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Il
Giornale.it del 28 marzo Dopo la telefonata di un senatore giudice cambia il destino di un bimbo Il piccolo è il figlio di
una esponente. Quando arrivò la polizia per eseguire l’ordine della
magistratura che permetteva anche al padre di vederlo, un intervento dall’alto
cambiò le carte in tavola. La tutela della
riservatezza dei protagonisti - ed in particolare del piccolo, incolpevole
oggetto della contesa - impone di non fare né nomi né cognomi. Ma per capire
bene cosa sia accaduto intorno alla sorte di L. bisogna dire che la mamma del
bambino non è una mamma qualunque: è una militante della politica, ed
oggi è responsabile femminile del partito a Latina. E proprio l'intervento
dall'alto di un senatore del partito politico - secondo quanto denuncia il
padre del bambino - ha permesso alla esponente politico di non rispettare gli
ordini della magistratura, impedendo di fatto al padre del bambino di poterlo
finalmente rivedere. A monte c'è una storia
purtroppo comune: un amore che finisce malamente, il figlio nato da quell'unione
che si trova al centro della disputa tra padre e madre. Nell'autunno del 2009,
un'ordinanza del tribunale dei minori di Latina stabilisce che il piccolo deve
essere tolto alla mamma e consegnato al papà. Ma la madre decide di non eseguire
l'ordine dei giudici, e semplicemente fa sparire il figlio della circolazione. Fino a questo punto, siamo
ancora in una situazione - per quanto drammatica - già vista. Ma è quel che
accade dopo che diventa di difficile comprensione, se non alla luce delle
pressioni politiche di cui si legge nella lettera inviata dal padre al ministro
Alfano. Il padre, infatti, assume
un investigatore privato che localizza il bambino e Ma la madre fa sparire il
piccolo un'altra volta. Per due volte la magistratura ordina che L. sia affidato
ai servizi sociali, ma sono ordini che cadono nel vuoto. La questura di Latina
ordina le ricerche di madre e figlio, che rimangono senza esito: fino alla
mattina in cui il padre viene a sapere che il figlio è a scuola. E chiama la
polizia. Gli avvenimenti successivi
sono riassunti nella relazione di servizio del commissario A. C.,
della sezione anticrimine della questura di Latina. Il funzionario
racconta di essere intervenuta presso la scuola con l'appoggio della Volante, ma
di avere trovato nel cortile la madre e la nonna di L. «che molto agitate mi
riferivano che erano al telefono con il giudice del tribunale dei minori di
Roma e che lo stesso aveva sospeso il provvedimento in argomento, chiedendo
altresì che la scrivente parlasse con il magistrato dalla loro utenza
telefonica. Subito dopo la scrivente si metteva in contatto con le varie
segreterie del tribunale per i minorenni, riuscendo poi ad avere una
conversazione telefonica con il giudice, dottoressa C., che invitava a
non eseguire il decreto poiché nel giro di poche ore ne sarebbe succeduto un
altro che ne avrebbe sospeso l'esecuzione. Dopo cinque minuti la sottoscritta
riceveva anche una telefonata del Capo di Gabinetto della Questura che la
informava di avere ricevuto una telefonata dal giudice del tribunale che
chiedeva la sospensione dell'intervento poiché era in itinere un altro
provvedimento». Pertanto «la scrivente richiamava tutto il personale impegnato e
tornava nei propri uffici». La mattina dopo, il commissario C. scrive un
appunto alla magistratura: «Il servizio non è stato concluso in quanto da intese
telefoniche con il giudice di codesto Tribunale ne è stata disposta la
sospensione in attesa di altro provvedimento sospensivo che, allo stato, non
risulta ancora pervenuto». Ci sarebbe da chiedersi
come è possibile che un provvedimento giudiziario, assunto in camera di
consiglio, dopo avere sentito le parti, venga azzerato al telefono, senza
formalità, da un presidente di tribunale. E ci sarebbe anche da capire come lo
stesso giudice del tribunale dei minorenni abbia convinto il giudice che
aveva emesso quel provvedimento, il giudice J., ad abbandonare il
processo. Ci sarebbe da chiedere come mai il provvedimento sospensivo,
annunciato «nelle prossime ore» dalla giudice C., il giorno dopo ancora
non fosse stato assunto. E quali spinte abbiano portato ad intervenire, per
bloccare l'esecuzione dell'ordine, perfino il capo di gabinetto della questura.
Anche il padre di L. se lo è chiesto. E si è anche dato una risposta. Nella
lettera inviata al ministro della Giustizia Angelino Alfano, il papà scrive che
l'intervento del giudice C. sarebbe scaturito «su sollecitazione del
politico, chiamato dalla mamma del bambino». Cioè dello stesso
senatore del partito che nelle settimane scorse si era reso protagonista, affianco
alla sua compagna di partito, di una martellante campagna di stampa contro il
giudice J., colpevole di avere consentito a un padre di vedere suo
figlio. |