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CHI DIFENDE I PEDOFILI?

Altre partecipazioni negative di Massimiliano Frassi  ۩  ۩

 

L’acuirsi del sentimento di riprovazione sociale verso determinate forme di reati, avvertite dalla generalità dei cittadini come particolarmente odiose e pericolose, perlopiù amplificate dai mass media come un’emergenza di carattere straordinario, avente un elevato coefficiente di pericolosità per la convivenza civile e l’ordine democratico, non ha consentito una valutazione serena del contesto sociale prima e dopo l’emanazione della legge contro gli abusi sessuali (66/96). Tuttavia, taluni, stante il clima sociale agitato, sono stati indotti a superare quel limite di criticità accettabile, additando quanti osservano che dopo tutto è un reato individuale, come può essere quello della tossicodipendenza, con la differenza che le prove irrefutabili sono scarse. Il più delle volte ci si aggrappa a teorie messianiche o folli per creare inferenze di carattere probatorio, etichettando come difensori dei pedofili quanti, a ragion veduta, offrono orientamenti e considerazioni alternative, degne di tutto rispetto di una critica costruttiva.

Partendo da questo ordine di ragioni e prendendo in esame alcune esternazioni (forti) fatte su un blog e confrontandole con precedenti considerazioni dello stesso autore, si è rilevata, a distanza di tempo, una scollatura logica tra causa e effetto.

Lo spunto, per approfondire il tema, ci viene offerto dal rappresentante dell’associazione Prometeo, avente come scopo sociale la difesa dei bambini vittime di pedofilia. Riflettendo sui contenuti pubblicati sul sito dell’associazione, sembrerebbe che la realtà non sia sempre attinente all’oggetto sociale che si intende perseguire, in quanto, tra gli scritti, ve n’è uno in particolare che sostiene una manifestata difesa ad oltranza verso Paolo Onofri.

L’Onofri, tanto per intenderci, è il padre di quel bambino che è stato rapito e ucciso, e che in concomitanza di una perquisizione in seno alla sua dimora, le forze dell’ordine rinvennero del materiale pedopornografico (Allegato A e B).

È evidente che dinanzi a un fatto conclamato di questa entità è alquanto difficile sostenere due posizioni contrapposte, in cui una è la difesa delle vittime di abusi sessuali sui bambini e l’altra giustificare l’operato, minimizzandone il reato, di colui che ha un interesse verso un certo tipo di materiale, per di più in violazione delle norme del codice penale.

D'altronde dobbiamo essere consapevoli che per quanto l’uomo di buon senso cerchi di avere una condotta irreprensibile, non sempre le circostanze e le insidie consentono di mantenere una certa rotta, comunque il tutto può essere giustificato se vi sono le manifeste condizioni di umiltà, buona fede e remissione.

Partendo da questa premessa è doveroso, a onor di critica, riportare alcuni brani significativi pubblicati dal rappresentante dell’associazione a firma di Massimiliano Frassi, e inseriti nella missiva intitolata “Il dibattito”, a sostegno e giustificazione dell’operato del Paolo Onofri.

Il documento riporta le seguenti frasi:

“Paolo Onofri ha patteggiato per la detenzione di materiale pedopornografico

Certo è che il patteggiamento permette di evitare un processo che, in questo caso, sarebbe stato anche e soprattutto mediatico.

Se Paolo Onofri fosse stato uno tra i tanti (troppi) “curiosi” finiti nella rete a caccia di foto e filmati, il mio giudizio oggi sarebbe duro. Anzi, durissimo. Senza mezze misure, né mediazioni.

Però Onofri, che ricordo ha sempre ammesso il reato, …

Già qualche tempo fa affrontai l’argomento, chiedendo che le cose fossero chiarite ma soprattutto che ci fossero gradi e giudizi diversi, a seconda che il soggetto ritratto fosse un bimbo stuprato o una modella consenziente simil Lolita.

...

Io però, ..., da qui scrivo che lo perdono. Che la sua pena l'ha pagata. ...(Allegato C).

 

Il fatto interessante risiede nella contraddizione fra il contenuto dello scritto e quanto realmente professato per altre situazioni, come ad esempio quelle che, immancabilmente, deplora e persegue verso coloro i cui giudizi non sono definitivi o condanne per errori giudiziari (assenza di prove irrefutabili), riportando immagini e alimentando una dubbia serenità sociale. Nel caso Onofri, oltre a prendere le sue difese, ritiene che la legge, secondo il suo parere, dovrebbe fare una distinzione fra reato di stupro e Lolite consenzienti (anche se minorenni), mentre per gli altri casi non vi dovrebbero essere mezze misure o mediazioni.

Tanto meno può essere sostenuta la tesi che il reato di pedofilia deve essere suddiviso per fasce d’età, come dire che l’agito nei confronti di un infante è diverso dall’adolescente o ancor più verso una Lolita. Inoltre, la quantità e la qualità del materiale pedopornografico che si riscontra in questi casi non consente di addurre che fossero solo delle Lolite, come si vuol far credere. Il reato di pedofilia, compreso il materiale pedopornografico, non fa distinzione fra atto carnale o libidine, cioè: un toccamento, una carezza, un bacio, una penetrazione o quant’altro si voglia immaginare, è e resta comunque un’azione perseguibile a norma di legge. Giustificare, anche solo parzialmente, colui che detiene un tale materiale potrebbe ravvisarsi una compiacenza del suo operato, con la sovrapposizione dei due  piani.

Così come è da escludere a priori una distinzione di reato tra una violazione della libera determinazione sessuale (stupro) di un minore e la detenzione di materiale pedopornografico, dinanzi a prove irrefutabili, come nella fattispecie.

Oltretutto, di recente e attraverso il suo blog, ha inveito, definendo “sciacalli e affini” coloro che avrebbero annunciato, stante lo stato di coma, la morte di Paolo Onofri.

In più occasioni si è potuto rilevare la mancata coesione logica-razionale fra scritti e realtà (per l’assenza di atti processuali), a tal punto che a distanza di tempo si viene smentiti dalle circostanze stesse.

È sufficiente menzionare il famoso caso di falso abuso della scuola materna Sorelli di Brescia, che stante i giornali  l’abbiano considerato un protagonista a difesa dei genitori, e perlopiù abbia condannando anticipatamente gli imputati ancor prima delle tre sentenze assolutorie, L’Avvenire scrisse: (l’associazione Prometeo non aveva atteso il lavoro dei giudici e aveva subito concluso che "il tutto va inquadrato tra gli abusi ritualistici di stampo satanico, gli elementi ci sono tutti: escrementi, torture, croci, religiosi deviati"...)

Più volte si è cimentato in giudizi senza alcuna prova a supporto del suo dire, circa il fatto, che quanti sono orientati a una maggiore attenzione verso coloro che vengono indagati per atti di pedofilia sono gruppi associativi di pedofili e soggetti inqualificabili, nonché rei di tanti altri reati sul territorio nazionale.

Dopo tutto non si incontra alcuna difficoltà a tacciare gli altri come pedofili dinanzi a una strenua difesa della propria innocenza, quando non ci sono delle prove irrefutabili. L’innocente condannato non patteggia la pena, e tanto meno la scelta di un rito abbreviato non sostanzia la colpevolezza per la riduzione dello scotto, quando in primo grado si è assolti perché i fatti non sussistono. La saggezza del l’uomo non consente a una madre di indurre la propria figlia a spogliarsi per dimostrare un abuso, tanto meno condurla in televisione per sostenere la sofferenza dell’infante per creare uno scoop ed ottenere una maggiore visibilità alla propria causa di sola facciata. (Successivamente la madre ha sconfessato l'accusa  ۩ )

                  

       

 

                      

Così come non è sostenibile che le dichiarazioni de relato possano divenire fonte probatoria, soprassedendo alla logica razionale della genuinità delle dichiarazioni di una minore che si confondono e si sovrappongono con quelle della fonte che ha ricevuto le dichiarazioni, nonché con il modo con cui sono state assunte ed ottenute le rilevazioni dell’infante.

Non mancano certamente le velate o concrete minacce di querela a destra e a manca verso coloro che osano criticare il suo operato, come hanno fatto con Don Mario Neva e tanti altri, e appare evidente come tale soggetto difficilmente accetti la sconfitta (۩ ). Anche nella ricerca di un dialogo o un confronto, comunque, si è esposti a ricevere, attraverso il suo blog, un “f…...”.

 

                     Immagine tratta dal suo blog

 

E per evitare di essere cinici, sarebbe opportuno che la memoria del piccolo Tommaso fosse ricordata come beato fra il canto degli angeli, e non a giustificazione dell’operato del padre, offrendogli, a lui e non agli altri, l’opportunità di redimersi, perdonandolo.

Non mancherà occasione di offrire, a coloro che lo desiderano, un decalogo sulla falsa accusa di pedofilia (quelli veri si identificano senza tante formalità), con esempi di casi concreti e prassi da perseguire (pregiudizi comuni, stereotipi di ogni specie, teorie psicologiche folli, inferenze sugli asini che volano…), sia prima che dopo il sospetto o pettegolezzo di un presunto abuso, per una “giusta” condanna degli innocenti. Cioè una specie di vademecum dell’ante denuncia, già in precedenza pubblicato e criticato dai cacciatori di streghe e pedofili, a tutela degli insegnanti delle scuole materne.

A conclusione di quanto esposto, si può facilmente comprendere quali siano le modalità a sostegno di chi si è reso responsabile di atti indegni. Per di più si ribadisce che il diritto di critica deve consistere in un dissenso motivato, espresso in termini corretti e misurati e non deve assumere toni gravemente lesivi dell'altrui dignità morale e professionale. Il limite all'esercizio di tale diritto deve intendersi superato quando l'agente trascenda in attacchi personali diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato, giacché in tal caso l'esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell'ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell'aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta" (Cass. 11/3/98 n.5772).

Li, 31 luglio 2010


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GLI ARTICOLI DI GIORNALE DEL CASO PAOLO ONOFRI

E LA LETTERA APERTA DI MASSIMILIANO FRASSI

Allegato A

 LA REPUBBLICA

del 22 maggio 2008

 

Pedopomografia: Cassazione conferma condanna a Paolo Onofri

 

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal padre di Tommy contro la sentenza di patteggiamento dei gip di Parma che gli aveva inflitto 6 mesi.

 

La Cassazione conferma la condanna per pedopornografia a Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy rapito e ucciso nel marzo dei 2006. La Prima sezione penale della Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Paolo Onofri contro la sentenza di patteggiamento dei gip di Parma che, il 25 ottobre 2006, g1i aveva inflitto sei mesi di reclusione per detenzione di materiale pedopornografico e mille euro di multa (poi sospesa).

Onofri era finito nel registro degli indagati dopo il ritrovamento, il 10 marzo 2006, di circa 30 tra filmati e file pedopornografici su un vecchio computer (in tutto 391documenti informatici) custodito in un sottoscala di via Jacchia a Parma. I filmati furono ritrovali nel corso delle indagini quando ancora non si sapeva della tragica fine del piccolo. Il padre di Tommaso si giustificò dicendo che quei filmati erano il frutto di una ricerca antipedofilia e che era sua intenzione denunciare il fatto alle autorità.

Il ricorso pero è stato bocciato perché contro la pena patteggiata non si può reclamare in Cassazione. Anche la Procura del Palazzaccio aveva chiesto di dichiarare inammissibile l’istanza.

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Allegato B

 CORRIERE DELLA SERA

del 11 marzo 2006 a cura di Marco Imarisio

 

Video con bimbi, indagato il papà di Tommy

 

In una cantina affittata nel centro di Parma trovati in un computer immagini e un filmino pedofilo. “Li raccoglievo per una denuncia”

 

Questa è una storia orrenda. Dove niente è come sembra, dove il tempo che passa sembra una sentenza, dove un padre preferisce la tutela del proprio ego alla salvezza di suo figlio. Il giardino segreto di Paolo Onofri è un magazzino lungo e stretto, al piedi di un palazzo a tre piani dalle facciate color senape. Lo aveva acquistato nel 2002, un saldo della Cisl che chiudeva la sua sede.

Non lo sapeva nessuno, neppure sua moglie Paola. Via Jacchia, quartiere Montanara, settima circoscrizione di Parma, periferia più che decorosa e meno di un chilometro dall'ufficio postale diretto dal papà di Tommaso. Dove pochi giorni fa c'era Claudio, un suo collega con l'hobby della chitarra da suonare per osterie, che diceva: “Se dovessi scrivere una canzone per Paolo, comporrei la ballata dell'uomo comune”.

Lo sgabuzzino era diventato un salotto senza finestre, appena due fessure che si affacciano sulla rampa dei garage. Appeso alla parete c'è il diploma dell'Herbalite world team, accanto il gagliardetto della finale di Coppa delle Coppe vinta dal Parma a Wembley. Sopra ad un bancone di legno sono appoggiati dei raccoglitori, sul muro di fronte c'è una libreria con l'enciclopedia dei Personal computer, un paio di vocabolari, testi new age. Le poltrone sono vecchie ma eleganti, c'è anche un tappeto, la luce arriva da una lampada di vetro soffiato. C'era anche un computer seminuovo nel mezzo della stanzetta. Lo hanno preso tre giorni fa i poliziotti.

Dentro c'erano 391 fotografie, 92 file e decine di filmati scaricati da internet. Roba pesante, da vomito. Pedofilia spinta, con bimbi violentati, giovanissime orientali incitate ad accarezzarsi tra loro. Infanzia costretta a pose oscene da pornostar, questa roba.

Il sospetto era arrivato subito. Venerdì, subito dopa il sequestro, Onofri aveva consegnato Il suo Pc alla polizia con qualche esitazione. Erano stati notati dei file cancellati. Dalla cantina della sua vecchia casa in via Olimpia era spuntato un altro computer, del quale i familiari ignoravano l'esistenza. Anche li c'era qualcosa che non andava. E poi, il diario della moglie: alcune frasi, a quanto pare, avrebbero attirato l'attenzione degli inquirenti spingendoli ad approfondire le indagini sul papà di Tommaso. Infine, la scoperta dei rifugio. Paolo Onofri ha detto che stava raccogliendo materiale per denunciare il traffico di minori sul web. Nel lunghissimo interrogatorio di mercoledì notte gli è stato spiegato che quello schifo non era la priorità, che in questo momento conta soltanto ritrovare un bimbo scomparso, suo figlio, e forse è il caso di raccontare per bene le sue attività.

Di cominciare a collaborare, che qui il tempo passa troppo veloce. Lui si è imbestialito. Se era un patto paradossale quello che gli è stato proposto, collaborazione piena con gli investigatori in cambio di una semplice reprimenda per le sue attività online, l'ha rifiutata. Da ieri risulta iscritto nel registro degli indagati, alla voce «detenzione di materiale pedopornografico», e riesce difficile pensare a un contrappasso più infamante, per il padre di un bambino che non si trova più. La pedofilia non ha niente a che fare con il sequestro di Tommaso, questa è la parola d'ordine degli inquirenti. Alcuni investigatori non erano d'accordo con la scelta di formalizzare l'accusa contro Onofri, scelta che inevitabilmente significa l'addio alla speranza di una visita guidata nei segreti di quest'uomo. Ma era difficile far finta di niente davanti alla porcheria di quei filmati. Muro contro muro, da oggi. Si indaga su Onofri, ma le sue perversioni non c'entrano. Sarà. E si spera, che sia davvero così.

Meglio l'attuale vuoto pneumatico di questo schifo, che però rappresenta l'unica scoperta investigativa a nove giorni dal sequestro. Il ragionamento di un investigatore: «Se troviamo la cassaforte scassinata a casa di un rapinatore di banche, è automatico mettere le due cose in collegamento. Se scopriamo certe porcherie indagando sulla scomparsa di un bimbo, non è che possiamo escludere a priori un movente legato alla pedofilia, sarebbe illogico». Paolo Onofri, dunque, gli occhi sempre più stretti, l'espressione sempre più stanca, le tasche del cappotto gonfie di pacchetti di Camel, e una serie di comportamenti strani che adesso vengono davvero paragonati a quelli che terrebbe un uomo comune nella sua situazione. La sera dopo il sequestro, con la moglie e i figli stravolti dall'angoscia, l'uomo comune tornerebbe a casa alle tre di notte, dopo aver girovagato per la campagne guidando e parlando al cellulare per ore, ripetendo il copione la sera seguente?

Adesso, dopa questa coperta è difficile non ripensare a quella frase pronunciata sabato mattina nell'aia della casa di Casalbaroncolo. «Perché hanno rapito mio figlio? Ma l'avete visto? È cosi bello. È biondo, riccio, non può passare inosservato. L'hanno preso perché è il bambino più bello».  Forse era l'orgoglio di un padre, forse Onofri sa qualcosa che non vuole rivelare agli investigatori. È un uomo che guadagna 2.300 euro al mese quando va bene, ma presta 190 milioni di vecchie lire alla sorella Laura, e altre cifre di minore entità a due sui colleghi. Conosce alcune persone che secondo un’indagine appena avviata dalla procura di Parma sarebbero coinvolte in un giro di riciclaggio. I libretti degli assegni dei detenuti del carcere di Parma che transitavano per l'ufficio postale di Montebello Sud diretto da Onofri sono stati inviati al Ris, per controllare le firme. Queste sono le uniche due piste plausibili rimaste in piedi, ed entrambe girano attorno al padre di Tommaso.

Ieri sono arrivate due strane telefonate dalla Germania, una voce di donna che sosteneva di sapere dov'è il bambino. Meglio non farsi illusioni. Quando un inquirente auspica un colpo di fortuna, significa che l'ottimismo non è di casa. Paolo Onofri ha sibilato due frasi dal finestrino dell'auto che lo portava fuori dalla questura. «Rivoglio il mio bambino - ha detto -. Io non so dov'è». Aveva lo sguardo coperto da occhiali scuri. È tornato nella casa che in questi giorni ospita la sua famiglia. Un padre dai molti segreti, così determinato nel proteggerli da anteporli alla ricerca di suo figlio. Ieri ne hanno rivelato uno, il più infame. La ballata dell'uomo comune di Casalbaroncolo è stata trasmessa dappertutto, anche dalle breaking news della Cnn . Alla base della schermo scorreva la notizia di un padre italiano accusato di cose vergognose. E sullo sfondo, c'era la foto di suo figlio che sorride.

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Allegato C

 Lettera aperta a Paolo Onofri, papà di Tommy

di Massimiliano Frassi

 

IL DIBATTITO:

Paolo Onofri, padre del piccolo Tommy, ha patteggiato per la detenzione di materiale pedopornografico. Questo il punto di partenza. La notizia. A cui fa seguito la nostra riflessione..

 

Non so bene come iniziare, ma soprattutto dove andrò a parare.

Difficile oggi affrontare la pagina bianca.

Arduo dividere certi sentimenti.

Da una parte la commozione, dall’altra la rabbia. E l’indignazione.

Coerenti con il proprio impegno.

Paolo Onofri ha patteggiato per la detenzione di materiale pedopornografico.

Questo il punto di partenza. La notizia.

Di che tipo di materiale si parli però ancora non lo sappiamo.

Questo invece un punto “sterile”.

Certo è che il patteggiamento permette di evitare un processo che, in questo caso, sarebbe stato anche e soprattutto mediatico.

Promotore di frustranti morbosità.

Negative attenzioni.

Troppo viva la commozione. L’ansia. Il dolore per il rapimento e l’omicidio del piccolo Tommaso: per poter essere obbiettivi. E separare ciò che di fatto è da sempre già separato.

Se questo non fosse accaduto. Se Paolo Onofri fosse stato uno tra i tanti (troppi) “curiosi” finiti nella rete a caccia di foto e filmati, il mio giudizio oggi sarebbe duro. Anzi, durissimo. Senza mezze misure, né mediazioni.

Come da sempre vi ho abituato a sentire, anche, in questo spazio.

Però Onofri, che ricordo ha sempre ammesso il reato, ha anche più volte parlato di foto di “ragazzine”, quasi maggiorenni, con immagini che suppongo siano lontane anni luce da quella che consideriamo pedopornografia.

Già qualche tempo fa affrontai l’argomento, chiedendo che le cose fossero chiarite ma soprattutto che ci fossero gradi e giudizi diversi, a seconda che il soggetto ritratto fosse un bimbo stuprato o una modella consenziente simil Lolita.

Oggi ribadisco tale richiesta, sottolineando anche che forse a Paolo Onofri dobbiamo un’altra chance, una seconda occasione.

Quella stessa che la morte di suo figlio ci obbliga a dargli.

Altrimenti ci saremmo indignati, commossi, incazzati, per niente.

Paolo si è affacciato alle porte che conducono alla pedopornografia. Forse sarebbe anche potuto andare avanti, ed oggi sarebbe uno dei nostri principali nemici/denigratori. O forse no, visto il disgusto che tali immagini creano, si sarebbe fermato.

Questo non lo sappiamo né mai lo sapremo.

La storia, d’altronde, non si fa con i sé o con i ma.

Certo è che il rapimento e l’uccisione di suo figlio lo hanno fermato.

Scosso a tal punto da farlo ricredere. Sconvolto così tanto da fargli annullare (spero) ogni tipo di interesse, ogni tipo di curiosità verso quel mondo che nella rete di internet andava cercando.

Per questo, forse per la prima volta in vita mia, oggi scrivo: diamogli un’altra occasione.

Diamola ad un uomo, e ad una famiglia, che hanno pagato in termini di sofferenza in pochi mesi più di quanto tutti i pedofili veri che abbiamo incontrato nella nostra vita, non abbiano mai pagato in cento esistenze messe insieme.

Li abbiamo visti marciare, inaugurare asili, insegnare, dire messa, ricevere condanne e tornare ATTIVI in circolazione. Liberi nell’abuso.

Qui invece abbiamo un uomo che un giorno si è visto togliere dalle braccia il proprio bimbo, restituitogli poi come un giocattolo rotto. Usato (male) e gettato via come fosse immondizia….

Lo stesso bimbo che abbiamo fatto nostro e che non dobbiamo mai toglierci dalla mente, in memoria di tutti quegli altri bambini che ogni giorno soffrono in quel mondo che per loro mondo non è.

Non so se Paolo Onofri passerà mai da qui. Non so se mi leggerà, chissà…

Non so neppure se del mio giudizio gliene possa importare qualcosa.

Io però, auspicando magari un giorno pure di incontrarlo e di poterlo guardare negli occhi per parlare a lungo, tra parole e silenzi, da qui scrivo che lo perdono. Che la sua pena l’ha pagata. E gli auguro di trovare la forza e la serenità per ricostruire (nel possibile) i suoi affetti e magari un domani di poter dare la sua voce a quei bambini che da qui, sempre e comunque, difenderemo.

Trovando nei loro occhi, gli occhi, azzurro cielo, di suo figlio…il “nostro” Tommy.

Prima che sia troppo tardi e qualcuno spenga per sempre quella luce…….