|
|
|
|
Gruppo Consiliare Popolo della Libertà-Alleanza Nazionale CONFERENZA STAMPA in collaborazione con il MOVIMENTO ASSOCIATIVO Cresco a Casa sul tema LA SOTTRAZIONE COATTA DI MINORI E I FALSI ABUSI
Giovedì 16 aprile 2009 ore 12,00 Sala dei Presidenti Consiglio regionale piemontese Via Alfieri, 15 - Torino Perché non vi siano più bambini orfani con genitori in vita. *****
INFANZIA INDIFESA IL CASO - I dati dell’Osservatorio della Regione Piemonte Oltre 3.000 bambini “rapiti” alla famiglia da giudici e psicologi Solo il 10% dei casi riguarda violenze e abusi Mantenerli nelle comunità costa 35 milioni di Liliana CARBONE «Sua figlia ha disturbi dell’attenzione in classe e crediamo che il motivo sia legato alla sua impossibilità di seguirla appieno o alla sua “inidoneità genitoriale”». In parole poverissime, il bambino è lasciato allo sbando e il papà o la mamma non sono genitori come dovrebbero. A qualunque genitore, se in buona fede, un discorso di questo tipo farebbe gelare il sangue. Eppure capita pure questo a padri e a madri che vedono sottrarsi i figli senza un oggettivo motivo, diverso da maltrattamenti, abusi sessuali, condizioni economiche precarie, abbandono. Secondo i dati dell’Osservatorio per l’infanzia della Regione Piemonte e dell’assessorato alle Politiche sociali per la maggior parte dei casi (76,8%) gli allontanamenti dei minori non avvengono per fatti gravi ma per valutazioni “soggettive”. Si parla cioè di “incapacità genitoriale” o di “metodi educativi non idonei” o ancora di “impossibilità dei genitori a seguire i figli”, che sono croci o appellativi che si portano sulle spalle la grande maggioranza di padri e madri, nonché fenomeno in crescita, tanto che dal 2000 a oggi è aumentato del 20-30%. I minori, invece, allontanati per motivi “oggettivi” sono orfani (3,63%), in stato di abbandono (9,81%) oppure maltrattati (4,72%). «Per tutti gli altri ci sarebbero degli allontanamenti impropri verso comunità o in famiglie affidatarie - denunciano le associazioni che hanno aderito al Movimento “Cresco a casa”, nato come manifesto associativo per impedire i cosiddetti “allontanamenti impropri dei bambini” - e che oltre a provocare disagio per le famiglie e per gli stessi minori, hanno anche un costo enorme». 3.500 SENZA FAMIGLIA Nella nostra Regione 3.498 minori nel 2006 risultavano allontanati dalle loro famiglie naturali: di questi 2.319 erano in stato di affido familiare e 1.179 vivevano presso comunità della Regione. I minori comunitari ed extracomunitari allontanati risultano il 10%. «Quanto costa ai cittadini piemontesi tutto questo?» si domanda Gianluca VIGNALE (Pdl-An). «Per i bambini in affido il costo è di svariati milioni di euro, per i minori nelle comunità è di oltre 35 milioni di euro l’anno, una cifra quest’ultima che è quattro volte superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alla famiglia. Rileviamo che oggi l’affidamento è un settore in cui la Regione investe un mucchio di soldi in modo ingiustificato rispetto al numero di persone che segue. Si sostenga perciò la famiglia e non le strutture ricettive che accolgono i minori». CRITERI DI VALUTAZIONE «In campo giudiziario la valutazione e l’azione giuridica si devono fondare su elementi certi, dimostrabili e ripetibili, mentre la sottrazione coatta di minori e [i] falsi abusi hanno un comune denominatore che trova origine nelle discipline psicologiche e psichiatriche». Lo denunciano a gran voce gli esponenti delle associazioni che hanno aderito al movimento associativo “Cresco a casa”. Secondo ADIANTUM, associazione di associazioni nazionali per la tutela dei minori, i tribunali ordinari, minorili e le parti in causa devono affidarsi esclusivamente a psicologi adeguatamente formati e iscritti in appositi albi, pena l’inutilizzabilità degli atti. «Solo così - afferma Vittorio APOLLONI, presidente - potrà essere garantito a chiunque un [giusto] processo e una conoscenza dei limiti delle scienze psicologiche e psichiatriche garantendo i terzi da insane aspettative». Così ecco cosa chiedono le associazioni del Movimento “Cresco a casa”: «Un po’ più di umiltà e di buon senso, ma anche che la sottrazione dei bambini alla propria famiglia possa avvenire solo sulla base di fatti gravi e accertati o solo dopo l’acquisizione di prove oggettive attendibili, che le perizie psicologiche-psichiatriche abbiano solo valore di opinioni e non siano considerate “accertamento della verità” e, infine, che le famiglie abbiano il diritto della parità tra accusa e difesa». LA STORIA/1 - Marta, 15 anni, «era insofferente» Portata via dalla scuola, era crisi adolescenziale È la storia di Marta (nome di fantasia), 15 anni. Comincia tutto nel 2006 con un allontanamento coatto dall’istituto scolastico. La ragazzina viene prelevata e portata in una comunità da due assistenti sociali dopo una segnalazione della dirigente scolastica che lamenta di notare «un’insofferenza della minore nei riguardi della famiglia». Senza nessun tipo di controllo, senza documentarsi e senza avvertire le forze dell’ordine, si decide di applicare l’articolo 403 [del Codice civile] che prevede l’allontanamento immediato di un minore nel caso di “accertato pericolo o accertata sofferenza o accertato stato di abbandono”. La ragazzina viene allontanata forzatamente dai suoi genitori. Gli stessi che non solo chiamano loro la Questura per indagare sul caso (invece che i servizi sociali) ma non sono nemmeno sentiti dal tribunale per tutta la durata dell’allontanamento di Marta: 75 giorni. Intanto, se da una parte le assistenti sociali vietano alla minore di incontrare gli altri membri della sua famiglia (incontro che alla fine avviene dopo una manifestazione pacifica), dall’altra il tribunale chiede un immediato sostegno psicologico per Marta (mai dato anche se riceve relazioni da parte dei servizi sociali “viziate” e “palesemente accusatorie” nei riguardi della famiglia). Marta decide così di scappare dalla comunità. Seguono una denuncia per sequestro di persona nei confronti dei suoi genitori, tentativi di riportare in comunità la ragazza e una perizia psichiatrica su di lei e i suoi genitori da cui non risulta alcuna patologia. Dopo due anni la sentenza dichiara di essere di fronte ad una famiglia unita e in Marta “il passaggio dell’età adolescenziale”. LA STORIA/2 - Maria, il tormento di una madre Il terrore di perderla per colpa delle maestre «Non so se riuscirò a venirne a capo, ma su di me e la mia bambina da tre anni si continua a riversare solo discriminazioni e abusi che non ci meritiamo». È l’appello di Maria (nome di fantasia), 47 anni, scrittrice, madre di Giorgia (nome di fantasia), 6 anni il giorno che cominciò tutto, e di un ragazzo di 23. Insieme abitano in un paesino di poche anime del Piemonte. La vita di tutti i giorni finché un giorno di settembre (si è appena concluso il primo anno di scuola elementare per Giorgia) Maria riceve una lettera da parte degli assistenti sociali che arrivano fin sotto casa, in cui viene messo in discussione la sua “incapacità genitoriale” nei confronti della sua bambina. E le parole della maestra di Giorgia erano state premonitrici. «La bambina è troppo vivace, fa fatica a seguire le lezioni in classe e ha disturbi dell’attenzione, il problema è che lei cambia spesso baby-sitter - mi aveva detto una delle sue insegnanti -. Io non credevo alle mie orecchie, dal momento che erano proprio gli stessi insegnanti di mia figlia che non erano in grado di relazionarsi con lei». Un duro colpo per Maria che oltre a dover accettare per sua figlia e per sé gli incontri con periti e psicologi, nota pure che per tutto il primo anno scolastico Giorgia non aveva appreso quasi nulla, come altri suoi compagni. Così, la sua decisione di portarla in un’altra scuola (la stessa decisione di altre 5 mamme) e di chiudere per sempre una brutta e inesistente storia. Ma invece «oggi io non sono in possesso di una relazione e potrebbero addirittura allontanarmi la bambina, se volessero - dice Maria -, è ancora tutto in corso oltre ad essere una vera e propria ingiustizia». IL COMMENTO di Alessandro MELUZZI Figli e burattini Da molti anni un pensiero di per sé giusto si è calato nella legislazione ma anche nella prassi della pubblica amministrazione e dell’assistenza. Il suo cardine è che i figli non sono proprietà della famiglia che li ha concepiti e generati ma godono di propri diritti soggettivi, tali per cui il loro specifico e concreto bene prevale su qualsiasi altra considerazione o valore. In fondo non è una grande novità. Anche in tutti gli stati etici le logiche dello Stato, e quindi quelle del bene comune, hanno prevalso su quelle della famiglia e della gens fin dai tempi di Sparta e di Roma per arrivare ahimè ai totalitarismi moderni del ventesimo secolo. Ma l’attuale legislazione e prassi è figlia in verità di una cultura diversa più, diciamo così, funzionalista e progressista. Tesa comunque a considerare un’assistente sociale adeguatamente formata più affidabile di una mamma nell’esprimere valutazioni educative con obiettività. O uno psicologo o un giudice dei minori più attendibile di un padre nel definire i contorni del bene futuro, oltre che presente, di un bambino o di un adolescente. C’è in questa visione del mondo una fiducia, spesso ahimè acritica nei confronti delle cosiddette scienze sociali. Muove dall’idea che le rating scales sono più affidabili delle emozioni, degli affetti, o di ambigue ed antiquate leggi del sangue o della parentela. Ed in verità anche un po’ di ideologia. Ve ne era quando si scriveva acriticamente la trimurti “Dio patria famiglia”. Ve ne è al presente, dopo marxismo e freudismo, quando si teorizza che la famiglia possa rappresentare un ostacolo alla ineludibile ricerca della felicità e dell’autorealizzazione da parte degli individui. Diventa allora sufficiente una crisi scolastica o un pettegolezzo di quartiere perché genitori e figli si ritrovino insieme sul tavolo settorio di un servizio sociale o di un comité psicologico giudiziario. Una visione un po’ retrò del mondo ma anche l’esperienza pratica e clinica mi ha fatto spesso concludere che la più modesta e mediocre delle famiglie sia meno peggio della migliore delle comunità o dei tribunali. E lo dice qualcuno che comunità terapeutiche ne ha fondate costruite e dirette tante in più di tre decenni di professione. Occorre essere quindi cauti, ma soprattutto miti quando si giudica. E quando ci si assume la tragica e biblica responsabilità di staccare “ope legis” un figlio dai suoi genitori o da anche uno solo dei due. Se ci sono abusi dimostrabili ci si trova di fronte ad un’urgenza innegabile come di fronte ad una frattura o ad un infarto, ma la ricerca del meglio è spesso nemica del bene soprattutto quando assume gli aspetti di onnipotente arroganza. Per questo occorre che senso critico e autocritico ma anche la vigilanza della libera informazione esercitino il sacrosanto contropotere della società civile e dei suoi diritti. Come ben si sa, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Rendere la crescita di un bambino obiettivo quantificabile di un progetto sociale può facilmente assumere come in un incubo il sapore di una onnipotenza faustiana, anzi mefistofelica. Chi controllerà i controllori, e chi analizzerà psicologi o giudicherà i giudici? Dice il Vangelo: non giudicate e non sarete giudicati. Questo non significa cadere nell’ignavia dell’indifferenza. Ma guardarsi con attenzione dall’illusione pseudo razionalista che i tecnici possano meglio arrivare là dove i genitori sono falliti. O che la applicazione burocratica di norme e regolamenti possa magicamente invertire la direzione di tante derive esistenziali e personali. Ripeto: senso della misura, mitezza, prudenza e temperanza. Come ben si vede virtù sempre più rare in una cultura che spesso nel nome astratto del bene comune rinuncia a considerare la vita umana un mistero piuttosto che un programma pianificabile. E la persona una sfida di libertà unica e preziosa agli occhi di Dio e dell’uomo piuttosto che il tragico burattino di tanti fili disanimati quanto caotici e di modestissima efficienza. CRONACAQUI - Edizione TORINO Del 17/04/2009 Sezione: Primo Piano Pagg. 2 - 3 ***** IL CASO Più di 3mila i bambini sottratti ai genitori Pochi fondi alle famiglie I servizi sociali colpiscono solo nuclei italiani Dentro i campi nomadi invece la legge non vale di Andrea COSTA Un piccolo esercito di bambini che ogni anno viene allontanato dai genitori. Genitori «incapaci», secondo la dicitura della legge, o «impossibilitati a seguirli». Degli inetti pericolosi e talvolta violenti o magari anche solo immaturi, poco istruiti, o in gravi difficoltà economiche. Ci sono insomma in Piemonte 3mila e 500 famiglie che non sono capaci di allevare i propri figli, un dato che emerge dall’Osservatorio per l’infanzia della Regione che aggiorna costantemente su internet la propria attività, il numero degli affidi, i bandi per coloro che vorrebbero offrire contributi, ospitalità e via dicendo. Tutto splendido se non che il 70 per cento degli allontanamenti non avviene - come sarebbe naturale pensare - per fatti gravi (abuso o maltrattamenti) ma per valutazioni «soggettive», vale a dire relazioni di servizi sociali talvolta incomplete o carenti o, per giunta, contenenti «opinioni personali». La denuncia è in effetti molto forte ma arriva da una trentina di associazioni che hanno sottoscritto in Regione, sostenute dal consigliere Gianluca VIGNALE (Pdl-An), il manifesto «Cresco a Casa» che elenca una serie di richieste, prima fra tutte che la sottrazione di bambini avvenga «solo sulla base di fatti gravi e accertati o solo dopo l’acquisizione di prove oggettive attendibili». Elementi che spesso non ci sono. Prove che - sostengono - spesso mancano o sono parziali. «Le statistiche - sostengono i firmatari - rivelano che solo il 20 per cento circa delle sottrazioni coatte sono motivate da assenza coatta dei genitori, tipo provvedimenti carcerari o la morte di entrambi, mentre il restante 80 avviene con la motivazione di inidoneità genitoriale o di impossibilità dei genitori a seguire i figli. E questo ha aperto le porte a innumerevoli violazioni di legge e dei diritti». Per i bambini sfortunati che vengono sottratti alla famiglia i Comuni offrono reti di protezione in grado di farsi carico di loro. La Regione spende circa 80 euro al giorno a testa per il mantenimento dei mille e 179 bambini ospitati in comunità (gli altri 2mila e 319 sono accuditi da altre famiglie), quasi 35 milioni di euro l’anno. «Sono invece solo 8 i milioni che la giunta ha investito. Ecco: magari sarebbe più giusto sostenere le famiglie invece che le strutture che li accolgono». In linea di principio sarebbe insomma il caso - secondo VIGNALE - di aiutare di più le famiglie in origine piuttosto che correre ai ripari (dopo) con una somma 5 volte superiore. Le famiglie alle quali vengono tolti i minori sono praticamente solo di italiani. «Gli stranieri sono pochissimi», aggiunge VIGNALE. E colpisce soprattutto che non ci sia praticamente nessuno o quasi di questi piccoli sfortunati che provengano dai campi nomadi: «A quanto pare quelle sono realtà parallele dentro le quali sono in vigore leggi diverse. Solo il fatto di non mandare a scuola i figli costituisce fatto grave e comunque sufficiente a giustificare l’intervento dei servizi sociali, per non parlare delle questioni igieniche». Pulizia e scuola. Ma, evidentemente, vale solo per gli italiani. ASSOCIAZIONI Quella galassia di dolore originata dalla sentenza di un tribunale Sono tanti e hanno storie incredibili da raccontare. Il «centro di documentazione falsi abusi sui minori» ha anche un sito internet, www.falsiabusi.it, che raccoglie un’incredibile galassia di associazioni. E non sembra, ma tutti hanno una buona ragione per protestare: ci sono i papà separati, le mamme separate, c’e perfino l’associazione «i figli per sempre». Spesso a fare discutere sono le sentenze del tribunale che toglie un figlio, magari anche solo temporaneamente, per affidarlo a comunità, parenti e associazioni. Un mondo parallelo dove si annidano storie di miserie o di ordinaria sfortuna, gente che scivola sulla buccia di banana e non si rialza più perché magari intervengono i servizi sociali che innescano procedure mostruose alla fine delle quali possono nascondersi insidie come la perdita del figlio, la messa in mora, o di ricevere il timbro di «padre incapace», ma a volte senza una ragione vera. Come quella portata ad esempio dalle associazioni che hanno firmato il manifesto, la storia di capitan Cocoricò (il marito) e Tordella (la moglie) e di Bibì e Bibò (i figli). Nel 1995 Cocoricò conosce Tordella e nel 1997 nasce Bibì ma nel 1999 la nonna sporge denuncia per presunti abusi. Nel 2002 il tribunale assolve il papà, ma nel frattempo il padre via nuovamente denunciato e finalmente solo nel 2009 il tribunale lo assolve. In tutti questi anni Cocoricò non ha potuto frequentare i figli. A TORINO BORGIONE: «Le baraccopoli sono un problema reale» Assistenti sociali distratti? Relazioni infarcite di lacune? L’assessore ai Servizi sociali Marco BORGIONE non ci mette la mano sul fuoco. Ce ne mette due: «Non ho mai sentito di clamorosi errori. Però se qualcuno deve fare delle denunce lo faccia nelle sedi competenti. Dico solo una cosa: prevenire è molto meglio che curare. Nel senso che se poi si scopre che un bambino, anche uno solo, è stato magari per anni vittima dei genitori sotto i nostri occhi non me lo perdonerei. E comunque non è previsto in nessun caso, dico nessuno, un meccanismo automatico, ci sono verifiche su verifiche e, se non sbaglio, alla fine non è un solo giudice a decidere ma un collegio. Quindi ci andrei cauto prima di fare certe affermazioni, certo e questo è vero, i campi nomadi sono un problema». I servizi sociali di Torino agiscono su tre livelli. La presa in carico prevede l’assistenza di famiglie in difficoltà. Ma solo delle famiglie conosciute. Sono casi in cui magari i genitori, già segnalati in precedenza, sono entrambi in carcere o temporaneamente disoccupati e senza parenti, e quindi non in grado di provvedere al figlio o ai figli perché spesso il destino si accanisce proprio sulle famiglie numerose. Ma le segnalazioni di situazioni sospette possono arrivare anche per caso, vicini di casa o parenti e anche allora il Comune invia gli assistenti sociali. È previsto un terzo caso, quello in cui sono direttamente i servizi della neuropsichiatria infantile che chiedono l’intervento del Comune. «In tutte e tre le situazioni - sottolinea l’assessore - non è previsto un automatismo». C’è un caso in realtà per il quale scattano in automatico le procedure di allontanamento coatto e questo sono gli abusi sessuali e di violenza fisica. «Ma non viene mai presa una decisione unilaterale». Diverso, anzi diversissimo, è il caso delle baracche ai margini della città, i campi nomadi sono a tutti gli effetti un porto franco della legalità dove non solo non esistono le condizioni igieniche minime per la sopravvivenza per gli adulti e dove i servizi sociali dovrebbero intervenire. Sono luoghi dove quasi sempre, tranne rari casi, i bambini trascorrono le giornate lontano dalle scuole, condizione che dovrebbe rendere obbligatorio l’intervento dei servizi sociali e perfino delle forze dell’ordine dal momento che non mandare i figli a scuola è reato. Almeno in teoria. «Il problema esiste, è inutile negarlo - spiega ancora BORGIONE. Vanno distinti però i campi regolari e quelli regolari. Dentro quelli regolari il controllo c’è. Le norme igieniche vengono rispettate. Mentre diventa francamente più difficile intervenire sugli abusivi, proprio perché sono abusivi. Spesso non sappiamo manco chi sono. Poi c’è anche una questione di cultura. I sinti o i rom vivono in quel modo da secoli. Magari vivono in maniera molto distante dal sentire comune. In questo caso diventa difficile tentare di dare un giudizio sugli usi e i costumi di un popolo». La buona notizia è che sta funzionando il progetto di affidi temporanei: 735 famiglie, 434 coppie, 301 single, mentre sono mille circa gli affidi residenziali per i quali sono previsti 430 euro di rimborso e 100 per gli affidi diurni. E si può arrivare a 800 euro al mese per chi accoglie più di 4 minori. IL GIORNALE - Edizione del Piemonte Del 17/04/2009 Sezione: Torino Pag. 3 ***** “Troppi bimbi tolti alle famiglie senza che ci siano validi motivi” La denuncia del consigliere VIGNALE e di “Cresco a casa” di Marco TRABUCCO Troppi bambini vengono tolti alle loro famiglie e dati in affidamento (o messi in comunità) senza che ci siano validi motivi per farlo. La denuncia arriva da Gianluca VIGNALE, consigliere regionale di Pdl-An che ieri, insieme al neonato movimento «Cresco a casa», composto da decine di associazioni di genitori separati, dal Centro contro i falsi abusi e dal MOIGE ha tenuto una conferenza stampa sul problema. «Alla fine del 2006 - ha spiegato VIGNALE - secondo i dati ufficiali dell’Assessorato alle Politiche sociali della Regione e dell’Osservatorio regionale sull’infanzia, erano 3500 i bambini piemontesi che vivevano lontani dai genitori naturali: o in comunità (1179) o in famiglie affidatarie (2321). Il 77 per cento di loro era stato allontanato da casa per «metodi educativi non idonei» o per l’impossibilità dei genitori a seguirli». «Si tratta in ogni caso di valutazioni soggettive di psicologi e assistenti sociali - denuncia il consigliere del centrodestra -. Meno del 20 per cento dei bambini viene infatti tolto alle famiglie per gravi e accertate ragioni come i maltrattamenti (il 4,72 per cento), lo stato di abbandono (il 9,81 per cento) o perché orfani di uno o di entrambi i genitori (3,63 per cento). Per il resto, circa i quattro quinti del totale, si tratta appunto di valutazioni soggettive». Ma come si definisce, su quali basi si può sancire «l’incapacità genitoriale?» si chiede VIGNALE. La conseguenza? «La cronaca italiana ma anche solo quella cittadina registrano un numero sempre maggiore di casi in cui gli stessi cittadini protestano per allontanamenti dei figli o di nipoti che ritengono ingiustificati». Oltre al disagio che si crea alle famiglie e ai minori che vengono allontanati questo andazzo ha anche un costo per i cittadini non indifferente. Infatti solo la presenza dei 1179 minori all’interno delle comunità costa ai cittadini piemontesi più di 35 milioni di euro l’anno. E la cifra non comprende le spese sostenute per gli affidi. Una somma che è decisamente superiore a quanto la Regione stanzia sulla legge per il sostegno alla famiglia (circa 8 milioni di euro). «Quei soldi potrebbero essere più utilmente dati alle famiglie come sostegno economico per i figli» ha concluso VIGNALE. Da qui una serie di proposte lanciate dai rappresentanti di «Cresco in casa»: «Sottrarre i bambini alla propria famiglia dovrà essere possibile solo in base a fatti gravi ed accertati. Le perizie psicologiche-psichiatriche dovranno avere solo valore di opinioni e non essere considerate come “accertamento della verità”. Le famiglie dovranno avere pieno diritto alla parità tra accusa e difesa». VIGNALE ha concluso con un’altra domanda: «Perché poi i bambini allontanati riguardano per il 90 per cento famiglie italiane? A una famiglia Rom, ad esempio, che non manda a scuola i propri figli o li manda a mendicare, non avviene nulla, quando invece ci troveremmo di fronte ad allontanamenti che sarebbero assolutamente giustificati per il benessere dei minori». Emma AVEZZÙ, giudice del tribunale di Torino: “Ogni bambino ha diritti che vanno rispettati” “La tutela dei minori è un valore” di Vera SCHIAVAZZI «Non è certamente il Piemonte la regione italiana dove esiste il maggior numero di bambini e ragazzi che vivono separati dalla propria famiglia d’origine: in gran parte del Sud, ad esempio, i dati sono più alti. Ma è vero che qui da noi la tutela dei minori è un valore forte e radicato: crediamo che ogni bambino abbia diritto non solo a un tetto, al cibo per nutrirsi e agli abiti per coprirsi ma all’affetto e all’educazione che gli servono per crescere e per non diventare un giovane a rischio». Emma AVEZZÙ, giudice del Tribunale per i Minori di Torino, commenta così le polemiche e le iniziative promosse da Gian Luca VIGNALE insieme con varie associazioni di genitori. «I dati esposti dal consigliere sono senz’altro corretti, ma possono comprendere casi diversi - spiega il magistrato. L’allontanamento di un bambino dalla sua famiglia deve essere sempre confermato da un giudice, anche quando a stabilirlo sono altri soggetti, ad esempio la polizia o i carabinieri o la direzione sanitaria di un ospedale quando si trovano di fronte a un’emergenza collegata a maltrattamenti o abusi sessuali. Ma questi casi gravi o estremi non sono i soli: pensiamo, ad esempio, ai molti bambini che non possono ricevere un sostegno adeguato dai genitori, o dall’unico genitore che hanno, a causa dei suoi problemi di droga, alcolismo o criminalità». Soltanto per alcuni l’allontanamento dai genitori biologici è definitivo, spesso, invece, si può tornare indietro: «Negli ultimi anni registriamo molti casi di adolescenti, ragazze soprattutto, che sono cresciute in Italia con i genitori immigrati e che a una certa età non sopportano più alcune costrizioni né tanto meno la tendenza imporle anche con la violenza da parte di genitori o fratelli. Sono loro stesse a chiedere di essere accolte in una comunità, ma in seguito, dopo aver ristabilito il dialogo, possono tornare in famiglia. Allo stesso modo se a maltrattare un bambino è il padre o il convivente della madre, è possibile che le cose cambino e la madre comprenda che al primo posto c’è quel piccolo da tutelare: se ci sono garanzie in questo senso, il figlio può tornare da lei». Tra i 30 e i 40 bambini all’anno, in Piemonte, non vengono riconosciuti alla nascita e possono quindi essere subito adottati. Altri cento all’anno, in media, vengono dichiarati adottabili perché i giudici ritengono che ci sia una situazione di completo abbandono. Ma in tutti gli altri casi si ricorre alla comunità o, per i più piccoli, a famiglie affidatarie: i grandi istituti alla DICKENS qui non esistono più. E il genitore naturale può ricorrere alla Corte d’Appello contro l’allontanamento, e anche in Cassazione quando il figlio è dichiarato adottabile. LA REPUBBLICA - TORINO Del 17/04/2009 Sezione: Cronaca Pag. 5 |