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IL CASO "RIGNANO FLAMINIO"

 

Il caso dei presunti abusi su alcuni minori frequentanti la scuola materna "Olga Rovere" di Rignano Flaminio a Roma, nonostante avesse visto la sua genesi nel luglio 2006, esplode con grande fragore la mattina del 24 aprile 2007, quando tutte le agenzie di stampa e i telegiornali (i giornali il giorno successivo) riportano la notizia dell'arresto di sei persone (tre maestre, una bidella e due personaggi esterni alla scuola).

Terribili le accuse: violenza sessuale reiterata su bambini, minacce, percosse, sequestro di persona, produzione e commercio di materiale pedo-pornografico.

Nessuno mostra dubbi: esistono prove, riscontri, video e fotografie compromettenti, testimoni, certificati medici.

"Asilo degli orrori", "streghe", "orchi", "mostri". Questi gli aggettivi utilizzati per descrivere lo scenario.

In serata, il centro di documentazione emette un comunicato stampa che, sulla scorta delle esperienze passate, invita alla prudenza.

Non passano più di 48 ore, ed i media cambiano radicalmente atteggiamento. Gli abusi diventano "presunti", i colpevoli diventano "indagati". Con il passare dei giorni, aumentano sempre di più i dubbi, e in corrispondenza diminuiscono le certezze. Del colpevolismo esasperato del 24-25 aprile non c'è più traccia.

Ad oggi, nessuno sembra più disposto a credere ciecamente alle accuse della prima ora.

Cosa è accaduto? Nulla di particolare: sono semplicemente emersi diversi particolari dell'indagine, che mostrano tutto sotto una luce completamente differente: spariscono i testimoni (una vigilessa e una colf, che smentiscono di aver visto alcunchè), spariscono i riscontri medici (si apprende che tutti sostanzialmente negativi), spariscono foto e filmati pedopornografici (negli atti non c'è alcun ritrovamento) e i riscontri mostrano grande fragilità (la presenza di pelouches nelle abitazioni degli indagati, ad esempio, non stupisce certo più di tanto...).

Ma non solo: emergono numerosi fatti che tendono a discolpare gli arrestati: l'incredibilità delle accuse, paradossali e illogiche, rivolte a persone note e stimate da tutto il paese (difficile immaginare tre nonne, vestite da conigli, che fanno riti satanici tagliando le braccia dei bambini), la concreta impossibilità di realizzare quanto ipotizzato dal PM (nessun testimone, nè dentro nè fuori l'asilo ha mai visto nulla), la consapevolezza che tutto si basa esclusivamente sui racconti dei bambini, perdipiù riportati in prima istanza dai genitori, la comparsa di agghiaccianti video dei bambini girati dai genitori stessi su cui ogni commento è superfluo (se non per rimarcare l'enorme induzione svolta dai genitori stessi, induzione incredibilmente sfuggita agli inquirenti), le modalità (criticatissime) con le quali l'anziana psicologa scelta dai Carabinieri per interrogare i bambini ha steso le sue perizie.

La Procura appare in difficoltà: nasce un comitato in difesa degli arrestati, viene organizzata una fiaccolata sotto il carcere romano di Rebibbia, dove sono rinchiusi gli arrestati. Contestualmente il comitato invia una lettera alle autorità. In essa viene fatto presente, tra l'altro, come nessuno dei colleghi della scuola sia mai stato sentito dagli inquirenti. Il giorno dopo, i Carabinieri interrogano presso la loro caserma tutti i colleghi della scuola, mai sentiti negli otto mesi precedenti. Serviva che lo chiedesse il comitato?

Arriviamo al 10 maggio, il Tribunale del Riesame si pronuncia sulla richiesta di scarcerazione presentata dalle difese.

La decisione è netta: scarcerazione per tutti gli arrestati per mancanza di gravi indizi.

Il giorno prima, intervistato al proposito, il PM Mansi, autore dell'indagine, dichiara che l'impianto accusatorio è forte e che la scarcerazione equivarrebbe a mettere in discussione l'intero impianto e porterebbe sostanzialmente l'indagine verso l'archiviazione. 

Il 25 maggio vengono rese note le motivazioni della sentenza di scarcerazione: come implicitamente richiesto dal PM, i giudici vanno oltre la semplice valutazione dell'esistenza dei presupposti per la custodia cautelare. Essi entrano nel merito della questione, ma probabilmente non nel modo che il PM avrebbe desiderato: la bocciatura dell'intera impalcatura dell'accusa, infatti, è netta. Mancanza di riscontri, contraddizioni, errori nelle indagini, errori nello svolgimento delle perizie psicologiche, racconti soltanto "de relato" (ovvero riferiti da terzi e non dalla viva voce dei bambini), evidenti e indebite pressioni da parte dei genitori sui bambini stessi, condotte di vita assolutamente specchiate e ineccepibili da parte degli indagati.

Poi, in ottobre, la Suprema Corte di Cassazione, respingendo il ricorso del PM avverso alla scarcerazione attraverso una sentenza superbamente motivata, scardina totalmente l'intero impianto accusatorio.

Giungono gli esiti degli accertamenti della Polizia scientifica e dei RIS. Tutto negativo, Nessuna traccia, nessuna prova, nessun indizio.

Insomma, c'è quanto basta per la richiesta di archiviazione. Ma temiamo che non sarà così: la Procura di Tivoli pare intenzionata a proseguire lungo la medesima strada e, ha concluso gli incidenti probatori sui minori (quanto mai tardivi) e, a oltre tre anni di distanza dall'inizio delle indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro indagati.


La scuola materna di Rignano
è un castello di carte e dubbi


di Gian Marco Chiocci - lunedì 07 maggio 2007, 09:14


Roma - Se la pedofilia è un reato che non ammette sconti, tanto che l’implacabile legge del carcere (e dei carcerati) mai ha concesso attenuanti, per crocifiggere l’orco di turno occorrono indagini serie e riscontri inattaccabili. Ciò non sembrerebbe avvenuto nell’inchiesta sulle presunte violenze ai bambini dell’asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio, a due passi da Roma. Non sappiamo se, come dice la difesa degli arrestati, l’inchiesta è sconvolgente «per l’approssimazione e il dilettantismo» degli addetti ai lavori. Sicuramente quel che le indagini ci hanno regalato è un impianto accusatorio fragilissimo, per certi versi controproducente alle tesi dell’accusa, che rischia di resistere al vaglio del tribunale del Riesame solo per l’onda emotiva che la storia di abusi sui minori suscita nella pubblica opinione. Vediamo perché.

Denunce in serie

La storia della Marcinelle di Rignano inizia con le agghiaccianti denunce presentate da alcuni genitori. Inizialmente sono tre, poi sei, presto diventeranno dieci, sedici, diciannove, alla fine sorpasseranno la ventina in un crescendo di racconti sempre più raccapriccianti. Nelle prime tre denunce i genitori sostengono d’aver ricevuto dai propri figli di 3 anni e due mesi (il più piccolo) e quattro anni (il più grande) alcune confidenze su strani abusi che avrebbero subito all’asilo. Gli orchi indicati negli esposti vengono individuati in due bidelle e una maestra, ma all’esito dei primissimi accertamenti dei carabinieri già si capisce che le cose stanno in un altro modo: le maestre sono due, la bidella una. L’assunto iniziale dei genitori (e degli investigatori) è che le «cose brutte» siano avvenute nel bagno della scuola, in un punto del giardino dell’asilo e in un’aula vuota vicina a delle scale a chiocciola, nel retro del plesso scolastico. Correttamente l’11 luglio, raccolte le denunce (presentate due giorni prima) parte l’attività investigativa: intercettazioni sui telefoni dei tre personaggi identificati, incrocio dei tabulati telefonici, pedinamenti, appostamenti per verificare stile di vita, frequentazioni, contatti eccetera.

L’uomo nero

Nelle settimane successive l’attenzione si concentra su un cittadino dello Sri Lanka noto a Rignano perché lavora alla pompa di benzina dell’Agip: sarebbe l’«uomo nero», l’autista di un pulmino, uno scuolabus, talvolta di una macchina, con cui i bambini venivano portati in una misteriosa villa, una casa successivamente identificata in quella della maestra Patrizia. I bambini lo chiamano una volta Maurizio, un’altra Giovanni, mai con il suo vero nome o cognome: Kelum o De Silva. Dicono tutti che porta tre vistosi anelli, ma in realtà ha una fede minuscola all’anulare sinistro. Dicono che porta il codino, ma in tanti, compreso il suo datore di lavoro (che ha confermato la presenza costante di Kelum al distributore durante l’orario scolastico) smentiscono la circostanza. Tant’è. La comparsa dell’incensurato cingalese è un’evoluzione clamorosa dell’inchiesta, perché porta le presunte molestie anche all’esterno dell’asilo.

Segreti condivisi

Nel momento topico dell’inchiesta le madri dei bambini hanno contatti frequentissimi fra di loro. Un travaso di informazioni e confidenze pressoché giornaliero al punto che, gravissima anomalia, più genitori vengono addirittura interrogati contestualmente dai carabinieri. Nello stesso verbale appaiono più voci, che confermano e integrano dichiarazioni precedentemente rese, aggiungono dettagli, precisano, rettificano. Da alcune annotazioni di servizio dei militari sembra che testi e inquirenti lavorino in simbiosi anziché andare avanti ognuno per la propria strada. Tutto questo va avanti per due mesi, luglio e agosto. Va detto che un barlume di buon senso aveva illuminato uno dei marescialli impegnati nelle indagini, il quale dopo le prime denunce raccomandava al pm di disporre una serie di «audizioni protette» (fatte da uno specialista psicologo, nelle forme previste dalla legge, con tutte le garanzie del caso) per non disperdere la genuinità dei possibili riferimenti dei bambini attraverso una dilatazione del tempo dei loro ricordi e/o l’inquinamento del patrimonio di conoscenza dei piccoli dovuto al contatto con i genitori. Alla richiesta il pm risponde picche, limitandosi a nominare una psicologa suggerita dagli stessi carabinieri (altra anomalia) anziché di fiducia del suo ufficio. Viene incaricata una dottoressa 73enne, iscritta all’albo degli psicologi dal 1996, che oltre a svolgere una consulenza psicologica si mette a fare le indagini con i carabinieri andando con loro in giro, facendosi accompagnare dalle famiglie, effettuando sopralluoghi, in un caso anche accompagnando un bambino fin dentro la scuola per identificare i luoghi incriminati, chiarire le circostanze. Un’attività devastante. La strizzacervelli-detective, come vedremo, avrà un ruolo fondamentale nell’inchiesta.

Controlli senza esito

L’attività di pedinamento, intanto, rallenta perché - ammettono i carabinieri al pm - è estate e il personale scarseggia. Si arriva a settembre. Approfittando della chiusura della scuole per le vacanze, i militari installano sei telecamere e una ventina di microspie. Ogni angolo dell’asilo è controllato. Così dal 1° settembre fino al 12 ottobre (giorno in cui l’inchiesta diviene nota per via delle roboante perquisizione) viene registrata la vita dell’asilo dalle ore 7.30 alle ore 17.30, e cioè un’ora prima del trillo della campanella, un’ora e mezzo dopo la fine delle lezioni. Da questa invasiva, indispensabile, attività di controllo non esce fuori mezzo fotogramma o mezza parola da utilizzare in chiave accusatoria. Nulla di nulla. La cosa è ancor più singolare perché, sull’onda del passaparola, dei pettegolezzi di paese, di una sorta di inconscia emulazione, proprio a settembre (mentre l’asilo è imbottito di «cimici») in caserma arrivano altre 7-8 denunce di genitori che raccontano delle violenze subite dai propri figli dentro la scuola proprio in quei giorni nei quali, come è documentato, niente è accaduto. Per la difesa (avvocati Giosuè Naso e Fausto Coppi) ciò è significativo di cosa possa voler dire la suggestione reciproca e l’emulazione, con l’aggiunta di dettagli irraccontabili (mai riscontrati) su crocifissi bruciati, cuccioli di cani lanciati nel fuoco, cappucci indossati dai pedofili scimmiottando il diavolo, il lupo, la fatina cattiva. «La stessa narrazione - spiega l’avvocato Naso mentre visiona uno dei dvd - dimostra seri limiti di credibilità». Quello che dunque avveniva nell’asilo, sarebbe avvenuto anche fuori. Nella casa della maestra Patrizia prima. Poi in una villa che una certa sera, passeggiando per Rignano, un bambino accompagnato dal babbo riconosce senza indugi: è quella. Scattano perquisizioni, controlli sugli occupanti, sequestri di materiale. Risultato: nessuno. La notizia è una bufala. Come risultano panzane i riferimenti, contenuti nelle denunce, sull’esistenza di filmini e materiale pedopornografico nella disponibilità degli indagati: il 12 ottobre, dai sequestri di centinaia di dvd, cassette vhs, documentazione cartacea, foto, dagli accessi internet, dall’hard disk dei pc, non esce nulla. Niente di niente.

I medici

Così si passa a interrogare i pediatri dei bambini abusati. Un’azione assolutamente legittima, peccato che anziché limitarsi a formulare pertinenti interrogativi sullo stato fisico dei minori, gli inquirenti operino un indebito condizionamento informandoli del contenuto delle denunce. Nonostante ciò, i sanitari concordano sull’assoluta mancanza di segni di violenza. Al di là di normali patologie riferibili a mali di stagione, arrossamento della zona perianale per i vermi, a piccole perdite ematiche riconducibili a fragilità capillare, i medici dei piccoli spiegano di non aver mai rivelato una lontanissima attività d’abuso, «che altrimenti ci saremmo affrettati a denunciare». Si dispongono altri accertamenti al Bambino Gesù di Roma: un chirurgo pediatrico e una psicologica confermano l’assenza di abusi. Solo su una bimba c’è qualche timido dubbio per quel setto sospetto sull’imene, anche se il primario lo definisce «di probabile natura congenita».

Intanto i racconti dei figli raccolti dai genitori si fanno più crudi. Se prima si parlava del giochino del culetto, della patatina o del pipetto, dopo due mesi i riferimenti arrivano a tagli sul corpo, a buchi di aghi nelle mani e in testa. Di tutto questo dovrebbe essere rimasto segno, e invece nulla. I pediatri lo hanno escluso, i genitori non hanno mai visto un graffio, nessuno dei 16 bimbi ha mai detto «mamma, guarda, qui ho la bua». Possibile? Certo - rispondono gli inquirenti, psicologa compresa - se ciò è accaduto è perché erano stati terrorizzati al punto di credere che se avessero parlato i loro genitori sarebbero stati ammazzati. Non è finita. Tutto questo avviene in orario scolastico, mentre all’asilo lavorano 16 insegnanti di ruolo, due di sostegno, due ausiliari, cinque bidelli, tre cuoche e a turno un insegnante di religione, uno di ginnastica, uno di musica: dalle 28 alle 31 persone. Domanda: come si fa a portar via i bambini senza che nessuno veda nulla? Risposta del gip in ordinanza: che fosse possibile uscire dalla scuola è dimostrato dalla testimonianza di una vigilessa che ha visto, un giorno, i bambini camminare lungo il viottolo posteriore con due maestre (che guarda caso si scoprirà poi non essere quelle incriminate). Purtroppo per il gip, stando alle carte dell’inchiesta del pm, l’episodio sembra dimostrare l’esatto contrario, e cioè che non era possibile uscire da scuola senza essere visti. Inoltre le maestre, proprio alle vigilesse, spiegarono di essere lì per raggiungere sulla strada statale il pullman (troppo grande per manovrare nel piazzale dell’asilo) per una gita a Ponzano Romano.

Altro capitolo gravissimo è la mancata registrazione dei colloqui dei minori, in un procedimento penale e non per fini terapeutici, da parte della psicologa. Lo hanno fatto invece i genitori, che forse si sarebbero dovuti astenere visto che, per le modalità e i toni con cui hanno girato i video, con i bimbi costretti a mimare gesti erotici, hanno prodotto paradossalmente l’unico materiale «scottante» agli atti. Ci si dovrebbe soffermare inoltre sulle perizie fatte ai genitori dei bimbi, laddove emergono anche personalità disturbate, che vivono la sessualità in maniera inadeguata, alcune depresse e fanno uso di psicofarmaci. Si dovrebbe dire dell’autista, dell’uomo nero, del cingalese che si è scoperto non avere nemmeno la patente. Ci si dovrebbe interrogare sulla circostanza, clamorosa, che dai controlli dei telefoni, degli sms, dell’e-mail, non risultano frequentazioni fra gli indagati. Qualcuno dovrebbe chiedere conto alla domestica di una delle maestre che ha parlato di quando, qualche anno fa, a casa della donna restò una bambina perché oggi si è scoperto che fu proprio la mamma della bimba a chiedere la cortesia alla maestra perché faceva tardi col lavoro. Se in corso d’opera è già caduta l’associazione per delinquere, non ci sarà da sorprendersi se il Riesame tirerà fuori di galera i presunti pedofili che, stando alle carte, non possono più nemmeno essere etichettati al condizionale.


Prof. avv. Guglielmo Gulotta

 

avvocato, psicologo, psicoterapeuta,

professore ordinario di Psicologia Giuridica

presso l’Università degli Studi di Torino

 

COMUNICATO STAMPA

 

In relazione ai molteplici dibattiti e discussioni radiotelevisivi suscitati dall'interesse esploso intorno alla vicenda di Rignano Flaminio, con la quasi totale assenza di accademici esperti della materia nonché dei firmatari della Carta di Noto - riconosciuta come il documento guida nei casi di sospetto abuso sessuale - esprimo alcune considerazioni, innanzitutto nella mia veste di psicologo, psicoterapeuta e Professore ordinario di Psicologia Giuridica - unica cattedra del Paese - e di avvocato che si è occupato, in qualità di difensore, di ben quattro casi di pretesi asili a luci rosse; due di questi si sono conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati, uno è ancora in fase di indagine e il quarto, per cui siamo inattesa della Cassazione, con l'assoluzione di 4 imputati e la condanna di un bidello.


Oggi apprendiamo che a Rignano Flaminio il Tribunale del Riesame ha annullato le ordinanze di custodia cautelare in carcere di 5 indagati rimettendoli in libertà.


Ritengo doveroso mettere al corrente il pubblico del come e del perché, nonostante i media diano ampio rilievo a dichiarazioni dei bambini e delle madri che di per sé sono inconciliabili con l'assoluzione degli imputati e con la loro scarcerazione, praticamente la totalità di questi processi si concludano con l'accertamento da parte della magistratura dell'innocenza degli stessi e con una conseguente sentenza assolutoria.


Bisogna innanzitutto sgomberare il campo dagli equivoci: non si tratta di menzogne raccontate dai minori, né tantomeno di malafede da parte dei genitori che, in tutti i casi da me trattati professionalmente, non avevano alcun interesse e alcuna ragione di voler calunniare gli insegnanti. L’allarme diffuso intorno al fenomeno pedofilia può fare sì che un genitore, preoccupato ad esempio da manifestazioni di disagio del proprio figlio (si tratta molto spesso di sintomi assai comuni e frequenti tra i bambini, quali l'enuresi notturna, la comparsa di incubi, oppositività al momento di andare a scuola, ecc…) o da segni e sintomi fisici fino ad allora mai manifestati (ma anche questi altrettanto frequenti, quali emorroidi, arrossamenti in zona genitale, lividi su cosce e natiche, ecc…) si faccia l'idea che ciò possa essere riconducibile ad un'azione esterna. Nella maggior parte dei casi, invece, l'indagine psicologica, se ben condotta, rivela che il disagio psicologico del minore ha a che vedere con un perturbamento dell'equilibrio familiare, quale un conflitto tra i suoi membri, una separazione tra i genitori o anche semplicemente la nascita di un fratellino. Allo stesso modo, i segni e i sintomi fisici possono trovare la loro spiegazione nella stipsi, nella scarsa igiene, nell'essersi toccati le parti intime con le mani sporche o nell'aver fatto dei giochi sulla sabbia. I lividi, come è intuitivo, possono essere provocati da cadute e ruzzoloni nei normali giochi dei bambini. Il genitore spaventato dall'idea della pedofilia può a questo punto chiedere al figlio: "chi è stato a farti questo?", dando quindi implicitamente per scontato, almeno nella formulazione della domanda, che qualcuno deve avere provocato ciò di cui egli chiede conto al bambino. In questo modo egli induce nel figlio una risposta che non è solo una spiegazione, ma è anche una giustificazione. Costretto a indicare un colpevole, il minore - il cui bacino "sociale" è necessariamente molto limitato- potrà dire:

- mio fratello/sorella oppure il mio amichetto: in questo caso il genitore può accontentarsi della risposta;
- mio papà: e questo è assai rischioso - lo dico per ampia esperienza in casi di questo tipo- quando i due genitori siano in una condizione di separazione conflittuale;
- la maestra: e arriviamo a noi;
- nessuno: e arriviamo a noi.

 

Quando la madre non riceva la risposta paventata può convincersi che il piccolo sia reticente e così insiste finché il bambino ingenuamente la segue assecondandola nella sua ipotesi temuta. A questo punto la madre, ottenuta quella che lei reputa una rivelazione (si tratta in realtà di una ammissione pilotata!) innescherà il contagio tra gli altri genitori attraverso un'azione incontrollabile. Nel caso di Verona - uno di quelli conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati- la madre responsabile per così dire dell'innesco dell'intera vicenda giudiziaria, d'accordo con il proprio marito iniziò ad avvisare, nel cuore della notte, tutti i genitori degli altri bambini scatenando in loro, come è facile immaginare, quel terrore e quell'angoscia che a loro volta diedero vita agli interrogatori degli altri bambini (alcuni svegliati in piena notte perché raccontassero!). Nel caso di Bergamo (anche questo concluso con l’assoluzione delle imputate) l’innesco è provocato da una madre che trae la convinzione che il proprio bambino sia stato abusato all’interno della scuola materna dopo averlo esplicitamente interrogato con il ciuccio in bocca: interpretava i gesti e i cenni del bambino come affermazioni o disconferme alle sue domande. Ciò che più di ogni altra cosa la convinse del patito abuso era la mancanza di “indignazione” sul volto del figlio (un piccolo di appena 4 anni) rispetto alle domande oscene che lei gli faceva!


In altro caso, abbiamo avuto la prova di come si reifichi il tema del cosiddetto segreto, fil rouge di tutti questi processi. I genitori non possono darsi pace del fatto di non essersi accorti di quanto accadeva al proprio bambino e soprattutto del fatto che il figlioletto, sempre così aperto con loro, non abbia fino ad allora riferito nulla su una cosa tanto importante. Scatta quindi immediatamente la convinzione che il piccolo sia stato indotto, anche attraverso minacce e punizioni, al mantenimento del segreto. L'interazione tipica è la seguente:


Mamma: “non me lo hai detto perché avevi paura, vero? Non temere, piccino, ti difende la mamma, e nessuno può fare male alla mamma..
Avevi paura perché ti hanno detto di non dirlo, altrimenti…?
Il bambino si adegua

 


PS: queste domande sono vietate nel processo ai propri testimoni (in ipotesi anche al capo di una famiglia mafiosa) perché troppo suggestive e quindi in grado di condizionare il testimone alterandone la risposta.


E si convincono quindi che il figlio - un bambino di tre anni - possa aver stoicamente dissimulato dolori e sofferenze inenarrabili (tra cui l'essere incatenato, legato, violentato, drogato, ecc.). Ecco la trappola cognitiva: se io non ho capito finora e il bambino ha finora taciuto non è perché non è successo, ma perché qualcuno gli ha detto di non dirlo. E questa richiesta deve necessariamente essere stata accompagnata da minacce. Nel caso di Verona abbiamo la prova registrata che è andata proprio così.
Dopo un po' di tempo il bambino conferma la bontà dell'intuizione materna. A questo punto intervengono gli psicologi incaricati di valutare i racconti dei minori e la loro attendibilità, ma anziché procedere secondo le indicazioni provenienti dalla più accreditata letteratura scientifica internazionale in materia, molti professionisti omettono di impiegare protocolli e metodologie corrette, necessarie quando si debbano raccogliere testimonianze così fragili come quelle dei minori, procedendo invece in maniera arbitraria e improvvisata. Molti sono addirittura ignari dei rischi di instillare nel minore, attraverso domande suggestive e interviste ripetute, le cosiddette false memorie, nonostante la copiosa letteratura in materia (sul punto vedi Gulotta, Cutica: Guida alla perizia psicologica, edito da Giuffrè). E' sperimentalmente dimostrato, anche attraverso una ricerca condotta da me, che è possibile indurre nel bambino - tanto più da parte del genitore, falsi ricordi relativi ai più disparati avvenimenti, in realtà mai esperiti. Tra gli altri: l'aver subito un attacco fisico da parte di un animale feroce o l'essere stati rapiti dagli alieni. Così mentre le madri ottengono ciò che temono, gli psicologi ottengono ciò che si aspettano.


Poi i bambini ci mettono del loro: squali a Brescia (?), clown, pagliacci, pellerossa, ecc... Cosi, senza che in molti se ne rendano conto, ci si ritrova, anziché in un processo, in un cartone animato.


Torniamo ai sintomi di cui parlano i genitori e che vengono poi propagandati dai media come prova del patito abuso. I bambini hanno sì dei sintomi, ma fateci caso: i sintomi nascono dopo che è scoppiato lo scandalo. Non è che i genitori fino ad allora non li avessero visti; è che non c'erano o erano irrilevanti. I sintomi compaiono a seguito dello stress provocato nel minore dalla stessa investigazione: questi bambini vengono "sentiti" (traduzione corretta: interrogati) ripetutamente dalle madri, dalla polizia, dagli psicologi, dai magistrati. E' la profezia che si autodetermina, la costruzione del fattoide: la macchina della giustizia finisce col creare il mostro che crede di combattere. La prova: i sintomi dei bambini, anziché diminuire con l'allontanarsi dal momento del presunto abuso, aumentano parallelamente al procedere delle investigazioni.


Memento la storia degli untori, delle streghe e ancora di più dello iettatore, un mostro costruito dalle parole dove però in molti sono pronti a giurare di avere le prove che egli porti davvero sfortuna. Oggi la tesi espressa da alcuni media, che evidentemente ignorano tutti gli studi di psicologia sociale e sociologici sulle dicerie e sulle leggende metropolitane, è che esista una banda organizzata di pedofili che si insidia nelle diverse scuole. Stranamente però, nonostante le accurate indagini di polizia, non vengono mai rinvenute né tracce dei contatti tra i vari membri della banda (eppure deve essere necessario accordarsi per portar fuori i bambini), né materiale video o fotografico (eppure si parla di riprese pedo-pornografiche, set cinematografici, ecc.), né anomalie sui conti bancari. E quello economico sarebbe l'unico movente sensato per spiegare la condotta di donne che per 30 anni hanno tenuto una condotta esemplare, e improvvisamente diventano complici di simili porcate. Già perché la pedofilia femminile, come tutte le altre parafilie (salvo il sado-masochismo) sono una prerogativa maschile. Così ragionando, migliaia di famiglie italiane che hanno i bambini all’asilo sono spaventate. A Vallo della Lucania si suppone che una novizia straniera riesca a convincere, non si sa come, delle suore che da molti anni gestiscono un asilo da cui è passata mezza città, a commettere abusi sui piccoli alunni dandoli addirittura in pasto a una banda di pedofili che sarebbe composta, nel caso di specie, da un fotografo e da un capomastro. Il sequestro dell’intero patrimonio fotografico del primo, così come l’esame dei reperti organici nell’abitazione del secondo (teatro, secondo l’accusa, del set cinematografico) hanno dato esito negativo.


Desterebbe, poi, una certa inquietudine il fatto che nello stesso periodo racconti con contenuto analogo provengano da minori che abitano in luoghi diversi e lontani tra loro. La spiegazione è molto semplice: le mamme hanno le stesse paure e gli psicologi le stesse aspettative. Anche nei processi alle streghe e agli untori c’erano dei focolai apparentemente senza connessione.


Sartre diceva che "le parole sono pistole cariche" e hanno la terribile forza di costruire la realtà.


Già Bacone aveva identificato i limiti della mente umana (e Kahneman, psicologo premio Nobel, lo ha confermato sperimentalmente): quando abbracciamo un'ipotesi siamo portati a scartare e a sottovalutare tutti quegli elementi che la disconfermerebbero. La tendenza della mente è verificazionista. E pensate che né gli avvocati né i magistrati che tutti i giorni sono chiamati ad occuparsi di casi come questi, almeno stando al loro curriculum, non debbono aver studiato un rigo - dico un rigo - di psicologia.


da "IL FOGLIO"

del 15 maggio 2007

di Cristina Giudici

 

 

PEDOFILIA E ILLUSIONE DELLA VERITA',

 

PARLA GIULIANA MAZZONI

 

 

 

Rignano e le trappole della memoria dei bambini: ecco come evitarle

 

 

Milano. "Diciamolo in inglese, che così magari ci prendono più sul serio: questi processi si basano su un meccanismo che nella psicologia cognitiva viene definito illusion of truth: l'illusione della verità, un concetto caro anche a Spinoza. Costruiti sui rumours (dicerie) che diventano reali nel momento in cui vengono espressi verbalmente e finiscono nel circuito mediatico. Il resto non conta".

 

Giuliana Mazzoni è una studiosa delle trappole delle memoria nell'età evolutiva e ha insegnato Psicologia cognitiva applicata all'indagine giudiziaria sia in America che in Gran Bretagna. In Italia però è conosciuta per la sua indefessa caccia agli "abusologi": psicologi che spesso, sostituendosi all'autorità giudiziaria, ricostruiscono i fatti sulla base dei racconti dei minori, poi smentiti. E dopo aver osservato il processo (per ora solo mediatico) alle maestre della scuola Olga Rovere, ha subito pensato a un altro caso giudiziario, celebrato a Brescia e conclusosi con l'assoluzione di un gruppo di maestre dove la sua consulenza è stata determinante, che aveva lo stesso copione.

 

"A Rignano Flaminio le testimonianze dei bambini non erano state registrate e non mi sono sorpresa", spiega al Foglio. "La violazione di ogni ragionevolezza con cui si dovrebbe costruire una prova accade spesso (solo in Italia però) nei processi per abusi sessuali sui minori. Ma non dobbiamo giudicare troppo severamente i genitori. Io comprendo e giustifico la loro paura che li spinge a diffondere un contagio emotivo e a scatenare una serie di fraintendimenti all'origine dell'errore giudiziario.

Ci si può chiedere come possa un genitore arrivare al punto di indurre il proprio figlio a masturbarsi davanti a un videoregistratore per simulare gli abusi subiti (come è accaduto a Rignano, a Asti eccetera, ndr), ma il paradosso è proprio questo: quando scoprono che la violenza non era reale, i genitori, invece di tirare un sospiro di sollievo, rimangono delusi perché sono così ossessionati dalla loro idea da non riuscire a prendere in esame altre ipotesi alternative. Ma se non ci fossero stati loro, a intervenire in modo pesante anche se ingenuo, noi non avremmo mai potuto capire come si crea un processo sommario, indiziario".

 

Infatti oggi Giuliana Mazzoni ha un obiettivo: elaborare delle linee guida concrete che diventino obbligatorie nei processi per pedofilia. Come già accade in Inghilterra, dove nel 1990 il ministero degli Interni ha adottato una serie di regole per evitare errori giudiziari. Lei in Inghilterra viene spesso incaricata dai pubblici ministeri di valutare i racconti dei testimoni, vittime di presunte violenze sessuali, mentre in Italia il suo nome appare solo fra i consulenti della difesa, avvocati di presunti pedofili, per individuare gli errori giudiziari. Un fatto, questo, che spiega bene la filosofia giuridica a cui si ispirano molti dei nostri processi in materia.

 

"Prima regola: i bambini non dicono sempre la verità, anzi. Tendono a dire bugie per liberarsi dalle pressioni degli adulti", dice.

"Bisogna utilizzare interviste cognitive con domande dirette che non contengano suggestioni e con stratagemmi per verIficare la loro attendibilità. Seconda regola: mai fare pressioni. Chi ha subito una violenza, lo ammette quasi sempre spontaneamente. Terza regola: non fare interpretazioni forzate dei disegni (a Rignano i disegni erano accompagnati dai commenti dei genitori, ndr). Infine bisogna sempre rivolgersi a consulenti affidabili che non sposino a priori la tesi dell'accusa".

 

Ma per tornare al caso della scuola Olga Rovere (ieri sulla Flaminia sono stati trovati due striscioni sui quali era scritto: "Morte ai pedofili"), la professoressa Mazzoni ha una convinzione, surrogata dalla sua esperienza:

 

"I processi nelle scuole materne hanno evidenziato quanto la verità non sia accertata, ma solo accettata grazie all'intervento dei media che invece di usare cautela ricorrono a ciò che in inglese chiamiamo sloppyness, trascuratezza: genitori terrorizzati, consulenti impreparati, metodologie giudiziarie inadeguate creano una macabra orchestra di giustizieri e quando ci si rende conto dell'errore la responsabilità viene diluita fra i diversi attori mentre la gravità del misfatto viene sminuita. E i danni sono irreversibili: la vittima, che non è stata vittima, sarà sempre tale, così come un pedofilo, che colpevole non è, lo rimarrà per sempre"


AGI) - Roma, 26 mag. - "Non sono ravvisabili seri e robusti elementi di riscontro" nell'inchiesta della procura di Tivoli sui presunti abusi sessuali compiuti su alcuni bambini della scuola materna 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio nell'anno scolastico 2005-2006. Anzitutto perche' sono 'de relato' le dichiarazioni accusatorie fatte dai piccoli, poi perche' "il materiale indiziario che emerge dagli atti, pur sussistente, appare insufficiente ed anche contraddittorio", e, infine, perche' la vita degli indagati coinvolti risulta assolutamente specchiata. Sono alcune considerazioni del tribunale del riesame di Roma contenute nelle 39 pagine dell'ordinanza con la quale e' stata disposta l'immediata scarcerazione delle maestre Marisa Pucci, Silvana Magalotti, Patrizia Del Meglio, del marito di quest'ultima Gianfranco Scancarello (autore televisivo) e del benzinaio cingalese Kelum Da Silva, arrestati dal gip Elvira Tamburelli assieme alla bidella Cristina Lunerti (poi rimessa in liberta' su richiesta del pm Mansi) per violenza sessuale di gruppo pluriaggravato, maltrattamenti in famiglia, atti osceni in luogo pubblico, sottrazione di minore e sequestro di persona ai danni di sei bambini (diventati poi 19 con il prosieguo delle indagini). "Rileva il tribunale - scrive il collegio presieduto da Bruno Scicchitano - come l'approccio alla vicenda debba essere serio e meditato e del tutto scevro di pregiudizi e preconcetti. Le dichiarazioni dei bambini devono essere valutate per quelle che sono dal punto di vista processuale: 'de relato'. Nessuna suggestione e' ammessa anche in questa sede cautelare".
 Nell'inchiesta sui presunti abusi sessuali avvenuti nella scuola materna di Rignano Flaminio, emerge "una forte e tenace pressione dei genitori sui minori, una forte opera di induzione e di suggerimento delle risposte da parte degli stessi, con conseguenti manifestazioni anche di stanchezza e di ostilita' da parte dei piccoli alle insistenti pressioni genitoriali". Ancora una volta, il tribunale del riesame di Roma dedica un lungo passo della sua ordinanza di scarcerazione per criticare la condotta delle numerose famiglie che con le loro denunce, frutto anche di interviste 'artigianali' fatte in casa con i bimbi, hanno dato il via all'indagine della procura di Tivoli. Sul punto, il collegio dei giudici non mostra alcun dubbio: "I genitori, in buona sostanza, hanno svolto un ruolo che non gli apparteneva, non spettando ai medesimi il compito di documentare le dichiarazioni dei loro figli, cio' a prescindere dagli indubbi riflessi che tale attivita' puo' avere spiegato sulla genuinita' della prova".


"Come sia stato possibile che diversi 'giochi' di natura sessuale siano avvenuti nei bagni ed in altri locali della scuola e, soprattutto, nel giardino della scuola (che per definizione è accessibile e visibile a chiunque si trovi nella struttura e, parzialmente, anche da fuori), ma nessuno se ne sia accorto". E' uno degli interrogativi posti dal tribunale del riesame nei motivi della scarcerazione degli indagati di Rignano Flaminio.

Ed un altro aspetto sottolineato dal collegio riguarda il fatto che "nessun genitore, nel riprendere il proprio figlio all'uscita di scuola si sia mai accorto che pochi minuti prima il figlio era stato oggetto di nefandezze di ogni tipo: il bambino appariva evidentemente integro, tranquillo, sereno, con i capelli asciutti senza segni di lesioni e di violenza, senza perdite ematiche e di altre sostanze". La considerazione del tribunale e' basato sul presupposto che i presunti abusi potevano avvenire tra le 9 e le 12:45. "Lasso temporale sicuramente sufficiente - scrivono i giudici - ma anche appena sufficiente tenuto conto che alle 12:45 giungevano i genitori a riprendere i bambini e non dovevano ovviamente accorgersi".

E visto che "non si sta discutendo di sporadici od anche ripetuti toccamenti avvenuti nei bagni della scuola nei confronti dei bambini, ma di penetrazioni anali e vaginali con ogni strumento: pene, vibratori, penne, aste appuntite e quant'altro introdotti negli orifizi dei bambini fino a farli urlare dal dolore". In relazione a ciò - continuano i giudici - "nulla di concreto e decisivo vi è: nessuna certificazione sanitaria attesta essere avvenuta una penetrazione nei confronti dei bambini".

 


Da "Repubblica" del 9 giugno 2007

Nei pc analizzati non sono state trovate foto

o altro materiale compromettente
Esami negativi anche sugli oggetti sequestrati

e nella "casa dell'orrore"

Rignano, nei computer dei 5 imputati
nessun file pedopornografico

 

di FEDERICA ANGELI

ROMA - Nessuna traccia di materiale pedopornografico nei 12 computer sequestrati a cinque degli indagati per l'inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio. I carabinieri della sezione informatica del nucleo operativo di via In Selci dopo aver passato al setaccio gli hard disk e il contenuto dei personal computer delle tre maestre dell'asilo Olga Rovere, del marito di una di loro e della bidella della materna, hanno presentato una dettagliata relazione alla procura di Tivoli. E, a quanto pare, né filmati né file dal contenuto pornografico sono stati rinvenuti. Neanche l'ombra, poi, delle fotografie che avrebbero scattato ai bambini durante i presunti incontri sadomaso nei loro appartamenti. Nessuna traccia, infine, di movimenti e scambi di e-mail, né di ricerche in Internet che possano far pensare a un giro legato al mondo della pedofilia.

Esito negativo hanno dato anche le analisi dei carabinieri del Ris della capitale che non hanno trovato né sangue né liquido seminale sugli oggetti sequestrati. E nell'abitazione della maestra Patrizia Del Meglio e dell'autore televisivo Gianfranco Scancarello non c'era neppure un'impronta digitale riconducibile ai bimbi che avrebbero subito abusi sessuali e addirittura rituali satanici. Più lungo resta il lavoro che i militari diretti dal colonnello Fernando Nazzaro devono ancora fare sui movimenti telefonici. I tracciati dei tabulati, nelle speranze dell'accusa, potrebbero dare la prova dei contatti telefonici fra i sospettati, compreso il benzinaio cingalese.


Intanto mercoledì inizieranno le audizioni dei bimbi per valutare se saranno in grado di testimoniare davanti ai magistrati. Si tratta di un ciclo di incontri per ciascuno dei primi quattro bambini di Rignano presunti vittime di abusi, per stabilirne la capacità di rendere dichiarazioni. È quanto stabilito in un incontro che si è tenuto all'istituto di neuropsichiatria infantile dell'Università La Sapienza tra i periti delle parti (quelli nominati dal gip, dagli indagati e quelli scelti dalle parti offese) chiamati a svolgere l'incidente probatorio disposto dal gip del tribunale di Tivoli Elvira Tamburelli.

È la prima tappa dell'accertamento i cui esiti dovrebbero essere riferiti dagli esperti al gip nel termine di 45 giorni, ossia nel corso dell'udienza del 24 luglio prossimo. A quanto si è appreso, i genitori di ogni minore verranno ascoltati dal perito del gip, la dottoressa Angela Gigante, che poi sentirà per due volte direttamente i piccoli. Infine si svolgerà una piccola riunione con padre, madre e bambino alla presenza del consulente.

Gli altri esperti, oltre venti, assisteranno agli incontri da dietro uno specchio-vetro, in una struttura sulla cui ubicazione c'è il più stretto riserbo. Ciò anche alla luce dell'intervento del Garante della privacy cui anche i difensori di parte civile, Antonio Cardamone e Franco Merlino, si erano rivolti per chiedere di tutelare i minori dall'attenzione mediatica.


 

 

CORRIERE DELLA SERA

 

(Del 5/5/2007 Sezione: Cronache Pag. 25)

I DVD CON IL RACCONTO DEI BIMBI:

«PAPÀ, NON INSISTERE PIÙ» di Fiorenza SARZANINI

ROMA - La stanza è piena di giocattoli, la bambina è al centro. Indossa soltanto le mutandine. Ride, scherza. Davanti a lei, seduto per terra, c’è il padre. È vestito con un paio di boxer e una maglietta. Comincia a parlare. La interroga. È lui a descrivere «i giochi con le maestre», a fare i nomi dei grandi. E quando la bambina dice che «non è vero», la incalza: «Allora sei bugiarda». La mamma tiene la telecamera, filma tutto. L’orologio segna il tempo. Quando sono trascorsi 45 minuti la piccola appare esausta. «Basta papà, sono stanca». Lui insiste, fa altre domande. Lei gli tappa la bocca con la mano: «Basta, non parlare più».

I FILM DEI GENITORI

Ecco i dvd consegnati dai genitori di Rignano ai carabinieri. Tre lunghi filmati riprendono due femmine e un maschio, che avrebbero subito abusi e violenze. Sono stati i genitori a girarli, poi li hanno allegati alle denunce. Ma adesso in quei video la cosa che più colpisce è la ricerca spasmodica, a tratti ossessiva, per trovare riscontri. Lunedì prossimo, quando il Tribunale del riesame dovrà rispondere all’istanza di scarcerazione delle tre maestre, della bidella e dei due uomini accusati di essere pedofili, la difesa batterà proprio questo tasto. Gli avvocati Franco COPPI, Roberto BORGOGNO, Giosuè Bruno NASO e Ippolita NASO li mostreranno ai giudici per dimostrare «come i minori siano stati suggestionati e indotti a raccontare falsità».

È un pomeriggio di luglio, le immagini scorrono. «Ci sono state persone grandi che ti hanno fatto fare cose brutte?» chiede il padre. «No» risponde la bambina. «Tu li conosci?». «No papà». «Allora sei bugiarda. Chi dice le bugie lo sai chi è?». «Tu». «Allora sei proprio bugiarda». La bambina resta buona per terra. Il padre insiste. «Allora è vero che c’erano persone che ti facevano la bua?». «Non è vero». «Non c’era una persona grossa, con i segni?». «Non è vero». Il colloquio va avanti, l’uomo ora ha in mano una papera di peluche. Fa finta che sia lei a porre le domande, ma la bambina non cambia atteggiamento: «Ti devi fare gli affari tuoi. Sei tu bugiardo». Lui prende due cavallini di plastica, una Barbie nuda. Mette la bambola sul cavallo. Chiede alla figlia se è questo il gioco che fanno con le maestre. «No, papà. Basta con i nomi, sono stanca».

In un altro spezzone di video, mentre è con la mamma, la bimba porta il dito verso le mutandine, mima una masturbazione. La mamma la fa continuare, le fa altre domande per sapere chi le ha insegnato questo gioco. Questa volta è il padre a filmare.

Poi arriva un cuginetto di undici anni. La bambina è sul letto a pancia in giù.

Il bambino le si stende sopra. La bacia sul collo. Le tira giù gli slip.

La ripresa viene effettuata dalla finestra, dura quasi dieci minuti.

Il 2 agosto, quando è ormai passata la mezzanotte, i genitori girano un nuovo video. C’è un altro bimbo con la mamma. Fanno ancora domande, sembra quasi che li mettano a confronto. I piccoli rispondono a monosillabi. Finché non chiedono di andare a dormire.

C’è poi un dvd che contiene la registrazione audio di un colloquio della terza bimba con la mamma, nessuna immagine. «Sei mai uscita da scuola?» chiede la donna. «Mai» risponde la figlia. «Ma mi hai detto di sì». «A casa di Patrizia». La mamma descrive i giochi, fa i nomi delle maestre, cerca conferme. Quando chiede «dove Giovanni infilava il pipino», la bimba mostra i propri organi genitali, poi il sedere.

GLI INTERROGATORI

«Giovanni» dicono i giudici è Gianfranco SCANCARELLO, l’autore televisivo finito in carcere insieme alla moglie, la maestra Patrizia DEL MEGLIO. Il 3 febbraio scorso entrambi si presentano davanti al pubblico ministero per giurare di essere innocenti. «Non frequento la realtà di Rignano - afferma lui - perché esco la mattina alle 8,30 e torno a casa circa 12 ore dopo». Nega che i bambini della scuola siano mai stati a casa sua, nega di conoscere il benzinaio cingalese accusato per i suoi stessi reati. Nega anche di conoscere la preside della «Olga Rovere», ma in questo viene smentito dalle intercettazioni. «Le famiglie - afferma il giudice - si conoscono da vent’anni». La moglie entra nei dettagli per dimostrare di non aver mai portato i bimbi fuori dalla scuola: «Sottolineo la mancanza di coincidenza oraria tra la mia classe e quella dell’insegnante PUCCI (anche lei poi arrestata ndr), non vedo quindi come potevo vederli in orario scolastico». Poi aggiunge: «Non ho mai denudato i bambini per dare loro delle botte, che non sono comunque nella consuetudine e ovviamente non l’ho fatto a fini sessuali. Ho una buona reputazione, tanto che molti genitori all’inizio del ciclo triennale hanno chiesto di affidare i propri figli a me».

 


LA REPUBBLICA

 

(Del 5/5/2007 Sezione: Cronache Pag. 21)

RIGNANO, VIDEO CHOC DEI BAMBINI

“FAI VEDERE IL GIOCO DELLA SCUOLA” di Carlo BONINI

I filmati girati dai genitori. Il gip: ecco la prova

ROMA - Un tinello, un divano, il lettone di mamma e papà, un tappeto di morbida moquette ingombro di giochi. Due bimbe che sorridono, scherzano, giocano con la telecamera che sanno le sta riprendendo. La storia nera della “Olga Rovere” comincia da qui. Dalle immagini e le confidenze domestiche raccolte, nel luglio-agosto del 2006, in due dvd (ora agli atti dell’istruttoria), dai genitori di due dei bambini che si vogliono abusati. Per il gip Elvira TAMBURELLI, «la prova» incontrovertibile della verità sconvolgente di quei racconti, «grazie all’apprezzabile sforzo dei genitori nell’astenersi da domande suggestive o “risposte messe in bocca”». Per Franco COPPI, difensore di due degli arrestati, «la prova di come le affermazioni dei magistrati vengano smentite dagli stessi atti che ne dovrebbero essere fondamento. Perché in quelle immagini è evidente e sconcertante tanto la violazione delle norme più elementari dell’approccio ai racconti di un bambino quanto la manipolazione dei suoi ricordi».

Abbiamo visto entrambi i video. La trascrizione dei loro passaggi salienti è sufficiente perché ognuno possa giudicare se, come e fino a che punto le sollecitazioni dei genitori hanno formato e indirizzato il racconto dei loro bambini. Se i loro racconti sono sufficienti a rispondere con certezza a una domanda: chi e come ha esposto questi bimbi a un’esperienza sessuale che non è e non può essere della loro età?

Luglio 2006, dunque. Giorno 16. Una domenica. Ore 13.26. La madre (M) fa le domande, il padre (P) riprende e interviene quando ritiene necessario. La bimba si infila un asciugamani nelle mutandine.

M: «Guarda un po’, ci riprende pure Papinoinsegnaglielo un po’ a papino. Ecco così. E poi? Al sederino cosa ti mettevano? Un asciugamani avevano?». La bimba mostra l’asciugamani e si rivolge verso il padre.

M: «Fa vedè papà, fa vedè. E come si chiamava la maestra che te insegna queste cose?». La bimba non risponde.

M: «E diglielo un po’ a papà. Chi ti insegna? Parla co’ papino. Te devi mette davanti alla telecamera. E parla. E dillo che dopo se rivedemo (nella telecamera ndr)».

P: «Lo vedi che non lo sa com’è il giochino?».

M: «Il giochino che fate a scuola come si chiama?». La bimba: «Non me lo ricordo».

M: «Come non te lo ricordi?». La bimba: «Non mi va di dirlo». Quindi simula la masturbazione.

M: «Lo devi fare pure agli altri bambini? A chi glielo fai? Chi te lo ha insegnato?». La bimba non risponde.

M: «Senti, chi te lo ha insegnato il giochino a mamma? Dove spingi? Alla patatina o al sederino?». La bimba: «Al sederino».

M: «Al sederino. E allora come si chiama questo giochino?». La bimba continua a non rispondere.

M: «Come non lo sai? Me fai vedè? Me fai vedè?». Il video si interrompe per riprendere con le stesse insistite domande della madre. La bimba dice: «Il giochino del dottore».

M: «Diglie un po’ a papà, dov’è che lo facevate sto gioco?». La bimba: «Lasciami stare».

P: «Non parla più, porco zio». Ancora un’interruzione.

Ora la telecamera fissa il lettone dei genitori, dove è stesa la bimba, nuda.

M: «Chi te l’ha fatto vedere questo buchino nella patata? Chi vi faceva fare il giochino? Con il termometro? Con la siringa? Quanti eravate?». La bimba dice: «Due». Poi si mette a saltare sul letto.

M: «Stamme a sentiì! Hai capito che me devi sta a sentì?».

Ora la telecamera fissa il tinello. È trascorsa già più di un’ora. Sono le 14.22.

M: «Tu dovevi toccà la patatina a Patrizia (la maestra DEL MEGLIO ndr)?». La bimba cerca il padre per giocare.

M: «Tu non te impiccià».

P: «Chi è sta Patrizia?». La bimba: «Una bidella».

P: «Sai pure come ha le sise? Come?». La bimba: «Grandi».

P: «Come?». «Grandi».

P: «Di che colore?». «Blu».

P: «Scure. Ed è secca secca o grossa grossa?». «Grossa».

La domenica se ne sta andando. E le domande continuano. Il nastro segna le 15.28.

P: «Allora a cosa giocavate? Al peluche? Dillo ad alta voce che non ho capito!». La bimba: «Dentro al culo e alla patata».

P: «Il peluche Leo? Dillo a papà che è stupido e non capisce. E come si chiama sto’ gioco? Peluche?». La bimba: «Pinocchio».

Ancora trenta minuti. Le 15.58. Padre e figlia sono soli nella stanza della bimba. Il padre impugna con la destra una barbie (la fatina). Quindi, con la sinistra, un peluche a forma di papero: i pupazzi amici della figlia.

P: «Chi faceva la bua agli amichetti tuoi?». «Il drago».

P: «La fatina ti ha fatto una domanda: vuoi fare questi benedetti nomi di chi faceva la bua agli amichetti tuoi?». «Il drago e Polifemo».

P (imitando la voce della fatina): «Sei una bugiarda, sei una bugiarda…». La bimba: «Sei tu un bugiardo. Io non so una bugiarda».

P: «No?». «No».

P: «E allora perché prima hai detto che le conoscevi? Lo vedi che sei bugiarda?». «Allora me ne vado».

P: «Lo sai chi le dice le bugie?». «Tu dici le bugie».

P: «A mamma. Hai voglia. Tante glie ne ho dette a mamma». La bimba: «Non si fa».

Ci sono quindi tre minuti di immagini rubate. Da una porta finestra, una telecamera inquadra la bimba stesa sul tappeto e un amichetto (anche lui si vuole abusato) che le si strofina sulla schiena, le solleva la maglietta, prova a darle un bacio sul collo. Le solleva le mutandine rapidamente.

Altro giorno di luglio. Altra casa. Una madre (M) con la figlia, ripresa sul divano con le sole mutandine.

M: «Fammi vedere dove ti infilava il pipoGiovanni”». La bimba si schiaffeggia il sedere.

M: «Dove te lo metteva? Fammelo vedè con il dito. Fammelo vedere. Dai raccontami di questoGiovanni”». «C’era anche Adriana».

M: «E che faceva?». «Spicciava con i biberon».

M: «C’era un altro maschio?». «No, c’era la nonna».

M: «La nonna? Facciamo finta che questo cuscino è Giovanni. Fammi un po’ vedere che faceva?». La bimba si mette a saltare sui cuscini del divano.

M: «Faceva finta che tu eri un cavallo?». «No. Io facevo clop, clop, clop».

M: «A chi lo metteva nel culo il pipo Giovanni?». La bimba mostra il cuscino: «A questo».

M: «Ti è uscito il sangue?». «Un po’, dalla pipetta».

M: «Il pipo chi te lo infilava, il pipo?». «Il pipo è mio».

M: «No, tu non ce l’hai. “Giovannite lo infilava». «No».

M: «Si, va beh, te lo faceva mettere lui. E dimmi un po’, che usciva dal pipo?». «Delle bollicine».

M: «Cosa?». «Una magia».

M: «Mi dici che usciva?». «Coca cola».

M: «Cosa usciva?». «Una cosa stranissima».

M: «Cosa usciva dal pipo diGiovanni?». «Del sangue. Ma ci ho messo un po’ di scotch».

M: «Va beh, ho capito».


IL MESSAGGERO

 

(Del 5/5/2007 Sezione: Cronache Pagg. 1 e 11)

«MAMMA, TI DICO COSA MI FA LA MAESTRA»

ECCO I RACCONTI SHOCK CHE FANNO DISCUTERE

di Valentina ERRANTE e Massimo MARTINELLI

Il video girato dai genitori che ha portato in carcere sei persone

La mamma registra e incalza con le domande. Vuole che la sua bambina lo ripeta chiaro, davanti a una videocamera, quello che solo lei ha sentito. E che serve a incastrare i “mostri”: i giochi, gli abusi, Giovanni, la maestra Marisa e la macchina rossa. Ma la piccola Barbara (il nome è di fantasia) saltella in mutande sul divano con la naturalezza, l’allegria e l’indifferenza di una bambina di quattro anni. È serena e non sempre ubbidisce al copione, dà risposte confuse. Così alla fine non fornisce più quei particolari che la mamma vorrebbe sentire. La signora continua a incalzarla, alza la voce, si innervosisce. Vuole che Barbara racconti. Suggerisce le risposte, insiste. E Barbara saltella ancora. Si mette a cantare una canzoncina.

C’è questo video e altri come questo, agli atti dell’inchiesta che ha portato in carcere le tre maestre, la bidella della scuola “Olga Rovere”, l’autore televisivo Gianfranco SCANCARELLO e un cingalese che lavorava da un benzinaio di Rignano. Quelle girate dalle mamme, sono le uniche registrazioni dalle quali è possibile capire lo stato d’animo dei bambini che avrebbero subito gli abusi. E tutte rimandano voci e volti di bimbetti sereni, che sembrano annoiarsi per l’insistenza e la troppa attenzione alle loro risposte, tanto da modificarle ogni volta.

Il video che ha dato il via all’indagine parte proprio da qui. Da Barbara che saltella sul divano e dalla sua mamma che le chiede insistente: «Dove ti infilava quello?». «Al culetto» risponde Barbara continuando a giocare, quasi non si rendesse conto della gravità di quella risposta. «E poi anche alla patatina?» chiede la madre. E Barbara: «Sì, no». La registrazione sembra non finire mai, in un crescendo d’ansia e angoscia della madre e nella tranquilla e divertita indifferenza della figlia. «Dove ve lo metteva, Barbara, fammelo vedere». La registrazione continua: «Sì ma dimmi, racconta, raccontami cosa faceva questo Giovanni». Barbara non risponde e saltella. La mamma la rimprovera, alza un po’ la voce: «dai però stai ferma». «Però sta Adriana… che faceva questa Adriana com’era piccola sta Adriana…». «No grande» … «E poi chi altro c’era con voi?», chiede la mamma: «ci stava Adriana un Giovanni», «un altro maschio?», chiede la mamma. «Sì Giovanni» è la risposta, «Sì Giovanni - dice la mamma - e poi chi altro c’era un altro maschio?». «No, ci stava Adriana e la nonna». «La nonna?» risponde la mamma. E Barbara: «Pure la nonna c’era… pure la nonna c’era ma’». «Che faceva la nonna?», «La nonna voleva giocà coi bambini… hanno detto sì puoi giocare con ma non fare pasticci». «A che giocavate?».

A questo punto le domande diventano sempre più pressanti. Barbara racconta che giocavano «al leuccio… e a cavalli». Ma la mamma vuole di più, pretende di più. Porge un cuscino alla bambina e le dice: «Facciamo finta che questo cuscino sia Giovanni, fammi un po’ vedere». Ma Barbara continua a saltellare. La mamma insiste: «Sì ma voglio sapè il pipo Giovanni dove te lo metteva a te». «A me», chiede Barbara. «Sì a te e alle altre bambine, a chi lo metteva?». «Booh», risponde Barbara. «Non vuoi più parlà, dimmi la verità come mi hai detto già». Ma Barbara chiede delle caramelle mentre la mamma pone sempre le stesse domande. Qualche minuto più avanti Barbara dirà di avere paura della maestra Marisa che «le strilla». Le domande continuano e la mamma va oltre: «che ti succedeva quando Giovanni ti infilava il pipino?usciva qualcosa», «Sì le bollicine, la coca cola». Il ritmo è sempre più incalzante e Barbara dà risposte sempre più confuse. La registrazione si interrompe improvvisamente.

Ma quello di Barbara non è l’unico dvd consegnato ai carabinieri. Anche i genitori di Carla (anche questo è un nome di fantasia, ndr) hanno provato a farle raccontare davanti a una videocamera «quei giochi che faceva a scuola». Domande seguite da altre domande, la bimba si innervosisce, non vuole parlare, grida. Per la piccola Carla c’è quasi un set cinematografico: la fanno stendere sul letto, le mandano vicino un altro bambino che si stende su di lei, le abbassa un po’ i pantaloni. Ma Carla sembra non accorgersene, assorta nei suoi pensieri di bambina. Quella che doveva essere una scena hard, resta solo il gioco di due piccolissimi amici. Spiato però dal buco della serratura, con l’attenzione di un voyeur.

Ma a fronte di tanto orrore, dagli atti saltano fuori anche le testimonianze di tre pediatri di base di Rignano. I medici che da anni seguono i bambini vittime dei presunti abusi: «Tutti i bambini di cui mi chiedete - dice Giuseppino BIANCINI ai carabinieri - non hanno mai presentato un quadro clinico particolarmente negativo». Il dottore poi entra nel dettaglio. Esamina ciascun caso singolarmente: una delle bambine ha avuto infezioni broncopolmonari, un’altra un’intolleranza alimentare. Una ha avuto infezioni alle vie urinarie. Nient’altro. I bambini - spiega un altro pediatra - hanno avuto solo «malattie tipiche dell’infanzia».

E adesso anche sul ruolo dei genitori infuriano le polemiche tra avvocati. Il penalista Franco MERLINO, difensore di parte civile, minaccia le dimissioni dalla Camera penale. Voleva che fosse affisso un suo comunicato nella bacheca in Tribunale, dopo quello dei colleghi penalisti che condannavano la spettacolarizzazione dei processi, ma gli è stato negato. Sulla vicenda, taglia corto il presidente dei penalisti romani Giandomenico CAIAZZA: «Non assumiamo posizioni innocentiste, ma rifiutiamo la spettacolarizzazione dei processi».


IL GIORNALE

 

(Del 5/5/2007 Sezione: Cronache Pag. 15)

NEI VIDEO LE RISPOSTE «SUGGERITE» AI BAMBINI di Massimo MALPICA

Una bambina: «Non ricordo chi mi ha insegnato questo gioco». La madre: «Non mi avevi detto che è stata una maestra». Due pediatri assicurano di non aver riscontrato alcun segno di violenza sui piccini.

ROMA - Nei video girati dai genitori di Rignano Flaminio per dimostrare i comportamenti anomali dei bambini e per registrare i loro racconti degli abusi subiti, alcune risposte sono «quasi suggerite dalle domande», rilevano i difensori dei sei arrestati. E da quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, sottolineano ancora gli avvocati, gli indagati tra loro non si parlano, non si frequentano, non hanno precedenti penali né «segnalazioni di problematiche portate all’attenzione dei servizi sociali» o «precedenti di natura sanitaria psichiatrica». Quanto basta per contestare con forza la tesi della procura di Tivoli, secondo cui le tre maestre e la bidella dell’asilo «Olga Rovere» di Rignano Flaminio, Patrizia DEL MEGLIO, Marisa PUCCI, Silvana MAGALOTTI e Cristina LUNERTI, l’autore tv e marito della DEL MEGLIO Gianfranco SCANCARELLO e il benzinaio cingalese Kelum DE SILVA sarebbero pedofili e avrebbero abusato per mesi, forse anni, di decine di piccoli allievi della scuola materna.

Proprio grazie agli atti che hanno portato all’ordinanza di custodia cautelare per i sei, gli avvocati sono più che mai convinti di poter dimostrare le incongruenze dell’indagine. A cominciare dai filmati allegati alle denunce dai genitori di tre bambini. In uno c’è una mamma che chiede alla figlia «chi ti portava in giro», e alla risposta della piccola («da sola») la incalza: «Ma non salivi su una macchina?». In un altro una bimba sul letto mima «un giochino» e il padre le chiede chi le ha insegnato a farlo ma per due volte lei dice «non lo so», poi la madre le domanda se è «il gioco del dottore» che le aveva insegnato la maestra, quello «col termometro».

Ma anche alcune delle attività di indagine dei carabinieri di Bracciano «danno esito negativo» o risposte sorprendenti. Come nel caso delle dichiarazioni messe a verbale dai pediatri di alcuni dei bambini di Rignano. C’è il dottor Giuseppino BIANCINI che ai carabinieri dice di non aver mai notato, nel corso delle visite ai suoi piccoli pazienti «particolari presenze di ematomi», «alcuna infezione all’apparato genitale», «tracce di percosse o violenze». C’è un altro pediatra, Samir GABER, che mette a verbale, a proposito di una bambina presunta vittima di abusi: «Non sono a conoscenza di particolari problemi di candida alla bocca che voi mi dite la bambina ha». Anche le consulenze psicologiche sui genitori denuncianti disegnano un quadro meno idilliaco di quello tratteggiato dal gip. Ecco invece il padre che mostra «inibizione nell’espressione emozionale» e «basso autocontrollo», indicato come potenziale soggetto con difficoltà «a rispettare standard e regole», con un «problematico vissuto della sessualità». E sua moglie con un «nucleo dell’Io che sembrerebbe caratterizzarsi in senso istericoforme», vista «l’eccessiva attenzione all’altro», e con «mancanza di integrazione della componente sessuale». Pure l’ultima informativa dei carabinieri di Bracciano, del 14 marzo, lascia spazio a dubbi. Il rapporto per esempio, pur identificando la «bidella tatuata» con la LUNERTI grazie alle «dettagliate descrizioni da parte dei minori dei disegni incisi sul corpo» aggiunge: «Tuttavia una minore (…) ha indicato uno raffigurante uno scorpione/serpente che invece non era presente sul corpo della donna». Le intercettazioni telefoniche? Hanno consentito solo «di acclarare la frequentazione extralavorativa tra le famiglie di PUCCI e DEL MEGLIO». Quanto ai legami tra gli indagati, «non si hanno particolari elementi oggettivi tali da acclarare rapporti o frequentazioni extralavorativi». E «si precisa al riguardo che null’altro è emerso sul conto del “Maurizio” (De Silva, ndr) con gli altri indagati». Anche le testimonianze della ex donna di servizio di casa SCANCARELLO e della vigilessa che avrebbe sorpreso bambini fuori dall’asilo non vengono rafforzate dall’informativa. Nel primo caso la donna «aveva visto la DEL MEGLIO condurre in casa due bambine indossanti i completini dell’asilo», ma «le era stato detto dalla stessa che erano la figlia V. e una sua compagna di scuola». Nel secondo caso, le poliziotte municipali mettevano a verbale «che casualmente avevano notato che due classi erano uscite dal retro della scuola per recarsi a una gita; una era accompagnata dalle maestre M.F. e C.E. (estranee alle indagini, ndr), nulla riferivano sull’altra classe».

 

 


CASO "RIGNANO FLAMINIO"

 

Intervista a uno degli avvocati difensori del processo "Sorelli" di Brescia

da "Bresciaoggi"

 

Uno dei legali delle maestre ricorda: «Quando in febbraio trovai in un sito Internet quella vicenda chiamai subito uno dei difensori»
«Pedofilia, attenti alle facili accuse»
L’avvocato Ricci: «Il caso romano simile al nostro.

Chiuso con tutte assoluzioni»

 

di Tiziano Zubani



«Un nuovo caso di pedofilia? Starei molto attento a dire una cosa del genere».

L’avvocato Andrea Ricci, difensore di una delle maestre accusata di fatti simili all’Abba-Sorelli (e poi prosciolta con le altre con formula piena «perchè il fatto non sussiste») conosce da tempo la vicenda emersa in questi giorni a Rignano Flaminio (Roma), e ne evidenzia i parallelismi con quella bresciana.

«Ho letto mesi or sono di questo fatto sul sito dell’associazione "Prometeo" - sostiene -. Mi sono reso conto che il modo di procedere nelle due situazioni era identico, tanto che ho citato il caso romano nella mia arringa difensiva e ho contattato l’avvocato Andrea Salustri, che aveva assunto la difesa di una di queste maestre. Le similitudini erano troppe per non cercare un collegamento. Del resto, sono stati gli stessi genitori ad ammettere che potrebbero essere considerate "vicende fotocopia". C’è una "mamma Roberta" che dichiara oggi a un giornale d’aver studiato in Internet i casi bresciani "per evitare di commettere gli errori" che hanno portato a una sentenza di assoluzione».
Secondo il legale ad essere essenzialmente simile è stato «il modo di interrogare i bambini che ha portato, inevitabilmente, a risposte simili». Prosegue: «Quando si comincia a costruire prove senza il contraddittorio, la loro credibilità è pari al nulla. Si usano le psicologhe per preparare i bambini agli incidenti probatori, non per capire cosa sia successo davvero.

Le psicologhe finiscono per essere usate per dare consigli ai genitori su come far confessare i bambini, non su come ascoltarli. La tecnica è precisa: si continua a fare la stessa domanda a un piccolo che, alla fine, forse per compiacere il genitore e non sentirsi accusare d’essere bugiardo confessa anche quel che non c’è. A Brescia una mamma ha interrogato una bambina ben 214 volte. Se non è un modo di suggerire le risposte, cos’altro può essere?». L’avvocato Franco Coppi, uno dei difensori romani, sottolinea: «Nessuna voce diretta dei bambini: non li ha sentiti il magistrato, non li hanno sentiti i carabinieri. Si prende per buono quello che dice la consulente del pm che, per sua stessa ammissione, non ha registrato le sue sedute. Ci sono soltanto le sue relazioni scritte. Possono bastare per autorizzare un linciaggio pubblico con tanto di nomi e cognomi?»
I contatti con l’avvocato Salustri, ricorda Ricci, avevano evidenziato altre similitudini in queste inchieste, come quella dei sequestri di proprietà degli imputati fatti e rapidamente annullati senza lasciar trapelare nulla agli atti. «Ho un fax del 25 febbraio, quando a una delle maestre romane sequestrarono l’auto, una Panda. Fu subito restituita, ma trattennero un pezzo di tappezzeria del sedile. C’erano tracce organiche, si disse. Nessuno ha più detto che erano quelle del cane della maestra. Mi piacerebbe sapere se gli arresti fatti in questi giorni per un caso scoppiato nell’ottobre dello scorso anno, con tanto di perquisizione delle abitazioni, siano casuali».
Le perplessità per Ricci sono evidenti: «Non ci sono atti a cui partecipano i difensori. Nessun incidente probatorio. Anche a Brescia due maestre erano state messe in galera dopo una perizia fatta senza la presenza dei difensori. Sono state incarcerate sulla base di un elemento ottenuto in modo tale che poi in dibattimento è stato ritenuto non utilizzabile. C’è poi il discorso delle sei deflorazioni. Mentre tutti continuano a parlarne, l’avvocato Coppi fa sapere che su cinque bimbi non è stata trovata alcuna traccia di violenze e nel sesto caso è certificata una cicatrice interna che non si esclude possa essere congenita».
C’è poi un altro elemento che collegherebbe la vicenda bresciana a quella di Rignano Flaminio: il satanismo. Ci sarebbero stati, secondo le ricostruzioni, riti satanici nelle chiese, uomini neri, elementi di rituali mascherati. «Questo racconta di un’ossessione - commenta Ricci -. Un’ossessione che ci pare provenga da gruppi che sostengono di aiutare i genitori alla ricerca della verità, ma portano nella vicenda la loro cifra e la loro impronta. Come si è dimostrato a Brescia, niente del genere è esistito e non fatico a credere che anche lì la situazione possa essere identica».


 

 

La Corte ha stroncato l'indagine:
«I bambini sono stati suggestionati»

 

Rignano, la Cassazione:
"Abusi fuori dalla scuola"

ROMA
La Suprema Corte, confermando la legittimità della scarcerazione disposta dal Tribunale della libertà di Roma, il 9 maggio 2007, a favore delle maestre Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci e dell’autore televisivo Gianfranco Scancarello e del benzinaio Kelum De Silva, non scarta l’ipotesi difensiva secondo la quale i bambini potrebbero essere stati vittima di un contagio dichiarativo. Scrivono infatti i supremi giudici che «il meccanismo potrebbe essere stato innescato dalle domande manipolatorie dei genitori, alle quali i bambini hanno fornito risposte compiacenti, ed essersi incrementato con il passaggio tra gli adulti di conoscenze, aspettative e preoccupazioni». Sul tema, afferma la Suprema Corte, i giudici del Tribunale «non hanno preso una decisa posizione, nè può prenderla questo collegio».

Tuttavia la Cassazione sottolinea che «il Tribunale ha ben sottolineato che i sintomi allarmanti dei minori si sono manifestati non durante l’anno scolastico, ma in epoca successiva». Prova ne sia che , a differenza di quanto sostiene la Procura presso la Corte d’Appello di Roma nel suo ricorso, «gli indicatori che il ricorrente collega ad abuso sessuale, sono tardivi, e, per alcuni bambini, si sono manifestati dopo le prime denunce». Inoltre, rimarca la Cassazione, «solo in un secondo momento i genitori hanno fatto una lettura retroattiva di comportamenti già ritenuti nell’alveo della normalità, mentre alla uscita dalla scuola, non hanno, inspiegabilmente, riscontrato nei loro bambini (oggetto fino a poco tempo prima di atrocità di ogni tipo) alcun segnale di sofferenza e di disagio psichico». Anzi, «con il rilevare lo scollamento temporale tra fatti e sintomi, -annotano ancora i supremi giudici-, il Tribunale ha aperto alla possibilità che il malessere dei bambini sia derivato, se non totalmente almeno in parte, dagli effetti della cosiddetta vittimizzazione secondaria (cioè, dallo stress cui i piccoli sono sottoposti a causa delle reiterate e disturbanti interviste e visite mediche, e dallo stato di ansia dei loro genitori che si è riverberato sulla serenità della famiglia e ha inciso sul senso di insicurezza dei bambini)».

La Cassazione, pur evidenziando che alcuni dei comportamenti mostrati dai bambini possano rientrare «nel novero della comune curiosità o esplorazione dei piccoli nei confronti del loro corpo», ritiene che «altri comportamenti sono impropri e atipici e dimostrano una conoscenza in materia incompatibile con l’età infantile. In questo secondo caso, è lecito concludere che qualche bambino ha avuto diretta percezione di atti sessuali (ma ciò -avverte piazza Cavour- potrebbe essere avvenuto anche attraverso filmati o scene in televisione) o ne è stato vittima». Certamente, osserva la Cassazione nelle motivazioni, gli atteggiamenti mostrati dai bambini dell’asilo di Rignano rappresentano un «campanello di allarme che, nel contesto processuale in cui sono inseriti, possono fare ragionevolmente ritenere come possibile che i piccoli abbiano avuto esperienze di abuso sessuale». Ma queste prove, dice in sostanza la Suprema Corte, sono da ricercarsi all’esterno dell’ambiente scolastico perchè come spiegano gli ermellini la tesi accusatoria fa acqua da tutte le parti. A partire dai certificati medici che attesterebbero le violenze sui piccoli. «Tali documenti» afferma la Cassazione sono carta straccia in quanto «costituiscono un punto debole dell’accusa». Infatti, «i genitori hanno riferito che i figli hanno subito violenze fisiche invasive; a fronte di tali sevizie, che avrebbero dovuto lasciare evidenti e immediati esiti fisici da trauma esistono solo due certificati medici, l’uno attestante un setto all’imene che può essere esistente dalla nascita e dall’altro, una anite rossa che non è necessarimente riferibile ad atti di natura sessuale».

Vacilla anche la prova del test tricologico che è, dice la Suprema Corte, «ha una valenza labile perchè effettuato a distanza da molti mesi dai fatti». Pertanto la Cassazione sposa la tesi del Tribunale osservando che «l’esito degli accertamenti medici non è in armonia con le vere e proprie atrocità fisiche patite dai piccoli secondo il racconto dei genitori». Che dire poi del riconoscimento da parte dei minori dei giocattoli esistenti nelle case delle maestre. Per inciso piazza Cavour dice che «trattasi di oggetti di uso comune abitualmente esistenti nelle case e negli asili per cui il loro riconoscimento pone ampi margini di incertezza e solo gli accertamenti in corso potranno chiarire se sono stati a contatto» con i bambini della Olga Rovere.

Ancora in base alla descrizione fatta dai piccoli delle abitazioni delle insegnanti, come giustamente dice il Tribunale, «non si può desumere con certezza che i bambini siano stati effettivamente qui condotti in orario scolastico». Anche perchè si fa notare ancora nella sentenza, «non è stato accertato che le maestre potessero uscire dall’asilo senza che la loro assenza fosse notata dal personale scolastico e a chi venivano affidati i piccoli rimasti senza assistenza».

Il pm, sottolinea la Cassazione, si limita a ricordare che le maestre si organizzavano come volevano ma non fornisce spiegazione all’«inquietante interrogativo». Infine, «deve rilevarsi come le intercettazioni telefoniche, le perquisizioni nelle abitazioni degli indagati e gli accertamenti effettuati sul loro personal computer hanno dato esito negativo in quanto non è stato rinvenuto alcunchè a conforto dell’accusa». Tranchant la conclusione della Suprema Corte per la quale la «inadeguatezza delle investigazioni» non giustifica in alcun modo la «misura cautelare personale».


 

Rignano, bimba "smonta" accuse

"Mamma mi ha parlato di giochi cattivi"

da TgCom

 

Dal racconto di una bambina di cinque anni arriva un duro colpo per l'accusa nell'ambito dell'inchiesta sui presunti abusi sessuali ai danni dei minori della scuola materna "Olga Rovere" di Rignano Flaminio. Interrogata dalla neuropsichiatra infantile Angela Gigante, la piccola ha parlato di "maestre cattive che dicevano cose brutte ai bambini", ma ha anche sottolineato di aver saputo di tali situazioni dalla madre.

 

La piccola sarebbe venuta a conoscenza dei cosiddetti "giochi cattivi" dalla mamma la quale lo aveva saputo dalla madre di un altro bambino. La bimba ha inoltre negato di aver partecipato alle "gite scolastiche" (il trasporto dei bambini in casa di una delle maestre a bordo di pullmini gialli) di cui ha riferito di averne sentito parlare dai suoi compagni di scuola.

La piccola è la sesta dei 19 bambini ritenuti sessualmente abusati e sentiti dalla neuropsichiatra infantile Angela Gigante, l'esperta che fa da tramite con il gip di Tivoli Elvira Tamburelli magistrato che sta ascoltando il resoconto dei bambini in sede di incidente probatorio.