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La Stampa

del 24 luglio 2007 a cura di Roberta Martini

 

 

 “Indegni di essere genitori”

Riabilitati dopo sette anni

 

 

Difesero i parenti accusati di violenza sulle figlie: «Avevano ragione»

 

 

Le tappe della vicenda

 2003 ottobre

Una delle bambine, che all'epoca ha 14 anni (le altre 12 e 9) confida ad un'assistente domiciliare che la segue durante i compiti le presunte violenze che sarebbero avvenute dal 2000 al 2003;

2003 novembre

Il Tribunale dei minori toglie la patria potestà ai genitori;

2003 dicembre

Le bambine vengono affidate ad una comunità per minori. Ci resta fino alla maggiore età. Ad oggi c'è solo l'ultima sorella, che ha15 anni;

2004 settembre

Nonno e zio vengono arrestati. L'accusa1 è di violenza sessuale pluriaggravata. Resteranno un anno in cella, un anno agli arresti domiciliari;

2005 maggio

A Vercelli inizia il processo di primo grado. I genitori delle bambine si schierano con nonno e zio;

2008 maggio

La sentenza di primo grado condanna nonno e zio a 8 anni di reclusione. Il pm ne aveva chiesti 13;

2010 marzo

Comincia il processo in Corte d'appello a Torino. La difesa invoca l'assoluzione mentre la procura propone di aggravare la pena a 13 anni;

2010 luglio

Nonno e zio vengono assolti. Il fatto non sussiste.

 

 

«Sono innocente. Non sapete che cosa state facendo». Un grido, la voce di Gianluca, neanche trent’anni e una condanna pesante a spezzargli la vita. Violenza sessuale, sulle tre nipotine. Era il maggio del 2008. Era svenuto e un’ambulanza lo aveva portato lontano da1 Tribunale. Oggi Gianluca è un uomo che piange e che ride insieme. Che guarda negli occhi il padre, Giuseppe: insieme avevano divisa la condanna, a 8 anni, insieme

 Dopo le accuse le tre bambine furono

tolte a padre e madre e date a una comunità

(Vedere inerenza)

dividono l'assoluzione. La Corte d'appello di Torino, dopo tre ore di camera di consiglio, ha stabilito che il fatto non sussiste. Non hanno toccato le tre bambine neppure con un dito. E Giuseppe, che ha 62 anni, e di parole ne ha sempre trovate poche in vita sua, cerea le mani del suo legale, Massimo Mussato: «Avvocato, erano sette anni che non respiravo» , gli dice.

In questi sette anni, da quando la nipote più grande, appena adolescente, ha detto all'assistente domiciliare che la seguiva nei compiti «Il nonno fa sempre lo stupidino e mi alza la gonna», è successo di tutto. Le tre sorelle sono state affidate ad una comunità, ai genitori è stata sospesa la patria potestà. Inaffidabili e poco protettivi, secondo il Tribunale dei minori, perché parevano non credere alle bambine, perché le lasciavano frequentare la casa, nella frazione vicina, in Valsesia, dove vive la famiglia di Giuseppe e di Gianluca.

«La mia nipote più grande - dice adesso Gianluca - oggi ha vent'anni. Ero un bambino quando è nata, siamo cresciuti insieme. Quando lei ha detto quelle cose su di noi, non ci volevo credere. Ho pensato che fosse stata istigata, che qualcuno gliele avesse suggerite». «Quelle cose» sono racconti di vio1enze ripetute, per quasi quattro anni. da1 2000 a1 2003, nella casa dei nonni, quando le bambine hanno 10, 8 e 5 anni. Prima è soltanto una ragazzina a parlare, poi si aggiunge la seconda sorella, poi la terza. Le tre sorelle vengono ascolte con un'audizione protetta, sottoposte a perizie per stabilire la capacità di capire i fatti e di raccontarli, per stabi1ire se in qualche modo siano state suggestionate. Una perizia fisica pero dice che 1a violenza non c'è. «Sono sempre state fantasiose, si sono condizionate l'un l'altra» , hanno cercato di dire i genitori.

Giuseppe e Gianluca vengono arrestati: «Sono venuti a prendermi nel supermercato dove lavoravo – racconta Gianluca -. Cinque minuti prima ridevo con i miei colleghi, cinque minuti dopo avevo le manette». Restano un anno in carcere, un anno agli arresti domiciliari. Tornano in libertà durante il processo di primo grado, che prosegue per tre anni e per quaranta udienze, davanti al Tribunale di Vercelli. Quando i giudici si ritirano una prima volta in camera di consiglio, ne escono chiedendo nuovi accertamenti. La seconda volta, invece, è con una sentenza di condanna: più lieve rispetto alle richieste del pubblico ministero, Antonella Barbera, che voleva una pena di 13 anni.

I due difensori, Massimo Mussato e Metello Scaparone, presentano una memoria sterminata in appello: 160 pagine. Ricorre anche la procura di

I giudici: il fatto non sussiste,

le piccole si sono inventate tutto

 Vercelli, che chiede una pena più pesante degli otto anni stabiliti dal Tribunale. Questa volta le udienze sono tre, l'ultima con il verdetto che assolve: «Mi ha dato la forza papà. «Dai, che dobbiamo uscirne", mi ha detto. Quando ho sentito quelle parole, "per non aver commesso il fatto”, sono scoppiato a piangere».Oggi due delle sorel1e, diventate maggiorenni, hanno lasciato la comunità. «C'è stata qualche timida telefonata, per riavvicinarsi alla famiglia - racconta Davide Balzaretti, il legale dei genitori -. Adesso chiediamo al Tribunale di revocare la sospensione della patria potestà. La terza ragazza, che ha 15 anni, deve tornare con la sua famiglia».