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Dal Corriere della Sera, maggio 2008


 

Sottratti ai genitori per un disegno

La decisione del Tribunale che però riconosce «rilevanti perplessità»

 

Raffigurati rapporti tra la bimba e il fratello. Lei: lo scherzo di un'amica. Il padre: famiglia distrutta

 

MILANO — La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera».

Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno. È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori. «A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo».

A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo». La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione:

Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo. «Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime. E una famiglia divisa. Da oltre un mese.

Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta?». Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole». Il giudice «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o che non ne abbia fatti»

Annachiara Sacchi


Don Mazzi

«Giudicano solo con le scartoffie Nessuno risarcirà quei piccoli»

«I tempi della giustizia non c' entrano nulla con quelli dei bambini. Mettiamo che i fratellini di Basiglio tornino a casa domani: nessuno potrà risarcirli del male subìto». Don Antonio Mazzi riflette sul caso dei piccoli tolti alla famiglia e portati in comunità per colpa di un disegno osé trovato in classe. E punta il dito verso psicologi e assistenti sociali. Il loro lavoro è delicatissimo e di enorme responsabilità. «Nessuno lo nega. Ma i fatti dimostrano come questa gente sia troppo spesso lontana dal mondo. Giudica basandosi sulle scartoffie. Senza sporcarsi le mani con la realtà». E' la giustizia minorile a metterli in queste condizioni. «Questo è vero. La giustizia minorile impone valutazioni su criteri vecchi. E' poi è lentissima. Si parla di mesi di attesa come nulla fosse, quando un mese speso male nella vita di un bambino può comportare danni irreparabili. La verità è che psicologi e assistenti sociali andrebbero affiancati da gente con un maggior contatto con la realtà». Che riflessioni le suscita il caso di Basiglio? «Due valutazioni. La prima: non capisco perché togliere i fratellini alla famiglia sulle basi di un disegno. Avrebbe avuto più senso inviare un assistente sociale in famiglia per un certo periodo. In modo da capire la situazione. Ma la cosa non mi stupisce». Perché? «I casi come questo sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Cercare di fare qualcosa è difficilissimo: il tribunale dei minori è un fortino blindato con meccanismi che non si arrestano nemmeno davanti all' evidenza dei fatti». E la seconda valutazione? «E' la seguente: i figli andrebbero separati dai genitori solo di fronte a fatti e motivazioni di gravità estrema. E' vero, molti bambini devono accontentarsi di genitori per molti versi scarsamente all' altezza. Ma il ruolo di padri e madri resta difficile da sostituire». Il suo giudizio è durissimo. «Non credo di esagerare. La giustizia in generale nel nostro Paese è al collasso. Per quello che riguarda i minori, la situazione, se possibile, è ancora peggiore. Bisogna intervenire al più presto per cambiare le regole. O i casi come quello di Basiglio continueranno a moltiplicarsi».

Querze' Rita

 


 

Sit-in di solidarietà per la famiglia di Basiglio

 

Tribunale, la perizia scagiona i fratellini:

«Il disegno osé non l'ha fatto la ragazzina».

I bambini sono in comunità da 54 giorni

 

MILANO - Gli striscioni, a decine: «Senza di te la II A è vuota». I compagni della squadra di calcio: «Cosa dobbiamo fare per rivedervi?». I cori: «Resistete!». E gli applausi, scroscianti. Basiglio si raduna in piazza. Con un sit-in che mai nessuno aveva visto da queste parti. Mamme, papà e bambini a chiedere che i due fratellini — quelli del disegno osé — tornino a casa.

Giorgia e Giovanni sono in comunità da 54 giorni. Eppure tanti elementi inducono a pensare che i due bimbi, 9 e 13 anni, non c'entrino nulla con questa storia. L'ultimo è arrivato ieri: anche per il consulente del Tribunale dei Minori la vignetta da cui è nato il «caso Basiglio» non è stato fatta dalla piccola Giorgia. Un tassello in più che proverrebbe l'«innocenza» dei due fratelli. Lo riferisce Antonello Martinez, legale della famiglia, riportando le parole che il grafologo nominato dal giudice ha riferito al consulente della famiglia dopo l'incontro di ieri, con le due esperte a studiare la «mano» della bimba. «Per quel che mi riguarda — riferisce l'esperta di parte — Giorgia non è autrice né dei disegni (sono 7 quelli esaminati) né della scritta hard. Non ho trovato nessun elemento che dimostri il contrario e non credo che neanche la collega lo farà».

Nuove tappe per la storia che sta tenendo Basiglio con il fiato sospeso. Ieri mattina il Tribunale per i minorenni ha conferito l'incarico allo psicologo. Anche la famiglia ne ha nominato uno. «Mi pare che il giudice stia dando una accelerazione - continua l'avvocato - e confido che la vicenda si risolva al più presto. Comunque stiamo predisponendo una denuncia contro ignoti affinché la magistratura faccia chiarezza su fatti accaduti che definire inquietanti è limitativo». Una battaglia durissima. Accuse, testimonianze choc, mamme segnalate alla polizia perché appendevano volantini (per invitare al sit- in).

E la manifestazione di ieri sera: gioiosa, rumorosa, carica di affetto. Con le donne di Basiglio pronte a firmare una petizione per chiedere alla preside «che Giovanni non perda l'anno scolastico». Con gli abbracci ai genitori dei due bimbi per dire «dai, ancora un po' di pazienza». Con i canti dei più piccoli pronti a gridare «I bimbi vanno ascoltati e non traumatizzati» e «Liberateci dagli incubi degli adulti». Gli assenti: il sindaco, Marco Cirillo, le maestre, il parroco. Battere di mani e voci sempre più forti. Fino alle 21 in punto, quando i carabinieri avvertono i manifestanti: «Dovete lasciare la piazza. Avevate a disposizione un'ora sola di protesta».

 

Annachiara Sacchi


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Una Guantanamo per bambini

di Chiara Rizzo

Le pressioni degli assistenti sociali, l’isolamento in comunità, la solitudine. La sconvolgente vicenda dei fratellini di Basiglio raccontata dai loro medici

Guarda tutta la vicenda dei fratellini di Basiglio

«Lo so che tornerò a casa: mi hanno detto che se dico quello che hanno scritto, se confermo le accuse, potrò tornare da mamma e papà». «Quando te l’hanno detto, Giovanni?». «Un giorno che mi hanno accompagnato in macchina fin sotto casa. E quando mi hanno portato via, mi hanno detto di non preoccuparmi, perché mi avevano già trovato una nuova mamma e un nuovo papà. Non ho fatto niente! Voglio tornare a casa». Un gradino dopo l’altro, la discesa agli inferi di un ragazzo di 13 anni. Così Giovanni – uno dei due fratellini di Basiglio, ingiustamente accusato di abusare della sorellina Giorgia, 9 anni, poi “scagionato” dal Tribunale dei minori di Milano – ricostruisce le pressioni subìte per un assurdo errore giudiziario. Un viaggio dall’innocenza al male, in cui è stato catapultato lo scorso 14 marzo, il giorno del suo compleanno. Dopo la denuncia presentata al mattino da due maestre e dalla preside dell’Istituto comprensivo di Basiglio (oggi tutte indagate per falsa testimonianza), i servizi sociali – lo psicologo Luca Motta, l’assistente sociale Federica Micali, il responsabile dei Servizi alla persona del comune di Basiglio, Raffaele Fortunato – ottenuto il nulla osta al collocamento dei bambini in due diverse comunità protette, hanno caricato sulle auto dei vigili urbani Giorgia e Giovanni e li hanno portati via. È passato un mese e mezzo prima che i genitori avessero loro notizie. Il primo a far visita a Giovanni, è stato il pediatra Mauro Benozzi, contattato dall’avvocato della famiglia, Antonello Martinez. «Era maggio, faceva caldo – ricostruisce Benozzi con Tempi. L’indirizzo che mi avevano dato (nascosto ai genitori, su richiesta dei servizi sociali, ndr) era quello di una villetta a Lavanderie di Segrate, un piccolo comune a est di Milano. Una comunità protetta come tante altre. Mi sono presentato alle tre del pomeriggio. Mi ha aperto la porta Gianluca, uno degli educatori. C’erano circa 8 ragazzi, tra i 10 e i 15 anni. Ricordo, mentre l’educatore mi accompagnava da Giovanni, di averne visti tre sdraiati su un divano davanti alla tv. “Non guardi troppo in giro”, mi disse Gianluca. La stanza di Giovanni era al primo piano: una cameretta di 10 metri quadri, con un letto, una finestra, una libreria. Appena mi ha visto, il ragazzo con gli occhi lucidi mi ha chiesto “Sei venuto a prendermi?”». Poi è scoppiato a piangere. «Era molto dimagrito. Aveva perso 10 chili e presentava gravi segni di stress e depressione. Tic agli occhi, singhiozzo, tosse nervosa, diarrea. Per tutta la durata della visita – sarò rimasto con lui un’ora e mezza – Giovanni ha pianto. Tanto forti erano i singhiozzi, che non riuscivo nemmeno ad auscultare». Il medico ricorda anche altri particolari. «Ripeteva “Non ho fatto niente. Voglio bene a mia sorella”. Per rincuorarlo gli assicurai che presto sarebbe tornato dai suoi. E allora lui, che è un tipo molto fermo di carattere, mi ha risposto con quella frase. “Sì lo so! Mi hanno detto che se confermo quello che hanno scritto di me, mi fanno tornare. Ma non voglio dire una bugia”». Il dottore si allarma. «Gli chiesi quando era successo. Mi raccontò che una volta lo psicologo e

l’assistente sociale l’avevano prelevato dalla comunità e portato sotto casa. Ricordo perfettamente le sue parole». Ma ancora. «Mi disse anche che in auto, mentre lo portavano via da casa, lo psicologo, vedendolo piangere gli ha detto: “Tranquillo, ti abbiamo trovato una nuova mamma e un nuovo papà”». Le pressioni psicologiche subìte da Giovanni sono confermate anche da testimoni, adulti, presenti in entrambi i casi. Benozzi ricorda di aver avuto una buona impressione dell’educatore, che tentava di confortare Giovanni in tutti i modi. Ma non della piccola comunità di ragazzi: «C’era un italiano, l’unico con cui aveva fatto amicizia. Gli altri erano magrebini, albanesi, rumeni. Ad un certo punto, Giovanni mi indicò un magrebino, di circa 15 anni. “Quello è il capo, fa il bello e cattivo tempo”, mi disse, raccontandomi che appena era arrivato, gli aveva rubato la playstation che aveva con sé. “Ci dobbiamo difendere dagli altri che sono arrivati prima”, mi disse Giovanni. Mi sembrò un ambiente da favelas».

L’innocenza rubata

Le pressioni psicologiche, l’ambiente difficile e le accuse, sono calate su Giovanni come un cappuccio opprimente, che lo ha disorientato. È per questo che Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all’Università di Milano Bicocca, esperto di psicologia infantile, oggi terapeuta di Giorgia e Giovanni, parla di «una Guantanamo per bambini». «Hanno fatto sentire Giovanni il cattivo della storia» racconta Casonato. «Traumatizzato, ha vissuto in totale isolamento per 47 giorni, in un posto sconosciuto, senza contatti neanche con il proprio avvocato. Ai coniugi di Erba questo diritto è stato garantito. A lui no, perché è un minore. Purtroppo questa è la prassi normale che si segue per “tutelare” i minori. Non le ricorda Guantanamo? E poi quella frase sui nuovi genitori, una crudeltà gratuita, di persone incompetenti che finiscono per risultare sadici». Oggi Giovanni è in terapia con la sorella. La diagnosi del professore è “stato dissociativo” per la bimba. Depressione per Giovanni: «Quando vede un auto dei vigili si nasconde. Prima amava giocare a calcio, adesso preferisce rimanere chiuso a casa. Ha perso l’innocenza». Gli ha confidato altre angherie subìte. «Un giorno per un battibecco, un albanese lo ha minacciato con un coltellino». A Casonato, Giovanni ha consegnato anche un diario scritto durante i 70 giorni lontano da casa, oggi all’esame degli inquirenti: lettere da un inferno in cui non si spegne la speranza di giustizia. Quello stesso barlume che Giovanni ha ritrovato anche allora. «Trasferito in una nuova scuola, credendo su insistenza dei servizi sociali di essere stato abbandonato dai genitori, un giorno è stato avvicinato da una compagna di classe. Che aveva sentito parlare in tv di Basiglio e lo aveva riconosciuto: è stata lei la prima a rincuorarlo, a dirgli che alcune persone, madre e padre in testa, lottavano per lui». Dopo il ritorno a casa dei bimbi, l’avvocato Martinez ha presentato una denuncia penale, e a novembre sono arrivati i primi avvisi di garanzia. «Proseguo la mia battaglia – dice Martinez. Aspetto di capire perché preside e maestre sono ancora al loro posto. E mi fido, davvero, del pm che indaga e sta lavorando molto bene». Per l’affaire Basiglio, è stata presentata anche un’articolata denuncia contro i servizi sociali dove sono evidenziati probabili violenze psicologiche.


 

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Un'ordinaria follia

di Chiara Rizzo

«Sono piombati a casa nostra e li hanno portati via». Alla fine dell’incubo parla il papà dei “fratellini di Basiglio”, tolti alla famiglia per la sciatteria di maestre e servizi sociali

«Non auguro a nessuno questo incubo». Così definisce la sua vicenda, durata oltre 2 mesi, il papà di Giorgia e Giovanni, i due bimbi di Basiglio allontanati dalla famiglia dal 14 marzo. L’uomo parla per la prima volta e a Tempi, sotto la tutela dell’ anonimato chiesta per proteggere i bambini, dell’incubo kafkiano iniziato quel 14 marzo, quando i suoi figli sono stati prelevati dai servizi sociali e condotti in due diverse comunità protette. Il motivo? Giorgia sarebbe stata l’ autrice di un disegno scandaloso, che ritraeva due bimbi che facevano sesso orale. I contorni di questa assurda vicenda giudiziaria sono lì, in quel disegno di bambina dalle linee dritte e decise. E in cinque firme, che hanno materialmente portato all’allontanamento dei bambini dalla famiglia. Le firme sono quelle della dirigente del comprensorio scolastico di Basiglio, Graziella Bonello, che denuncia il racconto di una maestra, la quale a sua volta riporta le parole di altre mamme della scuola. Dell’assistente sociale del comune Federica Micali, dello psicologo Luca Motta, del responsabile dei Servizi alla persona del comune di Basiglio, Raffaele Fortunato, che da quella denuncia richiedono l’allontanamento dei bambini dalla famiglia. E del pm Maria Luisa Mazzola che, infine, «esprime il nulla osta». Cinque persone hanno firmato senza verificare i fatti, incontrare la famiglia, o almeno i bambini. Solo il 16 maggio, Giorgia, ritenuta completamente estranea alla vicenda – così come il fratello – è tornata a casa. Giovanni dovrebbe raggiungerla oggi. Il ritardo è stato causato dal traffico: il bimbo è arrivato con dieci minuti di ritardo al colloquio con lo psicologo, che doveva firmare il permesso per il rientro. L’ultima ed ennesima assurdità burocratica. Sospira il papà: «Spero che la mia vicenda serva ad altri come esempio, perché delle cose così orribili non accadano più».

Come avete vissuto questi 63 giorni, lei e sua moglie?

Ci sono sembrati secoli. Avevamo un’amarezza, un dolore, inimmaginabili. Quando tutto è cominciato, era il giorno del compleanno di mio figlio. Pensi cosa significa per un padre e una madre vedersi strappare i figli, all’improvviso, in un momento di festa.

Cos’ è successo quel 14 marzo?

Quel pomeriggio mio figlio era all’oratorio, festeggiava appunto con i suoi amici. Giorgia era a casa con la mamma. Io ero al lavoro, quando ho ricevuto una telefonata di mia moglie: «Ci portano via i bambini». Ero incredulo. I servizi sociali sono piombati a casa nostra all’improvviso, accompagnati dai vigili urbani. Hanno detto a mia moglie di preparare due valigie, le hanno dato giusto il tempo di mettere dentro quattro cose. Io non ho potuto nemmeno salutarli, i miei figli, prima che li portassero in comunità.

Fino a quel momento non avevate ricevuto nessun segnale allarmante?

Assolutamente no. Una maestra di Giorgia aveva parlato con mia moglie, durante l’incontro con tutti i genitori per la consegna delle pagelle. In quell’occasione, le mostrò anche il disegno. Mia moglie le rispose subito che era certa non fosse di Giorgia. La maestra, con tono incredulo, le chiese: «E come fa ad esserne sicura?». Mia moglie rispose: «Perché non è la sua scrittura».

Pensava che la cosa fosse chiusa lì. Infatti io non ne seppi niente, fino a quel venerdì.

È vero che le maestre hanno mostrato il disegno ad altre mamme della classe di Giorgia, e che una di loro, fin dall’inizio ha ammesso che il disegno era di sua figlia? Perché allora è stata accusata Giorgia?

Sì, è vero. Bisogna fare chiarezza su questa storia. Credo che all’origine di tutta questa storia ci possano essere i pettegolezzi di alcune mamme. Io sono di origini meridionali, forse c’è stata della discriminazione nei nostri confronti. Il mio avvocato ha avviato ulteriori accertamenti. Ma abbiamo già scoperto che mia figlia era vittima di alcune compagne di classe, che la insultavano per i “denti da coniglio” e perché sarebbe “povera”. Credo che le maestre sapessero bene quello che succedeva in classe, ma mi risulta che, anziché le sue compagne, hanno più volte rimproverato Giorgia, senza motivo.

I servizi sociali non le hanno dato spiegazioni?

Solo a tarda sera, dopo che i miei figli erano già stati portati via. Mi chiamarono alle dieci e mi dissero che purtroppo c’era questo disegno, dovevano intervenire. Una cosa assurda! Mia figlia era tranquilla, serena. E l’hanno costretta a vivere un’esperienza del genere, uno strappo disumano. Ricordo la prima volta che ci ha rivisti, me e mia moglie: ci è saltata al collo, piangeva. È stato un incubo, un incubo, un incubo.

Dopo quanto tempo avete avuto i primi contatti con i vostri figli? E cosa vi dicevano Giorgia e Giovanni?

La prima telefonata c’è stata quarantasette giorni dopo quel 14 marzo. Più di un mese e mezzo.

Giovanni è stato male. Continuava a ripetermi: «Papà, ma cos’ho fatto?». In tutti questi giorni, ha smesso di mangiare. Vomitava in continuazione. Mio figlio, quello che andava sempre a giocare a calcetto....

Perché è accaduto tutto questo, secondo lei? Che idea si è fatto?

Una spiegazione non so darmela nemmeno io. L’avvocato ha iniziato a verificare le responsabilità di questa vicenda e io, per il momento, chiedo solo che non accada ad altri. Non so come sia stato possibile fare un errore del genere. Come ho detto, mio figlio è un ragazzo normalissimo. Ama fare sport... Come si può accusarlo di cose così gravi?

Come si è comportata la comunità di Basiglio nei vostri confronti, durante questi giorni? Ci sono state anche delle mamme che hanno manifestato a vostro favore…

Sì, è vero: il comitato delle mamme di Basiglio, che ci hanno espresso la loro solidarietà. Ho notato che erano iscritte tutte le mamme della classe di Giovanni, a differenza di tutte quelle della classe di Giorgia. Il comitato, insieme al nostro avvocato è stato un grandissimo sostegno per noi. Nell’avvocato Antonello Martinez, che ha lavorato gratuitamente per noi, ho trovato davvero un fratello. Vorrei ringraziare tutte queste persone, anche i media.

Come sta Giorgia?

Quando siamo andati a prenderla, ci è corsa incontro e ci ha abbracciati. Poi mi ha detto: «Papà, facciamo finta che sono tornata da una vacanza. Pregavo tutte le sere di rivedervi». E così abbiamo fatto. Adesso è felice, gioca, va a passeggio. Mi ha persino detto che ha voglia di rivedere presto le sue compagne di classe.

Ci sono tante altre famiglie che come la sua sono state vittime di errori giudiziari. Per la sua esperienza, chi crede abbia atteggiamenti di eccessiva leggerezza, nei casi che riguardano i minori?

Ci hanno chiamato in centinaia di genitori, per esprimerci solidarietà, e vorrei ringraziare anche loro. Io non so di chi sia la colpa: posso dire che ho sempre avuto rispetto e fiducia nell’operato della magistratura. Non spetta a me giudicare nessuno. Sono stati i servizi sociali, la scuola, altre famiglie? Indagheremo per scoprirlo.

Cosa vi lascia quest’esperienza?

Mi devo ancora risvegliare da questo lungo incubo. Non credo che nessuno ci potrà ripagare per quello che abbiamo passato. Chiedo solo una cosa, chi sa qualcosa, parli: se qualcuno ammettesse le sue responsabilità, se potessimo avere questa giustizia, io e mia moglie daremmo il nostro perdono. Non portiamo alcun rancore, davvero.


 

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La legge del più isterico

di Chiara Rizzo

Bimbi tolti ai genitori per accuse infondate, perizie approssimative. Il caso di Basiglio è solo l’ultimo di una serie di orrori giudiziari

Miriam (la chiameremo così), ha solo tre anni quando la sua folle avventura inizia. Miriam è paffutella, allegra, vivace. Abita in un appartamento nel centro di Milano, dove la mamma lavora come portinaia, mentre il papà, Marino V., fa il tassista. Ha un fratellino più grande, che ha un grave handicap, è tetraplegico: perciò i suoi genitori sono sempre molto protettivi nei suoi confronti. Sarà perché è una tipetta vispa, sarà per richiamare l’attenzione di mamma e papà, Miriam inizia a dire parolacce. Un turpiloquio da camionista più che altro buffo sulla bocca di una bimbetta. Però la mamma si preoccupa un po’, vorrebbe non trascurare quel segnale che la figlia le invia, decide di chiedere aiuto a una psicologa di un centro di aiuto ai bambini maltrattati, convenzionato col comune e vicino casa. La psicologa ascolta la storia della donna (Miriam a quel primo incontro non partecipa), poi dà il suo verdetto. Ricorda la mamma: «Mi disse: “Signora, le parolacce di sua figlia sono causate da abusi sessuali subiti dal padre. O denuncia subito lei suo marito, o lo faccio io”». Sembra una storiella tragicomica. Invece è solo l’incipit di un caso giudiziario, cominciato nel 1996 e conclusosi sei anni dopo, che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una vicenda agli atti di un tribunale. Esattamente nei termini in cui l’abbiamo ricostruita fino ad ora. Spiega a Tempi l’avvocato Luigi Vanni, difensore del papà di Miriam, Marino V.: «La mamma della bimba si spaventò. Non sapeva cosa fare, ma su pressione della psicologa, pur non credendo alle sue accuse, denunciò il marito. I servizi sociali e il Tribunale dei minori immediatamente tolsero la custodia della piccola non solo al papà, ma anche a lei». Miriam viene portata in una comunità protetta. Per mesi nessuno della famiglia può vederla. Intanto il Tribunale dispone la perizia medica: il verdetto è inequivocabile. «“Compatibile con una violenza carnale”» ricorda a memoria ancora oggi Luigi Vanni. Marino

V. è senza appello il mostro: non potrà rivedere più la figlia. Per permettere che Miriam torni almeno a vivere con la madre, i due genitori, pur amandosi ancora, sono costretti a separarsi. Marino V. si autoesilia a Bergamo. La difesa si batte per una contro-perizia, per tre lunghi anni, inutilmente. Alla fine il Tribunale accoglie l’istanza. Il ginecologo che visita Miriam non ha dubbi. La bambina non ha subito alcuna violenza, senza ombra di dubbio: la visita specialistica mostra che ha solo una piccola malformazione congenita. E il primo medico allora? «Controllammo il suo operato» ricorda Vanni. «Emerse un particolare incredibile. Aveva fatto 359 perizie per il Tribunale. Tutte identiche. Tutte con quella medesima formula: “Compatibile con la violenza carnale”». Come se un meccanismo di indagine si fosse inceppato. Non il solo, in realtà. Man mano, emergono dubbi anche sulle accuse della prima psicologa. Infine la sentenza definitiva. Nel dicembre 2000 il pm Tiziana Siciliano proscioglie da tutte le accuse Marino V. e denunzia il «meccanismo infernale» dell’indagine, fondato su «assistenti sociali, periti e poliziotti» di «un’incompetenza che rasenta lo scandalo». Qualche mese dopo il tassista può finalmente tornare insieme alla moglie. La bimba rientrerà definitivamente a casa con i genitori solo nel maggio del 2002. Sei anni dopo la separazione Miriam, a 9 anni, porta sulla sua pelle le cicatrici della malagiustizia. «Per anni ha creduto fosse per colpa sua se non poteva

più stare con la sua mamma e il suo papà», prosegue l’avvocato Vanni. «La giustizia minorile si mostrò minorata – prosegue Vanni – e minorata mi sembra ancora oggi, con la vicenda di Basiglio». A Basiglio, da 54 giorni, Giorgia e Giovanni, 9 e 12 anni, sono stati separati dai genitori. Messi in una comunità protetta per un disegno “osé” attribuito a Giorgia: le maestre della bimba e i servizi sociali hanno richiesto procedure d’urgenza, per togliere i minori dalla potestà dei genitori. Senza neanche avvertirli delle accuse che muovevano nei loro confronti. Intanto da Basiglio emergono particolari inquietanti.

Dopo i pettegolezzi

«Una mamma», spiega l’avvocato Antonello Martinez, che difende i genitori di Giorgia e Giovanni, «ha riferito di aver parlato con le maestre, prima che queste denunciassero il caso di Giorgia agli assistenti sociali. E aveva detto a chiare lettere che il disegno lo aveva sicuramente fatto sua figlia. Ma, non si capisce bene perché, né le insegnanti, né i servizi sociali del comune le hanno dato retta. Uno scandalo». Uno scandalo che ricorda la vicenda di Marino V., il cui avvocato, Luigi Vanni, nutre nuovi e pesanti dubbi sull’operato del Tribunale dei minori. «La vicenda di Basiglio mi pare inverosimile. Quando ci sono di mezzo i bambini sembra che magistrati e psicologi perdano completamente la testa. In questi procedimenti saltano completamente tutti i paletti che normalmente regolano la giustizia. Il punto è che poi ci vogliono anni prima che il Tribunale dei minori ammetta di aver sbagliato. Ad oggi è sempre più un luogo dove la giustizia sembra esclusa». Sono numerosi i casi in cui quest’istituzione interviene ogni anno sulla potestà dei genitori. Nel 2000 se ne contavano 10.903. Nel 2005, sempre in tutt’Italia, si parla di 14.114 casi, secondo i dati più recenti raccolti da Istat-ministero della Giustizia. Impossibile, ovviamente, stabilire quante di queste vicende siano basate su fatti reali, e quante siano il triste ripetersi dei meccanismi di indagine poco chiari della storia di Basiglio o del tassista milanese. Certo è che le segnalazioni di vicende iniziate con accuse mostruose, poi sgonfiatesi come bolle di sapone, non mancano. Dalla Lombardia al Friuli, al Lazio, alla Sicilia: la malagiustizia è un nervo scoperto che attraversa tutta la Penisola. Siamo nel 1994, a Pordenone. Qui abitano i coniugi G., Anna e Jim (i nomi sono ancora una volta di fantasia) e i loro due figli. La famiglia non è abbiente, vive nelle case popolari, a volte il lavoro manca. La signora G., in seguito ad una depressione, chiede aiuto ai vicini. Questi denunciano il caso ai servizi sociali. «I figli vennero sottratti ai genitori. L’accusa era che il maggiore era obeso, quindi voleva dire che non era abbastanza curato» ricorda Annalisa Del Col, avvocato dei G., che subito fanno ricorso al Tribunale. «Erano una famiglia con problemi economici, che non nascondeva le proprie difficoltà. Ma non c’erano storie di violenze, abusi o abbandono. Si potevano sostenere i G., anziché strappare loro i bambini», prosegue Del Col. La tesi dell’avvocato convince il Tribunale dei minori.

A tutto svantaggio dei figli

I bambini tornano a casa, ma solo quattro anni dopo. Ovviamente l’inserimento in famiglia non è semplice. Di conseguenza, i servizi sociali li tolgono una seconda volta ai genitori e nel 2000 li danno in affido ad una coppia di Trieste. Nel 2004, appena diventato maggiorenne, il più grande dei fratelli ritorna a casa. Il fratellino, andato via dalla casa naturale per la prima volta all’età di due anni, non capisce più chi sia la sua vera mamma. Prosegue Del Col: «Il Tribunale dei minori è un tribunale speciale, agisce per sua natura con sistemi poco democratici. Manca il rito del contraddittorio, il diritto alla difesa. Nei procedimenti è previsto che si ascoltino i genitori, prima di prendere iniziativa. Ma questa norma, con la scusa di provvedimenti speciali, non viene mai applicata. Da avvocato che segue sempre casi del genere, dico che si lavora male. La cosa più difficile è far cambiare idea ai giudici. Passano mesi, prima che vengano revocati provvedimenti. C’è un attaccamento pregiudiziale alle proprie tesi, incredibile. Tutto ai danni dei bambini: alla famiglia non viene dato alcun aiuto, spesso». In sostegno a genitori che vivono casi del genere è nata Gesef, l’associazione dei Genitori

separati dai figli, composta esclusivamente da volontari. Ha spesso lavorato a fianco di genitori, ottenendo alcune vittorie importanti. «Eclatante il caso di un bimbo romano, che chiamerò Andrea» ricorda il presidente di Gesef, Vincenzo Spavone. «Venne tolto ai genitori, che affrontavano delle oggettive difficoltà. Il papà era in carcere, la mamma spaventata di non riuscire a mantenere il piccolo. Poco dopo che Andrea venne portato in una comunità protetta, suo papà venne liberato per buona condotta. Per mesi i genitori si impegnarono: non mancavano una visita al figlio, rimisero in piedi le proprie attività economiche. Ma i servizi sociali scrissero al giudice che Andrea si rifiutava di vederli. Siamo dovuti andare a riprendere quegli incontri con una telecamera. Il bambino, appena vedeva la mamma e il papà, si divincolava dalle braccia degli assistenti sociali per correre incontro ai genitori». Il giudice ne ha preso atto. Nella sentenza del 2002 – quattro anni dopo l’inizio della vicenda – con cui si stabiliva il ritorno di Andrea a casa, il Presidente del Tribunale dei minori di Roma, Magda Brienza, segnala che «certamente non vi fu sostegno nei confronti della coppia genitoriale, ma solo atteggiamenti oppositivi». Inoltre il giudice, scrive a proposito dei problemi di Andrea a incontrare la famiglia, segnalati dai servizi sociali: “Appare di difficile lettura quanto riferito (...), considerato anche il non facile contesto di svolgimento degli incontri”. «Credo – denuncia Spavone – che dietro certe leggerezze commesse dai servizi sociali e avallate dal Tribunale dei minori, ci sia il terrore di reali abusi, ma è finita che lo Stato si è completamente sostituito alla famiglia. E gli assistenti sociali sono diventati una sorta di poliziotti di quartiere».

Il tempo non si restituisce

Di questo stato di terrore che vive da anni la famiglia italiana è esemplare un recente caso di cronaca, che, pur non avendo nulla a che fare con abusi e violenze familiari, fa comprendere la mentalità delle istituzioni che dovrebbero avere cura dei minori. Lo scorso aprile, a Messina, la mamma di una sedicenne che frequenta l’istituto Tecnico Jaci della città, si è rivolta al preside della scuola, per chiedere aiuto. La figlia si rifiutava di andare a lezione, perché vittima di episodi di bullismo. Il preside, per tutta risposta, sconvolto dal vociare della mamma, si è limitato a denunciarla per interruzione di pubblico servizio. In seguito alla vicenda di Miriam, sul tavolo della Procura di Milano, arrivarono nel 2000 diverse lettere, di genitori che avevano subito ingiuste accuse. Una su tutte. «Caro signor procuratore, mi chiamo Corrado L. Sono stato ingiustamente accusato di abusi verso le mie figlie. Le allego la sentenza di assoluzione del Tribunale. Non dimentico ancora i cinque rambo in divisa che hanno perquisito la mia casa e interrogato le mie figlie. Perché infierire per quattro anni su un padre e su due bambine, per poi archiviare tutto? Chi ci rimborserà dei danni, delle spese legali, del tempo rubato, delle notti insonni, delle sofferenze inflitteci?». All’epoca quelle denunce fecero scalpore, poi sul Tribunale dei minori è caduto il silenzio. Fino alla vicenda di Basiglio.


 

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Ora che i fratellini di Basiglio sono a casa mancano solo le scuse di chi ha sbagliato

di Federica Mormando

Oggi ci si scarica la coscienza monetizzando tutto, e delegando il conto ai giudici.

Oggi, giovedì 22 maggio, dopo che per oltre due mesi è stato sottratto alla famiglia da solerti funzionari dello Stato, il “fratellino di Basiglio” torna a casa. Salvo problemi di traffico. Infatti, mentre la sorellina era rientrata venerdì scorso, la “riconsegna” del fratellino ai genitori è slittata di una settimana perché l’educatore incaricato di portarlo dalla psicologa per un ultimo colloquio si era perso nel traffico di Milano. Da oggi, dunque, l’ansia della famiglia può diminuire o aumentare. Chi s’è visto portar via non sarà più sicuro di poter essere sicuro. Comincia oggi la spiegazione, il racconto, il dipanarsi o incancrenirsi dei grovigli di emozioni e sentimenti. Proprio nella scuola dove è nata, si dovrebbe parlare di tutta questa storia. I fratellini e i loro compagni, con la guida dell’insegnante, dovrebbero ripercorrere l’accaduto, chiarirsi reciprocamente. E la bambina che ha fatto il disegno deve chiedere scusa. È l’unica possibilità non soltanto per la vittima di veder riconosciuto un suo diritto, ma anche per la colpevole di sopportare la propria colpa. Il dovere di tutti quelli che hanno sbagliato, che sono stati incauti e frettolosi è quello di riparare. Subito: chiedendo scusa. Oggi ci si scarica la coscienza monetizzando tutto, e delegando il conto ai giudici. Ma c’è un risarcimento che ogni vittima merita: le scuse di chi ha sbagliato. C’è una pena che non tocca le tasche ma alleggerisce l’animo: riconoscere i propri torti. Che vadano uno per uno, i protagonisti della vicenda, compreso l’educatore in ritardo; vadano dai due bimbi, spieghino e chiedano scusa. Chiedere scusa è un assegno in bianco, un deposito incorruttibile nell’infinito della piccolezza e della grandezza umana. E fa bene, a chi lo fa e a chi lo riceve, insieme sul sentiero malsegnalato che va verso la pace.

Federica Mormando psichiatra


 

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Mostri” a Basiglio

La strana consuetudine giudiziaria di accusare qualcuno prima di verificare i fatti

«Credo che all'origine di questa storia ci possano essere i pettegolezzi di alcune mamme. Credo che le maestre sapessero bene quello che succedeva, ma mi risulta che hanno più volte rimproverato Giorgia, senza motivo». Così confidava a Tempi (leggi l'articolo) lo scorso maggio il papà dei due fratellini di Basiglio, strappati alla famiglia per 63 giorni per colpa di un disegno scandaloso trovato dalle maestre della bimba. Il vero scandalo sono rimaste le accuse delle insegnanti, basate sul nulla, e le mancate verifiche dei servizi sociali che denunciarono presunti abusi al Tribunale dei minori. Sei mesi dopo, la preside e le maestre di Basiglio hanno ricevuto un avviso di garanzia per falsa testimonianza, ma la vicenda non è affatto conclusa. Non solo perché l’avvocato della famiglia, Antonello Martinez, intende continuare la sua battaglia anche contro i servizi sociali. Soprattutto per quello che drammaticamente insegna questa vicenda. «È un problema di natura educativa» diceva l’avvocato a Tempi, durante quei 63 giorni: «L’istituzione sociale non può arrogarsi il diritto di educare. Pensate se di punto in bianco i servizi venissero a casa vostra e vi togliessero la custodia dei figli». È successo a Basiglio, e in decine di altri casi, conclusi con un niente di fatto. Perché capita in Italia che prima si agisca per via giudiziaria, e solo poi si verifichino i fatti.


 

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Senza giudizio

di Rodolfo Casadei

Il costituzionalista Simoncini e l’impasse di un sistema che «ha perso cordialità con la realtà»

«I sistemi giuridici richiedono una premessa morale pregiuridica condivisa, un certo accordo sociale. Quando ciò viene meno, la domanda sul rapporto fra diritto e giustizia è estromessa financo dalle università, e la crisi si aggrava». Andrea Simoncini è ordinario di Diritto costituzionale all’università di Firenze e coautore di un denso libro a tre voci, La lotta tra diritto e giustizia. Lì per 272 pagine, insieme al sacerdote e teologo don Francesco Ventorino e al filosofo del diritto Pietro Barcellona, Simoncini si interroga sul fondamento del diritto. Un dibattito alto fra posizioni diverse che è di grande aiuto a comprendere il momento storico che stiamo vivendo: l’attualità politica e la cronaca quotidiana ci rimandano a una duplice crisi del diritto e del suo rapporto con la giustizia. Da una parte vicende come quella di Basiglio, dove il tribunale dei minori smembra una famiglia sulla base di vaghi sospetti, veicolati dagli assistenti sociali e dagli insegnanti di una bambina; dall’altra il persistente appeal politico del giustizialismo, come si evince dai successi elettorali del partito di Antonio Di Pietro e dall’affollamento delle piazze convocate da Beppe Grillo per affilare le armi in vista dei suoi referendum antitutto. Chiediamo a Simoncini di aiutarci a capire l’origine di queste patologie che ci spaventano. «Quando il fondamento delle regole della convivenza diventa incerto, riprende quota inevitabilmente il ruolo del sapiente, del giudice, del capo: il principio che il diritto coincida con la volontà di uno (il sapiente, il potente, l’inviato di Dio) prevale». Perché una famiglia può essere fatta a pezzi impunemente? «Perché oggi la famiglia non è più una realtà che preesiste al diritto; oggi il diritto interviene con la pretesa di ridurre la relazione familiare a un rapporto obbligatorio di natura giuridica. È una conseguenza del fatto che un ultimo aggancio del diritto a un criterio di giustizia si sta perdendo». Lo stesso vale per il giustizialismo: «Il successo elettorale delle posizioni giustizialiste fa leva da un lato su una condizione di illegalità molto diffusa, dall’altro sull’idea di avere finalmente un “capo” che decide al posto nostro, a cui delegare la decisione. È una deriva pericolosissima per l’idea stessa di diritto, perché il parametro su cui si misura la dignità non è più oggettivo, ma soggettivo». «Certamente la famiglia può essere luogo di delitti, ma il problema è che il diritto non trova più gli strumenti adeguati per intervenire in questi casi. In una realtà come la famiglia non si può entrare con gli stessi strumenti con cui ci si occupa delle associazioni criminali dedite all’estorsione o al narcotraffico. Fa ribrezzo l’idea che esistano strumenti giuridici universali che vanno bene per tutti i fenomeni sociali, dalla famiglia all’associazione criminale. Noi dobbiamo differenziare i modi con cui si attua il principio di giustizia a seconda delle condizioni in cui ci troviamo. Oggi, poiché non ci sono strumenti per affrontare quel mondo così delicato che è la relazione interpersonale, si innescano due fenomeni: o lo scaricabarile, cioè nessuno vuole avere l’ultima responsabilità (come a Basiglio); oppure si vuole che ci sia un capo che decide tutto, anche qual è il rapporto morale dentro a una famiglia. Oggi la legislazione sulla giustizia in Italia su questi temi è una delle più arretrate nel mondo. Non abbiamo più una sensibilità cordiale nei confronti dei fenomeni sociali, prevale la pretesa

illuministica di stabilire con una lama chi ha ragione e chi ha torto davanti a un giudice».


 

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Una pura spaventosa formalità

di Chiara Rizzo

Il tribunale dei minori e i servizi sociali di Basiglio hanno tolto i piccoli Giorgia e Giovanni ai genitori. Per un disegno hard

Basiglio è un piccolo centro a sud di Milano, con una popolazione di circa 8.500 persone. Un comune molto ricco, che comprende nel suo territorio il quartiere residenziale Milano 3. Un centro, a sua volta, super residenziale: parchi, laghetti, case ampie, luminose, curate. Un angolo di Svizzera. Che però dallo scorso 14 marzo è nell’occhio di un ciclone infernale. Quel giorno due bambini di 9 e 12 anni, che chiameremo coi nomi di fantasia con cui sono balzati all’onore delle cronache, Giorgia e Giovanni, sono stati allontanati dai genitori,per essere trasferiti in due diverse comunità protette. Il motivo è un disegno trovato sotto il banco della bimba dalla maestra della scuola elementare di Basiglio. Vi è ritratta una bambina accovacciata accanto a un bambino. A stampatello, una scritta cruda: “Giorgia fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro”. Da quando della vicenda ha parlato il Corriere della Sera, Basiglio è sotto l’assedio dei giornalisti. Ma quello che più ha sconvolto gli abitanti di questo tranquillo centro non è l’attenzione mediatica. Basta farsi un giro se non su quella reale, sulla piazza virtuale, il forum del quartiere Milano 3, dove vive la famiglia di Giorgia: «Non ci sono prove, non c’è stata nessuna sentenza, ma i bambini sono stati portati via dai loro genitori. Pazzesco, può succedere a chiunque, siamo proprio nel Burundi», si legge in un commento. E gli altri sono dello stesso tenore. A entrare nei meccanismi di questa vicenda, si comprende lo stupore e il dramma non solo di chi abita in queste zone, ma della stessa famiglia protagonista. Entrambi i genitori lavorano, e fino a metà marzo la famiglia conduceva un’esistenza dignitosa, tranquilla. Persone normali, di cui tutti hanno sempre parlato bene: persone come tante, come molti di noi, nel resto del paese. Dal ritrovamento del disegno a quel fatidico 14 marzo erano passate già alcune settimane. A fine febbraio (ma la data non è mai stata verificata) la maestra di Giorgia, III elementare, rimane incuriosita quando vede la bambina e un’amichetta concentrate su un quadernetto. Lo controlla, tra le pagine trova quel disegno e anche un altro, ugualmente raggelante. L’amichetta di Giorgia, proprietaria del quaderno, nega. Da una chiacchierata con le bambine, vista anche la reazione intimidita di Giorgia, la maestra deduce che sia quest’ultima l’autrice del disegno, in una sorta di terribile denuncia. Dopo di che, sulla vicenda cade il silenzio. A fine febbraio, gli insegnanti incontrano i genitori per la consegna delle pagelle. È in quella occasione che per la prima volta la maestra di Giorgia parla con la mamma della bimba: le mostra il disegno. La mamma non ha dubbi: «Non l’ha fatto mia figlia, lei non disegna così. Anche la scritta: non è la sua grafia». Per una seconda volta, cade di nuovo il silenzio. Fino a quel venerdì di metà marzo, due settimane dopo. Quel giorno, Graziella Bonello, la direttrice del comprensorio scolastico di Basiglio, la scuola di Giorgia, invia un fax ai servizi sociali del Comune. Denuncia gravi abusi ai danni della bimba, riportando le accuse della maestra. L’assistente sociale, lo psicologo e il responsabile dei Servizi alla persona del Comune, quel giorno stesso, forse solo a poche ore dal primo fax, inviano una segnalazione (preceduta da una telefonata) alla procura del tribunale dei minori. Chiedono l’allontanamento dei bimbi dalla famiglia. Poco dopo, ricevono il nulla osta firmato dal pubblico ministero. Nel giro di poche ore è già tutto risolto: davvero un’efficienza elvetica. A parte il fatto, certo, che dal primo fax al nulla osta i bambini non sono mai stati sentiti da alcun esperto, nemmeno dallo psicologo che firma la richiesta. Non viene mai contattata la famiglia, nemmeno per un chiarimento, o per dare un’occhiata ai famosi disegni. Ci risulta che lo dichiarino a chiare lettere gli stessi servizi sociali nella richiesta al pm, spiegando di non ritenere possibile un colloquio tranquillo. E che lo abbiano ribadito una seconda volta, anche tre giorni dopo, in un nuovo documento inviato al pm: si premurano di specificare, inoltre, di non aver mai ricevuto segnalazioni che evidenziassero situazioni di disagio sociale o di aver saputo, dalla scuola, di situazioni problematiche della famiglia. Intanto quel 14 marzo Giorgia, Giovanni e i loro genitori, con una scusa, sono convocati al comune di Basiglio. Lì ci sono già le forze dell’ordine, che prelevano i bambini. Quando agli inizi di aprile Giorgia ricostruisce quella giornata davanti al giudice del tribunale dei minori, ricorderà di aver visto la mamma disperata e di averla sentita minacciare di buttarsi dal balcone. Per quarantuno lunghi giorni, non saprà di avere ancora una mamma: l’ha rivista per la prima volta lo scorso 24 aprile, quando finalmente ha potuto consegnare ai genitori due disegni che aveva preparato. Raffigurano un orsetto, con le ciglia e la boccuccia aperta, circondato da cuoricini. Con una scritta: “Ti voglio bene mamma. Ti voglio bene papà”. Niente di più lontano dai due disegni al centro della vicenda.

Il giudice e le «rilevanti perplessità»

Sempre davanti al giudice, la bimba nega a chiare lettere di essere l’autrice. Anzi, dà, con le sue parole semplici e ingenue, una prospettiva diversa da quella iniziale. Giorgia spiega di averlo detto subito, sia alla maestra che alla mamma, che il disegno l’hanno fatto due compagne di classe: «Mi prendono sempre in giro perché ho i dentoni». La insultano perché la mamma lavora come donna delle pulizie, e perché ha una macchina vecchia e rotta. Si tratta di una Golf, non propriamente una carretta, che forse sfigura davanti a qualche Suv. Sono, anche questi, particolari che aiutano a definire meglio i contorni di questa storia. Torniamo alla vicenda giudiziaria. Dopo aver firmato il nulla osta, lo scorso 19 marzo il tribunale dei minori apre formalmente un processo per confermare il trasferimento in comunità. È in questo ambito che sono ascoltati i bambini (anche il fratello di Giorgia, Giovanni, che nega ripetutamente e con tutte le sue forze di aver mai fatto qualcosa del genere alla sorella, lui che non ha nemmeno mai visto un film o sfogliato una rivista porno, e che passa il suo tempo giocando a calcio e alla playstation) e la preside da cui è partita la denuncia. La quale, davanti al pm, spiega che nemmeno lei ha mai contattato direttamente la mamma di Giorgia, prima di fare la denuncia: si è limitata ad ascoltare quello che raccontavano altre mamme della scuola. Rispetto ai disegni, il giudice ha espresso «rilevanti elementi di perplessità» e ha ammesso che «non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina, o addirittura che non ne abbia fatti». I periti del tribunale che dovranno riesaminare i disegni sono stati nominati il 28 aprile, quarantacinque giorni dopo l’inizio di tutto.

Le perizie della difesa

Al momento quei disegni sono già stati esaminati dai due consulenti della difesa. Laura Guizzardi, grafologa e perito calligrafo iscritto all’albo delle consulenze del tribunale di Milano, non ha il minimo dubbio. «Lavoro principalmente sulle grafie. Bene: la scrittura non è della bambina. Si capisce da numerosi dettagli. Ad esempio: la grafia di Giorgia scorre verso destra, è morbida, si espande. Quella vicino ai disegni è assolutamente diversa: è rigida. Sembra di paragonare una pera a una mela». Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all’Università di Milano Bicocca, esperto di psicologia infantile, ha dato il suo parere sui disegni: «Escludo che siano di Giorgia. Da alcuni tratti, anzi, ipotizzo che quei disegni li abbiano fatti piuttosto dei maschietti. Mi si obietterà: ma com’è possibile che un bimbo di otto anni possa inventarsi delle cose così morbose? Guardi: basterebbe che qualcuno in classe avesse visto una delle ultime puntate del Grande Fratello, dove si parlava diffusamente di sesso e preliminari. Avrebbe imparato tutto quello che c’era da sapere. Si è messo in moto un meccanismo che fa rabbrividire. Poniamo, per assurdo, che quei disegni fossero stati di Giorgia. Dal punto di vista psicologico sarebbe stato meglio consentire ai genitori di intervenire nell’educazione dei figli. Si dovevano informare i genitori: erano loro a dover intervenire per primi. Invece il tribunale si è arrogato il diritto di fare lui da genitore. Ma soprattutto sono i servizi sociali ad aver sbagliato: hanno agito con mano pesante per ignoranza. Mera ignoranza. È un problema di mentalità. Sono abituati a comportarsi così». «Siamo davanti a un caso dell’assurdo», secondo l’avvocato della difesa Antonello Martinez. «Anzitutto i disegni: si vede a occhio che non sono quelli soliti di Giorgia, non occorre essere periti. Si riesce a distinguere una mela da un cavolfiore anche senza una laurea in agraria. Lo stesso giudice è perplesso. Ma il punto è che questo è un problema di natura educativa. L’istituzione sociale non può arrogarsi il diritto di educare. Ci troviamo di fronte a una famiglia come tante. Pensate se di punto in bianco i servizi venissero a casa vostra e vi togliessero la custodia dei figli. Senza avervi nemmeno spiegato qual è il problema». La preside, che Tempi ha cercato per un commento, si trincera dietro un comunicato stampa: «Il consiglio d’istituto respinge con sdegno le diffamanti affermazioni» pubblicate in generale sulla stampa. Per conto dei servizi sociali del suo Comune parla il sindaco di Basiglio, Marco Flavio Cirillo, che gioca allo scaricabarile. «È un fatto grave. Io conosco la famiglia, sono persone degnissime. Ma come si può anche solo pensare che i servizi sociali siano i cattivi, che vengono a togliere i figli in modo irruento a un padre e a una madre? È stato deciso tutto dal tribunale dei minori, i servizi hanno seguito solo delle direttive. Quindi mi chiedo: perché il ministro Roberto Castelli voleva eliminare con una riforma il tribunale dei minori? È questa la domanda che dobbiamo porci». L’avvocato Martinez smentisce: «Il sindaco può pensare quello che vuole. Ma verba volant, scripta manent. Lo dicono gli atti. La richiesta di allontanare i figli dai genitori è partita proprio dai servizi sociali, che non hanno voluto fare nemmeno una verifica». Al momento in cui scriviamo, l’avvocato della difesa ha appena messo agli atti la deposizione di un genitore della scuola. Dichiara di aver ricevuto a sua volta la confessione della mamma di una compagna di classe di Giorgia: sarebbe sua figlia l’autrice del disegno. Dopo 45 giorni Giorgia e Giovanni sono ancora in comunità diverse. Il maggiore, anzi, ne ha già cambiate due. Passerà ancora del tempo prima che si concludano le varie perizie, appena commissionate. Ancora di più prima di giungere a una sentenza definitiva. Intanto i fratellini hanno incontrato i loro genitori solo una volta. Questa storia, iniziata con un disegno e un’accusa inappellabile, non può chiudersi che con una domanda. Chi pagherà per tutto il dolore dato a due bambini, alla loro mamma e al papà?