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CHI DIFENDE I PEDOFILI?
L’acuirsi del sentimento
di riprovazione sociale verso determinate forme di reati, avvertite dalla
generalità dei cittadini come particolarmente odiose e pericolose, perlopiù
amplificate dai mass media come un’emergenza di carattere straordinario, avente
un elevato coefficiente di pericolosità per la convivenza civile e l’ordine
democratico, non ha consentito una valutazione serena del contesto sociale prima
e dopo l’emanazione della legge contro gli abusi sessuali (66/96). Tuttavia,
taluni, stante il clima sociale agitato, sono stati indotti a superare quel
limite di criticità accettabile, additando quanti osservano che dopo tutto
è un reato individuale, come può
essere quello della tossicodipendenza, con la differenza che le prove
irrefutabili sono scarse. Il più delle volte ci si aggrappa a teorie messianiche
o folli per creare inferenze di carattere probatorio, etichettando come
difensori dei pedofili quanti, a ragion veduta, offrono orientamenti e
considerazioni alternative, degne di tutto rispetto di una critica costruttiva. Partendo da questo
ordine di ragioni e prendendo in esame alcune esternazioni (forti) fatte su un
blog e confrontandole con precedenti considerazioni dello stesso autore, si è
rilevata, a distanza di tempo, una scollatura logica tra causa e effetto. Lo spunto, per
approfondire il tema, ci viene offerto dal rappresentante dell’associazione
Prometeo, avente come scopo sociale la difesa dei bambini vittime di pedofilia.
Riflettendo sui contenuti pubblicati sul sito dell’associazione, sembrerebbe che
la realtà non sia sempre attinente all’oggetto sociale che si intende
perseguire, in quanto, tra gli scritti, ve n’è uno in particolare che sostiene
una manifestata difesa ad oltranza verso
Paolo Onofri. L’Onofri, tanto per
intenderci, è il padre di quel bambino che è stato rapito e ucciso, e che in
concomitanza di una perquisizione in seno alla sua dimora, le forze dell’ordine
rinvennero del materiale pedopornografico (Allegato A e B).
È evidente che dinanzi a
un fatto conclamato di questa entità è alquanto difficile sostenere due
posizioni contrapposte, in cui una è la difesa delle vittime di abusi sessuali
sui bambini e l’altra giustificare l’operato, minimizzandone il reato, di colui
che ha un interesse verso un certo tipo di materiale, per di più in violazione
delle norme del codice penale. D'altronde dobbiamo
essere consapevoli che per quanto l’uomo di buon senso cerchi di avere una
condotta irreprensibile, non sempre le circostanze e le insidie consentono di
mantenere una certa rotta, comunque il tutto può essere giustificato se vi sono
le manifeste condizioni di umiltà, buona fede e remissione. Partendo da questa
premessa è doveroso, a onor di critica, riportare alcuni brani significativi
pubblicati dal rappresentante dell’associazione a firma di
Massimiliano Frassi, e inseriti nella missiva intitolata “Il
dibattito”, a sostegno e giustificazione dell’operato del Paolo Onofri.
Il documento riporta le
seguenti frasi:
“Paolo
Onofri ha patteggiato per la detenzione di materiale pedopornografico
…
Certo
è che il patteggiamento permette di evitare un processo che, in questo caso,
sarebbe stato anche e soprattutto mediatico.
…
Se
Paolo Onofri fosse stato uno tra i tanti (troppi) “curiosi” finiti nella rete a
caccia di foto e filmati, il mio giudizio oggi sarebbe duro.
Anzi, durissimo. Senza mezze misure, né mediazioni.
…
Però
Onofri, che ricordo ha sempre ammesso il reato, …
… Già qualche tempo fa affrontai l’argomento, chiedendo che le cose fossero chiarite ma soprattutto che ci fossero gradi e giudizi diversi, a seconda che il soggetto ritratto fosse un bimbo stuprato o una modella consenziente simil Lolita. ... Io però, ..., da qui scrivo
che lo perdono. Che la
sua pena l'ha pagata. ...”(Allegato
C).
Il fatto interessante
risiede nella contraddizione fra il contenuto dello scritto e quanto realmente
professato per altre situazioni, come ad esempio quelle che, immancabilmente,
deplora e persegue verso coloro i cui giudizi non sono definitivi o condanne per
errori giudiziari (assenza di prove irrefutabili), riportando immagini e
alimentando una dubbia serenità sociale. Nel caso Onofri, oltre a prendere le
sue difese, ritiene che la legge, secondo il suo parere, dovrebbe fare una
distinzione fra reato di stupro e Lolite consenzienti (anche se minorenni),
mentre per gli altri casi non vi dovrebbero essere mezze misure o mediazioni. Tanto meno può essere
sostenuta la tesi che il reato di pedofilia deve essere suddiviso per fasce
d’età, come dire che l’agito nei confronti di un infante è diverso
dall’adolescente o ancor più verso una Lolita. Inoltre, la quantità e la qualità
del materiale pedopornografico che si riscontra in questi casi non consente di
addurre che fossero solo delle Lolite, come si vuol far credere. Il reato di
pedofilia, compreso il materiale pedopornografico, non fa distinzione fra atto
carnale o libidine, cioè: un toccamento, una carezza, un bacio, una penetrazione
o quant’altro si voglia immaginare, è e resta comunque un’azione perseguibile a
norma di legge. Giustificare, anche solo parzialmente, colui che detiene un tale
materiale potrebbe ravvisarsi una compiacenza del suo operato, con la
sovrapposizione dei due
piani. Così come è da escludere
a priori una distinzione di reato tra una violazione della libera determinazione
sessuale (stupro) di un minore e la detenzione di materiale pedopornografico,
dinanzi a prove irrefutabili, come nella fattispecie. Oltretutto, di recente e
attraverso il suo blog, ha inveito, definendo “sciacalli
e affini” coloro che avrebbero annunciato, stante lo stato di coma, la
morte di Paolo Onofri. In più occasioni si è
potuto rilevare la mancata coesione logica-razionale fra scritti e realtà (per
l’assenza di atti processuali), a tal punto che a distanza di tempo si viene
smentiti dalle circostanze stesse. È sufficiente menzionare
il famoso caso di
falso abuso della scuola materna
Sorelli di Brescia, che stante i giornali l’abbiano considerato un
protagonista a difesa dei genitori, e perlopiù abbia condannando anticipatamente
gli imputati ancor prima delle tre sentenze assolutorie, L’Avvenire scrisse:
“(l’associazione
Prometeo non aveva atteso il lavoro dei giudici e aveva subito concluso che "il
tutto va inquadrato tra gli abusi ritualistici di stampo satanico, gli elementi
ci sono tutti: escrementi, torture, croci, religiosi deviati"...)”
Più volte si è cimentato
in giudizi senza alcuna prova a supporto del suo dire, circa il fatto, che
quanti sono orientati a una maggiore attenzione verso coloro che vengono
indagati per atti di pedofilia sono gruppi associativi di pedofili e soggetti
inqualificabili, nonché rei di tanti altri reati sul territorio nazionale. Dopo tutto non si
incontra alcuna difficoltà a tacciare gli altri come pedofili dinanzi a una
strenua difesa della propria innocenza, quando non ci sono delle prove
irrefutabili. L’innocente condannato non patteggia la pena, e tanto meno la
scelta di un rito abbreviato non sostanzia la colpevolezza per la riduzione
dello scotto, quando in primo grado si è assolti perché i fatti non sussistono.
La saggezza del l’uomo non consente a una madre di indurre la propria figlia a
spogliarsi per dimostrare un abuso, tanto meno condurla in televisione per
sostenere la sofferenza dell’infante per creare uno scoop ed ottenere una
maggiore visibilità alla propria causa di sola facciata.
Così
come non è sostenibile che le dichiarazioni
de relato
possano divenire fonte probatoria, soprassedendo alla logica razionale della
genuinità delle dichiarazioni di una minore che si confondono e si sovrappongono
con quelle della fonte che ha ricevuto le dichiarazioni, nonché con il modo con
cui sono state assunte ed ottenute le rilevazioni dell’infante. Non mancano certamente
le velate o concrete minacce di querela a destra e a manca verso coloro che
osano criticare il suo operato, come hanno fatto con Don Mario Neva e tanti
altri, e appare evidente come tale soggetto difficilmente accetti la sconfitta (۩
).
Anche nella ricerca di un dialogo o un confronto, comunque, si è esposti a
ricevere, attraverso il suo blog, un “f…...”.
Immagine tratta
E per evitare di essere
cinici, sarebbe opportuno che la memoria del piccolo Tommaso fosse ricordata
come beato fra il canto degli angeli, e non a giustificazione dell’operato del
padre, offrendogli, a lui e non agli altri, l’opportunità di redimersi,
perdonandolo. Non mancherà occasione di
offrire, a coloro che lo desiderano, un decalogo sulla falsa accusa di pedofilia
(quelli veri si identificano senza tante formalità), con esempi di casi concreti
e prassi da perseguire (pregiudizi comuni, stereotipi di ogni specie, teorie
psicologiche folli, inferenze sugli asini che volano…), sia prima che dopo il
sospetto o pettegolezzo di un presunto abuso, per una “giusta”
condanna degli innocenti. Cioè
una specie di vademecum dell’ante denuncia, già in precedenza pubblicato e
criticato dai cacciatori di streghe e pedofili, a tutela degli insegnanti delle
scuole materne. A conclusione di quanto
esposto, si può facilmente comprendere quali siano le modalità a sostegno di chi
si è reso responsabile di atti indegni. Per di più si ribadisce che il diritto
di critica deve consistere
in un
dissenso
motivato, espresso in termini
corretti e misurati e non deve assumere toni gravemente lesivi dell'altrui
dignità morale e professionale. Il limite all'esercizio di tale diritto deve
intendersi superato quando l'agente trascenda in attacchi personali diretti a
colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse,
la figura morale del soggetto criticato, giacché in tal caso l'esercizio del
diritto, lungi dal rimanere nell'ambito di una critica misurata ed obiettiva,
trascende nel campo dell'aggressione alla sfera morale altrui, penalmente
protetta" (Cass. 11/3/98 n.5772).
*****
GLI ARTICOLI DI GIORNALE
DEL CASO PAOLO ONOFRI
E Allegato
A del
22 maggio 2008
Pedopomografia: Cassazione conferma condanna
a Paolo Onofri
Onofri era finito nel registro degli indagati dopo il ritrovamento, il 10 marzo
2006, di circa 30 tra filmati e file pedopornografici su un vecchio computer (in
tutto 391documenti informatici) custodito in un sottoscala di via Jacchia a
Parma. I filmati furono ritrovali nel corso delle indagini quando ancora non si
sapeva della tragica fine del piccolo. Il padre di Tommaso si giustificò dicendo
che quei filmati erano il frutto di una ricerca antipedofilia e che era sua
intenzione denunciare il fatto alle autorità. Il
ricorso pero è stato bocciato perché contro la pena patteggiata non si può
reclamare in Cassazione. Anche Allegato
B del
11 marzo
Video con bimbi, indagato il papà di Tommy
In una cantina affittata nel centro di Parma
trovati in un computer immagini e un filmino pedofilo. “Li raccoglievo per una
denuncia”
Questa è una storia orrenda. Dove niente è come sembra, dove il tempo che passa
sembra una sentenza, dove un padre preferisce la tutela del proprio ego alla
salvezza di suo figlio. Il giardino segreto di Paolo Onofri è un magazzino lungo
e stretto, al piedi di un palazzo a tre piani dalle facciate color senape. Lo
aveva acquistato nel 2002, un saldo della Cisl che chiudeva la sua sede. Non
lo sapeva nessuno, neppure sua moglie Paola. Via Jacchia, quartiere Montanara,
settima circoscrizione di Parma, periferia più che decorosa e meno di un
chilometro dall'ufficio postale diretto dal papà di Tommaso. Dove pochi giorni
fa c'era Claudio, un suo collega con l'hobby della chitarra da suonare per
osterie, che diceva: “Se dovessi scrivere una canzone per Paolo, comporrei la
ballata dell'uomo comune”. Lo
sgabuzzino era diventato un salotto senza finestre, appena due fessure che si
affacciano sulla rampa dei garage. Appeso alla parete c'è il diploma
dell'Herbalite world team, accanto il gagliardetto della finale di Coppa delle
Coppe vinta dal Parma a Wembley. Sopra ad un bancone di legno sono appoggiati
dei raccoglitori, sul muro di fronte c'è una libreria con l'enciclopedia dei
Personal computer, un paio di vocabolari, testi new age. Le poltrone sono
vecchie ma eleganti, c'è anche un tappeto, la luce arriva da una lampada di
vetro soffiato. C'era anche un computer seminuovo nel mezzo della stanzetta. Lo
hanno preso tre giorni fa i poliziotti.
Dentro c'erano 391
fotografie, 92 file e decine di filmati scaricati da internet. Roba pesante, da
vomito. Pedofilia spinta, con bimbi violentati, giovanissime orientali incitate
ad accarezzarsi tra loro. Infanzia costretta a pose oscene da pornostar, questa
roba. Il
sospetto era arrivato subito. Venerdì, subito dopa il sequestro, Onofri aveva
consegnato Il suo Pc alla polizia con qualche esitazione. Erano stati notati dei
file cancellati. Dalla cantina della sua vecchia casa in via Olimpia era
spuntato un altro computer, del quale i familiari ignoravano l'esistenza. Anche
li c'era qualcosa che non andava. E poi, il diario della moglie: alcune frasi, a
quanto pare, avrebbero attirato l'attenzione degli inquirenti spingendoli ad
approfondire le indagini sul papà di Tommaso. Infine, la scoperta dei rifugio.
Paolo Onofri ha detto che stava raccogliendo materiale per denunciare il
traffico di minori sul web. Nel lunghissimo interrogatorio di mercoledì notte
gli è stato spiegato che quello schifo non era la priorità, che in questo
momento conta soltanto ritrovare un bimbo scomparso, suo figlio, e forse è il
caso di raccontare per bene le sue attività. Di
cominciare a collaborare, che qui il tempo passa troppo veloce. Lui si è
imbestialito. Se era un patto paradossale quello che gli è stato proposto,
collaborazione piena con gli investigatori in cambio di una semplice reprimenda
per le sue attività online, l'ha rifiutata. Da ieri risulta iscritto nel
registro degli indagati, alla voce «detenzione di materiale pedopornografico», e
riesce difficile pensare a un contrappasso più infamante, per il padre di un
bambino che non si trova più. La pedofilia non ha niente a che fare con il
sequestro di Tommaso, questa è la parola d'ordine degli inquirenti. Alcuni
investigatori non erano d'accordo con la scelta di formalizzare l'accusa contro
Onofri, scelta che inevitabilmente significa l'addio alla speranza di una visita
guidata nei segreti di quest'uomo. Ma
era difficile far finta di niente davanti alla porcheria di quei filmati.
Muro contro muro, da oggi. Si indaga su Onofri, ma le sue perversioni non
c'entrano. Sarà. E si spera, che sia davvero così.
Meglio l'attuale vuoto pneumatico di questo schifo, che però rappresenta l'unica
scoperta investigativa a nove giorni dal sequestro. Il ragionamento di un
investigatore: «Se troviamo la cassaforte scassinata a casa di un rapinatore di
banche, è automatico mettere le due cose in collegamento.
Se scopriamo certe porcherie indagando
sulla scomparsa di un bimbo, non è che possiamo escludere a priori un movente
legato alla pedofilia, sarebbe illogico». Paolo Onofri, dunque, gli occhi
sempre più stretti, l'espressione sempre più stanca, le tasche del cappotto
gonfie di pacchetti di Camel, e una serie di comportamenti strani che adesso
vengono davvero paragonati a quelli che terrebbe un uomo comune nella sua
situazione. La sera dopo il sequestro, con la moglie e i figli stravolti
dall'angoscia, l'uomo comune tornerebbe a casa alle tre di notte, dopo aver
girovagato per la campagne guidando e parlando al cellulare per ore, ripetendo
il copione la sera seguente?
Adesso, dopa questa coperta è difficile non ripensare a quella frase pronunciata
sabato mattina nell'aia della casa di Casalbaroncolo. «Perché hanno rapito mio
figlio? Ma l'avete visto? È cosi bello. È biondo, riccio, non può passare
inosservato. L'hanno preso perché è il bambino più bello».
Forse era l'orgoglio di un padre, forse Onofri sa qualcosa che non vuole
rivelare agli investigatori. È un uomo che guadagna 2.300 euro al mese quando va
bene, ma presta 190 milioni di vecchie lire alla sorella Laura, e altre cifre di
minore entità a due sui colleghi. Conosce alcune persone che secondo un’indagine
appena avviata dalla procura di Parma sarebbero coinvolte in un giro di
riciclaggio. I libretti degli assegni dei detenuti del carcere di Parma che
transitavano per l'ufficio postale di Montebello Sud diretto da Onofri sono
stati inviati al Ris, per controllare le firme. Queste sono le uniche due piste
plausibili rimaste in piedi, ed entrambe girano attorno al padre di Tommaso. Ieri
sono arrivate due strane telefonate dalla Germania, una voce di donna che
sosteneva di sapere dov'è il bambino. Meglio non farsi illusioni. Quando un
inquirente auspica un colpo di fortuna, significa che l'ottimismo non è di casa.
Paolo Onofri ha sibilato due frasi dal finestrino dell'auto che lo portava fuori
dalla questura. «Rivoglio il mio bambino - ha detto -. Io non so dov'è». Aveva
lo sguardo coperto da occhiali scuri. È tornato nella casa che in questi giorni
ospita la sua famiglia. Un padre dai molti segreti, così determinato nel
proteggerli da anteporli alla ricerca di suo figlio. Ieri ne hanno rivelato uno,
il più infame. La ballata dell'uomo comune di Casalbaroncolo è stata trasmessa
dappertutto, anche dalle breaking news della Cnn . Alla base della schermo
scorreva la notizia di un padre italiano accusato di cose vergognose. E sullo
sfondo, c'era la foto di suo figlio che sorride.
***** Allegato
C
di
Massimiliano Frassi
IL DIBATTITO: Paolo Onofri, padre
del piccolo Tommy, ha patteggiato per la detenzione di materiale
pedopornografico. Questo il punto di partenza. La notizia. A cui fa seguito la
nostra riflessione..
Non
so bene come iniziare, ma soprattutto dove andrò a parare.
Difficile oggi affrontare la pagina bianca.
Arduo
dividere certi sentimenti.
Da
una parte la commozione, dall’altra la rabbia. E l’indignazione.
Coerenti con il proprio impegno.
Paolo Onofri
ha patteggiato per la detenzione di materiale pedopornografico.
Questo il punto di partenza. La notizia.
Di
che tipo di materiale si parli però ancora non lo sappiamo.
Questo invece un punto “sterile”.
Certo è che il patteggiamento permette di evitare un processo che, in questo
caso, sarebbe stato anche e soprattutto mediatico.
Promotore di frustranti morbosità.
Negative attenzioni.
Troppo viva la commozione. L’ansia. Il dolore per il rapimento e l’omicidio del
piccolo Tommaso: per poter essere obbiettivi. E separare ciò che di fatto è da
sempre già separato.
Se
questo non fosse accaduto.
Se Paolo Onofri fosse stato uno tra i tanti (troppi) “curiosi” finiti nella rete
a caccia di foto e filmati, il mio giudizio oggi sarebbe duro. Anzi,
durissimo. Senza mezze misure, né mediazioni.
Come
da sempre vi ho abituato a sentire, anche, in questo spazio.
Però Onofri, che ricordo ha sempre ammesso il reato,
ha anche più volte parlato di foto di “ragazzine”, quasi maggiorenni, con
immagini che suppongo siano lontane anni luce da quella che consideriamo
pedopornografia.
Già qualche tempo fa affrontai l’argomento, chiedendo che le cose fossero
chiarite ma soprattutto che ci fossero gradi e giudizi diversi, a seconda che il
soggetto ritratto fosse un bimbo stuprato o una modella consenziente simil
Lolita.
Oggi
ribadisco tale richiesta, sottolineando anche che forse a Paolo Onofri dobbiamo
un’altra chance, una seconda occasione.
Quella stessa che la morte di suo figlio ci obbliga a dargli.
Altrimenti ci saremmo indignati, commossi, incazzati, per niente.
Paolo
si è affacciato alle porte che conducono alla pedopornografia. Forse sarebbe
anche potuto andare avanti, ed oggi sarebbe uno dei nostri principali
nemici/denigratori. O forse no, visto il disgusto che tali immagini creano, si
sarebbe fermato.
Questo non lo sappiamo né mai lo sapremo.
La
storia, d’altronde, non si fa con i sé o con i ma.
Certo
è che il rapimento e l’uccisione di suo figlio lo hanno fermato.
Scosso a tal punto da farlo ricredere. Sconvolto così tanto da fargli annullare
(spero) ogni tipo di interesse, ogni tipo di curiosità verso quel mondo che
nella rete di internet andava cercando.
Per
questo, forse per la prima volta in vita mia, oggi scrivo: diamogli un’altra
occasione.
Diamola ad un uomo, e ad una famiglia, che hanno pagato in termini di sofferenza
in pochi mesi più di quanto tutti i pedofili veri che abbiamo incontrato nella
nostra vita, non abbiano mai pagato in cento esistenze messe insieme.
Li
abbiamo visti marciare, inaugurare asili, insegnare, dire messa, ricevere
condanne e tornare ATTIVI in circolazione. Liberi nell’abuso.
Qui
invece abbiamo un uomo che un giorno si è visto togliere dalle braccia il
proprio bimbo, restituitogli poi come un giocattolo rotto. Usato (male) e
gettato via come fosse immondizia….
Lo
stesso bimbo che abbiamo fatto nostro e che non dobbiamo mai toglierci dalla
mente, in memoria di tutti quegli altri bambini che ogni giorno soffrono in quel
mondo che per loro mondo non è.
Non
so se Paolo Onofri passerà mai da qui. Non so se mi leggerà, chissà…
Non
so neppure se del mio giudizio gliene possa importare qualcosa.
Io
però, auspicando magari un giorno pure di incontrarlo e di poterlo guardare
negli occhi per parlare a lungo, tra parole e silenzi,
da qui scrivo che lo perdono.
Che la sua pena l’ha pagata. E gli auguro di trovare la forza e la serenità per
ricostruire (nel possibile) i suoi affetti e magari un domani di poter dare la
sua voce a quei bambini che da qui, sempre e comunque, difenderemo.
Trovando nei loro occhi, gli occhi, azzurro cielo, di suo figlio…il “nostro”
Tommy.
Prima
che sia troppo tardi e qualcuno spenga per sempre quella luce……. |