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Lettera al Giornale di Brescia
UNA VICENDA PERSONALE E IL «CASO BRESCIA»
Stando alla denunce ed alle segnalazioni in aumento, Brescia sarebbe una moderna Sodoma che vede prosperare la pedofilia. Mi permetto di inviarle alcune considerazioni in merito, fosse anche solo per l’esperienza che ho accumulato in un decennio di vicende giudiziarie analoghe: sono stato denunciato dalla madre di mia figlia (dopo la nostra separazione conflittuale) per molestie sessuali sulla minore, nel 1996. Assolto nel 2000 in primo grado, a seguito di ricorso in appello presentato sempre da parte della madre di mia figlia, sono stato assolto anche in secondo grado, nel 2003. Ho vinto la mia battaglia, quindi, ma ho perso la guerra: mia figlia che all’epoca aveva circa quattro anni (i rapporti con la bambina, nel corso del processo penale, sono stati azzerati dal Tribunale dei minori) è oggi una ragazza di tredici anni che, forse a seguito di possibili manipolazioni da parte di madre e nonni, è convinta che io l’abbia molestata e rifiuta di incontrarmi... sono un innocente, condannato al massimo della pena, avendo perso l’amore di mia figlia. È la mia esperienza personale quindi, non le chiacchiere della gente o dei giornali, che mi sostiene nell’assoluta indisponibilità a credere alle parole dei troppi apprendisti stregoni che affollano i tribunali come consulenti psicologici. La stessa mi impone, quasi per senso civico, di intervenire oggi. Innanzi tutto credo vada condivisa e attuata la proposta avanzata recentemente dal prof. Frigo di individuare criteri più selettivi per scegliere gli psicologi consulenti in Tribunale. È innegabile, infatti, che i Pm hanno verso costoro un atteggiamento di soggezione culturale che li porta ad abbracciarne, acriticamente, le tesi. Ho conosciuto consulenti straordinariamente modesti sotto il profilo culturale ed inquieta pensare che persone così possano modificare i percorsi esistenziali di intere famiglie, provocando drammi, separazioni, danni irreparabili. Preliminarmente però, va rilevato e sottolineato che la psicologia non è affatto una scienza esatta. Non a caso esistono diversi orientamenti, vere e proprie scuole di pensiero che possono portare a risultati opposti nella valutazione del medesimo caso (è capitato a me!). Io ne ho sperimentate due: per semplificare, quella «americana», più rigida nella propensione ad individuare, nei segnali di disagio del bambino, motivazioni legate ad abuso sessuale e quella più classica, di stampo «europeo», aperta anche ad interpretazioni alternative all’abuso per spiegare il medesimo disagio. Non va sottovalutato, poi, che meno pedofilia vorrebbe dire meno lavoro per la pletora di professionisti che su questa «emergenza» costruisce fortune economiche e carriere, produce pubblicazioni, partecipa a convegni, gode di prestigio sociale per una professione così importante. Molti dovrebbero trovarsi un lavoro alternativo, magari anche faticoso! E i cialtroni che pure si annidano anche in questa categoria verrebbero inevitabilmente stanati per primi! A questo proposito anticipo che sto organizzando un convegno pubblico proprio per raccontare la mia vicenda e fare nomi e cognomi, descrivere le irregolarità, gli errori, le forzature e le violazioni... Vorrei concludere allacciandomi a quanto Silvia Vegetti Finzi ha osservato sul Corsera del 5 novembre: «È vero che le emozioni sociali possono diventare incontrollabili ma, in un Paese civile, le istituzioni sono in grado di evitare che dilaghino le derive irrazionali, che si crei un clima di caccia alle streghe». Ebbene, siccome all’iniquità non c’è limite, a Brescia abbiamo assistito pure al tentativo di politicizzare una questione così drammatica e lacerante. È per questo che l’allegra brigata di statisti che siede in Loggia ha cercato di infangare gente per bene. Un «incredibile, ma vero» che non può essere spiegato, semplicisticamente, come tentativo di compensare la inconsistenza politico-amministrativa del centrodestra cittadino con un giustizialismo feroce e confuso. C’è qualcosa di più e di peggio. E ancora. Negli anni scorsi ho avuto modo di seguire alcune iniziative istituzionali sul tema e ne ricordo particolarmente una della Provincia articolata in due parti. La seconda parte l’ho disertata per una cosa più seria: quella mattina davano in Tv un vecchio film di Franco e Ciccio, ma la prima parte me la sono seguita per benino e, al ricordo, mi si accappona ancora la pelle. L’incontro si intitolava «Digli di no!» e il tono dei relatori era tale da far apparire open-minded un talebano... comprensiva vecchietta una tricoteuse. Ma anche in questo caso c’è qualcosa di più e di peggio del pressappochismo culturale e modaiolo. Sono due aspetti della stessa questione. Per modeste rendite propagandistiche (essere il partito più attento e vigile sulla sicurezza dei più piccoli, essere l’amministrazione più sensibile e zelante nello studio degli abusi sui bambini) soggetti politici e istituzioni pubbliche hanno contribuito alacremente a costruire un clima infame di sospetto e paura, un ambiente mefitico dove l’allarme sociale marchia la quotidianità, creando così danni incommensurabili per tutti e profonde tristezze in ciascuno. Il tutto, naturalmente, in difesa dei bambini.
LETTERA FIRMATA ********************************* AGGIORNAMENTO DEL 18 FEBBRAIO 2006 L'autore delle lettera è stato assolto con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione perchè il fatto non sussiste.
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