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Da "Il Giornale di Brescia" del 4 maggio 2006


Violenza sessuale: papà assolto,

ma la figlia è persa

Ricostruita la verità, non il rapporto 


Assolto dal Tribunale perché il fatto non sussiste.

Condannato dal sistema a non avere più una figlia. Cade l’accusa di violenza sessuale, ma gli strascichi della vicenda hanno conseguenze che nessun giudice può evitare.

Per effetto di quell’incriminazione lui, un impiegato di 37 anni residente in Franciacorta, ben difficilmente riuscirà a ricostruire il rapporto con la figlia avuta dieci anni fa da una ragazza che allora ne aveva appena 18. Ben difficilmente riuscirà a far capire a sua figlia che non è il nemico da sconfiggere. Ben difficilmente, anche con l’aiuto di una sentenza che gli dà ragione ed evidenzia che a non andare semmai è il sistema con cui vengono gestite certe emergenze, ma anche presunte tali, riuscirà ad essere padre, ad esercitare una potestà che gli attribuisce il sangue, prima ancora della legge.
Una potestà che di fatto l’uomo smette di esercitare nel 2002. La bambina, che ha sei anni e vive con la madre che con lui non si è mai sposata, non ha mai convissuto e condivide un rapporto distaccato e condito da qualche intervento del Tribunale dei minori circa le modalità delle visite e dei colloqui, riferisce alla mamma che in uno degli ultimi incontri col padre si sono verificati fatti che, almeno apparentemente, hanno un che di torbido. Lei, la madre, all’epoca ventiquattrenne, sporge denuncia. Si attivano i servizi sociali, la procura e il Tribunale dei minori. Quest’ultimo sospende gli incontri della piccola con il padre.
Parte l’indagine, l’uomo resta in libertà. Prima di due anni però il processo non entra nel vivo. La bambina viene sentita in incidente probatorio solo nel 2004. Qui spiega al giudice di sfregamenti sotto la doccia, con il papà. Nel frattempo la piccola ha cambiato scuola, vive in una casa con la mamma e con un fratellino che la donna ha avuto dalla sua nuova unione. Anche il padre, quello naturale, si è sposato ed ha messo su famiglia. La sua nuova vita però è scandita dall’accusa che lo vuole mostro.
Il processo prosegue, arriva in aula. Qui Cristina (un nome di fantasia) viene interrogata di nuovo. La piccola precisa fatti e circostanze che aveva già raccontato: spiega infatti che sotto la doccia il papà aveva usato un sapone diverso da quello utilizzato dalla mamma, un sapone che la irritava.

La difesa dell’uomo, affidata all’avvocato Giambattista Scalvi, riesce a dimostrare al collegio composto dai giudici Pagliuca, Allegri e Canzi, che il metodo adottato dai consulenti di parte nel corso delle audizioni sia stato applicato in modo scorretto: troppo induttive le domande alla piccola. Il Tribunale accoglie le osservazioni dell’avvocato e assolve il papà. Il fatto non sussiste: per il Tribunale la bambina non ha subito violenze sessuali da parte del padre. Una sentenza che restituisce serenità all’uomo, ma non la figlia. «Nonostante il verdetto sia inequivocabile - spiega l’avvocato Scalvi - non ha la forza di restaurare il rapporto. Il risultato, che si sta verificando troppo frequentemente, è imputabile al malfunzionamento del sistema. È sufficiente una denuncia ai servizi sociali, che in queste occasioni si occupano burocraticamente della vicenda, per far scattare il blocco dei colloqui, per interrompere un rapporto che, passato il tempo del processo, non si ricucirà mai più».

 

 

Da "Bresciaoggi" del 4 maggio 2006

 

Accusato di abusi sulla figlia, assolto

 

Un calvario di quattro anni per un giovane padre franciacortino

denunciato al tribunale dalla moglie

Il difensore Gianbattista Scalvi:

 

«La giustizia minorile va riformata»

 

 

Un calvario lungo quattro anni e un rapporto ormai quasi irrecuperabile con la propria bambina.

È la situazione in cui si trova un 37enne della Franciacorta accusato nel 2002 di violenza sessuale nei confronti della figlioletta di sei anni e assolto nei giorni scorsi perchè il fatto non sussiste.

L’assoluzione per il 37enne e per il suo legale, l’avvocato Gianbattista Scalvi, è una bella soddisfazione, ma non è la soluzione a tutti i problemi. Perchè oggi, a distanza di quattro anni da quando al padre è crollato il mondo addosso, recuperare il rapporto con la figlioletta non sarà facile. O meglio, rischia di essere difficilissimo. Perchè il padre è rimasto per quattro anni senza vederla, perchè agli occhi della piccola - è lo stesso padre a pensarlo - è diventato una specie di mostro.

E c’è il rischio reale che la bambina, ormai inserita nella nuova famiglia che si è creata la madre, non cambi più idea. C’è il rischio che il giovane padre, dopo quattro anni di calvario e benchè assolto, abbia perso per sempre la sua bambina.
È l’avvocato Gianbattista Scalvi a lanciare l’allarme, perchè le situazioni come quella vissuta dal suo cliente sono sempre più frequenti, sono sempre più numerosi i conflitti tra genitori che finiscono davanti al giudice.

E sempre più spesso molti genitori (quasi esclusivamente papà) vengono accusati di molestie, abusi o comunque di comportamenti dubbi nei confronti dei bambini. «C’è molto da riformare - dice l’avvocato - perchè il funzionamento della giustizia minorile e il lavoro degli assistenti sociali sono assai criticabili. Spesso tutto si riduce a un fatto puramente burocratico. È sufficiente una denuncia per finire in una situazione da cui non è facile uscire. Gli assistenti sociali prendono atto della denuncia e propongono al tribunale la sospensione di colloqui e visite. O se il bambino vive con tutti e due i genitori viene impedito a quello denunciato di vederlo. Basta una semplice denuncia, senza che venga fatta alcuna verifica, e i rapporti si interrompono. E con i tempi della giustizia i rapporti si interrompono per anni».
È quanto successo al 37enne della Franciacorta. La sua vicenda prende il via sei anni fa, quando la figlia avuta dalla sua compagna ha quattro anni. Il padre e la madre, che non hanno mai vissuto insieme, cominciano nel Duemila ad avere alcuni dissapori. I rapporti sono tesi al punto che la coppia di genitori deve ricorrere più di una volta al Tribunale per i minori. Sono i giudici a regolare i rapporti tra la coppia, a stabilire quando e quanto il padre può vedere la bambina. Nel frattempo la madre della bambina si sposa e ha un altro figlio, cambiano paese e la piccola cambia scuola materna. Per la bambina, secondo l’interpretazione dei consulenti della difesa, «il padre naturale diventa un ostacolo, la figura che le impedisce di inserirsi nella nuova famiglia».
I rapporti continuano a essere difficili, finchè la bambina racconta alla madre di «sfregamenti sotto la doccia», di giochi particolari. La madre sporge denuncia, il Tribunale vieta al padre le visite della figlia. «Nessuna indagine, nessun accertamento» precisa l’avvocato Scalvi «solo una denuncia e per il padre inizia un lungo periodo buio». La bambina viene sentita con la formula dell’incidente probatorio, nel 2003 è sottoposta a una perizia psicologica. L’inchiesta viene chiusa nel 2004 con la richiesta di rinvio a giudizio. Nel processo vengono sentiti i consulenti della difesa e dell’accusa (l’inchiesta è stata coordinata dal pm Francesco Beraglia, ma in aula ha sostenuto le argomentazioni della procura il pm Simone Marcon). Una vera e propria guerra di consulenze e di perizie. I giudici decidono di risentire la bambina che ripete alcune situazioni già descritte nel corso dell’incidente probatorio, ma con alcune precisazioni che aprono ampi spiragli per l’imputato. La difesa contesta il modo in cui la bambina è stata sentita, le dichiarazioni indotte. Argomentazioni che hanno convinto anche i giudici (presidente Pagliuca) che hanno deciso l’assoluzione.


Wilma Petenzi