Dal Corriere della
Sera, maggio 2008
Sottratti ai
genitori per un disegno
La decisione del
Tribunale che però riconosce «rilevanti
perplessità»
Raffigurati
rapporti tra la bimba e il fratello. Lei: lo
scherzo di un'amica. Il padre: famiglia
distrutta
MILANO —
La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi
cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una
bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la
scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso
con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La
mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la
grafia di Giorgia». La piccola, 9 anni,
conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia
compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni
e sono povera».
Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio,
ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i
fratellini dalla casa dei genitori e li
sistemano in due comunità protette. È il 14
marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento
sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno.
È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di
fantasia) non tornano a casa. Una famiglia
spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il
padre. «Ce li hanno portati via senza dire
niente, senza una spiegazione». Il giudice del
Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche
se, scrive, «esistono rilevanti elementi di
perplessità». Perché fin da subito è stato
chiaro che in questa storia, ambientata nel
Comune con il più alto reddito pro-capite
d'Italia, sono in gioco tanti fattori. «A
partire da una buona dose di pregiudizio e di
classismo».
A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che
da oltre un mese
sta combattendo per restituire i fratellini ai
genitori: «I figli di due persone umili non sono
visti di buon occhio. Anche la scuola si è
schierata contro di loro. È bastato un
sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai
protagonisti della vicenda. Il ragazzino,
piangendo: «Io non ho fatto niente a mia
sorella, non me lo permetterei mai». I genitori:
«Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un
attimo». La piccola: «Io quel disegno non l'ho
fatto». Anche la scrittura di Giorgia,
confrontata con quella del foglio incriminato,
confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo
stesso giudice a spiegarlo: «Non si può
escludere che i disegni siano stati fatti solo
in parte dalla bambina o addirittura che non ne
abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in
un'unica direzione:
Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto
di bullismo.
«Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa
l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e
non accetta la decisione del Comune. «L'articolo
403 del codice civile fa riferimento a minori
allevati da persone che "per negligenza,
immoralità, ignoranza" siano "incapaci di
provvedere alla loro educazione". Non ci sono
gli estremi per un intervento del genere».
Colloqui individuali, perizie, lacrime. E una
famiglia divisa. Da oltre un mese.
Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni
di Milano
ha confermato l'allontanamento cautelare dei
bambini. La relazione del giudice: «Il maschio
non ha mai dato problemi, ma ha importanti
carenze in ambito scolastico, a conferma di una
scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è
a questo punto che Martinez sbotta: «E allora
tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono
da chiudere in una casa protetta?». Niente da
fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto
dice che è per il loro bene: «Se si tratta di
falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni
con un dubbio così grave non risolto, potrebbe
avere effetti traumatici». L'attacco
dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai
loro genitori li fa star bene?. È
un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi
giorni Martinez presenterà un reclamo contro il
provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di
combattere contro i mulini a vento», dice. A
Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme
commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo
bonificato la scuola dalle piattole». Il giudice
«Non si può escludere che i disegni siano stati
fatti solo in parte dalla bambina o che non ne
abbia fatti»
Annachiara Sacchi
Don Mazzi
«Giudicano solo con le
scartoffie Nessuno risarcirà quei piccoli»
«I tempi della giustizia non
c' entrano nulla con quelli dei bambini.
Mettiamo che i fratellini di Basiglio tornino a
casa domani: nessuno potrà risarcirli del male
subìto». Don Antonio Mazzi riflette sul caso dei
piccoli tolti alla famiglia e portati in
comunità per colpa di un disegno osé trovato in
classe. E punta il dito verso psicologi e
assistenti sociali. Il loro lavoro è
delicatissimo e di enorme responsabilità.
«Nessuno lo nega. Ma i fatti dimostrano come
questa gente sia troppo spesso lontana dal
mondo. Giudica basandosi sulle scartoffie. Senza
sporcarsi le mani con la realtà». E' la
giustizia minorile a metterli in queste
condizioni. «Questo è vero. La giustizia
minorile impone valutazioni su criteri vecchi.
E' poi è lentissima. Si parla di mesi di attesa
come nulla fosse, quando un mese speso male
nella vita di un bambino può comportare danni
irreparabili. La verità è che psicologi e
assistenti sociali andrebbero affiancati da
gente con un maggior contatto con la realtà».
Che riflessioni le suscita il caso di Basiglio?
«Due valutazioni. La prima: non capisco perché
togliere i fratellini alla famiglia sulle basi
di un disegno. Avrebbe avuto più senso inviare
un assistente sociale in famiglia per un certo
periodo. In modo da capire la situazione. Ma la
cosa non mi stupisce». Perché? «I casi come
questo sono più frequenti di quanto si possa
immaginare. Cercare di fare qualcosa è
difficilissimo: il tribunale dei minori è un
fortino blindato con meccanismi che non si
arrestano nemmeno davanti all' evidenza dei
fatti». E la seconda valutazione? «E' la
seguente: i figli andrebbero separati dai
genitori solo di fronte a fatti e motivazioni di
gravità estrema. E' vero, molti bambini devono
accontentarsi di genitori per molti versi
scarsamente all' altezza. Ma il ruolo di padri e
madri resta difficile da sostituire». Il suo
giudizio è durissimo. «Non credo di
esagerare. La giustizia in generale nel nostro
Paese è al collasso. Per quello che riguarda i
minori, la situazione, se possibile, è ancora
peggiore. Bisogna intervenire al più presto per
cambiare le regole. O i casi come quello di
Basiglio continueranno a moltiplicarsi».
Sit-in di
solidarietà per la
famiglia di Basiglio
Tribunale, la
perizia scagiona i
fratellini:
«Il disegno osé non
l'ha fatto la
ragazzina».
I bambini sono in
comunità da 54
giorni
MILANO
- Gli striscioni, a
decine: «Senza di te la
II A è vuota». I
compagni della squadra
di calcio: «Cosa
dobbiamo fare per
rivedervi?». I cori:
«Resistete!». E gli
applausi, scroscianti.
Basiglio si raduna in
piazza. Con un sit-in
che mai nessuno aveva
visto da queste parti.
Mamme, papà e bambini a
chiedere che i due
fratellini — quelli del
disegno osé — tornino a
casa.
Giorgia e
Giovanni sono in
comunità da 54 giorni.
Eppure tanti
elementi inducono a
pensare che i due bimbi,
9 e 13 anni, non
c'entrino nulla con
questa storia. L'ultimo
è arrivato ieri: anche
per il consulente del
Tribunale dei Minori la
vignetta da cui è nato
il «caso Basiglio» non è
stato fatta dalla
piccola Giorgia. Un
tassello in più che
proverrebbe
l'«innocenza» dei due
fratelli. Lo riferisce
Antonello Martinez,
legale della famiglia,
riportando le parole che
il grafologo nominato
dal giudice ha riferito
al consulente della
famiglia dopo l'incontro
di ieri, con le due
esperte a studiare la
«mano» della bimba. «Per
quel che mi riguarda —
riferisce l'esperta di
parte — Giorgia non è
autrice né dei disegni
(sono 7 quelli
esaminati) né della
scritta hard. Non ho
trovato nessun elemento
che dimostri il
contrario e non credo
che neanche la collega
lo farà».
Nuove tappe
per la storia che sta
tenendo Basiglio con
il fiato sospeso. Ieri
mattina il Tribunale per
i minorenni ha conferito
l'incarico allo
psicologo. Anche la
famiglia ne ha nominato
uno. «Mi pare che il
giudice stia dando una
accelerazione - continua
l'avvocato - e confido
che la vicenda si
risolva al più presto.
Comunque stiamo
predisponendo una
denuncia contro ignoti
affinché la magistratura
faccia chiarezza su
fatti accaduti che
definire inquietanti è
limitativo». Una
battaglia durissima.
Accuse, testimonianze
choc, mamme segnalate
alla polizia perché
appendevano volantini
(per invitare al sit-
in).
E la
manifestazione di ieri
sera: gioiosa, rumorosa,
carica di affetto.
Con le donne di Basiglio
pronte a firmare una
petizione per chiedere
alla preside «che
Giovanni non perda
l'anno scolastico». Con
gli abbracci ai genitori
dei due bimbi per dire
«dai, ancora un po' di
pazienza». Con i canti
dei più piccoli pronti a
gridare «I bimbi vanno
ascoltati e non
traumatizzati» e
«Liberateci dagli incubi
degli adulti». Gli
assenti: il sindaco,
Marco Cirillo, le
maestre, il parroco.
Battere di mani e voci
sempre più forti. Fino
alle 21 in punto, quando
i carabinieri avvertono
i manifestanti: «Dovete
lasciare la piazza.
Avevate a disposizione
un'ora sola di
protesta».
|
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
Una Guantanamo
per bambini
di Chiara Rizzo
Le pressioni
degli assistenti sociali, l’isolamento in
comunità, la solitudine. La sconvolgente vicenda
dei fratellini di Basiglio raccontata dai loro
medici
› Guarda
tutta la vicenda dei fratellini di Basiglio
«Lo so che
tornerò a casa: mi hanno detto che se dico
quello che hanno scritto, se confermo le accuse,
potrò tornare da mamma e papà». «Quando te
l’hanno detto, Giovanni?». «Un giorno che mi
hanno accompagnato in macchina fin sotto casa. E
quando mi hanno portato via, mi hanno detto di
non preoccuparmi, perché mi avevano già trovato
una nuova mamma e un nuovo papà. Non ho fatto
niente! Voglio tornare a casa». Un gradino dopo
l’altro, la discesa agli inferi di un ragazzo di
13 anni. Così Giovanni – uno dei due fratellini
di Basiglio, ingiustamente accusato di abusare
della sorellina Giorgia, 9 anni, poi
“scagionato” dal Tribunale dei minori di Milano
– ricostruisce le pressioni subìte per un
assurdo errore giudiziario. Un viaggio
dall’innocenza al male, in cui è stato
catapultato lo scorso 14 marzo, il giorno del
suo compleanno. Dopo la denuncia presentata al
mattino da due maestre e dalla preside
dell’Istituto comprensivo di Basiglio (oggi
tutte indagate per falsa testimonianza), i
servizi sociali – lo psicologo Luca Motta,
l’assistente sociale Federica Micali, il
responsabile dei Servizi alla persona del comune
di Basiglio, Raffaele Fortunato – ottenuto il
nulla osta al collocamento dei bambini in due
diverse comunità protette, hanno caricato sulle
auto dei vigili urbani Giorgia e Giovanni e li
hanno portati via. È passato un mese e mezzo
prima che i genitori avessero loro notizie. Il
primo a far visita a Giovanni, è stato il
pediatra Mauro Benozzi, contattato dall’avvocato
della famiglia, Antonello Martinez. «Era maggio,
faceva caldo – ricostruisce Benozzi con Tempi.
L’indirizzo che mi avevano dato (nascosto ai
genitori, su richiesta dei servizi sociali, ndr)
era quello di una villetta a Lavanderie di
Segrate, un piccolo comune a est di Milano. Una
comunità protetta come tante altre. Mi sono
presentato alle tre del pomeriggio. Mi ha aperto
la porta Gianluca, uno degli educatori. C’erano
circa 8 ragazzi, tra i 10 e i 15 anni. Ricordo,
mentre l’educatore mi accompagnava da Giovanni,
di averne visti tre sdraiati su un divano
davanti alla tv. “Non guardi troppo in giro”, mi
disse Gianluca. La stanza di Giovanni era al
primo piano: una cameretta di 10 metri quadri,
con un letto, una finestra, una libreria. Appena
mi ha visto, il ragazzo con gli occhi lucidi mi
ha chiesto “Sei venuto a prendermi?”». Poi è
scoppiato a piangere. «Era molto dimagrito.
Aveva perso 10 chili e presentava gravi segni di
stress e depressione. Tic agli occhi,
singhiozzo, tosse nervosa, diarrea. Per tutta la
durata della visita – sarò rimasto con lui
un’ora e mezza – Giovanni ha pianto. Tanto forti
erano i singhiozzi, che non riuscivo nemmeno ad
auscultare». Il medico ricorda anche altri
particolari. «Ripeteva “Non ho fatto niente.
Voglio bene a mia sorella”. Per rincuorarlo gli
assicurai che presto sarebbe tornato dai suoi. E
allora lui, che è un tipo molto fermo di
carattere, mi ha risposto con quella frase. “Sì
lo so! Mi hanno detto che se confermo quello che
hanno scritto di me, mi fanno tornare. Ma non
voglio dire una bugia”». Il dottore si allarma.
«Gli chiesi quando era successo. Mi raccontò che
una volta lo psicologo e
l’assistente
sociale l’avevano prelevato dalla comunità e
portato sotto casa. Ricordo perfettamente le sue
parole». Ma ancora. «Mi disse anche che in auto,
mentre lo portavano via da casa, lo psicologo,
vedendolo piangere gli ha detto: “Tranquillo, ti
abbiamo trovato una nuova mamma e un nuovo
papà”». Le pressioni psicologiche subìte da
Giovanni sono confermate anche da testimoni,
adulti, presenti in entrambi i casi. Benozzi
ricorda di aver avuto una buona impressione
dell’educatore, che tentava di confortare
Giovanni in tutti i modi. Ma non della piccola
comunità di ragazzi: «C’era un italiano, l’unico
con cui aveva fatto amicizia. Gli altri erano
magrebini, albanesi, rumeni. Ad un certo punto,
Giovanni mi indicò un magrebino, di circa 15
anni. “Quello è il capo, fa il bello e cattivo
tempo”, mi disse, raccontandomi che appena era
arrivato, gli aveva rubato la playstation che
aveva con sé. “Ci dobbiamo difendere dagli altri
che sono arrivati prima”, mi disse Giovanni. Mi
sembrò un ambiente da favelas».
L’innocenza
rubata
Le pressioni
psicologiche, l’ambiente difficile e le accuse,
sono calate su Giovanni come un cappuccio
opprimente, che lo ha disorientato. È per questo
che Marco Casonato, professore di Psicologia
dinamica all’Università di Milano Bicocca,
esperto di psicologia infantile, oggi terapeuta
di Giorgia e Giovanni, parla di «una Guantanamo
per bambini». «Hanno fatto sentire Giovanni il
cattivo della storia» racconta Casonato.
«Traumatizzato, ha vissuto in totale isolamento
per 47 giorni, in un posto sconosciuto, senza
contatti neanche con il proprio avvocato. Ai
coniugi di Erba questo diritto è stato
garantito. A lui no, perché è un minore.
Purtroppo questa è la prassi normale che si
segue per “tutelare” i minori. Non le ricorda
Guantanamo? E poi quella frase sui nuovi
genitori, una crudeltà gratuita, di persone
incompetenti che finiscono per risultare
sadici». Oggi Giovanni è in terapia con la
sorella. La diagnosi del professore è “stato
dissociativo” per la bimba. Depressione per
Giovanni: «Quando vede un auto dei vigili si
nasconde. Prima amava giocare a calcio, adesso
preferisce rimanere chiuso a casa. Ha perso
l’innocenza». Gli ha confidato altre angherie
subìte. «Un giorno per un battibecco, un
albanese lo ha minacciato con un coltellino». A
Casonato, Giovanni ha consegnato anche un diario
scritto durante i 70 giorni lontano da casa,
oggi all’esame degli inquirenti: lettere da un
inferno in cui non si spegne la speranza di
giustizia. Quello stesso barlume che Giovanni ha
ritrovato anche allora. «Trasferito in una nuova
scuola, credendo su insistenza dei servizi
sociali di essere stato abbandonato dai
genitori, un giorno è stato avvicinato da una
compagna di classe. Che aveva sentito parlare in
tv di Basiglio e lo aveva riconosciuto: è stata
lei la prima a rincuorarlo, a dirgli che alcune
persone, madre e padre in testa, lottavano per
lui». Dopo il ritorno a casa dei bimbi,
l’avvocato Martinez ha presentato una denuncia
penale, e a novembre sono arrivati i primi
avvisi di garanzia. «Proseguo la mia battaglia –
dice Martinez. Aspetto di capire perché preside
e maestre sono ancora al loro posto. E mi fido,
davvero, del pm che indaga e sta lavorando molto
bene». Per l’affaire Basiglio, è stata
presentata anche un’articolata denuncia contro i
servizi sociali dove sono evidenziati probabili
violenze psicologiche.
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
Un'ordinaria follia
di Chiara
Rizzo
«Sono
piombati a casa nostra e li hanno portati
via». Alla fine dell’incubo parla il papà
dei “fratellini di Basiglio”, tolti alla
famiglia per la sciatteria di maestre e
servizi sociali
«Non auguro a
nessuno questo incubo». Così definisce la
sua vicenda, durata oltre 2 mesi, il papà di
Giorgia e Giovanni, i due bimbi di Basiglio
allontanati dalla famiglia dal 14 marzo.
L’uomo parla per la prima volta e a Tempi,
sotto la tutela dell’ anonimato chiesta per
proteggere i bambini, dell’incubo kafkiano
iniziato quel 14 marzo, quando i suoi figli
sono stati prelevati dai servizi sociali e
condotti in due diverse comunità protette.
Il motivo? Giorgia sarebbe stata l’ autrice
di un disegno scandaloso, che ritraeva due
bimbi che facevano sesso orale. I contorni
di questa assurda vicenda giudiziaria sono
lì, in quel disegno di bambina dalle linee
dritte e decise. E in cinque firme, che
hanno materialmente portato
all’allontanamento dei bambini dalla
famiglia. Le firme sono quelle della
dirigente del comprensorio scolastico di
Basiglio, Graziella Bonello, che denuncia il
racconto di una maestra, la quale a sua
volta riporta le parole di altre mamme della
scuola. Dell’assistente sociale del comune
Federica Micali, dello psicologo Luca Motta,
del responsabile dei Servizi alla persona
del comune di Basiglio, Raffaele Fortunato,
che da quella denuncia richiedono
l’allontanamento dei bambini dalla famiglia.
E del pm Maria Luisa Mazzola che, infine,
«esprime il nulla osta». Cinque persone
hanno firmato senza verificare i fatti,
incontrare la famiglia, o almeno i bambini.
Solo il 16 maggio, Giorgia, ritenuta
completamente estranea alla vicenda – così
come il fratello – è tornata a casa.
Giovanni dovrebbe raggiungerla oggi. Il
ritardo è stato causato dal traffico: il
bimbo è arrivato con dieci minuti di ritardo
al colloquio con lo psicologo, che doveva
firmare il permesso per il rientro. L’ultima
ed ennesima assurdità burocratica. Sospira
il papà: «Spero che la mia vicenda serva ad
altri come esempio, perché delle cose così
orribili non accadano più».
Come avete
vissuto questi 63 giorni, lei e sua moglie?
Ci sono
sembrati secoli. Avevamo un’amarezza, un
dolore, inimmaginabili. Quando tutto è
cominciato, era il giorno del compleanno di
mio figlio. Pensi cosa significa per un
padre e una madre vedersi strappare i figli,
all’improvviso, in un momento di festa.
Cos’ è
successo quel 14 marzo?
Quel
pomeriggio mio figlio era all’oratorio,
festeggiava appunto con i suoi amici.
Giorgia era a casa con la mamma. Io ero al
lavoro, quando ho ricevuto una telefonata di
mia moglie: «Ci portano via i bambini». Ero
incredulo. I servizi sociali sono piombati a
casa nostra all’improvviso, accompagnati dai
vigili urbani. Hanno detto a mia moglie di
preparare due valigie, le hanno dato giusto
il tempo di mettere dentro quattro cose. Io
non ho potuto nemmeno salutarli, i miei
figli, prima che li portassero in comunità.
Fino a
quel momento non avevate ricevuto nessun
segnale allarmante?
Assolutamente
no. Una maestra di Giorgia aveva parlato con
mia moglie, durante l’incontro con tutti i
genitori per la consegna delle pagelle. In
quell’occasione, le mostrò anche il disegno.
Mia moglie le rispose subito che era certa
non fosse di Giorgia. La maestra, con tono
incredulo, le chiese: «E come fa ad esserne
sicura?». Mia moglie rispose: «Perché non è
la sua scrittura».
Pensava che
la cosa fosse chiusa lì. Infatti io non ne
seppi niente, fino a quel venerdì.
È vero che
le maestre hanno mostrato il disegno ad
altre mamme della classe di Giorgia, e che
una di loro, fin dall’inizio ha ammesso che
il disegno era di sua figlia? Perché allora
è stata accusata Giorgia?
Sì, è vero.
Bisogna fare chiarezza su questa storia.
Credo che all’origine di tutta questa storia
ci possano essere i pettegolezzi di alcune
mamme. Io sono di origini meridionali, forse
c’è stata della discriminazione nei nostri
confronti. Il mio avvocato ha avviato
ulteriori accertamenti. Ma abbiamo già
scoperto che mia figlia era vittima di
alcune compagne di classe, che la
insultavano per i “denti da coniglio” e
perché sarebbe “povera”. Credo che le
maestre sapessero bene quello che succedeva
in classe, ma mi risulta che, anziché le sue
compagne, hanno più volte rimproverato
Giorgia, senza motivo.
I servizi
sociali non le hanno dato spiegazioni?
Solo a tarda
sera, dopo che i miei figli erano già stati
portati via. Mi chiamarono alle dieci e mi
dissero che purtroppo c’era questo disegno,
dovevano intervenire. Una cosa assurda! Mia
figlia era tranquilla, serena. E l’hanno
costretta a vivere un’esperienza del genere,
uno strappo disumano. Ricordo la prima volta
che ci ha rivisti, me e mia moglie: ci è
saltata al collo, piangeva. È stato un
incubo, un incubo, un incubo.
Dopo
quanto tempo avete avuto i primi contatti
con i vostri figli? E cosa vi dicevano
Giorgia e Giovanni?
La prima
telefonata c’è stata quarantasette giorni
dopo quel 14 marzo. Più di un mese e mezzo.
Giovanni è
stato male. Continuava a ripetermi: «Papà,
ma cos’ho fatto?». In tutti questi giorni,
ha smesso di mangiare. Vomitava in
continuazione. Mio figlio, quello che andava
sempre a giocare a calcetto....
Perché è
accaduto tutto questo, secondo lei? Che idea
si è fatto?
Una
spiegazione non so darmela nemmeno io.
L’avvocato ha iniziato a verificare le
responsabilità di questa vicenda e io, per
il momento, chiedo solo che non accada ad
altri. Non so come sia stato possibile fare
un errore del genere. Come ho detto, mio
figlio è un ragazzo normalissimo. Ama fare
sport... Come si può accusarlo di cose così
gravi?
Come si è
comportata la comunità di Basiglio nei
vostri confronti, durante questi giorni? Ci
sono state anche delle mamme che hanno
manifestato a vostro favore…
Sì, è vero:
il comitato delle mamme di Basiglio, che ci
hanno espresso la loro solidarietà. Ho
notato che erano iscritte tutte le mamme
della classe di Giovanni, a differenza di
tutte quelle della classe di Giorgia. Il
comitato, insieme al nostro avvocato è stato
un grandissimo sostegno per noi.
Nell’avvocato Antonello Martinez, che ha
lavorato gratuitamente per noi, ho trovato
davvero un fratello. Vorrei ringraziare
tutte queste persone, anche i media.
Come sta
Giorgia?
Quando siamo
andati a prenderla, ci è corsa incontro e ci
ha abbracciati. Poi mi ha detto: «Papà,
facciamo finta che sono tornata da una
vacanza. Pregavo tutte le sere di
rivedervi». E così abbiamo fatto. Adesso è
felice, gioca, va a passeggio. Mi ha persino
detto che ha voglia di rivedere presto le
sue compagne di classe.
Ci sono
tante altre famiglie che come la sua sono
state vittime di errori giudiziari. Per la
sua esperienza, chi crede abbia
atteggiamenti di eccessiva leggerezza, nei
casi che riguardano i minori?
Ci hanno
chiamato in centinaia di genitori, per
esprimerci solidarietà, e vorrei ringraziare
anche loro. Io non so di chi sia la colpa:
posso dire che ho sempre avuto rispetto e
fiducia nell’operato della magistratura. Non
spetta a me giudicare nessuno. Sono stati i
servizi sociali, la scuola, altre famiglie?
Indagheremo per scoprirlo.
Cosa vi
lascia quest’esperienza?
Mi devo
ancora risvegliare da questo lungo incubo.
Non credo che nessuno ci potrà ripagare per
quello che abbiamo passato. Chiedo solo una
cosa, chi sa qualcosa, parli: se qualcuno
ammettesse le sue responsabilità, se
potessimo avere questa giustizia, io e mia
moglie daremmo il nostro perdono. Non
portiamo alcun rancore, davvero.
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
La legge del
più isterico
di Chiara Rizzo
Bimbi tolti ai
genitori per accuse infondate, perizie
approssimative. Il caso di Basiglio è solo
l’ultimo di una serie di orrori giudiziari
Miriam (la
chiameremo così), ha solo tre anni quando la sua
folle avventura inizia. Miriam è paffutella,
allegra, vivace. Abita in un appartamento nel
centro di Milano, dove la mamma lavora come
portinaia, mentre il papà, Marino V., fa il
tassista. Ha un fratellino più grande, che ha un
grave handicap, è tetraplegico: perciò i suoi
genitori sono sempre molto protettivi nei suoi
confronti. Sarà perché è una tipetta vispa, sarà
per richiamare l’attenzione di mamma e papà,
Miriam inizia a dire parolacce. Un turpiloquio
da camionista più che altro buffo sulla bocca di
una bimbetta. Però la mamma si preoccupa un po’,
vorrebbe non trascurare quel segnale che la
figlia le invia, decide di chiedere aiuto a una
psicologa di un centro di aiuto ai bambini
maltrattati, convenzionato col comune e vicino
casa. La psicologa ascolta la storia della donna
(Miriam a quel primo incontro non partecipa),
poi dà il suo verdetto. Ricorda la mamma: «Mi
disse: “Signora, le parolacce di sua figlia sono
causate da abusi sessuali subiti dal padre. O
denuncia subito lei suo marito, o lo faccio
io”». Sembra una storiella tragicomica. Invece è
solo l’incipit di un caso giudiziario,
cominciato nel 1996 e conclusosi sei anni dopo,
che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una
vicenda agli atti di un tribunale. Esattamente
nei termini in cui l’abbiamo ricostruita fino ad
ora. Spiega a Tempi l’avvocato Luigi Vanni,
difensore del papà di Miriam, Marino V.: «La
mamma della bimba si spaventò. Non sapeva cosa
fare, ma su pressione della psicologa, pur non
credendo alle sue accuse, denunciò il marito. I
servizi sociali e il Tribunale dei minori
immediatamente tolsero la custodia della piccola
non solo al papà, ma anche a lei». Miriam viene
portata in una comunità protetta. Per mesi
nessuno della famiglia può vederla. Intanto il
Tribunale dispone la perizia medica: il verdetto
è inequivocabile. «“Compatibile con una violenza
carnale”» ricorda a memoria ancora oggi Luigi
Vanni. Marino
V. è senza
appello il mostro: non potrà rivedere più la
figlia. Per permettere che Miriam torni almeno a
vivere con la madre, i due genitori, pur
amandosi ancora, sono costretti a separarsi.
Marino V. si autoesilia a Bergamo. La difesa si
batte per una contro-perizia, per tre lunghi
anni, inutilmente. Alla fine il Tribunale
accoglie l’istanza. Il ginecologo che visita
Miriam non ha dubbi. La bambina non ha subito
alcuna violenza, senza ombra di dubbio: la
visita specialistica mostra che ha solo una
piccola malformazione congenita. E il primo
medico allora? «Controllammo il suo operato»
ricorda Vanni. «Emerse un particolare
incredibile. Aveva fatto 359 perizie per il
Tribunale. Tutte identiche. Tutte con quella
medesima formula: “Compatibile con la violenza
carnale”». Come se un meccanismo di indagine si
fosse inceppato. Non il solo, in realtà. Man
mano, emergono dubbi anche sulle accuse della
prima psicologa. Infine la sentenza definitiva.
Nel dicembre 2000 il pm Tiziana Siciliano
proscioglie da tutte le accuse Marino V. e
denunzia il «meccanismo infernale»
dell’indagine, fondato su «assistenti sociali,
periti e poliziotti» di «un’incompetenza che
rasenta lo scandalo». Qualche mese dopo il
tassista può finalmente tornare insieme alla
moglie. La bimba rientrerà definitivamente a
casa con i genitori solo nel maggio del 2002.
Sei anni dopo la separazione Miriam, a 9 anni,
porta sulla sua pelle le cicatrici della
malagiustizia. «Per anni ha creduto fosse per
colpa sua se non poteva
più stare con la
sua mamma e il suo papà», prosegue l’avvocato
Vanni. «La giustizia minorile si mostrò minorata
– prosegue Vanni – e minorata mi sembra ancora
oggi, con la vicenda di Basiglio». A Basiglio,
da 54 giorni, Giorgia e Giovanni, 9 e 12 anni,
sono stati separati dai genitori. Messi in una
comunità protetta per un disegno “osé”
attribuito a Giorgia: le maestre della bimba e i
servizi sociali hanno richiesto procedure
d’urgenza, per togliere i minori dalla potestà
dei genitori. Senza neanche avvertirli delle
accuse che muovevano nei loro confronti. Intanto
da Basiglio emergono particolari inquietanti.
Dopo i
pettegolezzi
«Una mamma»,
spiega l’avvocato Antonello Martinez, che
difende i genitori di Giorgia e Giovanni, «ha
riferito di aver parlato con le maestre, prima
che queste denunciassero il caso di Giorgia agli
assistenti sociali. E aveva detto a chiare
lettere che il disegno lo aveva sicuramente
fatto sua figlia. Ma, non si capisce bene
perché, né le insegnanti, né i servizi sociali
del comune le hanno dato retta. Uno scandalo».
Uno scandalo che ricorda la vicenda di Marino
V., il cui avvocato, Luigi Vanni, nutre nuovi e
pesanti dubbi sull’operato del Tribunale dei
minori. «La vicenda di Basiglio mi pare
inverosimile. Quando ci sono di mezzo i bambini
sembra che magistrati e psicologi perdano
completamente la testa. In questi procedimenti
saltano completamente tutti i paletti che
normalmente regolano la giustizia. Il punto è
che poi ci vogliono anni prima che il Tribunale
dei minori ammetta di aver sbagliato. Ad oggi è
sempre più un luogo dove la giustizia sembra
esclusa». Sono numerosi i casi in cui
quest’istituzione interviene ogni anno sulla
potestà dei genitori. Nel 2000 se ne contavano
10.903. Nel 2005, sempre in tutt’Italia, si
parla di 14.114 casi, secondo i dati più recenti
raccolti da Istat-ministero della Giustizia.
Impossibile, ovviamente, stabilire quante di
queste vicende siano basate su fatti reali, e
quante siano il triste ripetersi dei meccanismi
di indagine poco chiari della storia di Basiglio
o del tassista milanese. Certo è che le
segnalazioni di vicende iniziate con accuse
mostruose, poi sgonfiatesi come bolle di sapone,
non mancano. Dalla Lombardia al Friuli, al
Lazio, alla Sicilia: la malagiustizia è un nervo
scoperto che attraversa tutta la Penisola. Siamo
nel 1994, a Pordenone. Qui abitano i coniugi G.,
Anna e Jim (i nomi sono ancora una volta di
fantasia) e i loro due figli. La famiglia non è
abbiente, vive nelle case popolari, a volte il
lavoro manca. La signora G., in seguito ad una
depressione, chiede aiuto ai vicini. Questi
denunciano il caso ai servizi sociali. «I figli
vennero sottratti ai genitori. L’accusa era che
il maggiore era obeso, quindi voleva dire che
non era abbastanza curato» ricorda Annalisa Del
Col, avvocato dei G., che subito fanno ricorso
al Tribunale. «Erano una famiglia con problemi
economici, che non nascondeva le proprie
difficoltà. Ma non c’erano storie di violenze,
abusi o abbandono. Si potevano sostenere i G.,
anziché strappare loro i bambini», prosegue Del
Col. La tesi dell’avvocato convince il Tribunale
dei minori.
A tutto
svantaggio dei figli
I bambini tornano
a casa, ma solo quattro anni dopo. Ovviamente
l’inserimento in famiglia non è semplice. Di
conseguenza, i servizi sociali li tolgono una
seconda volta ai genitori e nel 2000 li danno in
affido ad una coppia di Trieste. Nel 2004,
appena diventato maggiorenne, il più grande dei
fratelli ritorna a casa. Il fratellino, andato
via dalla casa naturale per la prima volta
all’età di due anni, non capisce più chi sia la
sua vera mamma. Prosegue Del Col: «Il Tribunale
dei minori è un tribunale speciale, agisce per
sua natura con sistemi poco democratici. Manca
il rito del contraddittorio, il diritto alla
difesa. Nei procedimenti è previsto che si
ascoltino i genitori, prima di prendere
iniziativa. Ma questa norma, con la scusa di
provvedimenti speciali, non viene mai applicata.
Da avvocato che segue sempre casi del genere,
dico che si lavora male. La cosa più difficile è
far cambiare idea ai giudici. Passano mesi,
prima che vengano revocati provvedimenti. C’è un
attaccamento pregiudiziale alle proprie tesi,
incredibile. Tutto ai danni dei bambini: alla
famiglia non viene dato alcun aiuto, spesso». In
sostegno a genitori che vivono casi del genere è
nata Gesef, l’associazione dei Genitori
separati dai
figli, composta esclusivamente da volontari. Ha
spesso lavorato a fianco di genitori, ottenendo
alcune vittorie importanti. «Eclatante il caso
di un bimbo romano, che chiamerò Andrea» ricorda
il presidente di Gesef, Vincenzo Spavone. «Venne
tolto ai genitori, che affrontavano delle
oggettive difficoltà. Il papà era in carcere, la
mamma spaventata di non riuscire a mantenere il
piccolo. Poco dopo che Andrea venne portato in
una comunità protetta, suo papà venne liberato
per buona condotta. Per mesi i genitori si
impegnarono: non mancavano una visita al figlio,
rimisero in piedi le proprie attività
economiche. Ma i servizi sociali scrissero al
giudice che Andrea si rifiutava di vederli.
Siamo dovuti andare a riprendere quegli incontri
con una telecamera. Il bambino, appena vedeva la
mamma e il papà, si divincolava dalle braccia
degli assistenti sociali per correre incontro ai
genitori». Il giudice ne ha preso atto. Nella
sentenza del 2002 – quattro anni dopo l’inizio
della vicenda – con cui si stabiliva il ritorno
di Andrea a casa, il Presidente del Tribunale
dei minori di Roma, Magda Brienza, segnala che
«certamente non vi fu sostegno nei confronti
della coppia genitoriale, ma solo atteggiamenti
oppositivi». Inoltre il giudice, scrive a
proposito dei problemi di Andrea a incontrare la
famiglia, segnalati dai servizi sociali: “Appare
di difficile lettura quanto riferito (...),
considerato anche il non facile contesto di
svolgimento degli incontri”. «Credo – denuncia
Spavone – che dietro certe leggerezze commesse
dai servizi sociali e avallate dal Tribunale dei
minori, ci sia il terrore di reali abusi, ma è
finita che lo Stato si è completamente
sostituito alla famiglia. E gli assistenti
sociali sono diventati una sorta di poliziotti
di quartiere».
Il tempo non
si restituisce
Di questo stato
di terrore che vive da anni la famiglia italiana
è esemplare un recente caso di cronaca, che, pur
non avendo nulla a che fare con abusi e violenze
familiari, fa comprendere la mentalità delle
istituzioni che dovrebbero avere cura dei
minori. Lo scorso aprile, a Messina, la mamma di
una sedicenne che frequenta l’istituto Tecnico
Jaci della città, si è rivolta al preside della
scuola, per chiedere aiuto. La figlia si
rifiutava di andare a lezione, perché vittima di
episodi di bullismo. Il preside, per tutta
risposta, sconvolto dal vociare della mamma, si
è limitato a denunciarla per interruzione di
pubblico servizio. In seguito alla vicenda di
Miriam, sul tavolo della Procura di Milano,
arrivarono nel 2000 diverse lettere, di genitori
che avevano subito ingiuste accuse. Una su
tutte. «Caro signor procuratore, mi chiamo
Corrado L. Sono stato ingiustamente accusato di
abusi verso le mie figlie. Le allego la sentenza
di assoluzione del Tribunale. Non dimentico
ancora i cinque rambo in divisa che hanno
perquisito la mia casa e interrogato le mie
figlie. Perché infierire per quattro anni su un
padre e su due bambine, per poi archiviare
tutto? Chi ci rimborserà dei danni, delle spese
legali, del tempo rubato, delle notti insonni,
delle sofferenze inflitteci?». All’epoca quelle
denunce fecero scalpore, poi sul Tribunale dei
minori è caduto il silenzio. Fino alla vicenda
di Basiglio.
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
Ora che i
fratellini di Basiglio sono a casa mancano solo
le scuse di chi ha sbagliato
di Federica
Mormando
Oggi ci si
scarica la coscienza monetizzando tutto, e
delegando il conto ai giudici.
Oggi, giovedì 22
maggio, dopo che per oltre due mesi è stato
sottratto alla famiglia da solerti funzionari
dello Stato, il “fratellino di Basiglio” torna a
casa. Salvo problemi di traffico. Infatti,
mentre la sorellina era rientrata venerdì
scorso, la “riconsegna” del fratellino ai
genitori è slittata di una settimana perché
l’educatore incaricato di portarlo dalla
psicologa per un ultimo colloquio si era perso
nel traffico di Milano. Da oggi, dunque, l’ansia
della famiglia può diminuire o aumentare. Chi
s’è visto portar via non sarà più sicuro di
poter essere sicuro. Comincia oggi la
spiegazione, il racconto, il dipanarsi o
incancrenirsi dei grovigli di emozioni e
sentimenti. Proprio nella scuola dove è nata, si
dovrebbe parlare di tutta questa storia. I
fratellini e i loro compagni, con la guida
dell’insegnante, dovrebbero ripercorrere
l’accaduto, chiarirsi reciprocamente. E la
bambina che ha fatto il disegno deve chiedere
scusa. È l’unica possibilità non soltanto per la
vittima di veder riconosciuto un suo diritto, ma
anche per la colpevole di sopportare la propria
colpa. Il dovere di tutti quelli che hanno
sbagliato, che sono stati incauti e frettolosi è
quello di riparare. Subito: chiedendo scusa.
Oggi ci si scarica la coscienza monetizzando
tutto, e delegando il conto ai giudici. Ma c’è
un risarcimento che ogni vittima merita: le
scuse di chi ha sbagliato. C’è una pena che non
tocca le tasche ma alleggerisce l’animo:
riconoscere i propri torti. Che vadano uno per
uno, i protagonisti della vicenda, compreso
l’educatore in ritardo; vadano dai due bimbi,
spieghino e chiedano scusa. Chiedere scusa è un
assegno in bianco, un deposito incorruttibile
nell’infinito della piccolezza e della grandezza
umana. E fa bene, a chi lo fa e a chi lo riceve,
insieme sul sentiero malsegnalato che va verso
la pace.
Federica
Mormando psichiatra
Published on Tempi (http://www.tempi.it)
“Mostri”
a Basiglio
La strana consuetudine giudiziaria di
accusare qualcuno prima di verificare i fatti
«Credo che all'origine di questa storia ci
possano essere i pettegolezzi di alcune mamme.
Credo che le maestre sapessero bene quello che
succedeva, ma mi risulta che hanno più volte
rimproverato Giorgia, senza motivo». Così
confidava a Tempi (leggi l'articolo) lo scorso
maggio il papà dei due fratellini di Basiglio,
strappati alla famiglia per 63 giorni per colpa
di un disegno scandaloso trovato dalle maestre
della bimba. Il vero scandalo sono rimaste le
accuse delle insegnanti, basate sul nulla, e le
mancate verifiche dei servizi sociali che
denunciarono presunti abusi al Tribunale dei
minori. Sei mesi dopo, la preside e le maestre
di Basiglio hanno ricevuto un avviso di garanzia
per falsa testimonianza, ma la vicenda non è
affatto conclusa. Non solo perché l’avvocato
della famiglia, Antonello Martinez, intende
continuare la sua battaglia anche contro i
servizi sociali. Soprattutto per quello che
drammaticamente insegna questa vicenda. «È un
problema di natura educativa» diceva l’avvocato
a Tempi, durante quei 63 giorni: «L’istituzione
sociale non può arrogarsi il diritto di educare.
Pensate se di punto in bianco i servizi
venissero a casa vostra e vi togliessero la
custodia dei figli». È successo a Basiglio, e in
decine di altri casi, conclusi con un niente di
fatto. Perché capita in Italia che prima si
agisca per via giudiziaria, e solo poi si
verifichino i fatti.
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
Senza giudizio
di Rodolfo
Casadei
Il
costituzionalista Simoncini e l’impasse di un
sistema che «ha perso cordialità con la realtà»
«I sistemi
giuridici richiedono una premessa morale
pregiuridica condivisa, un certo accordo
sociale. Quando ciò viene meno, la domanda sul
rapporto fra diritto e giustizia è estromessa
financo dalle università, e la crisi si
aggrava». Andrea Simoncini è ordinario di
Diritto costituzionale all’università di Firenze
e coautore di un denso libro a tre voci, La
lotta tra diritto e giustizia. Lì per 272
pagine, insieme al sacerdote e teologo don
Francesco Ventorino e al filosofo del diritto
Pietro Barcellona, Simoncini si interroga sul
fondamento del diritto. Un dibattito alto fra
posizioni diverse che è di grande aiuto a
comprendere il momento storico che stiamo
vivendo: l’attualità politica e la cronaca
quotidiana ci rimandano a una duplice crisi del
diritto e del suo rapporto con la giustizia. Da
una parte vicende come quella di Basiglio, dove
il tribunale dei minori smembra una famiglia
sulla base di vaghi sospetti, veicolati dagli
assistenti sociali e dagli insegnanti di una
bambina; dall’altra il persistente appeal
politico del giustizialismo, come si evince dai
successi elettorali del partito di Antonio Di
Pietro e dall’affollamento delle piazze
convocate da Beppe Grillo per affilare le armi
in vista dei suoi referendum antitutto.
Chiediamo a Simoncini di aiutarci a capire
l’origine di queste patologie che ci spaventano.
«Quando il fondamento delle regole della
convivenza diventa incerto, riprende quota
inevitabilmente il ruolo del sapiente, del
giudice, del capo: il principio che il diritto
coincida con la volontà di uno (il sapiente, il
potente, l’inviato di Dio) prevale». Perché una
famiglia può essere fatta a pezzi impunemente?
«Perché oggi la famiglia non è più una realtà
che preesiste al diritto; oggi il diritto
interviene con la pretesa di ridurre la
relazione familiare a un rapporto obbligatorio
di natura giuridica. È una conseguenza del fatto
che un ultimo aggancio del diritto a un criterio
di giustizia si sta perdendo». Lo stesso vale
per il giustizialismo: «Il successo elettorale
delle posizioni giustizialiste fa leva da un
lato su una condizione di illegalità molto
diffusa, dall’altro sull’idea di avere
finalmente un “capo” che decide al posto nostro,
a cui delegare la decisione. È una deriva
pericolosissima per l’idea stessa di diritto,
perché il parametro su cui si misura la dignità
non è più oggettivo, ma soggettivo». «Certamente
la famiglia può essere luogo di delitti, ma il
problema è che il diritto non trova più gli
strumenti adeguati per intervenire in questi
casi. In una realtà come la famiglia non si può
entrare con gli stessi strumenti con cui ci si
occupa delle associazioni criminali dedite
all’estorsione o al narcotraffico. Fa ribrezzo
l’idea che esistano strumenti giuridici
universali che vanno bene per tutti i fenomeni
sociali, dalla famiglia all’associazione
criminale. Noi dobbiamo differenziare i modi con
cui si attua il principio di giustizia a seconda
delle condizioni in cui ci troviamo. Oggi,
poiché non ci sono strumenti per affrontare quel
mondo così delicato che è la relazione
interpersonale, si innescano due fenomeni: o lo
scaricabarile, cioè nessuno vuole avere l’ultima
responsabilità (come a Basiglio); oppure si
vuole che ci sia un capo che decide tutto, anche
qual è il rapporto morale dentro a una famiglia.
Oggi la legislazione sulla giustizia in Italia
su questi temi è una delle più arretrate nel
mondo. Non abbiamo più una sensibilità cordiale
nei confronti dei fenomeni sociali, prevale la
pretesa
illuministica di
stabilire con una lama chi ha ragione e chi ha
torto davanti a un giudice».
Published on
Tempi (http://www.tempi.it)
Una pura
spaventosa formalità
di Chiara Rizzo
Il tribunale
dei minori e i servizi sociali di Basiglio hanno
tolto i piccoli Giorgia e Giovanni ai genitori.
Per un disegno hard
Basiglio è un
piccolo centro a sud di Milano, con una
popolazione di circa 8.500 persone. Un comune
molto ricco, che comprende nel suo territorio il
quartiere residenziale Milano 3. Un centro, a
sua volta, super residenziale: parchi, laghetti,
case ampie, luminose, curate. Un angolo di
Svizzera. Che però dallo scorso 14 marzo è
nell’occhio di un ciclone infernale. Quel giorno
due bambini di 9 e 12 anni, che chiameremo coi
nomi di fantasia con cui sono balzati all’onore
delle cronache, Giorgia e Giovanni, sono stati
allontanati dai genitori,per essere trasferiti
in due diverse comunità protette. Il motivo è un
disegno trovato sotto il banco della bimba dalla
maestra della scuola elementare di Basiglio. Vi
è ritratta una bambina accovacciata accanto a un
bambino. A stampatello, una scritta cruda:
“Giorgia fa sesso orale con suo fratello tutte
le domeniche per 10 euro”. Da quando della
vicenda ha parlato il Corriere della Sera,
Basiglio è sotto l’assedio dei giornalisti. Ma
quello che più ha sconvolto gli abitanti di
questo tranquillo centro non è l’attenzione
mediatica. Basta farsi un giro se non su quella
reale, sulla piazza virtuale, il forum del
quartiere Milano 3, dove vive la famiglia di
Giorgia: «Non ci sono prove, non c’è stata
nessuna sentenza, ma i bambini sono stati
portati via dai loro genitori. Pazzesco, può
succedere a chiunque, siamo proprio nel
Burundi», si legge in un commento. E gli altri
sono dello stesso tenore. A entrare nei
meccanismi di questa vicenda, si comprende lo
stupore e il dramma non solo di chi abita in
queste zone, ma della stessa famiglia
protagonista. Entrambi i genitori lavorano, e
fino a metà marzo la famiglia conduceva
un’esistenza dignitosa, tranquilla. Persone
normali, di cui tutti hanno sempre parlato bene:
persone come tante, come molti di noi, nel resto
del paese. Dal ritrovamento del disegno a quel
fatidico 14 marzo erano passate già alcune
settimane. A fine febbraio (ma la data non è mai
stata verificata) la maestra di Giorgia, III
elementare, rimane incuriosita quando vede la
bambina e un’amichetta concentrate su un
quadernetto. Lo controlla, tra le pagine trova
quel disegno e anche un altro, ugualmente
raggelante. L’amichetta di Giorgia, proprietaria
del quaderno, nega. Da una chiacchierata con le
bambine, vista anche la reazione intimidita di
Giorgia, la maestra deduce che sia quest’ultima
l’autrice del disegno, in una sorta di terribile
denuncia. Dopo di che, sulla vicenda cade il
silenzio. A fine febbraio, gli insegnanti
incontrano i genitori per la consegna delle
pagelle. È in quella occasione che per la prima
volta la maestra di Giorgia parla con la mamma
della bimba: le mostra il disegno. La mamma non
ha dubbi: «Non l’ha fatto mia figlia, lei non
disegna così. Anche la scritta: non è la sua
grafia». Per una seconda volta, cade di nuovo il
silenzio. Fino a quel venerdì di metà marzo, due
settimane dopo. Quel giorno, Graziella Bonello,
la direttrice del comprensorio scolastico di
Basiglio, la scuola di Giorgia, invia un fax ai
servizi sociali del Comune. Denuncia gravi abusi
ai danni della bimba, riportando le accuse della
maestra. L’assistente sociale, lo psicologo e il
responsabile dei Servizi alla persona del
Comune, quel giorno stesso, forse solo a poche
ore dal primo fax, inviano una segnalazione
(preceduta da una telefonata) alla procura del
tribunale dei minori. Chiedono l’allontanamento
dei bimbi dalla famiglia. Poco dopo, ricevono il
nulla osta firmato dal pubblico ministero. Nel
giro di poche ore è già tutto risolto: davvero
un’efficienza elvetica. A parte il fatto, certo,
che dal primo fax al nulla osta i bambini non
sono mai stati sentiti da alcun esperto, nemmeno
dallo psicologo che firma la richiesta. Non
viene mai contattata la famiglia, nemmeno per un
chiarimento, o per dare un’occhiata ai famosi
disegni. Ci risulta che lo dichiarino a chiare
lettere gli stessi servizi sociali nella
richiesta al pm, spiegando di non ritenere
possibile un colloquio tranquillo. E che lo
abbiano ribadito una seconda volta, anche tre
giorni dopo, in un nuovo documento inviato al
pm: si premurano di specificare, inoltre, di non
aver mai ricevuto segnalazioni che
evidenziassero situazioni di disagio sociale o
di aver saputo, dalla scuola, di situazioni
problematiche della famiglia. Intanto quel 14
marzo Giorgia, Giovanni e i loro genitori, con
una scusa, sono convocati al comune di Basiglio.
Lì ci sono già le forze dell’ordine, che
prelevano i bambini. Quando agli inizi di aprile
Giorgia ricostruisce quella giornata davanti al
giudice del tribunale dei minori, ricorderà di
aver visto la mamma disperata e di averla
sentita minacciare di buttarsi dal balcone. Per
quarantuno lunghi giorni, non saprà di avere
ancora una mamma: l’ha rivista per la prima
volta lo scorso 24 aprile, quando finalmente ha
potuto consegnare ai genitori due disegni che
aveva preparato. Raffigurano un orsetto, con le
ciglia e la boccuccia aperta, circondato da
cuoricini. Con una scritta: “Ti voglio bene
mamma. Ti voglio bene papà”. Niente di più
lontano dai due disegni al centro della vicenda.
Il giudice e
le «rilevanti perplessità»
Sempre davanti al
giudice, la bimba nega a chiare lettere di
essere l’autrice. Anzi, dà, con le sue parole
semplici e ingenue, una prospettiva diversa da
quella iniziale. Giorgia spiega di averlo detto
subito, sia alla maestra che alla mamma, che il
disegno l’hanno fatto due compagne di classe:
«Mi prendono sempre in giro perché ho i
dentoni». La insultano perché la mamma lavora
come donna delle pulizie, e perché ha una
macchina vecchia e rotta. Si tratta di una Golf,
non propriamente una carretta, che forse sfigura
davanti a qualche Suv. Sono, anche questi,
particolari che aiutano a definire meglio i
contorni di questa storia. Torniamo alla vicenda
giudiziaria. Dopo aver firmato il nulla osta, lo
scorso 19 marzo il tribunale dei minori apre
formalmente un processo per confermare il
trasferimento in comunità. È in questo ambito
che sono ascoltati i bambini (anche il fratello
di Giorgia, Giovanni, che nega ripetutamente e
con tutte le sue forze di aver mai fatto
qualcosa del genere alla sorella, lui che non ha
nemmeno mai visto un film o sfogliato una
rivista porno, e che passa il suo tempo giocando
a calcio e alla playstation) e la preside da cui
è partita la denuncia. La quale, davanti al pm,
spiega che nemmeno lei ha mai contattato
direttamente la mamma di Giorgia, prima di fare
la denuncia: si è limitata ad ascoltare quello
che raccontavano altre mamme della scuola.
Rispetto ai disegni, il giudice ha espresso
«rilevanti elementi di perplessità» e ha ammesso
che «non si può escludere che i disegni siano
stati fatti solo in parte dalla bambina, o
addirittura che non ne abbia fatti». I periti
del tribunale che dovranno riesaminare i disegni
sono stati nominati il 28 aprile, quarantacinque
giorni dopo l’inizio di tutto.
Le perizie
della difesa
Al momento quei
disegni sono già stati esaminati dai due
consulenti della difesa. Laura Guizzardi,
grafologa e perito calligrafo iscritto all’albo
delle consulenze del tribunale di Milano, non ha
il minimo dubbio. «Lavoro principalmente sulle
grafie. Bene: la scrittura non è della bambina.
Si capisce da numerosi dettagli. Ad esempio: la
grafia di Giorgia scorre verso destra, è
morbida, si espande. Quella vicino ai disegni è
assolutamente diversa: è rigida. Sembra di
paragonare una pera a una mela». Marco Casonato,
professore di Psicologia dinamica all’Università
di Milano Bicocca, esperto di psicologia
infantile, ha dato il suo parere sui disegni:
«Escludo che siano di Giorgia. Da alcuni tratti,
anzi, ipotizzo che quei disegni li abbiano fatti
piuttosto dei maschietti. Mi si obietterà: ma
com’è possibile che un bimbo di otto anni possa
inventarsi delle cose così morbose? Guardi:
basterebbe che qualcuno in classe avesse visto
una delle ultime puntate del Grande Fratello,
dove si parlava diffusamente di sesso e
preliminari. Avrebbe imparato tutto quello che
c’era da sapere. Si è messo in moto un
meccanismo che fa rabbrividire. Poniamo, per
assurdo, che quei disegni fossero stati di
Giorgia. Dal punto di vista psicologico sarebbe
stato meglio consentire ai genitori di
intervenire nell’educazione dei figli. Si
dovevano informare i genitori: erano loro a
dover intervenire per primi. Invece il tribunale
si è arrogato il diritto di fare lui da
genitore. Ma soprattutto sono i servizi sociali
ad aver sbagliato: hanno agito con mano pesante
per ignoranza. Mera ignoranza. È un problema di
mentalità. Sono abituati a comportarsi così».
«Siamo davanti a un caso dell’assurdo», secondo
l’avvocato della difesa Antonello Martinez.
«Anzitutto i disegni: si vede a occhio che non
sono quelli soliti di Giorgia, non occorre
essere periti. Si riesce a distinguere una mela
da un cavolfiore anche senza una laurea in
agraria. Lo stesso giudice è perplesso. Ma il
punto è che questo è un problema di natura
educativa. L’istituzione sociale non può
arrogarsi il diritto di educare. Ci troviamo di
fronte a una famiglia come tante. Pensate se di
punto in bianco i servizi venissero a casa
vostra e vi togliessero la custodia dei figli.
Senza avervi nemmeno spiegato qual è il
problema». La preside, che Tempi ha cercato per
un commento, si trincera dietro un comunicato
stampa: «Il consiglio d’istituto respinge con
sdegno le diffamanti affermazioni» pubblicate in
generale sulla stampa. Per conto dei servizi
sociali del suo Comune parla il sindaco di
Basiglio, Marco Flavio Cirillo, che gioca allo
scaricabarile. «È un fatto grave. Io conosco la
famiglia, sono persone degnissime. Ma come si
può anche solo pensare che i servizi sociali
siano i cattivi, che vengono a togliere i figli
in modo irruento a un padre e a una madre? È
stato deciso tutto dal tribunale dei minori, i
servizi hanno seguito solo delle direttive.
Quindi mi chiedo: perché il ministro Roberto
Castelli voleva eliminare con una riforma il
tribunale dei minori? È questa la domanda che
dobbiamo porci». L’avvocato Martinez smentisce:
«Il sindaco può pensare quello che vuole. Ma
verba volant, scripta manent. Lo dicono gli
atti. La richiesta di allontanare i figli dai
genitori è partita proprio dai servizi sociali,
che non hanno voluto fare nemmeno una verifica».
Al momento in cui scriviamo, l’avvocato della
difesa ha appena messo agli atti la deposizione
di un genitore della scuola. Dichiara di aver
ricevuto a sua volta la confessione della mamma
di una compagna di classe di Giorgia: sarebbe
sua figlia l’autrice del disegno. Dopo 45 giorni
Giorgia e Giovanni sono ancora in comunità
diverse. Il maggiore, anzi, ne ha già cambiate
due. Passerà ancora del tempo prima che si
concludano le varie perizie, appena
commissionate. Ancora di più prima di giungere a
una sentenza definitiva. Intanto i fratellini
hanno incontrato i loro genitori solo una volta.
Questa storia, iniziata con un disegno e
un’accusa inappellabile, non può chiudersi che
con una domanda. Chi pagherà per tutto il dolore
dato a due bambini, alla loro mamma e al papà?