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del 24
luglio Allarme o prudenza i Tribunali davanti
alla scelta più difficile
Si moltiplicano i casi di
allontanamento che finiscono nel mirino
La studiosa: “Sono il frutto
di una crescente sensibilità” I numeri del fenomeno II numero si riferisce all'ultima statistica disponibile,
relativa al 2007, elaborata dal centro di documentazione e analisi per
l'infanzia e l’adolescenza su dati forniti dall'Istat.
1390 –
Affidamenti preadottivi La cifra si riferisce sempre all'anno2007 e comprende sia gli
affidamenti internazionali sia quelli nazionali.
903 –
Casi di genitori noti Numero di affidamenti preadottivi nazionali e internazionali
in cui le generalità di uno dei genitori o di tutti e due sono note ai Tribunali
dei minori. Trento e
Vercelli.
Due storie in pochi giorni e si riparla di eccessi nel ricorrere
all'allontanamento di un minore da casa fino alle procedure di adottabilità. Vero, falso? I dati in questo aiutano poco. Si può avere il numero di
procedimenti aperti ma non è detto che poi siano conclusi nello stesso anno o
forse mai. Per capire se siamo effettivamente di fronte a un fenomeno recente o
a una situazione di normalità con qualche caso limite che finisce sui giornali
meglio chiedere a chi i dati li raccoglie li studia e li analizza anno per anno,
con una visione di lungo periodo. Raffella Pregliasco è una ricercatrice del Centro nazionale di
documentazione e analisi per l'infanzia l'adolescenza, che pubblica i dati sui
provvedimenti in materia di adozione nazionale e internazionale che fa capo al
ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. «Quest'accusa di quasi
"faciloneria" nell'attivare i procedimenti di abbandono è un fenomeno recente ma
non mi sembra sia supportato da un'impennata. Piuttosto, si può dire che
ultimamente ci sono stati casi che hanno dato lo spunto per porre il dito
sull'operato dei servizi sociosanitari che normalmente fanno le segnalazioni al
Tribunale dei minori». Una considerazione negativa che in realtà viene da un fatto
positivo. «È proprio l'attenzione maggiore per le problematiche legate
all'infanzia ad avere avuto, come prima conseguenza, che si monitorino di più le
situazioni di disagio e che vengano fuori casi sospetti per cui si apra una
procedura di allontanamento». Non eccessi di zelo insomma ma più attenzione e prudenza in
una realtà complessiva, come quella italiana, che fino a poco tempo fa riceveva
l'accusa contraria. «All'Italia si rimproverava di tenere troppo ai legami di
sangue e di lasciare i minori in famiglia anche in casi di sospetti fortissimi».
Da buona studiosa, la ricetta della dottoressa Pregliasco sta nella formazione
come migliore forma di prevenzione. «Bisogna porre attenzione alla preparazione
degli operatori che si prendono carico di queste situazioni difficilissime». Questo in Italia, e
all'estero com'è la situazione adottabilità? L'Istituto
degli Innocenti di Firenze ha da poco elaborato i dati relativi al 2009 per
Ma quali sono le leggi
che regolano le adozioni? In ambito
nazionale c’è la legge 184 del 1983 poi modificata con la 149 del Ma cosa pensano le
associazioni che lavorano con le mamme in situazioni di disagio, dell'attuale
meccanismo che porta ad aprire un procedimento di adozione? «Noi lavoriamo con mamme che ci vengono mandate dai servizi
sociali», premette Grazia Passeri, presidente di Salvamamme, l’associazione
romana che manderà in camper attrezzature per un anno alla mamma di Trento.
«Posso solo dire che non è facile, per te madre, essere equilibratissima se sei
senza mezzi e anche lasciata dal compagno». Detto questo, proprio a riguardo del
caso di Trento ha lanciato con la sua associazione un appello perché «si rinunci
alla crociata istituzioni contro madri e si avvii un dibattito». E per «istituzioni» contrapposte le madri s'intendono non solo
i Tribunali dei minori, ma soprattutto gli assistenti sociali, accusati di avere
un «potere» discrezionale altissimo. Sandro Lavenia è uno di loro, e porta il
doppio cappello di «accusato» in quanto dipendente dei servizi sociali di uno
dei Municipi di Roma e di «potenziale accusatore» in quanto volontario proprio
nell'associazione Salvamamme. «In ambiti lavorativi come il mio si ha a che fare
con una utenza che ha problematiche complesse; premessa è quindi che per far
fronte ci vuole capacità e esperienza. Poi, naturalmente si fanno errori e c'è
anche chi di un minimo di potere fa un'arma senza controllo. Ma io non parlerei
di potere, perché il nostro lavoro è un "pezzo" di altri lavori. Quando ci sono
procedure di adozione ci sono molte figure che valutano. II servizio sociale
valuta il contesto sociale e ambientale, per il resto ci sono psicologi e
psichiatri. Ma è il Tribunale ad avere l'ultima parola». ***** Intervista di S.R.V. Il giudice Millo:
“Non si può evitare la discrezionalità” Maurizio Millo, presidente dei Tribunale dei Minori di
Bologna: due casi in pochi giorni ripro-pongono la difficoltà di prendere
provvedimenti a tutela dei bambini che poi possono apparire discutibili. «Premetto che non conosco niente dei: casi e che non è
corretto parlare del lavoro di altri. Rimane però vero sia l'aspetto di tutela
necessaria del minore sia quello del rischio che, per difendere, si ecceda». .
Dunque la discrezionalità c'è
stata? «È un'utopia evitarla. Quando un bambino ti dichiara, poniamo
il caso, che ha ricevuto una certa attenzione, non puoi correre il rischio che
sia vero. Anche se a volte non lo è o perché lui se l'è inventato o qualcuno
glielo ha suggerito, tipico nelle separazioni. Il giudice lo sa e agisce con
prudenza, ma la materia si presta a strumentalizzazioni».
In uno di questi casi c'è stato
un allontanamento e poi un'assoluzione. Come se lo spiega? «Ripeto che non parlo del caso specifico ma in generale. E
allora dico che i giudici che si occupano del penale giustamente richiedono
prove specifiche. Ci possono essere assoluzioni ma questo non significa sempre
che il caso non ci sia stato. Esiste sempre, di fatto, quella che si chiamava
insufficienza di prove. E se un giudice giustamente assolve questo non significa
che l'intervento fatto a tutela sia stato sbagliato».
A Trento si è parlato del
«potere» degli assistenti sociali. C'è del vero? «Solo nella fase iniziale, nel senso che è vero che le prime
notizie vengono solo dai servizi sociali. Poi il giudice ha altre fonti e
strumenti. Può fare la perizia, chiedere informazioni ai carabinieri e
consultare anche altri servizi sociali. Qui sta alla professionalità del giudice
fare una istruttoria il più possibile completa».
La sua esperienza le dice che
c'è un eccesso di ricorsi all'adottabilità? «Per questa procedura ci sono garanzie particolari. La prima è
che è obbligato ad aprirla il Pubblico ministero. Quindici sono due soggetti
diversi che ci pensano. Detto questo, cominciare la procedura significa che il
giudice fa gli accertamenti per verificare se c'è lo stato di abbandono. E stato
di abbandono non vuol dire trascuratezza, cattiva cura o diseducazione».
Non crede che tutto questo
spesso metta i diritti dei bambini contro quelli della madre? «Commuoversi per la madre a volte significa non commuoversi
sul serio per il bambino. Il nostro è un mestiere difficile, a volte il tempo
necessario per essere prudenti con le madri è troppo per i1 bimbo».
L'allarme pedofilia e una serie
di casi di madri assassine possono aver reso ancora più «prudenti» giudici e
assistenti sociali, e più smarrita l'opinione pubblica? «In
Italia influisce moltissimo il fatto che viviamo in una società estremamente
emotiva.
L'emozione fa premio su tutto. E in questo
caso parliamo di emozioni negative. Bisognerebbe recuperare il rapporto
genitori-figli coniugando emotività e razionalità. E poi ricordare che fare i
genitori, gestire questa responsabilità, fa crescere e dà soddisfazione, ma è un
impegno». ***** Intervista a Marco Rossi-Doria I diritti dei bambini
più forti delle nostre paure E quel che accade alla ragazza di vent'anni di Trento si
riverbera in noi. E se fosse accaduto a
me appena nato? E se lo avessero fatto
a mio figlio? Ci vengono addosso le paure segrete. E anche le storie del
mondo. I bambini sottratti quando la storia si fa terribile. O i racconti
antichi: Mosé lasciato nel cesto sul fiume, Gesù che sta per nascere nella
notte, i bambini tolti delle fiabe e dei miti. Così, il dibattimento a Trento non è ancora avvenuto, le
perizie non sono state neanche depositate ma le emozioni potenti e profonde sono
presenti, anticipano il dibattito pubblico e lo sospingono. Ed è proprio per
questo che è consigliabile - per chi fa informazione come per chi riconduce i
fatti della vita al loro senso politico e civile - muoversi con la cautela. .
Consigliati dalla cautela, la prima cosa da evitare è sposare una sola
narrazione e farne base dell'argomentare. Infatti le narrazioni non coincidono.
E poi spesso molte cose diverse convivono in una stessa situazione. In questo
caso una prima narrazione si sofferma sul fatto che il bambino è stato tolto
alla sua mamma perché la ragazza è povera. Questo inquieta, molto. Perché mette
in discussione l'eguaglianza davanti alla legge. Ma una seconda tende a negare
che ci possa essere questo come unico motivo e mette in rilievo le possibili
fragilità psichiche della mamma e i suoi potenziali rischi. Se il dibattito pubblico si ferma qui, se ci si polarizza su
tesi contrapposte fin dalla narrazione, il contesto e le persone tendono a
perdere importanza. E prendono il via le considerazioni generali e gli
schieramenti. E su questa materia, in Italia, gli schieramenti ci sono. E ci
sono nonostante una grande tradizione giuridica in materia di diritti dei
minori. Che ci viene
riconosciuta da tutto il mondo perché la giurisprudenza italiana ha anticipato
temi e principi che sono diventati diritto universale. In particolare l'Italia
ha anticipato molto di quanto sancisce Si, purtroppo, si è accentuata una tendenza
all'estremizzazione delle posizioni tra chi sostiene il valore della famiglia in
quanto tale e chi quello del bambino in quanto tale. Come sempre, questa
polarizzazione è solo una parte del problema. Esistono culture antropologiche
diverse. E conta anche il numero di casi di allontanamento da affrontare, che a
loro volta sono influenzati da maggiore esclusione sociale. Così nel Sud gli
allontanamenti sono minori che nel Nord ma ciò non significa automaticamente che
le famiglie siano migliori, che non ci siano fragilità, ecc. La polarizzazione nega queste complessità, allontana lo
sguardo dall'accorta soluzione dei casi entro i diversi contesti e ricalca,
ancora una volta, una divisione, assai povera di sapienza e di proposta, tra
schieramenti con padrini politici. Così accade, purtroppo, che chi sostiene il
giusto principio del prevalere dell'interesse del bambino possa non guardare
abbastanza ai legami del bambino stesso e chi esalta la famiglia in quanto tale
non colga i danni, a volte terribili, che essa può recare. Questa divisione
investe anche il tema dello stato sociale e di chi deve aiutare chi ha bisogno.
E, così - mentre la crisi e i tagli alla spesa pubblica penalizzano proprio i
più fragili - cresce la diffidenza per le procedure di un Welfare che si è fatto
anche burocratico e distante dalle persone ma aumenta anche la tendenza,
irragionevole, a pensare che tutto possa essere fatto dalla società civile. Alfredo Carlo Moro, padre del diritto minorile contemporaneo,
metteva in guardia contro queste facili rappresentazioni, sostenendo - con
l'aiuto di una grande quantità di casi e di riflessioni - la difesa delle
procedure, la tutela dei legami naturali, l'attenzione ai crescenti limiti della
famiglia, l’opportunità rappresentata dalle professionalità curate nello stato
sociale ma aperte al contributo dei corpi intermedi della società. Per fortuna la maggioranza delle persone che si occupa di
bambini - che votino in modo o nell'altro – fanno parte di questa tradizione e
non hanno né voglia né interesse a «buttarla in caciara». Giudici, psicologi,
operatori sociali, mediatori familiari sanno bene che le rappresentazioni
ideologiche dei vissuti vanno evitate come la peste. Che, nelle vicende delle
persone, i dettagli fanno la differenza. Che la vera fatica sta nel trovare
soluzioni possibili con gli interessati, attraverso un lavoro complesso, che
guardi a ogni possibile evoluzione positiva. Così, dalla storia di Trento si possono trarre alcuni
insegnamenti: sia ben motivato l'allontanamento se davvero è indispensabile, si
proceda presto alle decisioni, si lasci spazio per riconoscere ogni evoluzione
delle persone. Il Paese, poi, non ha davvero bisogno dell'ennesima rissa tra
tifoserie in una materia così delicata e complessa. C'è da riprendere la nostra
buona tradizione. E anche un santo dibattito sulla povertà, su quanto fa male,
su come combatterla davvero. |