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Modena qui.it

del 29 aprile 2010 a cura di Alessia Pedrielli

 

Bimba contesa: indagati i servizi sociali

L’accusa è di lesioni personali aggravate

 

CASTELFRANCO Sono finite nel registro degli indagati le assistenti sociali del Comune di Castelfranco, insieme alla psicologa che si occupa dell’area minori e al referente dell’Istituzione per i servizi sociali del Comune.

Il caso è delicatissimo, perché riguarda una bambina di appena sei anni, in carico, appunto, ai servizi e perché i capi di accusa della querela, presentata dalla mamma e accolta dal procuratore aggiunto Lucia M., sono gravissimi: omessa denuncia, abuso d’ufficio, violenza privata e lesioni personali con circostanze aggravanti.

La madre della bimba, infatti, nel marzo scorso, ha depositato una denuncia nei confronti delle assistenti preoccupata dallo stato di salute della figlia che da tempo presentava “arrossamenti nelle parti intime”: «Il 9 febbraio scrive la madre nell’atto durante uno dei miei incontri, alla presenza della psicologa, mia figlia mi ha detto: “Dormo spesso con la nonna e ho bruciore (alle parti intime ndr) perché ho mangiato piccante”.

Una volta nel bagno mia figlia mi ha mostrato il preoccupante arrossamento ho comunicato subito tutto sia alla psicologa che all’educatrice e le stesse mi hanno risposto che avrebbero assunto informazioni dal padre, a cui la bimba è stata affidata».

Più di una settimana dopo, il 18 febbraio, chiedeva informazioni sullo stato di salute della figlia senza ottenere risposte chiare: «La psicologa alla mia domanda su quali fossero stati gli accertamenti eseguiti -prosegue la madre- ha risposto che l’infiammazione era dovuta all’assunzione di cibo piccante, così come riferitole dal padre e che era stata utilizzata per curare detta “malattia” una pomata che il mio ex marito o i suoi familiari avevano in casa.

A specifica mia richiesta, se la bambina fosse stata sottoposta a visita specialistica, la dottoressa non ha saputo rispondermi».

Lo stesso giorno, incontrando la bambina nel pomeriggio la madre appurava che il rossore alle parti intime non era sparito e che la bimba «si metteva la pomata di cui sopra da sola».

L’ansia della mamma, però, si è acuita nel momento in cui la bambina le ha posto una strana domanda: «”Ma tu lo conosci Massimo?” mi ha chiesto mia figlia senza poi rispondermi sull’identità dell’uomo».

Preoccupatissima la madre avvisa il Tribunale di Bologna e qualche giorno dopo viene chiamata dalle assistenti sociali che le comunicano che il pediatra ha diagnosticato alla piccina una vulvite.

«Ho telefonato subito ai medici del Policlinico per sapere se una diagnosi di vulvite in una bimba di appena sei anni potesse essere sintomo di violenza sessuale -scrive ancora la madre nella querela.

I medici mi hanno spiegato che il legame è possibile e che per accertarlo, occorre effettuare un esame denominato “urino cultura”.

Quando ho chiesto se questo esame fosse stato fatto l’assistente mi ha risposto di non saperlo “non essendo medico”».

A questo punto la madre, appurato anche che, diversamente da quanto prescritto dalla legge, il malessere della bimba non era stato segnalato dalle assistenti sociali agli uffici competenti e dopo aver constatato che ancora il 9 marzo (dopo un mese intero) i problemi della bimba sembravano aggravarsi ha presentato querela.

Ora il fascicolo predisposto dalla M. è stato affidato al gruppo di pm che si occupa dei soggetti deboli e le indagini sul caso sono state avviate.