il significato di generici segni di disagio questi “esperti” agitano dubbi e parlano di compatibilità ben sapendo che in realtà la psicologia non possiede gli strumenti per accertare se un bambino è stato abusato. Violando le norme più elementari del diritto hanno creato l’unico reato per cui non è necessaria la prova, bastano le sensazioni personali. I troppi danni causati da queste consulenze rimangono spesso confinati nel riserbo di un dolore privato e solo in occasione di fatti clamorosi riescono ad essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica.

I fatti lo indicano chiaramente: non esistono nè fotografie nè filmati di abusi compiuti su alcun bambino. Non c’è stato alcun arricchimento indebito. Non ci sono tracce di collegamenti internet. Non è stato trovato nulla nella vita degli indagati che possa avvallare questa accusa. Nessun testimone ha mai visto movimenti sospetti di bambini che entrano ed escono dalla scuola o da appartamenti. Non è mai stato trovato alcun complice esterno. I pediatri di famiglia che hanno visitato questi bambini non hanno mai trovato tracce di violenza.

E’ bene che si sappia come è nata questa accusa assurda. Non è vero che alcuni bambini, tornando a casa da scuola, hanno confidato ai genitori cose terribili. Tutto è iniziato dalla consulenza privata della neuropsichiatra M.P. che ipotizzò un abuso per tentare di spiegare ai genitori le paure notturne di una bambina, facendo così partire la prima indagine. In seguito, timori e sospetti si diffonderanno ovunque nelle scuole materne generando altre denunce, interpretate in maniera univoca dal Pubblico Ministero A.C. come l’indizio dell’esistenza di una banda di pedofili.

La mole degli incartamenti che è andata formandosi è piena di verbali prodotti da genitori che interrogano incessantemente i figli con domande suggestive, insistenti, induttive in una sorta di discutibile terapia liberatoria del dramma. Siamo dinanzi a uno stato emozionale collettivo che pretende di per se stesso di diventare verità e prova, generato solo dalle angosce di genitori che proiettano ed esorcizzano le loro paure nei racconti dei bambini. Questo è un fenomeno di psicosi già descritto in letteratura. Simili casi giudiziari rivelatisi poi falsi abusi sono già accaduti e sono ampiamente documentati.

Va ricordato che il pagamento di 280.000 euro, stabilito dalla sentenza di primo grado e versato ad una famiglia, è un modo scandaloso di gettare al vento il denaro dei cittadini. Siamo in attesa della sentenza definitiva e della restituzione. Nel frattempo è dovere dei cittadini controllare il percorso di questo denaro pubblico indebitamente versato.

            Pedofilia nelle scuole materne? All’interno delle istituzioni, all’interno dei palazzi di giustizia e delle forze dell’ordine, in molti sono perplessi: hanno capito che nelle scuole materne non sono avvenuti abusi. Ci vorrebbe, semplicemente, più coraggio. Il coraggio di ammettere che, mossi da istintiva solidarietà nei confronti dei bambini, è stato commesso un clamoroso errore di valutazione.

 

il comitato “Liberi Nella Verità”