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Modena qui.it del 29
aprile
Bimba contesa: indagati i servizi sociali
L’accusa è di lesioni personali aggravate CASTELFRANCO Sono finite nel
registro degli indagati le assistenti sociali del Comune di Castelfranco,
insieme alla psicologa che si occupa dell’area minori e al referente
dell’Istituzione per i servizi sociali del Comune. Il caso è delicatissimo,
perché riguarda una bambina di appena sei anni, in carico, appunto, ai servizi e
perché i capi di accusa della querela, presentata dalla mamma e accolta dal
procuratore aggiunto Lucia M., sono gravissimi: omessa denuncia, abuso
d’ufficio, violenza privata e lesioni personali con circostanze aggravanti. La madre della bimba,
infatti, nel marzo scorso, ha depositato una denuncia nei confronti delle
assistenti preoccupata dallo stato di salute della figlia che da tempo
presentava “arrossamenti nelle parti intime”: «Il 9 febbraio scrive la madre
nell’atto durante uno dei miei incontri, alla presenza della psicologa, mia
figlia mi ha detto: “Dormo spesso con la nonna e ho bruciore (alle parti intime
ndr) perché ho mangiato piccante”. Una volta nel bagno mia
figlia mi ha mostrato il preoccupante arrossamento ho comunicato subito tutto
sia alla psicologa che all’educatrice e le stesse mi hanno risposto che
avrebbero assunto informazioni dal padre, a cui la bimba è stata affidata». Più di una settimana dopo,
il 18 febbraio, chiedeva informazioni sullo stato di salute della figlia senza
ottenere risposte chiare: «La psicologa alla mia domanda su quali fossero stati
gli accertamenti eseguiti -prosegue la madre- ha risposto che l’infiammazione
era dovuta all’assunzione di cibo piccante, così come riferitole dal padre e che
era stata utilizzata per curare detta “malattia” una pomata che il mio ex marito
o i suoi familiari avevano in casa. A specifica mia richiesta,
se la bambina fosse stata sottoposta a visita specialistica, la dottoressa non
ha saputo rispondermi». Lo stesso giorno,
incontrando la bambina nel pomeriggio la madre appurava che il rossore alle
parti intime non era sparito e che la bimba «si metteva la pomata di cui sopra
da sola». L’ansia della mamma, però,
si è acuita nel momento in cui la bambina le ha posto una strana domanda: «”Ma
tu lo conosci Massimo?” mi ha chiesto mia figlia senza poi rispondermi
sull’identità dell’uomo». Preoccupatissima la madre
avvisa il Tribunale di Bologna e qualche giorno dopo viene chiamata dalle
assistenti sociali che le comunicano che il pediatra ha diagnosticato alla
piccina una vulvite. «Ho telefonato subito ai
medici del Policlinico per sapere se una diagnosi di vulvite in una bimba di
appena sei anni potesse essere sintomo di violenza sessuale -scrive ancora la
madre nella querela. I medici mi hanno spiegato
che il legame è possibile e che per accertarlo, occorre effettuare un esame
denominato “urino cultura”. Quando ho chiesto se questo
esame fosse stato fatto l’assistente mi ha risposto di non saperlo “non essendo
medico”». A questo punto la madre,
appurato anche che, diversamente da quanto prescritto dalla legge, il malessere
della bimba non era stato segnalato dalle assistenti sociali agli uffici
competenti e dopo aver constatato che ancora il 9 marzo (dopo un mese intero) i
problemi della bimba sembravano aggravarsi ha presentato querela. Ora il fascicolo predisposto
dalla M. è stato affidato al gruppo di pm che si occupa dei soggetti deboli e le
indagini sul caso sono state avviate. |