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13 febbraio 2009
Il "Caso Varese" Un'intera famiglia assolta da un'accusa infamante
Si è chiuso venerdì 13 febbraio, a Varese, il processo di primo grado nei confronti di un’intera famiglia (padre, zio, nonno e nonna) accusata di abusi sessuali nei confronti del figlio/nipote.
Tutti gli imputati sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”.
La vicenda era già nota da tempo al nostro Centro di Documentazione. Abbiamo avuto modo, prima dell’inizio della fase dibattimentale del processo, di incontrare personalmente i protagonisti ingiustamente accusati e di vedere una parte sostanziosa della documentazione, dalla quale emergeva chiaramente l’insussistenza dei fatti contestati.
Esprimiamo quindi, prima di ogni altra cosa, la nostra viva soddisfazione per una sentenza che rende giustizia a una famiglia duramente provata, negli otto anni trascorsi dal momento delle prime accuse, da un’accusa ingiusta e infamante. Nulla potrà però rendere al padre e ai nonni il dolore del distacco forzato dal piccolo, che per otto anni è stato sottratto ed affidato esclusivamente alla madre denunciante. Un danno, questo, perpetrato ai danni anche del bambino stesso, che non avrà mai modo di essere riparato.
La vicenda, all’apparenza, è simile a quelle verificabili nelle centinaia di casi di falso abuso all’interno di una separazione coniugale conflittuale. E’ all’interno di queste dinamiche che si sviluppano con frequenza impressionante i casi di falsi abusi sui minori.
Ciò che rende “particolare” il caso Varese è l’impressionante similitudine con un drammatico caso di falsi abusi che si sviluppò a Biella intorno al 2001.
Bisogna ricordare come a Biella furono gli stessi carabinieri prima, e il GIP poi, a sollevare interrogativi e dubbi sulle modalità con le quali il PM svolse le indagini, invitando esplicitamente (e purtroppo, invano) alla prudenza. Esistevano infatti fortissimi dubbi sulla genuinità delle dichiarazione del più grande dei due minori coinvolti. A titolo di esempio, vale la pena ricordare come il minore avesse riferito di una “botola sotto il letto” del nonno, attraverso la quale si accedeva al locale occulto dove sarebbero avvenuti gli abusi. Come le indagini ebbero modo di accertare, la botola non esisteva, e non era mai esistita. Il caso Biella fu raccontato in un libro “scomodo”, intitolato proprio “La botola sotto il letto”, tanto scomodo che fu in qualche modo fatto ritirare dagli scaffali. Il Caso Varese, però, si distingue da Biella per un aspetto tragico e fondamentale: nella cittadina piemontese, al termine dell’incidente probatorio, gli indagati si resero conto di quanto i minori fossero stati manipolati. Capirono che per loro il processo era inevitabile, tornarono a casa, distrutti, e si uccisero, con i gas di scarico della loro automobile. Un suicidio di massa che suonò a tutti come un disperato grido di dolore e di rabbia. A Varese, no. A Varese gli imputati sono riusciti a trovare, nella loro dignità, nella loro compostezza, nella loro incrollabile determinazione nel dimostrare la loro innocenza, la forza per andare avanti e per sostenere in aula il fardello del processo. Non è stato facile, per loro. Otto anni è durato il loro incubo, un lasso di tempo così lungo sotto il giogo di un’accusa tanto falsa quanto infamante. Un’accusa che, seguendo le fantasie indotte nel minore, si era spinta al punto di indicare tra i colpevoli pure la bisnonna novantenne, inferma e quasi mai presente nella presunta “casa degli orrori”. Solo la morte naturale sopravvenuta prima del termine delle indagini l’ha salvata dal calvario processuale, al quale il PM era intenzionato a sottoporla. Ma al termine di questo calvario, che non è stato invece risparmiato agli altri indagati, la verità e finalmente emersa, sotto forma della sentenza odierna che restituisce loro la vita.
Le considerazione che possiamo fare, a margine di questa vicenda, sono amare.
Clicca per visualizzare un articolo tratto dal quotidiano "La Prealpina"
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