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Non dimenticheremo mai gli occhi stralunati di Lanfranco Schillaci, tranquillo professore di matematica, il giorno in cui - era il 23 aprile 1989 - di colpo divenne un mostro: giorni prima aveva portato la sua piccola, 2 anni, al pronto soccorso perché perdeva sangue.
Violenza sessuale, era stata la diagnosi di medici frettolosi. Mostro, era stata la sentenza immediata sulle prime pagine dei giornali. Teratoma sacro-coccigeo, cioè un cancro al retto, era la verità. Ma nel frattempo quel padre era diventato un pedofilo, la sua Miriam gli era stata strappata dal tribunale dei minori e data in affido perché i genitori non potessero vederla, e il branco (vicini di casa, conoscenti, i soliti che l'avevano detto, loro...) già raccontava di comportamenti sospetti... Il 5 maggio mea culpa di medici, giornalisti, vicini di casa e giudici minorili, "nessun abuso, trattasi di tumore": per quei genitori non più mostri iniziava un nuovo calvario. Il 3 giugno Miriam morì: «Sono qui a chiedervi perdono per le ingiuste sofferenze che la terrena limitatezza delle attività dello Stato vi ha così crudelmente inferto», disse a Maria e Lanfranco il presidente Cossiga, ma ormai il pubblico ludibrio, la forca di piazza, l'accusa più infamante che esista - pedofilia - li aveva annientati.
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