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Di seguito, la relazione di Vittorio Apolloni al convegno di Palermo del 22 maggio
LE CORRENTI DEL PENSIERO PSICOLOGICO E GLI ABUSI LEGALIZZATI
Relazione presentata al Convegno di Palermo il 21 e 22 maggio 2008 presso l’ Aula Magna di Corte d’Appello – Palazzo di Giustizia Organizzato dall’Associazione Papà Separati di Palermo e al Simposio di Napoli il 12 e 13 giugno 2008 presso la sala multimediale del carcere minorile dell’isola di Nisida.
Molti si chiedono che cosa siano la psicologia, la sessuologia, la pedagogia e quali contributi possano offrire per interagire e confortare l’analisi giuridica. Tutti i giorni leggiamo, ascoltiamo e viviamo momenti di vita psicologica, ma quello che più ci colpisce ultimamente è il fatto di sentire la necessità di essere confortati da una parola che ci fa star bene. Molte persone prima di uscire di casa o lungo il tragitto per raggiungere il posto di lavoro, ascoltano l’oroscopo prima di affrontare una giornata di impegni. Oppure alla mattina alcuni sono soliti appuntarsi i frammenti di sogno che hanno fatto durante la notte, per poi andare a leggerne il significato in qualche libro, suggestionando in tal modo l’intera giornata, settimana o ancor più estrarre i numeri da giocare all’otto. Senza trascurare la circostanza che, dinanzi a eventi negativi come un lutto, un incidente, una condanna ingiusta…, il tutto deve trovare giustificazione nella presenza di un operatore della psiche (psicologo, assistente sociale…), come se costui avesse la capacità magica di eliminare le sofferenze. In realtà, tutto questo è pura illusione, soprattutto perché la società di oggi è così arida di valori umani da non permettere di avere un dialogo costruttivo con chi ci sta intorno, anzi c’è chi prima di uscire di casa si guarda attorno o dallo spioncino della porta, in modo da evitare qualsiasi forma di dialogo, compreso un semplice saluto o un augurio di buon giorno. Ed è in un contesto come questo che facciamo difficoltà a esternare i nostri sentimenti, angosce, emozioni e quant’altro ci affligge, a chi ci sta accanto, per ottenere un consiglio, un conforto, un sostegno morale per superare quei momenti di difficoltà o disagio, siano essi di lungo o breve termine. Fino a qualche decennio fa, ci si rivolgeva alle persone anziane o agli uomini di fede per chiedere consigli sul come affrontare i momenti difficili, pur sapendo che la loro esperienza di vita si era svolta in un contesto temporale e di luoghi diversi, ma comunque, per i cicli e ricicli storici, simili ai nostri, tanto da individuare principi validi tutt’ora, come ad esempio, il prendere atto che la vita impone sacrifici per ottenere benefici. Ovvero, che le apparenze a volte possono essere ingannevoli, tanto che le insidie, i comportamenti, i modi di agire di un qualsiasi essere umano vengono rappresentati, associati, e interpretati fra infiniti modi o relazioni. Tutto ciò sembra essere stato condensato nelle discipline umanistiche, in particolare nella psicologia, tanto che oggi è sufficiente rivolgersi ad un operatore della psiche per conoscere il passato, presente e futuro. Volendo estremizzare, se mi è concesso, e senza offesa per nessuno, è un po’ come gli antichi sacerdoti che scrutavano le viscere degli animali o il loro comportamento… per periziare o meglio sentenziare sulla personalità, i comportamenti, lo stato d’animo di un soggetto. Il tutto perché Caio ha detto che, Sempronio avrebbe constatato che…, dimenticando che quanto manifestato altro non è che una propria impressione, osservazione, correlazione…, che non potrà mai essere dimostrata scientificamente nel vero senso etimologico della parola. Quindi, risulta imprescindibile soffermarsi sulle varie correnti del pensiero psicologico i cui sostenitori vogliono il supremo bene e la tutela del minore, ma allo stesso tempo si confrontano nelle aule di Tribunale alla ricerca di una preminenza. È bene rammentare che i primi laboratori psicologici hanno avuto origine verso la metà del 1800, dopo che, per secoli, si è sostenuto la dualità della divisione tra l’anima e corpo, per poi essere restituita ai teologi e ai filosofi. Le origini della psicologia, per alcuni, risalgono al periodo in cui i filosofi empiristi puntarono sulla sperimentazione, ponendosi domande sul contenuto delle sensazioni, delle associazioni di idee e sul concetto di verità; per altri, al metodo dello studio del comportamento umano e animale. Lo scopo della ricerca era, ed è ancora oggi, quello di poter determinare, attraverso la suddivisione del corpo e dello spirito, eventuali “leggi” di vita, ricorrendo all’introspezione e all’interazione mediante l’osservazione, la sensazione e la percezione. Tale orientamento è tuttora in uso e non può che condurre verso postulati soggettivi, privi di qualsivoglia scientificità, dato che ogni teoria scientifica deve offrire di per sé i criteri attraverso i quali può essere controllata, posta in discussione o confutata su basi sperimentali (c.d. Criterio di falsificazione). Le discipline umanistiche, come la psicologia, non si fondano sul metodo sperimentale e non possono ambire a dare risultati scientifici. La scienza compie numerosi errori, ma ammette la loro correzione. Le pseudoscienze, invece, hanno la caratteristica di rimanere valide e di non cambiare, sebbene si dimostri la fallacia dei presupposti su cui poggiano. Ecco, allora, che la “verità” delle pseudoscienze si basa unicamente sull’autorevolezza di chi le teorizza. Allora che cosa è scientifico? La nostra epoca accorda una grande autorità alle scienze nei loro domini. Si potrebbe pensare che una classe non si possa considerare scientifica se non proviene da una scienza riconosciuta. L’aggettivo “scientifico” evoca un carattere di affidabilità. Dire che qualcosa è scientifico, vuol dire che è ben fondato. Le scienze sociali non potranno mai ambire al significato di scienza nel termine ordinario. Ian Hacking durante un corso al College de France (2004-05) disse: “Quando parlo delle scienze, intendo tutti i tipi di conoscenze sistematiche e articolate, vere o false, chiare o confuse”.A tal punto da considerare che la conoscenza di una credenza è scienza. Tutto ciò ci conduce inevitabilmente a un’assenza di univocità di pensiero sia sul comportamento e la personalità dell’adulto, sia sulle fasi di sviluppo dei bambini, in particolare sugli indicatori (aspecifici) di trauma (quali la sofferenza, la reticenza, l’aggressività, l’anoressia, la svogliatezza, la regressione…) quando sorge il dubbio di un eventuale abuso fisico o sessuale. Basti pensare che nel 1954 Wallon affermò: “Al di fuori del materialismo dialettico la psicologia resta una scienza ibrida” e per Piaget: “Il bambino non può esprimere ciò che dice per gioco da ciò che crede veramente”. Dunque, la volontà umana, individuale e sociale, è di per sé imprevedibile. Inoltre, le numerose variabili che intervengono sui singoli o sui gruppi consentono di individuare soltanto alcune tra milioni di relazioni possibili. Perciò, analizzare l’intero genere umano, con tutti i suoi significati, pensieri, usi, rapporti generati dalla storia, conduce inevitabilmente a un’estrema semplificazione sociologica nel valorizzare l’agire umano. Tra le tante insidie che l’uomo deve affrontare quotidianamente, possiamo annoverare la suggestione, i falsi ricordi, i pregiudizi, gli stereotipi, la sessualizzazione…, senza tralasciare come, volontariamente o involontariamente, esso venga condizionato da una sempre maggiore interazione. È evidente che, laddove le diverse teorie psicologiche in difesa dell’infanzia non riescono a dimostrare scientificamente una supposta dinamica (come nel caso di una radiografia), ci si trova dinanzi a un linguaggio fatto di supposizioni, impressioni o quant’altro si voglia, ma comunque pur sempre privo di una coerenza probatoria. Dunque, l’agire delle discipline psicologiche alla ricerca del conoscere, dell’interpretare o dell’associare un comportamento o una personalità di un qualsiasi essere umano, sfociano inevitabilmente nell’analisi delle rievocazioni del soggetto, esprimendo pur sempre, non una oggettività, bensì una soggettività nella soggettività. Paradossalmente, possiamo introdurre il concetto di testimonianza, che altro non è che una analisi della rievocazione soggettiva di presunti eventi, che devono, però, trovare riscontri e fondamenti nella realtà e nel ragionamento logico. La testimonianza avrà, certamente, connotati diversi in base ad ogni ciclo di vita dell’uomo (bambino-adulto) e resterà sempre una rappresentazione soggettiva, cui farà seguito una concretizzazione di fatti o eventi. Ciò è importante, perché, da un lato, il diritto richiama la certezza fattuale della testimonianza, mentre, dall’altro, le discipline psicologiche offrono solo probabilità e soggettività, quindi, elementi astratti e neutri. Per altro verso, dobbiamo rievocare che dalla nascita dei primi laboratori psicologici (dalla metà del 1800) ai giorni nostri l’intento è sempre stato quello dello studio biologico di tutti gli esseri viventi, animali e vegetali, e in particolare dell’uomo. Interessante è poi il fatto che, sotto un profilo clinico, le conoscenze psicologiche e psichiatriche possono essere condivise, valutate, sperimentate…, ma nel campo forense esse restano pur sempre ausiliarie al processo. Questo sostanzia l’assenza di una scientificità (come potrebbe essere l’analisi del sangue, il DNA…), intesa nel vero senso della parola, in cui il diritto non può in nessun modo dare concretezza ad una prova. Per altro verso, gli operatori del diritto, nei cui percorsi universitari di formazione non sono inseriti studi psicologici, hanno la tendenza ad assimilare, quali prove, le inferenze umanistiche, anziché valutazioni alternative fattuali e falsificazioniste. Questo conduce inevitabilmente verso quelli che sono i “falsi abusi” (Falsi positivi), in quanto l’operatore del diritto considera certo ciò che afferma l’operatore della psiche, e quest’ultimo da per certa la sua convinzione, quando anche il suo operato non è, né condiviso, né dimostrabile. Riallacciandoci alla testimonianza, dobbiamo sostanziare come la stessa sia influenzata da diversi fattori cognitivi negativi, come la suggestionabilità, l’induzione, la manipolazione, i falsi ricordi… Ed è proprio in questo campo che dobbiamo ricollegarci alla letteratura maggiormente accreditata delle discipline psicologiche, nell’affermare che le ricerche sostanziano una visione della realtà che, facilmente e concretamente, può essere distorta in conseguenza dell’introspezione e interazione di chi produce una testimonianza. La psicologia non ci da alcuna certezza, né in un senso, né nell’altro, ma ci dice: “fai attenzione che le prospettive potrebbero avere risvolti diversi”. Non afferma, quindi, alcuna certezza, perché non ne ha la facoltà e non può concretizzare alcun ché, tanto meno instillare il dubbio di un presunto abuso, che oltre a prevaricare la propria professionalità, in campo forense, potrebbe ravvisarsi una mera diffamazione. Riannodandoci a quelli che possono essere i fattori di dissimulazione di una testimonianza, dobbiamo ricordare che il primo elemento è la suggestione, peraltro assorbita anche dalla giurisprudenza, che altro non è che quel fenomeno, per cui gli individui giungono ad accettare e successivamente incorporare, informazioni post-evento all’interno del sistema mnestico. Musatti (1931) sottolinea che il contenuto di un ricordo testimoniale deve essere considerato “come qualcosa che non può mai essere pura riproduzione fotografica di un fatto obiettivo, ma sempre il prodotto di una molteplicità di coefficienti, in parte, soltanto dati dagli elementi di quel fatto obiettivo, ma, in parte, costituiti dalla natura stessa della personalità psichica del testimonio, e da tutti gli elementi esterni che hanno agito nel passato e che attualmente agiscono sul testimonio stesso”. Perciò, l’importanza della testimonianza varia a secondo delle situazioni fino a raggiungere rilevanza assoluta in campo giudiziario. Ad oggi, per quanto concerne la testimonianza, la dottrina del processo penale è solitamente polarizzata sul momento dichiarativo della conoscenza con scarsa attenzione per il modo in cui è stata acquisita. Questo sostanzia un rarefatto formalismo che, esaltando la relatività del convincimento, finisce per banalizzare un momento processuale di primario interesse per la formazione del giudizio. La psicologia ci spiega che non tutti interpretano la realtà oggettiva allo stesso modo, perché è sufficiente un semplice pregiudizio per far vedere una cosa, piuttosto che un’altra. Parallelamente alla suggestionabilità, dobbiamo considerare le dinamiche della memoria, in base alle quali le ricerche indicano, senza presunzione scientifica, che credere che la verità esista come caratteristica intrinseca nell’uomo e vada solo ricercata, conduce verso postulati a cui si vuole attribuire il potere di un assunto di base. La rievocazione di un fatto, di un evento o di un’immagine deriva dalla memoria. Le conoscenze attuali provengono, invece, dalla ricerca psicologica e neurologica, in particolare, quest’ultima ha tracciato una nuova frontiera introducendo nuove conferme che hanno trovato del falso sapere che va eliminato. Ciò che risulta essenziale ai nostri fini è comprendere cosa si verifichi nella nostra mente, e come si generi l’oblio. In campo psicologico, la memoria è legata ai significati delle connotazioni emotive e alle interpretazioni cognitive del ricordo. Le ricerche psicologiche e neurologiche hanno incentrato la loro attenzione sulla memoria a lungo termine, divisibile in semantica ed episodica, dove vi sono conservati i ricordi e le esperienze, immagazzinati, non come copia esatta della realtà, ma come rielaborazione e interpretazione della stessa. Per chiarire meglio cosa s’intenda per memoria semantica ed episodica, possiamo dire che la prima ha una forma dichiarativa collegata a simboli verbali, algoritmi, programmi…, coordinati da schemi e modelli organizzati in forma cognitiva, la seconda, invece contiene le memorie personali composte di fatti e di eventi, e la capacità di spaziare nel tempo. Entrambe vengono riclassificate con l’espressione “memoria dichiarativa”, che non costituisce in alcun modo la fotografia del ricordo e non consente alcuna rievocazione fedele del trauma, per quanto incisivo possa essere stato. In effetti, se siamo coerenti con noi stessi, possiamo constatare che un certo evento viene memorizzato nella nostra mente solamente per quella parte cui noi abbiamo dato rilievo e che, comunque, svanisce nel tempo se non viene rievocato o rinforzato. Questo ci permette di fare un’ulteriore affermazione e cioè che i nostri ricordi sono frammentati e localizzati in certe aree del cervello e la loro rievocazione viene fatta utilizzando frammenti o schegge di ricordi, congiuntamente a conoscenze congetturali, ossia una ricostruzione formata con l’aggiunta di particolari al momento narrativo. Parallelamente all’interesse psicologico, è iniziata in questi ultimi cinquant’anni la conoscenza neurologica, in relazione alla quale sempre più, insistentemente e concretamente, si è potuto rilevare come la nostra memoria sia in continuo sviluppo fino alla soglia del trentesimo anno di vita. Ciò significa che dalla nascita fino all’età adulta, la memoria è in continua evoluzione nell’assorbire influenze e cambiamenti dal mondo esterno, congiuntamente, ad un’elaborazione cognitiva e di confronto fra le diverse nozioni introitate. E’ importante, quindi, conoscere le varie fasi evolutive dello sviluppo cognitivo, per meglio comprendere i significati comportamentali dovuti alle influenze. Per l’adulto, l’esame della realtà si costituisce attraverso un processo cognitivo con elementi di base come: 1. l’attenzione selettiva 2. la memoria procedurale e semantica 3. la strutturazione dei parametri spazio-temporali delle percezioni e delle rappresentazioni Tra le tre fasi, la più critica è rappresentata dall’attenzione selettiva che, di per sé, è sufficiente a determinare un regresso cognitivo e una facile penetrazione e suggestionabilità degli stimoli esterni, con riduzione e perdita dell’autonomia. Questo ha fatto sì che le ricerche effettuate nel campo mnestico dei bambini nella prima infanzia, a cui è rivolta la nostra attenzione, abbiano accertato che i loro ricordi subiscono delle manipolazioni sia interne (realtà e fantasia) che esterne (contaminazione dei ricordi reali da suggestione o racconti di terzi). Tutto ciò permette di sostanziare che, come per l’adulto esistono il pregiudizio, la suggestionabilità e i falsi ricordi, a maggior ragione per il bambino esiste l’immaginazione, con difficoltà di distinzione fra fabulazione e realtà. Tutto questo ci conduce verso il concetto errato di “bambino angelicato”, con la conseguente difficoltà nel distinguere, anche minimamente, quanto sia stato condizionato dal mondo interiore ed esterno, rendendo difficile o quasi impossibile valutare l’introspezione e l’interazione del bambino. Molte correnti di pensiero psicologico affermano l’opposto, cioè la sua attendibilità e compatibilità, specie quando nella realtà forense nessuna di queste è in grado di dimostrare la loro scientificità, che, al più, può essere considerata sul piano clinico, in base al quale tutto è il contrario di tutto. È evidente come il rigore deve essere massimo, quando è in discussione la testimonianza del minore, un soggetto “in fase costruttiva” sia dal punto di vista fisico, sia psichico, in quanto non offre garanzie pari a quelle di un adulto, anche se per quest’ultimo non possiamo conoscere quanto vi sia di vero o di mediato nella rievocazione di un dato evento. Per di più, si fa notare come nell’età dai 3 ai 6 anni il bambino mostri un notevole interesse per tutto ciò che lo circonda, compresa la diversità fisica fra maschi e femmine, così come la sessualità. Freud nel 1905 affermava che il bambino è un polimorfo perverso, quando non viene educato in base a un determinato rigore sociale imposto dalla comunità di appartenenza. È bene rammentare che una certa percentuale di bambini (10-15%), pur con una certa educazione familiare, durante i propri giochi si introduce oggetti (matite o le dita) nella zona anale o vaginale, demolendo in tal modo quelle teorie psicologiche, secondo le quali simili atti sono un vissuto con adulti, tanto che in campo giudiziario vengono assunte come assurde verità. Questo ci consente di affermare che un determinato comportamento non può essere attributo, a priori, a un presunto abuso sessuale, quando si è dinanzi all’assenza di circostanze oggettive, proprio per le notevoli difficoltà in precedenza enunciate. In primo luogo, dobbiamo allora scindere l’aspetto clinico da quello forense, poiché, il primo, si fonda su teorie di pensiero che cercano una loro valenza nel comportamento del paziente e possono, solo in quell’ambito, essere considerate discipline scientifiche, mentre, il secondo, rappresenta solo un ausilio per la dottrina giuridica, fornendo valutazioni sulla capacità testimoniale e il presunto grado di distinzione fra realtà e fantasia immaginativa. Molto spesso ci ritroviamo dinanzi a una molteplicità di teorie, che attribuiscono significati opposti in funzione dell’autorità o autorevolezza di chi le enuncia, a tal punto che l’operatore del diritto, che non conosce la disciplina, si deresponsabilizza facendo proprie quelle false teorie per emettere condanne e ritenere abusato un bambino. La prova della colpevolezza non può essere affidata a pareri di esperti che continuano a confondere il processo con la terapia o a fondare il proprio operato sul convincimento, dimostrato falso, che “il bambino non mente” o sostenere che un disegno sia la rappresentazione di un abuso. La psicologia, come la neurologia, non ha alcuna facoltà nel valutare una verità e non può in alcun modo creare aspettative o ancor peggio infondere pregiudizi, associandovi di tutto e di più. L’associare al contenuto di un disegno, fatto da un bambino, un presunto abuso, equivale a richiamare lo stesso meccanismo impiegato in campo pubblicitario, in cui la priorità fa leva sui meccanismi della memoria per suscitare associazioni immediate. Un classico esempio è lo spot pubblicitario dei pannolini per bambini, a cui è stata associata la figura di un ippopotamo blu di nome Pippo. Non possiamo, altresì, fondare i nostri convincimenti attraverso le trappole cognitive pregiudiziali del tipo: · La bambina accusa l’adulto? Dunque è stata abusata · Non lo accusa? Dunque, ha paura, vuole difenderlo · Non ricorda? Dunque è vero · Ricorda ogni particolare? Dunque è vero ovvero · L’imputato nega? Dunque è vero non vuole ammettere la sua responsabilità · La perquisizione ha dato esito negativo? Lui sapeva che ci sarebbe stata e ha nascosto le prove · Le intercettazioni non portano positività? Lui sapeva di essere intercettato · Ha 24 anni e non ha avuto rapporti sessuali? E’ evidente che non ha il coraggio di affrontare una donna e preferisce i bambini Tutto ciò nasce dal fatto che siamo circondati da diverse correnti di pensiero in cui tutti vogliono il supremo bene e la tutela del minore. In un simile contesto, appare chiaro come i periti nelle aule di Tribunale cerchino una propria affermazione personale, al punto da accusarsi vicendevolmente e senza preoccuparsi dell’interesse del bambino. Gli operatori del diritto, ignari da concetti psicologici, fanno proprie le teorie che sembrano condividere le loro opinioni, trasformando le inferenze psicologiche in petizioni di principio, per motivare sentenze di condanna. A titolo esemplificativo, possiamo, in primis, individuare le correnti di pensiero che oggigiorno si contrappongono (non tutte, però, anelano al Bene comune come la logica richiederebbe): ü CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia; ü SINPIA - Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza; ü CARTA DI NOTO - Linee guida per l’esame del minore in caso di abuso sessuale. Per una maggiore trattazione sull’argomento, si può fare riferimento al libretto “Le correnti del pensiero psicologico e psichiatrico sui veri e falsi abusi” redatto dal Centro di documentazione, limitandoci in questa sede ad evidenziare come gli unici documenti con valenza interdisciplinare siano la Carta di Noto e il Protocollo di Venezia. Entrambi i documenti recepiscono le innovazioni legislative intervenute e l’evoluzione della ricerca scientifica in materia, grazie al rinnovato apporto interdisciplinare di magistrati, avvocati, psicologi, costituendo ormai un riferimento costante, per una parte della giurisprudenza. Ciò garantisce l’attendibilità dei risultati degli accertamenti tecnici e la genuinità delle dichiarazioni, assicurando nel contempo al minore la protezione psicologica, nel rispetto dei principi costituzionali del giusto processo e degli strumenti del diritto internazionale. Malgrado gli sforzi della Carta di Noto, assistiamo ancora oggi a condanne che in qualche modo si riallacciano alle linnee guida del CISMAI, e che per loro natura influenzano negativamente il procedimento penale per presunti abusi, con teorie che non trovano riscontri condivisi, ma che nello stesso tempo sono tanto care ad alcuni magistrati per emettere custodie cautelari e condanne esemplari. Un esempio eclatante è emerso dalle diverse condanne emesse dalla Corte di Appello del tribunale di Torino, ma non solo, in cui si afferma che: Corte di Appello (Sentenza del 11/10/2005 Sez. II e del 3/06/08 a firma di Marco Quaini, Piera Caprioglio, Franco Corbo e Isidoro Rizzo) 1. … la piccola aveva manifestato un’inequivoca avversione alla prosecuzione delle lezioni di nuoto, ma il dato non è stato minimamente valorizzato nella sua portata probatoria, ancorché in sede di perizia sia emerso che la bambina è affetta di sintomatologia da abusi di natura sessuale e dunque a livello scientifico detta reazione sia stata considerata più che seria; 2. … sono state valorizzate le dichiarazioni testimoniali del personale di piscina, mentre sono state del tutto trascurate le indicazioni specifiche e puntuali sulla reattività della bimba; 3. … opporre netto rifiuto a proseguire le lezioni e a questo rifiuto accompagnò una reazione psicosomatica di immediata percezione, essendo stata colta da febbre a 40° non legata ad alcun evento patogeno; 4. … consente più che agevolmente di accreditare l’ipotesi dell’abuso sessuale, ipotesi successivamente confortata dal dato scientifico rappresentato dall’accertamento psicodiagnostico; 5. Ma con una certa fatica ha parlato alla mamma, ed ha dato contezza gestionale dell’offesa subita: la mimica del gesto da parte di una bimba di meno di quattro anni infonde la certezza matematica del vissuto; 6. Detto questo si aggiunga che è opinione assolutamente pacifica nei giudici di legittimità che laddove il minore e l’unico testimone degli abusi sessuali di cui fu vittima, la fonte probatoria conserva la sua natura esclusivamente testimoniale rispetto alla quale non è astrattamente indispensabile l’individuazione di riscontri esterni per pervenire ad un giudizio di attendibilità; 7. La credibilità soggettiva dei genitori, in particolare le madri, è un dato logico e psicologico fondamentale, perché sono in grado di leggere nella mente del bambino e di capire perfettamente quando egli dica la verità, la menzogna e simili una certa emozione; 8. Le dichiarazioni de relato (dei genitori) sono privilegiate perché assistite da una presunzione di veridicità e nel contempo sono interlocutori e depositari diretti dei racconti dei bambini, nonché destinatari delle loro emozioni; 9. Gli operatori psicologici con il loro contributo tecnico-scientifico nella valutazione dei fatti di causa, pur in presenza di un’opera suggestiva, ansiogena e di condizionamento, peraltro controbilanciata da una azione verificazionista, escludono una drammatizzazione degli eventi, in quanto sono i genitori a ricevere le prime rilevazioni dei bambini; 10. La credibilità iniziale soggettiva dei genitori, mantenuta costante nel tempo e supportata da un’osservazione continua delle rilevazioni dei figli, apprezzando il loro sviluppo psico-emozionale, sostanzia un convincimento della veridicità degli eventi raccontati dagli infanti; 11. La granitica sicurezza e la trasparente convinzione di una madre, mantenuta costante nelle vicende processuali ed esistenziali, sottoposte a vaglio di avvocati, psicologi, parenti ed amici consentono di non dubitare della veridicità delle iniziali rilevazioni dei minori, tanto meno si può palesare una testimonianza impudentemente falsa, se confermata dopo anni e aver superato le obbiezioni difensive; 12. I comportamenti sessualizzati agiti da un minore nell’esplorare i propri e altrui genitali, anche con l’introduzione di oggetti e la mimica di atti sessuali, che implicano un vissuto con adulti, sono di per se indicatori aspecifici, tranne che le ipotesi dei periti, nelle loro consulenze, sostengano degli innegabili abusi, sicure o mere compatibilità, l’indizio diventa grave e concordante. Cassazione (Sent. N. 35728/07) 1. Il GIP si è invero fatto carico della preoccupazione del tutto giustificata dell’ulteriore trauma psicologico che l’evento giudiziario avrebbe certamente prodotto nella piccola negandone la stretta necessità processuale sulla base peraltro di un preciso dato già acquisito e rappresentato dal fatto che non solo il perito d’ufficio ma anche i consulenti di parte erano concordemente pervenuti alla conclusione che la piccola aveva patito un abuso sessuale; 2. Essa infatti tiene debitamente conto della perizia psicodiagnostica cui la piccola fu sottoposta e che riscontrò in lei non solo una normale capacità di percepire la realtà e di rappresentarla adeguatamente, e dunque la sua idoneità a rendere attendibile deposizione, ma anche segni evidenti di patiti abusi; 3. Non si nasconde il giudice dell’appello che le dichiarazioni rese dalla bambina e riportate da coloro che le avevano ricevute siano caratterizzate a volte da frammentarietà e da qualche incertezza, ma da un lato spiega ciò con la sofferenza provocatale ogni volta dalla rievocazione di una vicenda traumatica… Per di più, a onor di cronaca della prima sentenza, dobbiamo sottolineare come la bambina non sia stata sottoposta ad alcuna visita medica specialistica che abbia rilevato particolari segni di patito abuso, tranne quella del giorno successivo alla febbre, che ha rilevato tosse e un’infiammazione alle vie aeree. Perlopiù l’imputato è stato assolto in primo grado perché i fatti non sussistono, in quanto il giudice non ha riscontrato certezza nei fatti e non ha minimamente considerato, giustamente perché non sono né prove, né indizi, le inferenze psicologiche di sofferenza, perizie, psicodiagnosi, psicosomaticità…, come i due gradi superiori voglio far credere. Quindi, le uniche dichiarazioni di presunto abuso sono state raccolte dalla madre “de relato” e dalla psicologa (CTU), durante gli incontri avvenuti dopo oltre otto mesi dal presunto evento, senza alcun stralcio di una qualche registrazione. Altresì è doveroso fare un inciso in merito alle motivazioni, ricollegandoci ad alcune pronunce della Cassazione sul ruolo del Giudice quale peritus peritorum, in cui afferma che questi potrà “con motivazione adeguata e rigorosamente logica, confutare e disattendere i risultati di un accertamento peritale, dando così ragione della decisione adottata (Cass. p Sez. I 4-3-1982). Dovrà altresì fornire congrua ragione sui motivi alla base della sua scelta, “soffermarsi sulle tesi che ha creduto di non dovere seguire e se, nell’effettuare tale operazione, abbia con queste confrontato le tesi recepite (Cass. p. Sez. I 24-5-2000). Il nesso di tutto ciò è il fatto che le tesi psicologiche, né sono condivise, né ambiscono al profilo scientifico (radiografia…), pertanto non portano alcuna prova che il diritto richiede di certezza. Dal confronto offerto dalla letteratura psicologica e neurologica afferente alle varie fasi di sviluppo cognitivo e lo stato di attendibilità in relazione alla suggestionabilità (anche involontaria), all’induzione, al travisamento dei fatti, all’immaginazione fantastica della realtà, all’alterazione parziale e totale dei ricordi… e non ultimo l’impossibilità di dimostrare gli effetti di un trauma, di un disagio, di una sofferenza e l’antiscientificità in ambito forense delle discipline psicologiche o meglio umanistiche, non possiamo che constatare che i falsi abusi esistono realmente. Per altro verso, è importante richiamare alla nostra attenzione gli effetti psicologici su quei fenomeni che non sono dimostrabili e creano tensioni sociali immaginarie (vedasi il periodo della pestilenza descritto dal Manzoni), come possono essere i traumi e le sofferenze. In merito a queste ultime asserzioni, cioè traumi, sofferenze o disagi, la letteratura non è mai giunta ad alcuna conclusione, in quanto la metabolizzazione di un evento, per quanto drammatico possa essere, varia da soggetto a soggetto, sostanziandosi un valore più che neutro e aspecifico. Anche lo stesso DSM o M10, nell’introduzione, pone in evidenzia come il suo contenuto non possa essere impiegato in campo forense per l’individuazione di sintomatologie post-traumatiche. Questo significa, che fino a quando gli operatori del diritto considerano scienza (intesa come una radiografia, un DNA…) le discipline come la pedagogia, psicologia, sessuologia…, gli innocenti non potranno che riempire le patrie galere. Il diritto, lo abbiamo già detto, ma lo riconfermiamo, necessita di certezza; la psicologia e le altre discipline offrono solo probabilità e osservazione, nulla di più; pertanto, fondare il libero arbitrio nel trasformare delle inferenze umanistiche in petizioni di principio, dimostra una chiara violazione della Carta costituzionale a tutti noi cara. Laddove, poi si sostiene che l’ipotesi di abuso sessuale vada sempre presa in esame pur in presenza di lesioni, segni o disagi di carattere aspecifico, si trascura che la valutazione psicologica non può stabilire se una presunta vittima è stata abusata. Altrimenti, si generano e alimentano false aspettative sul fatto che gli psicologi abbiano contezza nel determinare se un minore è stato abusato. L’abuso sessuale di un bambino non è un disturbo psicologico, ma racchiude un gruppo eterogeneo di comportamenti perpetrati dagli abusanti. La precisazione di una diagnosi relativa al benessere del bambino non può essere confusa con la prova del comportamento abusante. L’esperto che fa una tale valutazione esprime delle opinioni, al di là della propria specializzazione professionale, e potenzialmente usurpa il ruolo del giudice nel determinare se le allegazioni di abuso sessuale sono vere o false. Anche il campo medico, purtroppo, è avvolto da pregiudizi e stereotipi che condizionano l’ambiente circostante, compreso quello giudiziario, a tal punto da far assimilare eventi che hanno del fantascientifico e del sovraumano, trasformandoli come motivazioni a conferma di condanne di innocenti, sottrazioni di minori dalle loro famiglie o per escludere dalla genitorialità i padri separati. Un esempio, fra i tanti, ci viene proposto dalla ginecologa di una ASL di Torino, la Dr.ssa Maria Rosa Giolito, che ha rilasciato un’intervista all’autore del libro “Olocausto bianco” in cui afferma (pag. 44): “Quando visito le adolescenti abusate, spiego loro tutto sull’imene, sul fatto che in certi casi può persino essere integro nonostante l’abuso, ricostruirsi, Loro capiscono che sono ancora vergini…” Per di più, nello stesso libro, si aggiunge un’affermazione della psicologa Loredana Signorelli dell’ASL 3 di Milano dell’Equipe del bambino maltrattato (CISMAI), in cui sostiene (pag. 75): “Se una bambina violentata non riceve stimolazioni per tre-quattro mesi di seguito ha una ricostruzione imenale completa” Tutto ciò ha dell’incredibile, perché simili affermazioni, così come esposte, non solo sostanziano una negatività scientifica, ma rasentano il demenziale (Vedere note sull’imene in Appendice). Quello che fa specie è il fatto che le “professioniste” effettuano consulenze solo per i p.m. o giudici, dando, peraltro, vita a percorsi formativi destinati all’autorità giudiziaria, in particolare ai magistrati. È evidente che se queste parole vengono pronunciate da un operatore delle istituzioni, che opera in campo pubblico, si ha difficoltà a non credergli, anche se sono dei belli e buoni strafalcioni. Inoltre, la ginecologa, aggiunge che in campo nazionale esiste una cultura che in qualche modo protegge la pedofilia, minimizzando i danni e sembra quasi alimentare una lobby, dal punto di vista mediatico e politico. Questo perché è una cultura trasversale, che tende a negare l’esistenza della pedofilia. Questo modo di pensare, oltretutto, viene trasferito nelle linee guida dei regolamenti regionali dei servizi sociali, e non solo, i quali rappresentano un punto di riferimento per il mondo assistenziale, avvalorando tesi, ipotesi e teorie che di oggettivo, scientifico e di logica non hanno proprio nulla. Per di più incrementano paure fobiche nella collettività, in particolare nei genitori e negli operatori sociali, che non hanno una profonda conoscenza della materia, perché non sono degli specialisti. È evidente che tutto ciò conduce inevitabilmente verso correnti di pensiero psicologico, psichiatrico e medico, come quella del CISMAI, in cui gli operatori della salute si arrogano il diritto di stendere relazioni sulla personalità e agiti di soggetti che hanno incontrato una o due volte (forse nemmeno) per emettere giudizi e chiedere indirettamente, sottrazioni di minori o per verbalizzare attendibilità e compatibilità di abusi. Inoltre, se focalizziamo ancora una volta la nostra attenzione sul fatto che i piani di studio degli operatori del diritto non prevedono corsi di psicologia, è evidente che i pareri, le consulenze e le perizie assumono un potere assoluto, diventando vincolanti nel giudizio di un qualsiasi procedimento civile e penale, al di là di ogni logica e realtà. Ecco, allora, la necessità di riformare urgentemente tutte quelle norme, usi, regolamenti e prassi che consentono di far ricorso alle attività degli operatori della salute mentale, fatta salva la capacità di intendere e volere, per allontanare un minore dalla sua famiglia, vincolare l’affido, determinare i percorsi protetti, emettere condanne di abusi inesistenti perché è scritto in perizia… L’unica strada percorribile, per ovviare agli inauditi errori giudiziari di sottrazioni di minori dalle famiglie e condanne per falsi abusi, è l’intervento del legislatore che limiti il “potere assoluto” attribuito ai servizi sociali, con una legge che consenta di avviare in modo armonico l’affido condiviso e ogni altra proposta legislativa, volta a migliorare il rapporto delle separazioni, per il bene e la suprema tutela del minore. Fino a quando non vi sarà la piena consapevolezza che i falsi abusi e l’allontanamento dei minori dalle famiglie o dai padri è subordinata agli interventi dei servizi sociali o dagli operatori della salute mentale, per i limiti delle discipline umanistiche, difficilmente si arriverà ad armonizzare i rapporti fra gli adulti, minori e giustizia. Vorrei ricordare che in un “Parere pro veritate”, depositato presso il Tribunale di Modena dal Prof. Massimo Introvegne, del 1999 ebbe a scrivere: In Gran Bretagna, un rapporto del Ministero della Sanità, del 1998, conclude che in tutti i casi di abusi rituali satanici degli anni 1988-91 non vi è alcuna prova che i presunti abusi satanici si siano verificati. Il risultato del rapporto è stato catastrofico soprattutto per le assistenti sociali: ci si è perfino chiesti se la loro professione, evidentemente caratterizzata da una notevole credulità, debba continuare a esistere. Dalla metà degli anni 1990 in poi il numero di casi di abusi rituali satanici e non, portati all’attenzione nei paesi di lingua inglese, diminuisce drasticamente… sono piuttosto assistenti sociali e psicologi a dover rispondere di accuse di calunnia e diffamazione dopo l’assoluzione degli imputati. I rapporti governativi inglesi e americani rifiutano anche l’argomento: il fatto che i bambini che non si conoscono ripetano le stesse storie è una prova della loro credibilità. Il fatto che i bambini non si conoscano è irrilevante, dal momento che anche bambini che si trovano a migliaia di chilometri di distanza possono essere esposti alle stesse influenze da parte della televisione e dell’ambiente in generale. A loro volta, assistenti sociali e psicologi che non si conoscono e che operano in paesi diversi, dagli Stati Uniti, all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia, possono essere influenzati dalla stessa letteratura professionale, disseminata dall’alto in basso e piena di fiducia nella reale esistenza di essere sempre dinanzi a degli abusi. Secondo uno studio di uno specialista dei “panici morali”, il socilogo e criminologo americano Philip Jenkis, la diffusione di teorie e la promozione di processi sugli abusi ha precipitato la reputazione della professione di psicologo e assistenti sociale “ai suoi minimi storici” nei paesi di lingua inglese, e ha spinto i governi a “rivedere i regolamenti per la professione, riducendo i loro poteri e mettendo in guardia contro le domande suggestive quando interrogano bambini in casi di possibili abusi” Pertanto, possiamo dire che, senza mettere in discussione la loro buona fede, gli operatori della psiche possono costruire narrative di abusi, che secondo la meccanica che abbiamo visto, i bambini successivamente “interiorizzano” e sono pronti a difendere di fronte a chiunque. L’idea dell’abuso nasce così nella mente degli operatori della salute mentale, che viene trasmessa, senza che questo implichi necessariamente disonestà o “ complotti”, ai bambini. Numerosi studi dimostrano che molte di queste critiche sono giustificate. La convinzione di trovarsi di fronte a veri abusi, ha incoraggiato gli operatori della psiche a spingersi nelle loro sedute al di là delle normali regole del gioco per ottenere informazioni, convinti come sono, del fatto che i bambini prima o poi finiscono per rivelare. Interviste ripetute, spesso a brevi intervalli e per settimane, non sono assolutamente inconsuete. Domande suggestive, rifiuto di accettare i dinieghi iniziali del bambino, pressioni attraverso la ripetizione di domande sono ormai una prassi consolidata. Gli uffici di polizia e gli operatori della psiche sono icone del potere dello Stato, tanto che anche i bambini molto piccoli possono rendersi conto del fatto che è bene temerli… I bambini rispondo in modo molto più significativo degli adulti alle aspettative e alle istruzioni di persone dotate di autorità… per quanto si cerchi di rendere le interviste meno traumatiche, si tratta pur sempre di esperienze che intimidiscono i bambini… Se poi agli infanti non è consentito lasciare le stanze o gli edifici dove sono stati portati per le interviste, la situazione di difficoltà cresce. Per molti bambini un’intervista di questo genere costituisce una situazione coercitiva. Se, come reazione, si rifiutano di parlare, si attribuisce questo rifiuto alla paura, alla rimozione dei ricordi che destano dolore o al fatto che sono stati minacciati. Anche il ritorno agli abusi subiti nell’infanzia è legato all’attivismo di una parte della comunità psicoterapeutica, convinta di essere capace di giudicare la veridicità del racconto del paziente pur in assenza di prove; le prove sono meno importanti dell’esperienza clinica. Una parte dei terapeuti ha un accostamento alle narrative di abuso che incoraggia sistematicamente la credulità e scoraggia lo scetticismo, secondo meccanismi simili a quelli del fondamentalismo religioso. Ritornando al filo conduttore iniziale e avviandoci verso la conclusione possiamo sostenere che tra le tante correnti di pensiero (Cismai, Sinpia…) una sola può essere degna di considerazione: la Carta di Noto. Purtroppo, malgrado i continui sforzi di molti a favore di una sua applicazione, ancora oggi numerosi operatori del diritto (che si dichiarano fautori della psicologia) assumono come prove i postulati psicologici. È evidente che l’ascolto del minore è un procedimento estremamente delicato (per le insidie che si celano e la sua scarsa maturazione cognitiva); ecco perché deve essere condotto entro un breve lasso di tempo dalla prima denuncia, e da personale altamente qualificato, che sia a conoscenza delle implicazioni derivanti da una falsa testimonianza e quest’ultime siano parte integrante della perizia, pena la sua inutilizzabilità. Non, è altresì, condivisibile l’idea che un bambino sia un essere angelicato e, quindi, credibile, poiché privo della capacità di mentire, in quanto si trascura il fatto che la formazione e la rievocazione dei ricordi sono influenzate non solo da un vissuto, ma soprattutto dallo sviluppo psicofisico del bambino, dall’ambiente circostante e dalle figure di riferimento. Per noi adulti che ascoltiamo e analizziamo il suo comportamento, non è dato sapere a cosa possa riferirsi, perché è stato dimostrato che, anche dinanzi a un evento certo, la reazione emotiva, cognitiva… può essere notevolmente difforme tra i vari infanti, a tal punto da non generare quella negatività, in età adulta tanto sbandierata, sulla personalità o sul comportamento afferente a traumi di natura sessuale. In conclusione, possiamo sostenere che, attualmente, non vi sono garanzie nell’ascolto del minore e vi è l’esigenza di un protocollo condiviso che abbia forza di legge e al quale gli esperti debbano attenersi in modo scrupoloso, pena l’inutilizzabilità degli atti diversamente prodotti e il perseguimento degli abusi istituzionalmente legalizzati (Non certamente quelli attualmente in uso presso le procure). Se non vogliamo assistere a continui allontanamenti di minori dal nucleo familiare per inferenze psicologiche, se non vogliamo che il padre sia privato di quell’affetto del figlio, che il figlio senta la mancanza dell’altro genitore, se non vogliamo che un genitore sia accusato e condannato ingiustamente, dobbiamo far sì che il legislatore intervenga in modo adeguato, limitando il potere dell’operatore della psiche, relegandolo nel suo alveo e regolarizzandone legislativamente il suo utilizzo in campo civile e penale. Si rivolge, da ultimo, un invito a quanti aspirino veramente alla suprema tutela dei bambini, a visionare i fascicoli processuali sia di assoluzioni, sia di condanne, per riscontravi quel forte malessere che emanano, causato da una giustizia che deve essere riformata, incoraggiando chiunque a denunciare le storture. E, nel contempo, fare un appello ai media a non limitarsi al solo fatto di cronaca, per puro interesse economico, e a non creare psicosi collettive, sbattendo in prima pagina il mostro o gridando a ogni piè sospinto al pedofilo, bensì a rendere un servizio alla collettività sulle reali sofferenze dei bambini che vivono tragicamente una separazione dei loro genitori, oltre che l’allontanamento dai nonni. Infatti, ad oggi, i soggetti coinvolti, direttamente o indirettamente sono oltre 21 milioni di cittadini (Si stima che vi siano oltre 3 milioni di papà separati). E, non ultimo, stante una pubblicazione del Ministero della Giustizia nel febbraio 2008, i detenuti per violenza sessuale ammontano a circa 1320 (di cui 400 stranieri e 430 in attesa di giudizio); pertanto la media annuale di condanne, in relazione alla pena minima prevista dal c.p., degli italiani che sono macchiati di questo deplorevole reato, compreso gli innocenti, sono poco più di un centinaio all’anno, contro i quasi quattro milioni di denunce penali, di ogni genere, raccolte sul territorio nazionale da tutte le Procure, di cui circa cinquemila per violenze su minori, con una incidenza dei falsi abusi dell’ordine del 98%. Grazie per la Vs. attenzione. Addi, 13 giugno 2008 Vittorio Apolloni
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