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"LO SCANDALO DEL PROCESSO DI OUTREAU
NON E' SOLO IL FRUTTO DELL'INESPERIENZA
DI UN MAGISTRATO ALLE PRIME ARMI.
E' IL FALLIMENTO DELLE CONCEZIONI
PSICOPATOLOGICHE CHE ANIMANO LA LOTTA
ALLA PEDOFILIA DA CIRCA UN QUARTO DI
SECOLO"
S.Lepastier - Le Monde - 8 febbraio 2006
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ASSOLTI PER
PEDOFILIA
"UNA WATERLOO DELLA
GIUSTIZIA"
Il ministro della
Giustizia: “Mai più un’altra Outreau"
LE SCUSE DEI GIUDICI AGLI IMPUTATI
“Che essi sappiano
che il ricordo delle loro vite
frantumate accompagna da mesi il nostro quotidiano”
da "La Repubblica" del 20
maggio 2004"
"NON SONO PEDOFILI,
HO INVENTATO TUTTO"
Diciassette adulti (tra essi persino un
prete-operaio) alla sbarra per abusi sessuali su bambini in tenera età,
complici attivi i genitori.
Nelle due ultime settimane questo processo
ha riempito di orrore i francesi, ma ieri sera c’è stato alla corte di
assise d’Otreau uno spettacolare colpo di scena: le due principali
accusatrici hanno ritrattato tutto ammettendo di aver raccontato
soltanto una grande bugia.
Nel giro di poche ore il maxi-processo
contro la “barbara rete pedofila” additata a simbolo della cattiveria
umana si è trasformato in un enorme, scioccante scandalo giudiziario
e la magistratura francese si ritrova adesso sul banco degli imputati
per l’incredibile leggerezza con cui ha condotto l’inchiesta.
A mandare tutti in frantumi è stata una
delle imputate, Myriam Delay, pilastro dell’accusa e madre di quattro
bambini stuprati. Poco dopo le 19 di ieri Myriam ha chiesto la parola e
ha dichiarato “Sono una malata e una bugiarda Ho mentito su tutto”.
La donna (assurta in Francia a modello di madre diabolica e snaturata)
ha additato uno dopo l’altro tredici co-impotati: “Roselyne, tu non
hai fatto niente. Nemmeno Monsieur Godard ha fatto qualcosa. Anche te,
Karine, non c’entri niente… Io e mio marito abbiamo stuprato i
bambini dal 1995 al 2000 ma loro no, loro non hanno mai toccato il
piccoli”.
Il pubblico ministero è rimasto di
stucco. I tredici imputati “assolti” dall’accusatrice numero uno
hanno reagito con un misto di sollievo e rabbia: malgrado fin
dall’inizio delle indagini nel 2000 si proclamassero innocenti, molti di
loro hanno conosciuto le pene dell’inferno. Si sono fatti tre
anni di carcere, sono stati messi alla gogna come disgustosi
pedofili, hanno perso la tutela dei loro figli e il lavoro.
Anche un’altra accusatrice-chiave, Aurelie
Grenon, ha ieri fatto completamente marcia indietro.
dal “Corriere della Sera Magazine"
del 15 luglio 2004
Il mondo aveva altro a
cui pensare quando il tassista, la panettiera, il prete, l’operaio,
l’infermiera, l’ufficiale giudiziario e altri disgraziati finirono
dietro le sbarre con l’accusa di aver violentato una dozzina e mezzo di
bambini.
Soltanto due mesi prima
erano crollate le torri gemelle e la guerra divampava già in
Afghanistan. Non c’era spazio per ripugnanti peccatori di pro-vincia.
Nemmeno la Francia aveva tempo e voglia di soffermarsi sui dettagli
delle debordanti confessioni di Madame Delay che aveva messo i figli a
disposizione del vicinato e di chiunque volesse approfittarne.
Non sembrava Un caso né
una novità che tutto ciò avvenisse vicino alla frontiera con i Belgio in
Un villaggio che già nel nome, Outreau, aveva una diabolica assonanza
con l’incarnazione stessa della pedofilia, Marc Dutroux, il mostro di
Marcinelle.
Pareva orrendo ma
verosimile che una coppia di quarantenni disoccupati, Myriam Delay e
il marito Thierry, avesse messo in piedi un’impresa di sfruttamento
sessuale della sua unica ricchezza: quattro bambini.
Pareva squallido ma
sempre credibile che un intero quartiere popolare, la Tour du
Renard, la Torre della Volpe, periferia di Outreau, fosse diventato il
complice e consenziente scannatoio dell’infanzia locale, con
ramificazioni oltre confine, in Belgio ovviamente.
Pareva angoscioso,
ma scontato, anche il corredo di videocassette hard, sex shop,
dépéndance per orge a tema. Pareva terribile e probabile che ci fosse
perfino il cadavere di una bambina da disseppellire in qualche giardino.
Non era vero. Non
tutto. E non tutti ci hanno creduto. Per sua fortuna e per sua
tragedia, Outreau, dignitoso sobborgo di Boulogne sur Mer, a una
cinquantina di chilometri da Calais, non è l’ombelico della pedofilia
europea, ma piuttosto Ia Waterloo della giustizia francese. Del 17
imputati e svergognati nell’autunno del 2001, 8 sono stati assolti il
primo luglio scorso. Quasi tre anni dopo. Innocenti e distrutti.
Bisogna vedere la
perplessità del tassista, Pierre Martel, di fronte a una moneta che non
conosce, l’euro, per immaginare i suoi 30 mesi di morte civile.
Basta guardare la
panettiera, Roselyne Godard, che quando incrocia un bambino in strada
ora cambia marciapiede, per sentire sulla pelle l’unto indelebile di
quell’accusa.
Ed è la voce consumata
da fumo e rabbia dell’operaio Daniel Legrand a tentare di spiegare come
si passi da una vita alla catena di montaggio al sospetto di dirigere
una filiera di stupratori di minorenni.
“Non è una catastrofe,
non è una Cernobyl giudiziaria’, ha tentato di arginare il tracollo
della credibilità istituzionale il procuratore Gerald Lesigne
durante la sua requisitoria, nell’aula di giustizia del tribunale di
Saint Omer.
Ma poi si è girato
verso gli imputati che stava per scagionare, prima ancora del rispettivi
difensori: ‘M’inchino al loro dolore. Tutte queste persone meritano la
compassione dei loro giudici, del pubblico, del pubblico ministero”.
Gli assolti non sono i
soli creditori della giustizia. C’è un diciottesimo arrestato che si è
ucciso due anni fa in prigione. Ci sono mogli, mariti,
fratelli, sorelle, figli in cima al calvario di un’indagine che da
Parigi ha fatto giurare al ministro della Giustizia, Dominique
Perben:
“Mai
più un’altra Outreau”.
Mai più un’altra Karine
Duchochois, 26 anni frantumati dall’accusa di essere una madre indegna:
“Per tre anni mi è stato impedito di rivedere mio figlio".
Mai più un Martel,
”Pierrot le taxi” che per sei anni aveva portato tutti i mesi, spesso a
credito, madame Delay e i suoi figli a far compere all’ipermercato
Auchan, prima che la donna l’accusasse di essere lui il cliente della
perversa impresa di famiglia.
Mai una multa, mai
una grana con la polizia, Pierre si è dovuto difendere in carcere
dalle aggressioni degli altri detenuti e, nel parlatorio, dalla
malcelata disperazione di sua moglie Christine: “Gira a testa alta,
lo sono innocente” la supplicava, sempre più magro e imbiancato.
Lei non ha smesso un
istante di credergli, dalle sei del mattino del 14 novembre del 2001,
quando la polizia è venuta a prenderlo, alle 19 e 05 del 18 maggio
scorso, quando dal banco degli imputati Myriam Delay ha ritrattato
tutto con un grido strozzato: “E vero Pierrot, tu non hai fatto nulla”.
Mai più una Roselyne
Godard, che non ha ritrovato il padre di sua figlia, compagno di una
vita, ad aspettarla fuori dalla prigione, dopo 16 mesi di ingiusta
detenzione.
Non ha più trovato il
camion con cui girava Outreau e dintorni vendendo pane e dolciumi.
Non ha più trovato la
sua casa e i suoi mobili.
Tutto dissolto da
una chiamata di correità: “C’era anche lei, con noi e i bambini. . . “.
Non c’era.
Non ci ha mai messo
piede, Roselyne, nel lupanare per pedofili al quinto piano della
residenza dei Merli. “Perdonami, ti ho accusato per gelosia, le dirà poi
Myriam all’ora tardiva del pentimento. Invidia per ciò che Roselyne
aveva e non ha più
“La giustizia ha
fatto di me una senza fissa dimora. Rendetemi almeno l’onore”, ha
chiesto lei ai 9 giudici popolari. Parlava del suo, ma non soltanto:
“Non avrò pace finché gli altri innocenti ancora in prigione non
saranno liberati”, dice, seduta al solito tavolo del Cafe de France
di Saint Omen, girato l’angolo del tribunale, dove ha atteso la sua
riabilitazione per settimane.
Non c’è come un
risorto per testimoniare Ia vita oltre la morte.
E i risorti di
Outreau non si accontentano di essere tornati a respirare. Vogliono
vedere riemergere anche altri compagni di sventura dall’oltretomba
dell’infamia.
Come il prete-operaio
Dominique Wiel, 67 anni, rilasciato prima del processo, quasi prosciolto
e condannato con un colpo di scena finale a 7 anni. La festa era già
pronta, la notte della sentenza, a pochi metri dalla Corte d’assise,
nella chiesa di cui è parroco Michel, ii fratello di Dominique.
Risucchiato dalla
colpa, assieme ai soli quattro rei confessi di Outreau, la coppia Delay,
neodivorziata, e i vicini di casa David Deiplanque e Aurélie Grenon,
condannati a pene tra i 20 e i 4 anni.
Strade libere, ma
separate per l’ufficiale giudiziario Alain Manécaux e l’ex moglie Odile,
infermiera. Appiccicata a lui resta invece una lieve condanna per
“comportamenti ambigui” con il suo stesso bambino, insufficiente a
ributtarlo dietro le sbarre, ma non a fargli inghiottire un’overdose
di barbiturici la notte stessa della sentenza.
Un’altra famiglia
spezzata dal “tornado nero Myriam’, come i giornali hanno
ribattezzato la principale accusata-accusatrice, dopo aver smesso di
enfatizzarne le calunnie.
“Sarebbe questo Dany le
Beige, il capo di tutta la banda?”, sarcastico, l’avvocato Julien
Delarue ha indicato alla giuria il ruvido metallurgico cinquantenne,
Daniel Legrand.
Di lui era stato detto
e scritto che gestiva una fattoria a luci rosse e un sex shop
specializzato in Belgio. E che a filmare le prodezze di tutta la
comitiva fosse suo figlio, Daniel junior, promessa del football locale.
“Quest’uomo non ha i
soldi nemmeno per pagarsi la benzina fino al Belgio”. Il difensore
ha sventolato le buste paga dell’operaio. In sé non sarebbe una prova
d’innocenza, ma mesi di indagini della
polizia belga non hanno portato un solo riscontro alle accuse.
“In compenso c’erano i
cartellini timbrati da mio padre a dimostrare che non aveva mai perso un
giorno di lavoro”, sottolinea Peggy Legrand, 30 anni, tre figli e il
merito di aver tenuto insieme la famiglia nel ciclone: “Mia madre aveva
dovuto scegliere tra il diritto di visita in carcere a papà o a mio
fratello. Entrambi no, perché avrebbero potuto inquinare le prove. Lei
non ha visto suo figlio per 14 mesi e io mio padre, per due anni e
mezzo)”.
A Romain, il suo bimbo
più grande, Peggy ha raccontato che nonno e zio erano a Parigi per
lavoro: ”Ma lui guarda la tivù ed e venuto da me: ho sentito quello che
dicono, che hanno fatto male a dei bambini, ma io so che non ne sono
capaci” . nonno sembra non ascoltare, non vuole commuoversi:
“Non ho più paura di
nulla, né della polizia, né della prigione “ . Non è ancora finita:
“Dimostreremo anche l’innocenza di mio fratello’, non si arrende Peggy,
“e poi chiederemo un’inchiesta sull’inchiesta. Nessuno dovrà più
soffrire come noi”.
“Mai piü un’altra
Outreau” , era stato detto anche a Outreau, già sette anni fa, al
termine di un processo ai fratelli Jourdain, che avevano violentato e
ucciso quattro ragazzine. ‘Siamo ricordati per questo, non per essere
una delle prime città francesi che ha creato la “drogheria sociale”, a
prezzi calmierati” , si rammarica il sindaco Jean Marie François. “o per
aver aperto Ia prima scuola-guida municipale, gratis per tutti i
cittadini. Non per aver costruito le case popolari in centro. Ne per
aver avviato una fattoria pedagogica al parco, i corsi di musica per 240
bambini, quelli di ginnastica per altri 450. Alla tv Outreau è stata
presentata come la città del pedofili e la Tour du Renard come il
quartiere maledetto. Ci fanno pure gli sketch satirici.
Ma in tutto questo, gli
unici che sono stati dimenticati sono i bambini:almeno venti di loro,
alla fine di questa storia, stati tolti alle famiglie. Chi ci
pensa?”. Troppo tardi, la notizia è ormai vecchia e ii mondo ha altro a
cui pensare.
Elisabetta Rosaspina
17/11/2005
Pedofilia: caso
Outreau, bambini ritrattano, prete innocente
PARIGI - I due
bambini che accusavano di pedofilia il prete operaio Dominique
Wiel nell'affare di pedofilia di Outreau hanno confessato
davanti alla Corte d'assise d'appello di Parigi di avere
mentito. Sono così crollate le accuse mosse contro il prete, che
per la parola di quei bambini si era fatto 30 mesi di carcere
preventivo e che era stato condannato in primo grado, nel luglio
2004, dalla Corte d'assise di Saint Omer, a sette anni di
prigione.
Assieme al
religioso vennero condannate altre nove persone: sei, fra le
quali Wiel - che si sono sempre dichiarate innocenti - avevano
fatto ricorso. Le accuse contro l'abbè Wiel mosse dalla madre di
uno dei bambini iniziavano a vacillare per mancanza di prove
poiché "totalmente incompatibili" con le visite mediche.
La donna,
interrogata dai giudici, ha allora confessato: il figlio le
aveva detto che in realtà il prete non gli aveva fatto nulla e
che davanti alla polizia il ragazzino aveva sostenuto il
contrario solo perché "aveva paura".
1/12/2005
Pedofilia: Francia; tutti in carcere, tutti
assolti
PARIGI - È stato un "disastro" giudiziario: parola del
ministro della giustizia francese Pascal Clement. Era stato
invece presentato dal giovane magistrato - che nel 2001
aveva aperto l'inchiesta - come un giro di pedofilia enorme,
forse internazionale, che nasceva nella periferia di Outreau,
cittadina nel nord della Francia. Non era così: dei 17 imputati,
13 sono stati assolti - sette in primo grado, 6 oggi in appello
- dopo essersi fatti molti mesi, fino a tre anni, di carcere
preventivo. Vite rovinate, famiglie spezzate, uno degli
indagati suicida in carcere. Un disastro.
Alla fine i veri colpevoli sono solo quattro: due uomini e due
donne, accusati di abusi sessuali dai bambini di una delle due
coppie che, poi, avevano portato dentro tutti. La parola dei
bambini è stata devastante.
Una delle due donne, Myriam Badaoui, condannata in primo grado a
20 anni di prigione per aver abusato dei propri figli, ha detto
nel corso del processo di appello di aver trascinato con sè
persone totalmente innocenti. "Lo ammetto - ha dichiarato -
ma non volevo che si dicesse che i miei figli mentivano".
È stato questo il colpo di scena che ha messo fine, qualche
giorno fa, al cosiddetto scandalo d'Outreau, iniziato nel
febbraio 2001: i due figli della Badaoui avevano infatti
accusato i genitori, i vicini e altre 13 persone di aver abusato
di loro.
La donna, il suo ex marito Thierry Delay e la loro vicina di
casa Aurelie Grenon avevano in un primo tempo sostenuto le
dichiarazioni dei bambini, puntando il dito su questi
presunti complici, alcuni dei quali ora ammettono "di non
conoscere nemmeno".
Francia: assolti i sei condannati in primo grado per pedofilia
Tutti assolti. La giustizia francese ha corretto in appello
quello che probabilmente passera alla storia come il più
clamoroso errore giudiziario degli ultimi cinquant'anni. La
corte di assise di appello ha assolto sei condannati per lo
scandalo di pedofilia di Outreau accogliendo le richieste del
procuratore generale di Parigi.
In primo grado furono condannate dieci persone con pene fino
a vent'anni, altre sette vennero assolte, come Roselyne
Godard. "Credo che possiamo di nuovo credere alla giustizia come
ce la ricordavamo - ha detto la donna prima del verdetto -
quella giustizia a cui credevamo prima".
Il caso era partito dalle denunce di quattro bambini che avevano
accusato di abusi sessuali diciassette persone, tra cui i propri
genitori e un prete. Due minori hanno poi ritrattato le accuse.
E i quattro condannati in via definitiva con le proprie
dichiarazioni hanno scagionato gli altri imputati.
I sei assolti di oggi hanno effettuato tre anni di
carcerazione preventiva durante i quali hanno perso tutto
dall'affetto dei cari al proprio patrimonio.
Pedofilia: caso Outreau, tutti assolti
(ANSA)-PARIGI,
1 DIC- Il tribunale parigino ha assolto tutti gli imputati, una
donna e 5 uomini, tra cui un prete, condannati in 1/o grado per
pedofilia a Outreau.
Facevano parte di un gruppo di 17
persone giudicate dal tribunale di Saint Omer a luglio per
violenze e aggressioni sessuali: ne erano state assolte 7 e
condannate 4, i genitori dei 4 bimbi che con le loro denunce
avevano avviato l'indagine nel 2002.
Questi ultimi non hanno presentato
ricorso. Durante le indagini un indagato si era suicidato in
carcere.
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da "Le Monde"
9 gennaio 2006
Outreau
: le choix de la
méthode
par Philippe Houillon
Philippe Houillon, député UMP du Val d'Oise, est
rapporteur de la commission d'enquéte sur l'affaire d'Outreau,
et président de la commission des lois de l'Assemblée
nationale.
Le débat engagé cesjours derniers autour de la publicité
des auditions de la commission d'enquéte de l'Assemblée
nationale sur l'affaire d'Outreau. a soulevé des
réflexions souvent très binaires. Le choix du huis elos
relèverait de l'obscurantisme le plus rétrograde, tandis
que la publicité des débats de cette commission
constituerait la forme la plus achevée de la démocratie.
Réunis deux fois depuis sa création, les trente membres
de la commission se sont prononcés à une forte majorité
pour une formule qui les laisse juges de la publicité à
donner à leurs auditions sur ce sujet douloureux. Ils
ont en effet décidé d'ouvrir celles‑ci à la presse, au
cas par cas. Si certaines personnes souhaitent
s'exprimer devant les députés et les journalistes, leur
demande sera prise en considération. Si, à l'inverse,
d'autres revendiquent le huis clos, leur requéte sera
également satisfaite.
Lorsque l'option du huis elos prévaut, l'opinion
publique n'a connaissance des travaux d'une commission
d'enquéte qu'à l'issue de ces derniers, soit six mois
après sa création.
En
revanche, si l'option de la publicité a été retenue, l'information
est quasiment immédiate. Sauf à faire un mauvais procès,
on ne saurait done voir derrière ce pragmatisme et ce
respect de la volonté de chacun une quelconque attitude
doctrinaire émanant d'une enceinte qui, rappelons‑le,
n'a pas vocation à étre un tribunal ou une instance
disciplinaire. Animée par le seul souci de confèrer le
plus de sérénité possible à ces travaux, cette méthode
est au demeurant très classique dans notre procédure
parlementaire.
Les
acquittés d'Outreau qui, tout naturellement, seront
invités le moment venu à s'exprimer devant la commission,
ont plaidé pour la publicité. Lors de leur prochaine
réunion, les commissaires prendront position sur ces
voeux que Fon comprend aisément dans le contexte de
cette affaire.
Cependant, cette ouverture à la presse ne saurait étre
pas plus assimilée à une séance publique accessible à
tout un chacun qu'à une quelconque confrontation directe
entre les protagonistes de l'affaire. Seuls les
journalistes accrédités et spécialisés pourront suivre
les débats le jour où Vouverture à la presse aura été
décidée.
Parce qu'elle se situe aux confluents de l'exercice du
pouvoir législatif et de l'autorité judiciaire, parce
qu'elle doit concilier harmonieusement ses pouvoirs d'investigation
avee le respect du secret professionnel et du secret du
délibéré, parce qu'elle a, d'emblée, marqué sa volonté
de faire des propositions conerètes de nature à éviter
les dysfonctionnements qui ont justifié sa création, la
commission d'enquéte sur l'affaire d'Outreau a des
responsabilités particulières. C'est en respectant le
droit à l'expression, la dignité de chacun et en
veillant à travailler à l'abri des passions, qu'elle
assumera au mieux la táche qui lui a été confiée.
PHILIPPE HOUILLON |
Traduzione a cura del
Centro di Documentazione
falsi abusi sui minori
Outreau: la scelta del
metodo
di Philippe Houillon
Philippe Houillon,
deputato UMP di Val d'Oise, è relatore della commissione
d'inchiesta sul caso Outreau,
e presidente della
commissione di leggi dell'Assemblea nazionale.
Il dibattito intrapreso
questi ultimi giorni intorno alla pubblicità delle
audizioni della commissione d’inchiesta dell’Assemblea
nazionale sul caso d’Outreau ha sollevato delle
riflessioni spesso molto binarie. La scelta del processo
a porte chiuse riscontrerebbe l’oscurantismo più
retrogrado, mentre la pubblicità dei dibattiti di questa
commissione costituirebbe la forma più completa della
democrazia.
Riuniti 2 volte dopo la sua
creazione, i 30 membri della commissione si sono
pronunciati a una forte maggioranza per una formula che
li lascia giudici della pubblicità da dare alle loro
audizioni su questo soggetto doloroso. Essi hanno
infatti deciso d’aprire queste alla stampa, al caso per
caso. Se alcune persone sperano di esprimersi davanti ai
deputati e ai giornalisti, la loro istanza sarà presa in
considerazione. Se, al contrario, altri rivendicano il
processo a porte chiuse, la loro richiesta sarà
ugualmente soddisfatta.
Quando l’opzione del
processo a porte chiuse prevale, l’opinione pubblica non
ha conoscenza dei lavori di una commissione d’inchiesta
che alla conclusione di questi ultimi, cioè 6 mesi dopo
la sua creazione. In compenso, se l’opzione della
pubblicità è stata accettata, l’informazione è quasi
immediata. A rischio di fare un cattivo processo, non si
saprebbe dunque vedere dietro questo pragmatismo e
questo rispetto della volontà di ciascuno un qualunque
atteggiamento dottrinario emanando da un’aula che,
ricordiamolo, non ha vocazione a essere un tribunale o
un istanza disciplinare. Animata dal solo pensiero di
conferire il più di serenità possibile a questi lavori,
questo sistema è del resto molto classico nella nostra
procedura parlamentare.
Gli assolti d’Outreau che,
naturalmente, saranno invitati, venuto il momento, a
esprimersi davanti alla commissione, si sono dichiarati
per la pubblicità. Al momento della loro prossima
riunione, i commissari prenderanno posizione su questi
desideri che lo si comprende facilmente nel contesto di
questo caso.
Tuttavia, questa apertura
alla stampa non potrebbe essere più assimilata a una
seduta pubblica accessibile a ciascuno che abbia un
qualsiasi confronto diretto fra i protagonisti del caso.
I soli giornalisti accreditati e specializzati potranno
seguire i dibattiti il giorno in cui l’apertura alla
stampa sarà stata decisa.
Perché essa si colloca alle
convergenze dell’esercizio del potere legislativo e
dell’autorità giudiziaria, perché deve conciliare
armoniosamente i suoi poteri d’indagine con il rispetto
del segreto professionale e del segreto della
deliberazione, perché ha, di primo acchito, mostrato la
sua volontà di fare delle proposte concrete di natura
per evitare le disfunzioni che hanno giustificato la sua
creazione, la commissione d’inchiesta sul caso d’Outreau
ha delle responsabilità particolari. E’ rispettando il
diritto all’espressione, la dignità di ciascuno e
vigilando a lavorare al sicuro dalle passioni, che essa
assumerà al meglio l’incarico che le è stato affidato.
PHILIPPE HOUILLON
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da "Le Monde"
10 gennaio 2006
La commission Outreau débute ses travaux
dans un
climat polémique
La commission d'enquéte parlementaire sur les
dysfonctionnements de la justice dans l'affaire de
pédophilie d'Outreau tient sa première séance de travail
mardi lo janvíer. L'ouverture de sestravaux a été
précédée de vives polémiques dans le monde politique et
judiciaire, notamment en ce qui concerne la publicité
des débats.
Les treize acquittés ont demandé à étre
entendus publiquement, de méme que le juge d'instruction
de l'affaire, Fabrice Burgaud. Pour les avocats des
anciens accusés, le recours au huis clos est un"scandale"
qui "génère l'inquiétude".
Le président de l'Assemblée nationale, Jean‑Louis Debré,
s'est aussi prononcé pour la publicité, de méme que le
socialiste Christian Caresce, un des deux ,íceprésidents
de la commission, et l'UDF Michel Hunault. Pour les
principaux syndicats de magistrats et le Conseil
supérieur de la magistrature, la publicité des auditíons
est indispensable pour latransparence des débats. Aida
Chouk, presidente du Syndicat de la magistrature
(gauche), accuse lesparlementaires de "se
défausser " en "[faisant] reposer sur chaque personne
auditionnée le choix de la publicité ou du huis clos".
Phìlippe Houillon (UMP),
rapporteur de la commission d'enquéte, maintient la
décision en expliquant que les députés doivent "concilier
harmonieusement leurs pouvoirs d'investigation avec le
respect du secretprofessionnel et du secret du délibéré".
Il explique cependant que les personnes
souhaitantdéposer publiquement pourront le faire.
Cette commission 'Vest
ni un tribunal, ni une tribune mais un endroit où
sereinement on va essayer de proposer des solutions pour
améliorer lefonctionnement de lajustice ", a défendu
de son cóté ledéputé socialiste du Pas‑de‑Calais, Guy
Lengagne, dont la circonscriptíon compte la localité d'Outreau.
Il assure que le huis clos, levé au cas par cas, n'empéche
pas la transparence.
Le président socialiste
de la commission, André Vallini, s'est montré plus
nuancé en souhaitant, lundi 9 j anvier, que les
auditions soient ouvertes '7e plus souvent possible à
la presse". Il a aussi exprimél'espoir que l'une des
acquittées d'Outreau, Roselyne Godard, revienne sur sa
décision de ne pass'exprimer devant la commission pour
protester contre le huis clos.
Le huis clos n'est pas
le seul point de discorde. Une deuxième controverse
a été soulevée par le conseil de Fordre des avocats
parisiens, pour qui lespersonnes auditionnées par la
commission d'enquéte ont le droit d'étre assistées
par un avocat. Dans une délibération rendue publique,
il fait valoir qu"'étre conseillé et assisté
par un avocat constitue un droitfondamental " et
qu"aucune disposition législative n'interdit à une
personne convoquée " devant une telle commission
'Ve sefaire assister par l'avocat de son choix". Plusieurs personnes convoquées par les
parlementaires, dont le juge d'instruction Fabrice
Burgaud, ont souhaité étre assistées, maiscette
questíon doit encore étre tranchée par la
commission.
Cette commission de l'Assemblée natíonale,
créée le 7 décembre, doit tirer les le~ons de la
catastrophe judicíaire d'Outreau et formuler avant
le début du mois de juin d'éventuelles proposítions
de réforme de
la justice, notamment en matière de détention provisoire,
d'instruction, de responsabilité et de formation des
magistrats. Mais l'attention portée au débat est telle
que la scène politique s'impatiente. Des élus de droite
et de gauche se sont déjà exprimés pour demander la
suppression de la fonetion de juge d'instruction, que le
parquet pourrait remplacer pour les investigations
complexes.
Jacques Chirac a annoncé le 4 janvier une réforme de
lajustice Vans les prochaines semaines". Son entourage a
ensuite précisé que le gouvernement attendrait les
conclusions de la commission pour légiférer, mais le
ministre de la justice, Pascal Clément, a déjà avancé
Vidée de rendre punissable une ,erreur grossière et
manifeste" d'un magistrat, ce qui est actuellement
impossible.Pour respecter l'ordre chronologique de
l'affaire d'Outreau, les employés des services sociaux
du Pasde‑Calais sont les premières personnes entendues
par les trente députés membres de la commission. Les
témoignages de ces personnels, qu'on a beaucoup
critiqués lors des procès pour leur róle dans les
dénonciations à la justice de propos fantaisistes
d'enfants, seront capitaux pour le travail des
parlementaires.
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Traduzione a cura del
Centro di Documentazione
falsi abusi sui minori
La commissione Outreau
comincia i suoi lavori
in un clima polemico.
La commissione d’inchiesta
parlamentare sulle disfunzioni della giustizia nel caso
di pedofilia d’Outreau tiene la sua prima seduta di
lavoro martedì 10 gennaio. L’apertura dei suoi lavori è
stata preceduta da vive polemiche nel mondo politico e
giudiziario, particolarmente in ciò che concerne la
pubblicità dei dibattiti.
I 13 assolti hanno chiesto
di essere sentiti pubblicamente, come il giudice
istruttore del caso, Fabrice Burgaud. Per gli avvocati
degli ex accusati, il ricorso al processo a porte chiuse
è uno “scandalo” che “genera l’inquietudine”. Il
presidente dell’Assemblea nazionale, Jean-Louis Debré,
s’è anche pronunciato per la pubblicità, come il
socialista Christian Caresce, uno dei due
vice-presidenti della commissione, e l’UDF Michel
Hunault. Per i principali sindacati dei magistrati e il
Consiglio superiore della magistratura, la pubblicità
delle audizioni è indispensabile per la trasparenza dei
dibattiti. Aida Chouk, presidente del Sindacato della
magistratura (sinistra), accusa i parlamentari di “sbagliarsi
facendo gravare su ciascuna persona ascoltata la
scelta della pubblicità o del processo a porte chiuse”.
Philippe Houillon (UMP),
relatore della commissione d’inchiesta, mantiene la
decisione spiegando che i deputati devono “conciliare
armoniosamente i loro poteri d’indagine con il rispetto
del segreto professionale e del segreto della
deliberazione”. Egli spiega, tuttavia, che le persone
che sperano di deporre pubblicamente potranno farlo.
Questa commissione “non è
né un tribunale, né una tribuna ma un luogo dove
serenamente si sta per cercare di proporre delle
soluzioni per migliorare il funzionamento della
giustizia”, ha difeso da parte sua il deputato
socialista del Pas-de-Calais, Guy Lengagne, di cui la
circoscrizione annovera la località d’Outreau. Egli
assicura che il processo a porte chiuse, sollevato al
caso per caso, non impedisce la trasparenza.
Il presidente socialista
della commissione, André Vallini, si è mostrato molto
meno duro augurandosi, lunedì 9 gennaio, che le
audizioni siano aperte “il più spesso possibile alla
stampa”. Egli ha anche espresso la speranza che una
degli assolti d’Outreau, Roselyne Godard, ritorni sulla
sua decisione di non esprimersi davanti alla commissione
per protestare contro il processo a porte chiuse.
Il processo a porte chiuse
non è il solo punto della discordia. Una seconda
controversia è stata sollevata dal consiglio dell’ordine
degli avvocati parigini, per il quale le persone
ascoltate dalla commissione d’inchiesta hanno il diritto
di essere assistiti da un avvocato. In una deliberazione
resa pubblica, egli fa notare che “essere consigliato e
assistito da un avvocato costituisce un diritto
fondamentale” e che “alcuna disposizione legislativa
proibisce a una persona convocata” davanti a una tale
commissione “di farsi assistere da un avvocato di sua
scelta”. Molte persone convocate dai parlamentari, di
cui il giudice istruttore Fabrice Burgaud, hanno sperato
d’essere assistiti, ma questa questione deve ancora
essere risolta dalla commissione.
Questa commissione
dell’Assemblea nazionale, creata il 7 dicembre, deve
trarre gli insegnamenti della catastrofe giudiziaria d’Outreau
e formulare prima dell’inizio del mese di giugno delle
eventuali proposte di riforma della giustizia,
particolarmente in materia di detenzione provvisoria,
d’istruttoria, di responsabilità e di formazione dei
magistrati. Ma l’attenzione portata al dibattito è tale
che la scena politica s’impazienti. Degli eletti di
destra e di sinistra si sono già espressi per chiedere
l’abolizione della funzione di giudice istruttore, che
la Procura potrebbe sostituire per le indagini
complesse. Jacques Chirac ha annunciato il 4 gennaio una
riforma della giustizia “nelle prossime settimane”. Il
suo entourage ha poi precisato che il governo
attenderebbe le conclusioni della commissione per
legiferare, ma il ministro della giustizia, Pascal
Clément, ha già avanzato l'idea di rendere punibile un "errore grossolano e manifesto” di un magistrato, ciò
che è attualmente impossibile.
Per rispettare l'ordine
cronologico del caso d’Outreau, gli impiegati del
servizio sociale di Pas-de-Calais sono le prime persone
ascoltate dai 30 deputati membri della commissione. Le
testimonianze di questi personali, che furono molto
criticati all'epoca dei processi per il loro ruolo nelle
denunce alla giustizia delle intenzioni fantasiose dei
bambini, sarebbero di capitale importanza per il lavoro dei
parlamentari.
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da "Le Monde"
11 gennaio 2006
Les juges d'Outreau
plaident la faute collective
BERNE - Des magistrats qui
sont intervenus dans l'affaire de pédophilie d'Outreau,
en France, s'expriment pour la première fois dans la
presse. Ils imputent la responsabilité du fiasco judiciaire
à "l'emballement répressif et médiatique".
"L'affaire d'Outreau est
à l'image de la justice de tous les jours. Il faut y
voir non pas une aberration isolée mais plutôt la révélation
paroxystique d'un véritable emballement répressif et médiatique",
écrivent cinq magistrats de la cour d'appel de Douai dans
une lettre au journal "Le Monde", publiée mercredi.
La chambre de l'instruction
de Douai, présidée par Didier Beauvais, s'est vu
reprocher dans l'affaire d'Outreau d'avoir repoussé des
centaines de demandes de remise en liberté présentées par
les suspects.
L'acquittement de 13 des 17
suspects lors de deux procès en 2004 et 2005 et la mort
en prison d'un 18e en 2002 ont fait de cette affaire
la plus grave erreur judiciaire de l'histoire récente du
pays.
Les magistrats, dont
Didier Beauvais promu depuis conseiller à la Cour de
cassation, s'adressent dans leur lettre aux acquittés, détenus
pour 12 d'entre eux pendant des années. "Qu'ils
sachent que le souvenir de leurs vies broyées accompagne
depuis des mois notre quotidien", disent Didier
Beauvais et les conseillers Pascale Fontaine, Sylvie
Karas, Claire Montpied et Sabien Mariette.
Ils écartent implicitement
toute erreur personnelle. "Le verdict permet à certains
de redécouvrir la valeur de la présomption d'innocence
alors que depuis trois ans, au nom d'un politique sécuritaire
de plus en plus envahissante, le législateur a érigé
l'incarcération en principe de précaution", disent-ils.
Le crime sexuel étant
érigé selon eux en "mal absolu", les magistrats seraient
victimes d'une pression pour placer ou maintenir en
détention les suspects. Les signataires mettent aussi en
cause les journalistes, coupables d'avoir "jugé d'avance
et condamné toutes les personnes impliquées avant de
les innocenter médiatiquement".
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Traduzione a cura del
Centro di Documentazione
falsi abusi sui minori
I giudici d’Outreau
dichiarano l’errore collettivo
BERNE – Alcuni magistrati
che sono intervenuti nel processo di pedofilia d’Outreau,
in Francia, si esprimono per la prima volta sulla
stampa. Essi imputano la responsabilità del fiasco
giudiziario all’ “infatuazione repressiva e mediatica”.
“Il caso d’Outreau è
l’immagine della giustizia di tutti i giorni. Bisogna
vedervi non un’aberrazione isolata, ma piuttosto la
rivelazione parossistica di un’autentica infatuazione
repressiva e mediatica”, scrivono 5 magistrati della
corte d’appello di Douai in una lettera al giornale “Le
Monde”, pubblicata mercoledì.
La camera dell’istruzione
di Douai, presieduta da Didier Beauvais, s’è vista
rimproverare nel caso d’Outreau d’aver respinto
centinaia di domande di rimessa in libertà presentate
dagli indiziati.
L’assoluzione di 13 dei 17
indiziati all’epoca dei 2 processi nel 2004 e 2005 e la
morte in prigione di un diciottenne nel 2002 hanno fatto
di questo caso il più grave errore giudiziario della
storia recente del paese.
I magistrati, di cui Didier
Beauvais nominato poi consigliere
alla Corte di cassazione, si rivolgono nella loro
lettera agli assolti, detenuti per 12 di loro per degli
anni. “Che essi sappiano che il ricordo delle loro
vite frantumate accompagna da mesi il nostro quotidiano”,
dicono Didier Beauvais e i consiglieri Pascale Fontaine,
Sylvie Karas, Claire Montpied e Sabien Mariette.
Essi escludono
implicitamente ogni errore personale. “Il verdetto
permette ad alcuni di riscoprire il valore della
presunzione d’innocenza mentre dopo 3 anni, a nome di un
politico sicuritario sempre più invadente, il
legislatore ha istituito la carcerazione in principio di
precauzione”, dicono loro.
Il crimine sessuale è
stato trasformato secondo loro in “male assoluto”, i
magistrati sarebbero vittime di una pressione per
mettere o mantenere in detenzione gli indiziati. I
firmatari chiamano anche in causa i giornalisti,
colpevoli d’aver “giudicato in anticipo e condannato
tutte le persone implicate prima di scagionarli
mediaticamente”.
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UN DRAMMA NEL DRAMMA
Una
tragedia senza fine, quella di Outreau.
Dopo aver
visto le loro vite devastate, dopo mesi di carcerazione
preventiva, dopo essersi dovuti difendere da accuse
tanto ignobili quanto terribili, per gli ex-imputati
ancora non c'è pace.
L'incubo
che hanno vissuto, un incubo per il quale ora il governo
francese sta cercando di individuare le responsabilità,
non cessa di tormentarli. Fino a spingerli verso gesti
estremi.
Pedofilia: caso Outreau, uno dei prosciolti tenta
suicidio
PARIGI - Uno dei prosciolti nel processo su una presunta
rete di pedofilia di Outreau ha tentato di uccidersi la
notte scorsa. Si tratta dell'ufficiale giudiziario Alain
Marecaux, che è ora ricoverato nell'ospedale di Calais.
L'uomo, assieme a tutti gli altri imputati, era stato
assolto in appello a Parigi, nel dicembre scorso,
in quello che lo stesso presidente della repubblica,
Jacques Chirac, ha definito "un disastro giudiziario
senza precedenti".
Marecaux, che si era fatto diversi mesi di prigione
preventiva - come tutti gli altri imputati - aveva già
tentato di uccidersi in carcere. L'uomo era stato
ascoltato negli giorni scorsi, insieme con gli altri
assolti, dalla Commissione parlamentare d'inchiesta
istituita dall'Assemblea nazionale per far luce sulla
vicenda.
I
racconti di Marecaux e degli altri si sono spesso
interrotti a causa dell'emozione e delle lacrime
provocate dal ricordo di quell'esperienza.
swissinfo 24 gennaio 2006 12.06
IERI
LA «GOGNA PUBBLICA» TRASMESSA DALL’AULA DEL PARLAMENTO
La Francia
processa
in tivù il giudice
che sbagliò processo
Tredici innocenti hanno trascorso fino
a quattro anni in carcere per pedofilia
"Gli altri colpevoli potrebbero restare
così sullo sfondo: gli esperti, psichiatri e psicologi,
che avevano garantito la fondatezza delle testimonianze
dei bambini violati, i giornali che esigevano mostri da
immolare in prima pagina, i politici che non hanno perso
tempo su un sistema giudiziario privo di meccanismi di
controllo in caso di errore del giudice istruttore. "
Domenico Quirico
corrispondente da PARIGI
Eccola la
telegiustizia. Implacabile e neutra come gli obiettivi
delle telecamere di ben sei reti televisive francesi.
Impossibile evitarla, sfuggirle, parlar d'altro. Forse
assomiglia un po' troppo a una feroce gogna catodica; ma
non importa, già se ne celebrano i fasti come vero
contropotere. E qualcuno immagina una «rete giustizia»
che trasmetterà in continuazione processi e processoni:
zap, un colpo al telecomando e siamo accomodati nella
giuria universale.
E' successo ieri in Francia, una
prima assoluta, durata sette ore.
L'imputato
ha la faccia di un giovanotto di 34 anni, abito grigio,
pallido, emaciato che si esprime lentamente, deglutisce
in continuazione alla ricerca difficile delle parole
giuste. Eppure lui è un giudice, Fabrice Burgaud, il
responsabile della più grande catastrofe giudiziaria
della recente storia francese, lo scandalo di Outreau.
E' quasi una
replica aggiornata del caso Dreyfus. Tredici accusati di
un losco e orribile caso di pedofilia infantile,
risultati totalmente e scandalosamente innocenti dopo
aver fatto fino a quattro anni di prigione.
Diciassette
bambini, le vittime, e una donna erano l'architrave
della accusa, lei ha ritrattato, per i racconti degli
altri non è mai stata trovata una prova. Tutto questo ha
prodotto vite spezzate, matrimoni distrutti, carriere
annientate, un morto suicida in carcere, figli travolti
dalla vergogna e dall'autopunizione con la droga.
Un Paese
intero, quando ha saputo la verità, è inorridito, due
terzi dei francesi dicono di aver paura della giustizia.
Il giudice Burgaud sa che milioni di persone lo
vorrebbero volentieri giustiziare.
Questo «processo» televisivo, in un
aula parlamentare, è appunto la sua forca mediatica, più
terribile e feroce forse di quella vera. Perché la
monumentale nequizia giudiziaria ha inaugurato
l’inevitabile commissione parlamentare di inchiesta:
vuole sapere, capire, spiegare, correggere il sistema.
Le
testimonianze delle vittime le hanno trasmesse solo le
reti specializzate, quelle parlamentari: momenti
terribili e strazianti. E audience elevatissima. Per
quella del giudice hanno sradicato tutti i palinsesti, i
grandi telebusti hanno fatto a gomitate per esserci, per
presentare.
E' un
audizione, avverte il presidente della commissione, non
un tribunale: parole sprecate, non ci crede nessuno,
l'atmosfera è a metà tra l'udienza staliniana e la
fantasia romanzesca. Oggi Burgaud non assomiglia certo
al Grande Inquisitore dostojevskiano che hanno dipinto
le vittime e i giornali: implacabile, sicuro delle
proprie sensazioni, un uomo senza la cultura del dubbio,
uno psicorigido.
Questo
mediocre allievo della facoltà di legge è un uomo
spaventato, sempre più incerto e confuso, arrivato
all'assemblea nazionale accompagnato da due agenti,
perché si teme che qualcuno possa meditare una
scorciatoia spiccia e riparatrice al male commesso, la
sua carriera è naturalmente finita, anche se i
magistrati per corporativo dovere timidamente lo
difendono.
Ha iniziato
l’«audizione», prima di raccontare passo dopo passo i
passaggi della sua inchiesta, le sue «prove» prima
solidissime e poi sgretolate, che lui oggi, più di ogni
altro, «può sentire la sofferenza delle vittime e
immaginare che cosa hanno vissuto, la prigione, la
separazione dai loro cari, dai loro bambini, dal loro
buon nome che è stato messo in dubbio»: «Ma quello che
dico e ridico è che sono certo di aver svolto il mio
lavoro senza alcun partito preso, con gli elementi che
avevo allora e che sono diversi da quelli emersi
successivamente».
Eccola forse la sua vera grande
colpa, per cui lo processano qui: non aver chiesto
scusa, come Chirac, come i ministri, aver rifiutato il
grande rito assolutorio, ribadire ostinatamente che tra
i suoi terribili diritti di giudice c'è anche quello di
poter sbagliare.
Gli altri colpevoli potrebbero restare
così sullo sfondo: gli esperti, psichiatri e psicologi,
che avevano garantito la fondatezza delle testimonianze
dei bambini violati, i giornali che esigevano mostri da
immolare in prima pagina, i politici che non hanno perso
tempo su un sistema giudiziario privo di meccanismi di
controllo in caso di errore del giudice istruttore.
Tratto dal
settimanale "PANORAMA" del 20 febbraio 2006
Noi «pedofili» innocenti
di Alberto Toscano
Condannati per abusi sessuali su
minorenni, sono rimasti in carcere per molti mesi. Poi si è
scoperto che erano innocenti. Ecco le loro storie, che
raccontate in diretta televisiva stanno provocando una bufera
giudiziaria paragonabile soltanto all'affaire Dreyfus.
Giustizia o telenovela? La domanda s'aggiunge al dibattito sul
più clamoroso errore giudiziario della recente storia francese.
Gli animi si scaldano. Come accadde in Belgio nel periodo
1996-97 a seguito del caso Dutroux (il massacro degli
innocenti da parte di un pedofilo), i lavori della
commissione parlamentare d'inchiesta francese sul caso
di Outreau (nella cittadina settentrionale alcune persone sono
state incarcerate per mesi per una storia di presunta pedofilia
e poi completamente scagionate in appello) sono
trasmessi in quasi diretta televisiva. Le tv propongono ore di
interrogatori, con le domande dei parlamentari e le risposte di
tutte le persone implicate nella catastrofe giudiziaria: gli ex
accusati (14, uno dei quali suicidatosi in carcere), i
magistrati e i testimoni.
L'inchiesta del giudice istruttore Fabrice Burgaud aveva voluto
dimostrare la colpevolezza degli imputati, che hanno trascorso
fino a 38 mesi in prigione. Poi nell'autunno scorso, al processo
d'appello, i bambini hanno ammesso di avere raccontato menzogne
e gli adulti hanno giustificato le proprie false accuse con il
desiderio di non far fare una figuraccia ai bambini. Adesso è il
titolare dell'istruttoria a doversi spiegare. La giuria è
composta da milioni di francesi incollati al televisore.
L'8 febbraio il giudice Burgaud, 34 anni, ha risposto per sei
ore alle domande della commissione parlamentare, guidata dal
deputato socialista André Vallini. Al momento del primo
processo, Burgaud aveva l'aria arrogante. Adesso assomiglia a un
pulcino bagnato. Ai parlamentari dice: «Voi immaginate la mia
emozione nel trovarmi di fronte a persone che sono state
assolte. Oggi più che in passato posso percepire la loro
sofferenza e comprendere ciò che hanno vissuto: l'isolamento, la
separazione dai loro cari, il dramma dei loro figli e le macchie
alla loro onestà personale».
E prova lo scaricabarile: «Avrei potuto agire diversamente? Con
il senno di poi posso rispondere affermativamente. Ho commesso
errori di valutazione? Forse, ma quale giudice non li commette?
Ero solo. Nessuno mi ha detto che mi stavo incamminando su una
strada sbagliata. Né il procuratore, che consultava regolarmente
il fascicolo, né il procuratore generale, né alcun'altra
autorità».
Sulla testa del giudice istruttore Burgaud pesano come un
macigno le parole da lui rivolte il 18 novembre 2005 a Parigi,
al processo d'appello, all'ex grande accusatrice Myriam
Badaoui, 39 anni, i cui figli avevano lanciato terribili accuse
di sevizie agli imputati. «Lei è una madre indegna se
non sostiene le accuse dei suoi bambini» le avrebbe detto il
giudice istruttore. Così da menzogna è nata menzogna.
«Il giudice istruttore Burgaud sapeva fin dall'inizio che alcuni
testimoni stavano mentendo» è la convinzione del prete operaio
Dominique Wiel, imprigionato il 14 novembre 2001, scarcerato in
libertà vigilata il 20 luglio 2004 e assolto in appello il 1°
dicembre 2005. Dalla sua testimonianza emergono i
morbosi pettegolezzi che serpeggiavano tra i 15 mila abitanti di
Outreau. Cattiverie come mine vaganti.
Dice il prete operaio: «Contrariamente a ciò che è stato
affermato, Burgaud sapeva che una certa persona (alcuni nomi
sono stati oscurati nella quasi diretta televisiva, ndr) aveva
mentito nell'affermare che sua figlia era stata violentata dal
suocero. I gendarmi avevano interrogato la ragazza, che aveva
negato tutto, accettando di sottoporsi a visita ginecologica: il
medico ha indirizzato poi al giudice istruttore Burgaud un
rapporto che attestava la verginità dell'interessata».
Secondo padre Wiel, ciò dimostra un fatto inequivocabile:
l'istruttoria è stata condotta senza verificare
l'affidabilità di testimoni che già in precedenti occasioni
avevano sparso veleno in quella cittadina della regione Nord-Pas
de Calais. Lydia Cazin-Mourmand è andata di fronte alla
commissione parlamentare per difendere la memoria del fratello
François Mourmand, suicidatosi in prigione il 9 giugno
2002. Lei non crede alla tesi del suicidio e dice che
François è stato riempito sistematicamente di barbiturici.
Poi parla della volta in cui il fratello cercò di dimostrarsi
innocente in occasione di un confronto con Myriam Badaoui di
fronte al giudice Burgaud. Sentiamola: «Mio fratello disse
d'avere un tatuaggio sul sesso. Allora Burgaud chiese alla
Badaoui se lo sapeva e lei disse di sì, aggiungendo che si
trattava di una farfalla. Invece non era una farfalla, ma il
nome della moglie». Tutte frasi trasmesse in tv.
«Il magistrato mi ha interrogato solo per mezz'ora e poi sono
finito in prigione per 38 mesi» ricorda l'imbianchino Thierry
Dausque, che prima era stato presentato come un mostro e che poi
è stato assolto in appello. Dausque accusa il giudice istruttore
d'averlo interrogato in assenza del difensore e ricorda quella
volta in cui lo minacciò dicendogli: «Lei ha interesse a
parlare: nel suo caso ci sono vent'anni di carcere». Non sono
stati 20, ma tre. «Oltre tre anni da innocente» dice Thierry,
che ricorda d'aver patito una pena anche maggiore: la
separazione da suo figlio, piazzato d'autorità in un centro
d'accoglienza. È anche il caso dei figli
dell'infermiera Odile Marécaux, che ha passato sette mesi in
prigione e che parla del suo arresto, il 14 novembre 2001.
«Davanti ai miei tre bambini, in casa mia, mi hanno
annunciato l'incriminazione per atti di libidine su minorenni.
Mi hanno sottratto i bambini. Ho avuto solo il tempo di dir loro
che sarei passata a prenderli a fine mattinata. Ma quella
mattinata è durata tre anni». Padre dei tre piccoli è
l'ex marito di Odile, l'ufficiale giudiziario Alain Marécaux,
che ricorda di fronte alla commissione parlamentare (e alle
telecamere) il suo arresto, alle 6.30 del mattino di quel 14
novembre 2001. Dice che un poliziotto gli propose uno scambio,
che riguardava la «libertà» dei suoi stessi figli, affidati nel
frattempo alle strutture sociali. «Mi hanno detto che, se mi
fossi dichiarato colpevole, mia moglie e i miei figli sarebbero
immediatamente stati liberati». Alain ha fatto 23 mesi di
prigione prima d'essere scagionato in appello.
Anche nel caso di David Brunet, portiere di un palazzo, c'è di
mezzo un figlio. «I poliziotti» dice a proposito dell'arresto
«mi hanno chiesto di vestire il mio bambino di 3 anni e mezzo,
che stava dormendo. Così ho fatto. Poi mi hanno costretto a
seguirli al commissariato, dove ci hanno sbattuti in una cella
in compagnia di un tipo sporco, ma buono. La cella faceva
schifo. Mio figlio piangeva per la fatica, per lo stress e
perché non sapeva che cosa stava succedendo». Storie di
bambini, vittime in definitiva delle false testimonianze di
altri bambini. La Francia guarda, s'interroga e comincia a
dubitare della propria giustizia. Per fortuna ha la tv.
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