TORNA ALLA HOMEPAGE

 

 

“…Per almeno otto anni abbiamo condotto indagini sulla base di quanto affermato dalle presunte vittime di abusi rituali…

Spetta ora agli specialisti in ambito psichiatrico, e non alle forze dell'ordine, spiegare perché le vittime raccontano cose che non risultano essere avvenute…"

 

Kenneth V. Lanning, dell'Unità Scientifica Comportamentale dell'FBI, a proposito del processo riguardante l'asilo McMartin a Manhattan Beach- USA

 

Il “caso Brescia”, che ha la sua genesi nell’inverno 2001 e che riguarda almeno 4 scuole materne comunali, certamente passerà alla storia (e, ci auguriamo, alla giurisprudenza) come uno dei più clamorosi casi di falsi abusi sui minori a livello nazionale e, forse, internazionale.

 

Il primo fatto che balza agli occhi nel “caso Brescia” (e che non può non far riflettere), è l’assoluta mancanza di una qualsiasi prova a carico delle persone sotto accusa.

In città, nel corso dei mesi, e a più riprese, sono circolate voci e pettegolezzi a proposito del rinvenimento di “prove schiaccianti”, certificati medici “inequivocabili”, addirittura fotografie, filmati e videocassette che avrebbero “inchiodato” gli indagati.

Tutt’ora molti bresciani sono convinti dell’esistenza di tali evidenze.

Ebbene, possiamo affermare senza timore di smentita che agli atti dei processi in corso non vi è nulla di tutto questo.

Di più: tutti gli accertamenti posti in essere dagli inquirenti hanno dato esito negativo. Nessuna intercettazione telefonica compromettente, nessun improvviso arricchimento degli indagati, nessuna anomalia sui conti correnti, nessun esito dai pedinamenti e dagli appostamenti. Queste circostanze hanno portato uno degli ispettori che condussero le indagini ad ammettere (in aula, dinnanzi alle domande degli avvocati) che “durante lo svolgimento delle indagini non fu trovato nulla che potesse giustificare il proseguimento delle stesse”.

Questa mancanza di prove, che potrebbe essere comprensibile nel caso di abuso avvenuto tra le mura familiari, assume una valenza totalmente diversa quando, come in questo caso, i presunti abusi coinvolgono decine di adulti (insegnanti, ausiliari, sacerdoti), decine di bambini, e altrettante decine di ”complici” degli adulti, esterni all'ambiente lavorativo scuole materne (ovvero i “veri pedofili”, coloro i quali "commissionavano" agli indagati il prelievo dei bambini. Nessuno di questi complici è mai stato identificato essendo, ovviamente, inesistenti..).

La mancanza di prove assume una valenza ancora più intensa se si considera che, stando alle accuse, questi bambini vennero portati ripetutamente e nell’arco di diversi mesi all’esterno delle scuole, con vari mezzi (biciclette, motorini, automobili, furgoni), a volte soli, a volte in gruppo, sempre in pieno giorno e alla luce del sole, in zone della città particolarmente popolose.

I bambini, secondo le stravaganti accuse, venivano, nell’ordine, narcotizzati, de-narcotizzati (non si sa bene come), trasportati in diversi  appartamenti, ville, teatri o luoghi pubblici, spogliati, cosparsi di varie sostanze, abusati, fotografati, videoregistrati, minacciati, percossi con pugni sul viso, picchiati con bastoni, feriti con coltelli, e infine riportati alla scuola materna e riconsegnati ai genitori.

Di tutto ciò, nessuno si è mai accorto di nulla. Nessuna traccia è mai stata trovata. Nessun testimone ha mai visto alcunchè. Nessuno. (e tantomeno i genitori dei bambini..)

Basterebbe forse questo per determinare un “non luogo a procedere”.

E invece no.

Si è stabilito che i (pochi) racconti di bambini in età prescolare, i (molti) racconti dei genitori (racconti quindi “de relato”, con valenza processuale limitata) e qualche perizia psicologica effettuata da “esperti” possono divenire “prove granitiche e inoppugnabili”, nonostante le loro numerose contraddizioni, lacune e assurdità, nonostante l’evidente contagio tra i genitori, nonostante le testimonianze chiare e puntuali a discolpa degli indagati.

Per capire come questo possa essere successo, cominciamo dall’inizio.

 

 

La Scuola Materna "Abba"

 

La ricostruzione che segue è opera di persone che, per vicinanza all’ambiente delle scuole materne cittadine, alle persone accusate, ma anche ai genitori che accusano e ai loro figli, sono a conoscenza dei fatti quali realmente accaduti.

I riferimenti alle persone vanno intesi in relazione alla loro presenza negli ambienti citati all’epoca dei fatti.

  

14 Dicembre 2001. Tutto nasce dalla errata lettura di generici segni di disagio di una bambina di quattro anni: poca voglia di andare a scuola, il sonno disturbato, atteggiamenti aggressivi verso sè stessa e verso i propri giochi. Una neuropsichiatra infantile, consultata, formula l’ipotesi di un abuso sessuale. I genitori, sorpresi e comprensibilmente spaventati, iniziano a sottoporre la piccola a continui ossessivi interrogatori alla ricerca del colpevole.

 

Il termine “ossessivi” non corrisponde a volontà di enfatizzare: esiste una audiocassetta registrata dalla stessa mamma in cui la figlia, fin da subito, viene ubriacata di domande sulle tragiche vicende prospettate dalla neuropsichiatra, con buona pace di tutte le indicazioni di massima cautela nel rapportarsi a bambini in età prescolare sospettati di abuso, che raccomandano di evitare domande suggestive e chiuse che spingono i piccoli ad assecondare gli adulti più che a raccontare cose realmente accadute.

Sarebbe sufficiente l’ascolto di questa audiocassetta per dubitare dell’intera vicenda e chiarire quale sia stato il meccanismo di suggestione azionato dai genitori accusanti che ha portato i minori ad assumere come “verità” cose accadute solo nell’immaginario di chi li ha interrogati.

Sulla spinta di queste sollecitazioni hanno così inizio i “racconti” della bambina.

 

Alla psicoterapeuta basteranno due soli incontri successivi con la piccola paziente per confermare tale ipotesi! Nel primo la bambina non ha voluto nemmeno parlare lasciando che sia la mamma a rispondere per lei.

La professionista, per formulare questa diagnosi, collega semplicemente il disagio, per cui deve spiegazione ai suoi clienti, ad una presunta situazione di “erotizzazione-eccitazione” desunta attraverso un gioco guidato a cui sottopone la piccola.

Una elementare associazione da manuale!

Il 9 gennaio 2002 viene fatta denuncia indicando in un bidello della scuola il colpevole.

Così parte l’indagine che dà inizio al clamoroso caso “pedofilia” nelle scuole materne di Brescia.

 

Dunque, in origine, l’accusa di “pedofilia” nasce nello studio professionale di una neuropsichiatra infantile.

Non c’è nessuna evidenza fattuale, non ci sono segni di violenza, non c’è nessun racconto spontaneo iniziale, non solo nel contesto di questa consulenza ma anche da parte di tutti gli altri bambini che verranno successivamente coinvolti.

Sono gli adulti, non i bambini, che iniziano a parlare di “pedofilia”, invocandola come teoria per spiegare i comportamenti di una bambina.

Questa non è una tesi innocentista, ma una verità oggettiva fissata agli atti: nessun bambino coinvolto in questa vicenda tornando a casa da scuola ha iniziato a raccontare cose strane ai propri genitori, tutti questi bambini vengono interrogati da adulti resi ostaggio dal panico e in chiara attesa di rivelazioni che confermino e esorcizzino le proprie paure.

 

Sappiamo che una consulenza simile ha già tratto in inganno la neuropsichiatra. In pubblica conferenza essa citerà, attingendo alla sua esperienza professionale, una vicenda nella quale le viene presentata una bambina di 8 anni che si accusa di piccoli furti che in realtà non commette. Associando questo “disagio” alla conoscenza di comportamenti della sessualità adulta giudicata inadeguata per l’età della bambina, la professionista  ipotizza un sospetto abuso. I genitori della bambina, casualmente, scoprono che la figlia ha avuto modo di condividere la visione di immagini erotiche con un amica. Caduta l’ipotesi di abuso, il “disagio” verrà infine spiegato come richiesta di attenzione generata dalla gelosia, a lungo repressa, per il fratello minore.

 

E’ nota l’ampia discrezionalità di opinione che caratterizzano le discipline della salute mentale. Ciò genera una significativa casistica di diagnosi discutibili, dispensate con il marchio della scienza, che rivelano in realtà solo una personale predisposizione a trasformare ogni traccia di disagio in abuso.

Dice Don Fortunato Di Noto, conosciuto come il prete antipedofili, “raccogliere il racconto di un bambino è un operazione che richiede operatori di altissimo livello: in tanti anni ho visto perizie ottime ma anche da mani nei capelli.” Noi aggiungiamo: perizie da mani nei capelli, purtroppo capaci di modificare i percorsi esistenziali di persone degne e rispettabili verso esiti drammatici.

 

E’ evidente un modo procedere (da parte della neuropsichiatra) per similitudine, per schematismi consolidati e semplificativi.

Una sorta di deformazione professionale.

Come è possibile in soli due brevi incontri riuscire a decifrare il complesso mondo interiore di una bambina e il suo modo di interagire con la realtà circostante fino a porre una diagnosi tanto pesante? 

I genitori, prima di quella consulenza, avevano visto nel comportamento disagiato della figlia una reazione alla maggiore frequenza scolastica imposta dalla ripresa dell’attività lavorativa della madre.

Infatti fino a metà ottobre, così come per tutto l’anno scolastico precedente, la bambina frequentava la scuola solo al mattino sempre accompagnata dalla mamma.

Ora invece deve fermarsi a scuola anche alcuni pomeriggi e sarà la nonna materna a ritirare la bimba da scuola.

I genitori, tra altro, segnalarono alla neuropsichiatra che l’insorgere dei disturbi della propria figlia coincide temporalmente con l’inizio dell’attività lavorativa della madre.

 

Va evidenziato come, durante le indagini, non verrà mai accettato un contraddittorio professionale su questa diagnosi di sospetto abuso.

Negli sviluppi dell’indagine, di fronte alle richieste di  sottoporre la bimba a perizia psichiatrica o di farle sostenere un colloquio psicologico preliminare all’incidente probatorio (interrogatorio alla presenza di un giudice), sarà la neuropsichiatra infantile a sconsigliare entrambe le visite per il bene della bimba.

Verrà invece accettata una visita ginecologica invasiva, la bimba sarà spogliata e fotografata presso un centro specializzato a Milano che non evidenzierà segni pregressi di abuso, confermando così il riscontro negativo già formulato per tempo dalla pediatra di base.

Durante l’incidente probatorio la bimba non ripeterà i suoi racconti, sollecitati e trascritti dalla madre su apposito diario nei mesi precedenti.

 

Dopo un anno, a febbraio/marzo 2003 i bambini coinvolti vengono sentiti in incidente probatorio.

La prima bambina, che è il principale testimone a supporto dell’accusa, di fatto, non ripeterà quei racconti in precedenza solo riportati dalla madre.

In un lungo e faticoso interrogatorio essa riceverà continue sollecitazioni dalla mamma affinché racconti anche alla giudice. Sono stati contati e quantificati in ben 500 i solleciti ricevuti!

Significativo il passaggio in cui la stessa giudice, evidentemente infastidita dal silenzio della bimba, chiede di rivelare il nome del colpevole e propone alla bimba una rosa di nomi da scegliere: il nome del bidello “cattivo”, e altri inventati ed estranei alla conoscenza della piccola!

Così viene rivelato dalla bimba per la prima volta all’autorità giudiziaria l’identità del presunto colpevole!

 

Va detto che questi bambini mostrano attitudini al racconto eterogeneo, e se qualcuno racconta con più facilità,  altri non dicono quasi nulla (tant’è che vengono accettati i racconti “de relato” cioè riportati da parte dei parenti).

Non neghiamo che in alcuni passaggi alcuni di questi bambini/e abbozzano delle descrizioni e usano terminologie che fanno pensare ad atti sessuali.

Affermazioni che di per sé non provano assolutamente nulla, ma mostrano solamente generica conoscenza di comportamenti adulti che possono essere variamente acquisiti.

Molte delle cose da loro dette sono chiaro frutto di elaborazione fantastica.

La descrizione poi di alcune violenze presuppone evidenze di traumi che non sono mai stati riscontrati.

 

Fin dall’inizio questo sospetto devastante, generato esclusivamente da una discutibile ipotesi, è portato dentro la materna comunale, frequentata dalla piccola, dove trova rapida diffusione tra i genitori. Alcuni di questi incominciano a interrogare e osservare attraverso la lente deformante della paura i comportamenti dei propri figli alla ricerca di riscontri. Fino a quel momento nessuno di loro ha avuto motivo per sospettare di nulla.

 

Ma quando sarebbero accaduti questi episodi criminosi?

Chi emette la condanna, ci spiega che i bimbi non hanno una percezione del tempo simile agli adulti e che quindi non sono in grado di collocare temporalmente questi episodi.

Potrebbero essere accaduti all’inizio dell’anno scolastico in corso 2001/2002 o forse anche in quello precedente.

E in tutto questo lasso di tempo nessuno si è accorto di nulla?

Dove erano gli adulti? Dubitiamo che un bimbo che subisce una simile enormità, anche se minacciato non confidi nè manifesti nulla.

Va ricordato che, nella scuola, pochi genitori accusano e denunciano. Gli altri genitori, pur avendo i propri figli chiamati in causa dai racconti dalle sei piccole presunte vittime, fugato qualche comprensibile dubbio, hanno scelto di credere più alla serenità tangibile dei loro figli che ai profeti di sventura.

 

Nella fase iniziale di questa dinamica emotiva contribuiscono in maniera determinante a dare credibilità alle prime arbitrarie accuse l’atteggiamento di alcune maestre della scuola.

In un clima già esistente e noto di esasperata conflittualità che contrappone colleghi di lavoro, ed in particolare di rifiuto nei confronti della persona del bidello, esse, schierandosi con i genitori che accusano, si impegneranno in una zelante attività “investigativa”, non dovuta e non richiesta, chiaramente finalizzata ad avvallare l’ipotesi di abuso e indirizzare i sospetti degli inquirenti verso il bidello.

I ripetuti interrogatori, impropri ed errati nel metodo, a cui sottopongono i loro alunni e le attività didattiche finalizzate alla raccolta di “prove” creano suggestione nei bambini ai quali la figura del bidello è rappresentata come colpevole di avere loro fatto del male.

Le stesse maestre si presentano più volte, spontaneamente, in questura per rendere dichiarazioni e inviteranno alcuni genitori a fare altrettanto.

 

Altre maestre, invece, si atterranno alle indicazioni loro date dalla direzione didattica: svolgere la normale attività e mantenere grande riserbo sulle indagini in corso.

Il loro atteggiamento fortemente critico verso le attività "investigative" delle loro colleghe le pone in condizione di non poter più collaborare con esse nella gestione delle attività scolastiche.

A fine anno chiederanno trasferimento e verranno ricollocate alla scuola materna Sorelli.

La loro scelta di non esprimersi sulla indagine in corso e non sostenere l’accusa di alcuni genitori genererà quel sospetto da cui nascerà il secondo caso di presunta pedofilia.

Si stabiliranno collegamenti tra chi accusa nelle due scuole materne.

Non è stata finora colta, a nostro avviso, una dinamica fondamentale della vicenda.

Cerchiamo ora di spiegarla al meglio.

Alcune maestre hanno accusato il bidello, fin dal momento suo inserimento lavorativo, di non svolgere adeguatamente i suoi incarichi.

Si sono anche adoperate attivamente in più occasioni per screditarlo davanti ai genitori e chiederne l’allontanamento all’amministrazione comunale organizzando addirittura una raccolta di firme.

E’ in questo particolare contesto di rapporti lavorativi profondamente alterati che si alimenta l’infamia dell’accusa gratuita.

Vogliamo essere ancora più chiari perché non rimanga nessun dubbio.

Gli alunni delle maestre accusanti vengono interrogati a più riprese con domande esplicite del tipo “Dove ti metteva il dito il bidello cattivo? Ti toglieva le mutandine? Ti toccava il sederino? Ti toccava anche davanti?”

Ai bambini viene richiesto di fare disegni a tema per smascherare il bidello cattivo, i bambini vengono accompagnati nella cantina della scuola per vedere se riconoscono in essa il luogo in cui il bidello cattivo li ha portati, i bambini vengono interrogati per sapere se conoscono le cose che fanno anche mamma e papà.

Questa azione esplicitamente induttiva oltre ad inquinare in origine e in modo irreparabile il racconto dei bambini contribuirà ad accrescere paura e sospetto tra i  genitori.

Proprio tra alcuni di questi alunni nasceranno le nuove denunce e la cantina della scuola verrà individuato come un luogo in cui si sono consumati gli ipotetici abusi. Un luogo nato da un'idea assolutamente estemporanea delle maestre!

 

Parallelamente alle dinamiche interne alla scuola, ha già avuto inizio, all’esterno della scuola, il passaparola fatto di maldicenze e morboso sensazionalismo,  montando così un caso che trova credibilità grazie al diffuso allarme sociale attorno al tema della pedofilia.

Stupisce l’atteggiamento della nonna materna della prima bambina denunciante, che si distingue per il particolare accanimento con cui diffonde ovunque la sua convinzione di avere una nipotina “abusata” dal personale scolastico. La piccola verrà trasferita in altra scuola e sottoposta a terapia presso la stessa neuropsichiatra.

 

Vengono chiamati i “panici morali”:  più una paura viene agitata all’opinione pubblica, più essa risale nella graduatoria delle minacce incombenti o, come nel nostro caso, delle spiegazioni plausibili ai disagi dei bambini.

E’ oramai diffusa una percezione distorta della reale ampiezza e della diversa articolazione di questo fenomeno di grave sopruso al mondo dell’infanzia.

L’inizio di questo panico morale è databile al tempo della sciagurata vicenda del criminale assassino di bambini Marc Dutroux.

I "panici morali" sono posti alla base di  richieste di nuove leggi in materia, sono in grado di veicolare ingenti fondi pubblici e donazioni private e  vengono usati in maniera strumentale dalla politica.

Sono nate numerose associazioni onlus, ossia a regime fiscale agevolato, a difesa dell’infanzia sulle cui serietà sarebbe il caso di vigilare.

 

Torniamo al caso Abba.

Febbraio 2003: puntuale arriva la seconda denuncia: presunta vittima il cugino della  prima bimba. Lo sfortunato non riesce a parlare correttamente, sarà la sola madre a interpretare il suo linguaggio.

E’ iniziato il contagio che travolgerà la città in modo paradossale, mentre sul fronte delle indagini non si viene a capo di nulla.

Il caso “pedofilia” si regge e si alimenta in realtà solo sul proliferare di racconti e denunce.

 

Il 22 marzo 2002, l’indagine imbocca una strada senza ritorno. Controllato da tempo dagli inquirenti e senza che siano emerse prove a suo carico, il bidello viene incarcerato. Viene dato così valore giudiziario all’ipotesi di abuso. Ora tutta la città, dagli organi di informazione che inizieranno a diffondere le prime allarmistiche informazioni, ai responsabili istituzionali, sono disponibili a credere che qualcosa deve pur essere successo.

 

Ma perché viene accusato proprio il bidello?

Persona semplice, dalla dizione non corretta, in seguito a infortunio ha perso l’uso di un occhio. Assegnato alla materna Abba nell’anno scolastico 2000/2001 vive con disagio il suo nuovo incarico lavorativo tanto da chiedere l’assegnamento ad altre mansioni. Proprio lui accusato di essere “pedofilo” non accetta di assistere i bimbi in bagno. 

Dice la mamma accusante della prima bimba di essere rimasta impressionata negativamente dopo averlo visto: “una persona non adatta a stare con i bambini”.

Crediamo che la ferocia cieca dei luoghi comuni abbia avuto un ruolo nel destino ingiusto che si è accanito su quest’uomo.  

 

Maggio 2002: si svolgono riunioni in cui viene ufficializzata ai genitori l’inchiesta in corso, dando per scontato che ci siano stati abusi nella scuola e che il bidello sia colpevole e per questo già in carcere.

Aumenta il panico, arrivano subito altre tre denuncie di cui due frutto dell’azione suggestiva dalle maestre inquirenti sui propri alunni.

Infine l’ultima denuncia addirittura nel gennaio 2003.

Gli stessi genitori prima dichiarano che i bambini hanno sempre parlato bene del bidello e della scuola poi che “casualmente” sono iniziati i racconti.

Comportamenti passati, vissuti come normali, vengono ora rivisitati, enfatizzati e indicati come sintomi di trauma da abuso!

 

Un clamoroso paradosso: come è possibile che proprio le zelanti maestre affidassero senza giustificato motivo i bimbi dati loro in custodia al tanto avversato bidello?

Come è possibile che non sospettassero di una necessaria prolungata assenza dei loro alunni?

Com’è possibile che questi bimbi “traumatizzati” dalle violenze subite venissero riconsegnati alle scrupolose maestre senza destare in loro il minimo dubbio? 

Per chi condanna, è tutto chiaro: la spiegazione, per noi sconcertante, va ravvisata nella “disorganizzazione scolastica” che rendeva tutto questo possibile senza che nessuno si accorgesse di nulla.

 

L’abuso sessuale sui minori è, nella maggior parte dei casi osservati, una degenerazione nei rapporti interni alla stretta cerchia parentale.

Questo crea una condizione di omertà spesso impenetrabile che permette ai colpevoli di sfuggire alle loro responsabilità.

E’ per questo che molti addetti ai lavori sono inclini ad accettare il presupposto che l’abuso sessuale sull’infanzia sia “un crimine senza testimoni e senza prove”.

Nel nostro caso è bastato che la neuropsichiatra in questione fosse già nota e accreditata negli ambienti giudiziari che si sono avvalsi in passato delle sue consulenze, per far assumere alla sua diagnosi valore già di per sé “probante” agli occhi di chi indaga.

La presenza poi di alcune colleghe di lavoro, animate da un ingiustificabile volontà punitiva, che accusano apertamente il bidello diventa un ulteriore conferma che quella dell’abuso è  la pista giusta e il bidello colpevole. Fin dall’inizio viene emesso un verdetto di colpevolezza inappellabile basato esclusivamente su sensazioni personali.

 

Si sa, purtroppo, che la prima impressione è quella che condiziona il giudizio.

La città, davanti ad una carcerazione e alle prime informazioni allarmanti e non approfondite su come in realtà si sia sviluppata questa vicenda, ritiene veritiera questa accusa.

Solo con ritardo la stampa correggerà il tiro, mostrando aperto scetticismo di fronte all’assoluta inconsistenza dei riscontri addotti per giustificare un crimine di così ampia portata.

Purtroppo persiste a tutt’oggi una diffusa convinzione di colpevolezza che si regge esclusivamente sulla disinformazione.

In particolare non rispondono al vero le voci, che a più riprese vengono fatte circolare, sull’esistenza di  prove.  

 

Nessun riscontro oggettivo, sono essenzialmente gli elementi che abbiamo esposto ad indirizzare tutto il lavoro investigativo solo in direzione della colpevolezza.

Di pedofilia si è parlato, ora il pedofilo si deve trovare.

In questa logica i bambini, fin dall’inizio, vivono costantemente immersi in un clima in cui gli adulti si rapportano con loro come se avessero subito sicuramente abusi.

Trattati come "vittime certe" verranno continuamente sollecitati a raccontare da numerosi attori: genitori, parenti, psicologhe e psicoterapeute, maestre (alcune) polizia investigativa, magistrati e giudici per le indagini preliminari.

Questi racconti non hanno una struttura logica compiuta, non riesce il tentativo degli interroganti di circoscriverli meglio al fine di recuperare elementi utili all’accusa.

Sarà il frutto di questa reitera sollecitazione a raccontare il coinvolgimento nell’inchiesta di altre persone e l’allargamento degli scenari criminosi ipotizzati fino a giungere alla banda pedofila che organizza un commercio di immagini pedo-pornografiche tutto così abilmente da rimanere sconosciuta a chi indaga.

Mentre si accreditano ipotesi francamente inverosimili gli indagati rimangono praticamente inascoltati e sconosciuti agli stessi inquirenti, non vengono valutati adeguatamente i contesti famigliari e parentali ed il grave turbamento dell’ambiente scolastico in cui sono potute nascere simili grottesche accuse.

 

Si chiude l’inchiesta, ed ecco i risultati dopo quasi due anni di indagini :

 

nessun ritrovamento di foto o filmati a carattere pedo-pornografico dalle perquisizioni effettuate nelle case degli indagati e nella scuola 

nessun arricchimento indebito degli indagati dai controlli bancari e per tenore di vita

nessun comportamento sospetto dalle intercettazioni telefoniche e il pedinamento degli indagati

nessun sito pedofilo visitato dal controllo dei collegamenti internet degli indagati (in particolare il bidello non possiede e non sa usare il computer!!!)

nessun testimone delle ipotetiche uscite non autorizzate dei bambini

nessun complice esterno della famigerata “banda” viene identificato, le posizioni di alcuni ignari cittadini indagati vengono archiviate.

nessun riscontro medico-legale positivo sui bambini

 

Una indagine che, per la sua delicatezza, avrebbe meritato una corsia preferenziale e tempi molto stretti.

Dopo le prime battute l’inchiesta vive in realtà una situazione di stallo.

Quello che viene a mancare, visto l’assenza di riscontri nello sviluppo della stessa è il coraggio di fare una seria indagine d’ambiente.

I contesti familiari sono stati invece sbrigativamente e superficialmente liquidati con impressioni personali quanto generiche di normalità. 

Stessa indagine andava fatta sulle persone accusate. Chi sono in realtà al di là del pregiudizio di colpevolezza? Perché persone con condotta di vita lineare, con scelte esistenziali consolidate improvvisamente mettono in gioco oltre ai loro affetti più cari una intera vita di sacrifici deviando così pesantemente?

Com’è possibile passare da una conoscenza e frequentazione solo professionale ad una perversa alleanza criminale trovando l’immediata complicità tra più persone? Il movente dell’arricchimento personale non è stato mai riscontrato, si tenga conto che essi hanno famiglie con figli, come giustificare loro una improvvisa aumentata disponibilità economica?

Il motivo del soddisfacimento di una perversione sessuale è un osservazione volgare e gratuita.

 

Tutta l’accusa si reggerà esclusivamente sui racconti di 6 bambini. In realtà questi racconti risultano essere frammentari e in diversi punti indecifrabili. Le ipotetiche ricostruzioni che ne traggono i magistrati inquirenti appaiono inverosimili e non verificate, tese solo a sostenere un teorema accusatorio.

Appare, ad esempio, altamente improbabile indicare in un appartamento sottoposto, per vicende diverse da quelle in questione, a quotidiani casuali controlli da parte delle forze dell’ordine, il luogo “esterno” alla scuola in cui i bambini venivano portati per essere sottoposti ad ipotetici abusi.

 

Proviamo ad immaginare assieme questa situazione, verificherete da voi stessi l’inconsistenza degli elementi su cui si basa l’accusa.

Dunque: c’è un appartamento sottoposto a casuali controlli da parte delle forze dell’ordine.

Un complice esterno, mai identificato, lancia il segnale ai complici all’interno della scuola: “è passato il controllo”.

 A qusto punto la banda deve muoversi velocemente. Va precisato che dai racconti dei bambini la banda è composta da almeno una decina di complici esterni, nessuno identificato. I bambini vengono prelevati dalla scuola e accompagnati nell’appartamento dove intanto è già giunta la parte esterna della banda.

Tutti, secondo il racconto dei bimbi si sono già travestiti per non farsi riconoscere ed hanno allestito un set per riprendere con macchine fotografiche e cineprese il turpe spettacolo.

Infine i bimbi vengono ricomposti minacciati e ricondotti a scuola.

Questo è lo scenario accreditato da chi accusa e confermato da chi condanna.

Può apparire poco credibile, ma "i bambini non direbbero certe cose se non le avessero vissute", così almeno ci vogliono far credere.

Facciamo alcune osservazioni di banale logica investigativa.

Come si spiega l’immediata disponibilità sui bambini di cui godono i condannati che, ricordiamo, non hanno l’affidamento diretto degli stessi?

Oppure aspettavano la prima richiesta di assistenza al bagno seguente la segnalazione esterna?

In questo caso come spiegare l’incompatibilità tra i tempi fisiologici per andare in bagno con quelli di una simile supposta uscita dalla scuola?

E’ veramente ipotizzabile che così tante persone, i complici esterni, aspettassero in lunghi appostamenti il giorno e il momento favorevole per introdursi nell’appartamento sotto controllo?

L’appartamento è situato ai piani alti di un condominio. Come è possibile che nessuno noti questi strani movimenti?

Come garantirsi dall’improvviso rientro degli altri componenti della famiglia che abitano in quel appartamento estranei alla vicenda?

Una banda certo sgangherata, priva di mezzi economici, per essere costretta a procurarsi un appartamento insicuro e per essere costretta a muoversi con alti rischio di visibilità. Eppure talmente ineffabili e professionali da non lasciare una sola traccia!

Ma rimane la domanda più inquietante: come è accettabile credere che questi bambini, riconsegnati prima alle maestre e poi ai loro genitori, non manifestino il benchè minimo segno di sofferenza psicologica?

L'appartamento in questione è l’unico luogo esterno che gli investigatori “riconoscono” nel racconto dei bambini. Secondo l’accusa gli abusi si sarebbero consumati anche nei locali della scuola: nei bagni, nella cantina e in un caso in aula mentre gli alunni erano usciti in cortile!

 

Alla chiusura delle indagini viene, ingiustificatamente, chiesto il rinvio a giudizio per cinque persone iscritte nel registro degli indagati con l’accusa di sequestro di persona e abuso finalizzato alla produzione di materiale pedo-pornografico: tre ausiliari, la coordinatrice didattica e un professionista, estraneo alla scuola (la  posizione di quest'ultimo verrà prosciolta dal giudice in udienza preliminare). Il 17 febbraio 2004 inizia il processo per i presunti casi di abuso alla scuola materna Abba.

 

La sentenza viene emessa il 3 Dicembre 2004.

Mancano le prove, manca il movente, tutto non torna sul piano logico, racconti e comportamenti dei bimbi possono essere facilmente spiegati in modi diversi.

Dall’altra parte la “sofferenza” dei bambini e il “dolore” dei genitori sono un arma formidabile.

Nell’incertezza i giudici, palesando ciò che hanno già fatto intendere durate il dibattimento processuale, scelgono per la colpevolezza lasciando alla corte d’appello la possibilità di riformare la sentenza.

Due le ingiuste condanne, due le assoluzioni per non aver commesso il fatto, a beneficio di un'ausiliaria e della coordinatrice didattica. I risarcimenti per le sei famiglie variano da 80.000 € a 250.000 € ciascuna.

Sentenza iniqua che si basa solo sulla possibilità in astratto, ipotizzata esclusivamente dal racconto indotto di sei bambini, che qualcosa possa essere accaduto.

Va segnalata l’arringa della avvocatura civica (difende gli interessi del Comune nella sua veste di datore di lavoro contro i dipendenti che possono averlo danneggiato) che non chiederà nessuna rivalsa nei confronti dei condannati in quanto il convincimento maturato lungo tutto l’iter dibattimentale è che nulla sia accaduto nella scuola materna Abba.

Anche per noi questa è la verità ed anche la cosa migliore per tutti. 

 

Rimane una constatazione che non può essere smentita: non c’è la minima prova degna di questo nome che dimostri come veramente avvenuti episodi di violenza sessuale sui minori frequentanti la scuola materna Abba.

Un esercito a cavallo ha attraversato la città in pieno giorno ma nessuno se ne accorge nessuno riesce a trovare tracce del suo passaggio! 

 

Ci rimane un ultimo dubbio quale “credibilità” deve essere salvata?

Quella dei bambini, o quella dei tanti personaggi che hanno ruotato attorno a questa vicenda e al cui esito hanno inevitabilmente legato parte della loro “credibilità“ professionale?

 

 

Processo di appello: l'ingiustizia continua.

 

La corte di Appello del Tribunale di Brescia emette il 5 aprile 2006 la sua sentenza a proposito del processo "Abba": assoluzione per la bidella condannata in primo grado a 10 anni e mezzo di carcere, condanna per il bidello con riduzione della pena a 13 anni.

 

Prosegue quindi la grave ingiustizia nei confronti del bidello condannato, ormai solo e unico responsabile dei presunti abusi (in realtà mai accaduti) denunciati alla scuola materna "Abba".

 

 

Una sentenza di condanna iniqua, errata e inspiegabile.

 

Il bidello è stato scelto come "capro espiatorio" di un processo che, durante il suo svolgimento, ha visto progressivamente cadere molte accuse e perdere per strada gli imputati.

 

Sì è parlato di pedofilia, quindi un colpevole bisogna per forza trovarlo.

Questo è il vero senso, finora,  di tutta la vicenda.

 

Vista l'impossibilità di giungere nella città di Brescia all'unica sentenza possibile, ovvero l'assoluzione per tutti gli imputati, è ora opportuno che il processo si sposti  a Roma, presso la Corte di Cassazione (in una situazione ambientale certamente migliore) dove i legali della difesa del bidello hanno già preannunciato un battagliero e motivatissimo ricorso.

L'avvocato prof. Guglielmo Gulotta, difensore del bidello, annunciando il ricorso, non ha potuto fare a meno di ricordare alla stampa come la condanna si basi sull'assenza di prove a carico dell'imputato, mentre la presenza di numerose prove logiche e fattuali a discarico dell'imputato stesso è stata di fatto ignorata.

 

La sentenza di oggi lascia attoniti e sbigottiti tutti coloro che da già tempo hanno raggiunto la certezza dell'innocenza di tutti gli imputati, certezza basata sulla reale ricostruzione dei fatti che va ben al di là di qualsiasi dubbio.

 

Da parte nostra, facciamo notare come un processo che era partito 4 anni fa per iniziativa della Procura di Brescia con "la scoperta di un grande giro di pedofili con ramificazioni in molti ambienti della città", nel corso del tempo ha fatto acqua da tutte le parti: dei cinque indagati della prima ora, "punta dell'iceberg" della presunta banda, uno venne prosciolto nell'udienza preliminare, due vennero assolti in primo grado, un altro viene ora assolto in secondo grado.

 

Se si considera il fatto che il secondo processo in corso (riguardante la scuola materna "Sorelli"), segno evidentissimo del contagio che si diffuse in città tra il 2002 e il 2003, si basa sempre sull'illogico teorema accusatorio della presunta "associazione per delinquere", risulta alquanto facile pronosticarne l'inevitabile esito.

 

 

La Suprema Corte di Cassazione e la Corte di Appello di Brescia ristabiliscono infine la verità.

 

Avverso alla sentenza di secondo grado viene fatto ricorso in cassazione da parte dell'unico bidello condannato.

E la Suprema Corte di Cassazione nel settembre 2007 finalmente recepisce in pieno le motivazioni della difesa e, in una sentenza chiara e netta, annulla la precedente condanna rinviando il procedimento ad altra sezione della Corte di Appello di Brescia.

Nelle motivazioni della sentenza gli ermellini ricostruiscono in modo puntuale il contagio psicologico che si creò intorno alla vicenda e non risparmiano durissime critiche alla Procura di Brescia.

 

Nel giugno 2008 la seconda sezione della Corte di Appello di Brescia, recependo a sua volta le indicazioni della Corte di Cassazione, assolve il bidello con formula piena, ovvero "perchè il fatto non sussiste".

 

 

La suprema Corte di Cassazione annulla la seconda sentenza di appello.

 

Nel giugno 2009 la Corte di Cassazione annulla in modo totalmente inaspettato anche la sentenza di assoluzione del secondo processo di appello e dispone un terzo processo di appello (nonostante sia accusa che difesa si fossero trovati concordi nel chiedere ai giudici la conferma dell'assoluzione).

 

 

LA SCUOLA MATERNA "SORELLI"

 

1 - BREVE CRONACA DEI FATTI

 

Tutto ha inizio nel maggio del 2003.

Tra i genitori della materna Sorelli, una mamma va dicendo che la propria figlia, assieme ad altri bambini, è stata portata fuori dalla scuola durante il normale orario di frequenza e consegnata a persone non identificate per essere sottoposta ad abuso sessuale allo scopo di produrre e fare commercio di immagini pornografiche.

Il contenuto di questo sospetto riproduce in fotocopia quanto in città si crede possa essere accaduto un anno prima in altra materna comunale, a motivo di un inchiesta ancora in corso.

 

Immediatamente monta l’allarme tra le famiglie. Interrogati, i bambini parlano di "uscite autorizzate", senza riferire di violenze. Questo non riesce a rassicurare i genitori che decidono ugualmente di fare verificare i racconti all’autorità giudiziaria.

Alcuni di loro sporgono le prime denuncie contro il personale della scuola materna e danno inizio all’indagine della magistratura.

Gli inquirenti, come detto, sono già impegnati in analoga inchiesta e sono ancora alla ricerca delle prove di una presunta banda di pedofili. Si mostrano, perciò, propensi a credere alla genuinità delle preoccupazioni espresse dai genitori e puntano le loro attenzioni sulle due maestre che gestiscono la sezione frequentata dalla bambina la cui mamma ha innescato la dinamica emotiva che travolgerà la scuola.

Passata l’estate, a settembre, i magistrati titolari dell’inchiesta chiedono l’arresto in carcere per le due maestre.

Alla base di questa decisione non vi è alcun riscontro oggettivo, nessuna prova. Questa scelta palesa essenzialmente un pregiudizio di colpevolezza: molti saranno indotti a credere, invertendo causa ed effetto, che l’incarcerazione di per se stessa è la “prova” e che qualcosa sia veramente accaduto.

Dopo le prime denunce, nel tempo ne seguiranno altre. Alla fine saranno ventidue i bambini coinvolti nelle presunte "uscite non autorizzate". Per effetto del moltiplicarsi dei racconti sollecitati ai bambini, progressivamente tutto il personale della scuola viene nominato e quindi indagato.

 

A partire dalle prime denunce e parallelamente alle scelte operate dalla magistratura, l’insieme di alcuni accadimenti concorrono ad orientare e consolidare nell’opinione pubblica un generale convincimento di colpevolezza: l’informazione locale inizia a diffondere la notizia come credibile e sul territorio si moltiplicano conferenze e iniziative a tema l’infanzia minacciata dalla pedofilia. Si sviluppa la speculazione politica (con scambi di accuse sulla mancata vigilanza) e si giunge alla affissione non autorizzata di manifesti agli ingressi delle scuole materne cittadine recanti l’espressione: “Fuori i pedofili dalle materne”. Si assiste allo stanziamento di finanziamenti pubblici e privati a favore delle famiglie dei bambini presunte vittime di abuso, e all’immancabile pubblico pettegolezzo che veicola e ingigantisce notizie prive di fondamento sul presunto dramma patito dai “poveri” bambini.

 

La città, messa di fronte a questo sospetto, reagisce secondo una istintiva logica solidaristica.

Ognuno di noi è portato a identificarsi e schierarsi più facilmente con la “sofferenza” dei bambini e delle famiglie, rifuggendo da chi è anche solo sospettato di un crimine tanto infamante.

Nessuno, per primi i magistrati che indagano, si è preoccupato di capire chi sono le persone accusate e di ascoltare cosa esse avevano da dire.

Non è stato concesso alcuno spazio a spiegazioni alternative su che cosa avesse in realtà indotto i genitori a denunciare. Sulle persone indagate è stato applicato fin dall’inizio un vero e proprio principio di colpevolezza preventiva.

 

Giugno 2004, si chiude l’inchiesta. I magistrati chiedono il rinvio a giudizio per tutte le maestre e gli ausiliari della materna Sorelli e anche per tre sacerdoti delle parrocchie del quartiere, due parroci e un curato, colpevoli solo di essere figure utili per dar corpo alla bislacca teoria elaborata da alcuni genitori.

Essi, ricalcando un luogo comune ricorrente, ipotizzano nella partecipazione al crimine di istituzioni corrotte la vasta complicità e le coperture necessarie che permettono (alla presunta banda di pedofili) di continuare a produrre e mercificare materiale pedo-pornografico servendosi dei bambini iscritti nelle materne comunali (senza timore alcuno, nonostante l’inchiesta in corso in un'altra scuola materna, la scuola "Abba") .

La dimensione del crimine che la Procura va configurando e la riconosciuta levatura morale dei sacerdoti coinvolti iniziano a fare sorgere i primi dubbi. In maniera trasversale agli schieramenti politici viene manifestata solidarietà ai due parroci. Anche il vescovo difende la rettitudine dei propri sacerdoti. Altre voci si levano perplesse.

Tra di esse quella di don Neva, prelato molto conosciuto in città per dinamismo e impegno civile.

Egli, spinto da un motivato convincimento e in seguito all’acquisizione di precisa conoscenza degli avvenimenti, con un'azione coraggiosa si espone pubblicamente, affermando non solo l’innocenza di tutte le persone indagate (sia per il caso Sorelli che per il caso Abba) ma anche la certezza per cui in queste materne non sono mai avvenuti i fatti denunciati.

Per fare questo viene allestito un gazebo, dove saranno raccolte centinaia di firme in favore degli indagati.

Alcuni giorni dopo, non meno di 400 cittadini sfilano in una fiaccolata silenziosa fin sotto le mura del carcere dove sono detenute ingiustamente le due maestre per manifestare loro solidarietà. Sul posto si alternano preghiere e canti.

Nasce il comitato Liberi Nella Verità.

L’informazione locale viene risvegliata improvvisamente dal suo torpore dopo mesi di appiattimento sulla tesi colpevolista.

 

In Procura, dopo la richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pubblico Ministero, segue invece una fase convulsa di gestione dell’iter giudiziario.

Alla fine viene rintuzzato dagli avvocati della difesa il tentativo dei magistrati di celebrare processi separati all'interno della medesima indagine sulla scuola "Sorelli".

I giudici preposti archiviano la posizione dei due parroci e di una ausiliaria della materna respingendo anche gli ulteriori ricorsi.

Rimarrà invece confermato il rinvio a giudizio per tutti gli altri indagati.

Saranno gli stessi imputati, con una scelta fuori dalla prassi e rinunciando ad alcune garanzie previste per legge, a chiedere di essere processati al più presto per poter dimostrare la loro innocenza.

Dall’ottobre del 2004 all'aprile 2006, davanti ai giudici della 2^sezione penale, le udienze si susseguono a ritmo serrato. Nel luglio del 2005 lo stesso collegio giudicante respinge la richiesta di proroga dei termini di custodia cautelare per le due maestre arrestate, restituendo loro completa libertà dopo 10 mesi di carcere e ulteriori 12 mesi di arresti domiciliari. Il 6 aprile 2006, dopo circa 150 udienze, i giudici emettono la sentenza: tutti gli imputati vengono assolti con formula piena, ovvero "perchè il fatto non sussiste". La Procura e la parti civili, dopo la pubblicazione delle motivazioni, propongono appello. Il processo di secondo grado inizia nel mese di ottobre 2008 e termina nel mese di marzo 2009. Il 31 marzo 2009 i giudici della Corte di Appello confermano integralmente la sentenza di assoluzione di primo grado e condannano i genitori ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

 

 

 

2 - Comprendere come nasce l’accusa

 

E’ fondamentale, per capire la dinamica dei fatti, collocare nel contesto temporale le prime denunce, posizionandosi mentalmente al maggio del 2003.

Per curiosa coincidenza, si è appena chiusa l’inchiesta sulla scuola materna Abba con la richiesta di rinvio a giudizio di personale operante nella scuola e con un bidello che si trova già in carcere in custodia cautelare.

La città è scossa e mancano informazioni precise sui fatti: saranno le sole scelte operate dalla magistratura a indurre tutti a credere che in una scuola materna comunale della periferia alcuni bambini siano stati abusati sessualmente da persone non identificate, al fine di produrre materiale pedo-pornografico per alimentare un odioso mercato dai lauti guadagni.

 

In questo clima di allarme sociale e di messa in discussione della fiducia nelle scuole materne cittadine (carburante di prevedibili meccanismi di trasferimento del sospetto), una mamma sta da tempo osservando con timore il comportamento della propria figlia.

E’ il settembre del 2002: la bimba inizia a frequentare la scuola materna Sorelli ed è assegnata alla sezione in cui è presente, da quest’anno, una maestra che proviene proprio dalla scuola materna Abba. Circola tra i genitori una informazione distorta, per la quale alcune maestre sarebbero state trasferite dalla scuola Abba in relazione ai presunti fatti accaduti. E’ facile immaginare quali dubbi possano aver tormentato questa mamma. In realtà, quattro maestre chiesero di loro iniziativa il trasferimento dalla scuola Abba e l'amministrazione comunale decise di assegnare tre di loro alla scuola "Sorelli".

 

Una sera del maggio 2003 la bambina, sollecitata dalla madre, parla di un'uscita scolastica. E' il racconto che farà esplodere nella madre una paura da tempo latente.

Tutto ciò che segue viene inequivocabilmente alterato dalla suggestione della mamma che interroga la piccola in cerca di possibili riscontri, utilizzando tra l'altro le informazioni ricevute da un amica psicologa che per motivi professionali conosce la vicenda Abba.

Attivando inconsapevolmente un tipico meccanismo di induzione, alcune circostanze introdotte per poter essere verificate “passano” nel racconto compiacente della figlia.

L’equivoco si gioca tutto su alcune parole che la bambina fa proprie, parlando in maniera confabulatoria, a proposito di spostamenti fatti utilizzando le macchine delle maestre, di palchi e spettacoli con adulti in maschera.

La bambina, nonostante il tentativo di ricalcare i temi introdotti dalla madre, non riferisce in alcun modo di abusi. Il suo racconto, tolte le evidenti contaminazioni della mamma, rimane in una descrizione di contesti riferiti ad una uscita didattica autorizzata.

Il sospetto di possibili risvolti pedofili nascosti dietro queste uscite è quindi solo un timore della madre.

Siamo di fronte a qualcosa che attiene più alle ineffabili intuizioni materne che all’ordine reale delle cose. La stessa madre in seguito sosterrà, secondo le medesime dinamiche, che anche un altro suo figlio sia stato oggetto d’abuso.

 

La figlia avrà modo nei giorni seguenti di smentirsi, restituendo così la logica più accettabile agli avvenimenti di quella sera di maggio. Le indagini della madre, fin dall’inizio orientate esclusivamente alla ricerca ossessiva di elementi di colpevolezza, sembrano non dare importanza alla ricostruzione esatta e alla contestualizzazione di questo fondamentale episodio.

 

Pochi giorni dopo vengono contattati alcuni genitori di bambini frequentanti la scuola Sorelli e, alla presenza dell’amica psicologa e di un sacerdote (che verrà in seguito indagato e imputato...), presentati quali persone “esperte e competenti” in materia di abusi, viene riferito dell’ episodio accaduto.

Si tentano dei paralleli con il caso Abba, facendo risaltare la presenza al tempo di quelle maestre che ora sono passate alla scuola Sorelli. Viene quindi chiesto di procedere alle verifiche con i propri figli.

Tra i genitori è il panico: l’iniziale incredulità cede presto il passo alla rabbia. In un contesto di forte emotività la paura che un abuso ci sia stato prende il sopravvento, diventando subito certezza. Nel breve volgere di ventiquattro ore e sulla base di improbabili riscontri condotti in prima persona, anche per altri genitori è raggiunta la “conferma” che i propri figli sono stati certamente coinvolti nelle uscite non autorizzate.

 

Resi ostaggio di un dubbio logorante, i genitori non riescono a rapportarsi serenamente con i propri figli: per interrogarli, prendono spunto da quanto si crede possa essere accaduto alla scuola Abba.

Per questo motivo, un racconto che non conferma le proprie attese viene interpretato come reticenza, o peggio, come frutto di minacce ricevute a non svelare il presunto abuso patito.

Nel convincimento di dover vincere tali resistenze a confidarsi vengono operate insistenze e messi in atto vari stratagemmi suggestivi. Il risultato è che questi bambini, nell’impossibile tentativo di conciliare logicamente il ricordo reale della vita e delle uscite scolastiche effettuate con i temi di verifica suggeriti dai genitori che vogliono sapere solo di spostamenti con le macchine delle maestre, di palchi e di spettacoli con adulti in maschera, finiscono per rendere racconti approssimativi e paradossali, ossia caratterizzati da passaggi dai contorni indefiniti e inverosimili, pur senza riferire di violenze.

Mentre è stridente il contrasto tra la genericità delle affermazioni ottenute dai bambini con modalità discutibili e le convinzioni che da esse ne traggono i genitori, non può passare inosservato che fino al giorno prima nessuno aveva notato nulla nei figli che potesse dar adito a dubbi o preoccupazioni.

 

Dunque, diversamente da quanto molti credono, le prime denuncie del maggio 2003 non scaturiscono da evidenze fisiche di violenza o spontanei ed esaurienti racconti di abuso resi dai figli, ma da un sentimento irrazionale di paura che spira da tempo sulla scuola materna Sorelli.

Un sentimento generato esclusivamente dalla presenza di maestre provenienti dalla scuola materna Abba e reso virulento dall’apprensione di una mamma e dagli irresponsabili comportamenti di improvvisati “esperti”.

Mentre il clamore della notizia rischia di travolgere la città, sul tavolo degli inquirenti vanno accumulandosi quantità di verbali riportanti i racconti riferiti dai genitori e attribuiti ai bambini. Null’altro viene posto a corredo di queste denunce. L’autorità giudiziaria avrà modo di vedere e ascoltare per la prima volta i bambini in incidente probatorio solo alcuni mesi più tardi.

Il pregiudizio di colpevolezza è così forte che le maestre non vengono nemmeno sentite per poter dar loro modo di fornire spiegazioni.   

 

 

 

3 - Come si è alimentata LA psicosi

 

In pochi giorni tutto subisce una improvvisa accelerazione. La quotidianità di questi bambini è subito stravolta. Ritirati dalla scuola materna, in un drammatico crescendo, si incomincia a rappresentarli come vittime di cose "cattive" accadute nella scuola, per cui si giustifica l’allontanamento con la necessità di proteggerli.

Parenti, amici, conoscenti: nessuno può mettere in discussione i presunti abusi e scatta una solidarietà obbligata. Anche le necessità dell’indagine in corso contribuiscono ad accrescere il clima irreale in cui vengono precipitati questi bambini, costretti ad incontri con l’autorità giudiziaria, incidenti probatori, visite psicologiche, visite mediche in cui verranno spogliati e fotografati.

Prima di ogni incontro i genitori preparano i figli, spiegando che dovranno raccontare le "cose cattive" subite nella scuola e per poter dare il "giusto castigo" alle maestre.

In realtà, questa inchiesta alla fine vivrà più delle cose riferite dai genitori che di quelle ascoltate direttamente dai bambini.

Progressivamente, tutti gli adulti di riferimento si rapportano ai loro figlio come a bambini certamente abusati.  Tutti questi bambini arrivano inevitabilmente ad interiorizzare  e ad assumere il loro ruolo di vittime designato fino dagli inizi dagli adulti.

Nel frattempo, fin dal primo incontro, si è costituito tra i genitori un vero e proprio gruppo di lavoro che darà forza e sviluppo successivo all’accusa. Molti si mostreranno animati dalla paura assillante di non essere creduti e cercheranno in tutti i modi di arrivare a trovare le prove alle loro accuse. Il gruppo elabora convintamente la teoria dell’esistenza di una sorta di “cupola cittadina” del male, costituita da esponenti corrotti di istituzioni e persone facoltose, diffondendo l’idea, priva di riscontri, che Brescia sia città tra le prime in Italia per produzione di materiale pedo-pornografico. Si stabiliscono contatti con chi accusa nella materna Abba, interviene anche una sedicente associazione in difesa dei bambini.

Il sacerdote a cui inizialmente era stato chiesto aiuto verrà fatto riconoscere dai bambini come autore degli abusi e denunciato.

Alla prima psicologa se ne aggiungeranno altre, legate da conoscenza professionale e già coinvolte nel caso Abba. Esse faranno quadrato in difesa della collega e di se stesse. La loro scuola di pensiero sull’argomento è nota. Con libriccini e conferenze alimentano una disastrosa cultura del sospetto in temi di abusi. La loro opera verrà apertamente sconfessata da autorevoli studiosi di queste problematiche. Esse forniranno terapia ai bambini e ai genitori, dai quali riceveranno denaro. Gli stessi genitori rifiuteranno invece la consulenza di chi mette in dubbio l'idea di trovarsi di fronte a minori realmente abusati.

 

Intanto, gli animi sono sempre più esasperati. La scuola viene piantonata, il personale pedinato. Appaiono scritte sui muri che chiedono l’incarcerazione delle maestre. Un bidello subisce un aggressione fisica da parte di un genitore. Lo stesso genitore, in seguito, aggredirà un testimone della difesa (per entrambi i casi è stata sporta denuncia).

E’ in questo clima avvelenato (saldato con le infelici scelte della magistratura) che anche altri genitori vengono convinti a denunciare. Sospetti e paure incominciano a diffondersi anche in altre scuole materne, in città è iniziata la caccia alle streghe.

 

Si moltiplicano i racconti dei bambini, sempre più fantasiosi, frutto del clima di investigazione permanente che si è instaurato nelle famiglie. I genitori, giustificati dall’idea che abuso ci sia stato, continuano a sollecitare i bambini a raccontare, in una sorta di pretesa terapia liberatoria del dramma, ma anche nel tentativo di recuperare elementi utili all’accusa. Questa pretesa fallirà miseramente.

Iniziano le perlustrazioni in quartiere in compagnia dei propri figli alla ricerca della casa dell’orco. Il risultato consiste nella segnalazione alla Procura di numerosi abitanti del quartiere, additati a vista dai bambini come i “cattivi” della banda e subito segnalati alle forze dell’ordine quali elementi sospetti. Nei faldoni dell’inchiesta finiranno archiviate più di cento fotografie di ignari concittadini chiamati in causa in questa maniera demenziale. Tutte queste posizioni verranno ovviamente archiviate dagli inquirenti, dato che appare evidente come questi bambini, continuamente stimolati a rappresentare il loro presunto dramma, indichino persone e abitazioni a caso pur di compiacere le attese degli adulti.

 

I racconti proseguono e si arricchiscono di particolari, quasi sempre dovuti a piste d’indagine messe in campo dagli stessi interroganti nel tentativo di dare senso logico accettabile alle confabulazioni indotte nei loro figli. Questi particolari vengono poi portati a conoscenza di tutti, per diventare l’oggetto delle successive verifiche incrociate a cui sottoporre i propri figli.

Si genera così un meccanismo che si avvita su se stesso. Gli inevitabili punti comuni vengono interpretati come conferma di veridicità, mentre le narrazioni lievitano descrivendo scenari sempre più ampi ed incredibili fino ad approdare ai riti satanici e agli omicidi.

Nuovi colpevoli entrano in scena, suggeriti dagli stessi genitori, con l’intento di verificare le posizioni di tutto il personale scolastico e successivamente la presenza dei sacerdoti.

Puntuali scattano le denunce, circostanziate solo dal fatto di comparire nei nuovi racconti così ottenuti.

Con le maestre in carcere l’indagine ha assunto oramai una direzione obbligata e i magistrati, muovendosi nell’ipotesi di avere a che fare con una banda di pedofili che viene progressivamente smascherata dai bambini, provvedono all’iscrizione nel registro degli indagati e inviano i relativi avvisi di garanzia.

E’ offerto così l’avvallo giuridico ai propri convincimenti di colpevolezza.

 

Il tema del grido silente di aiuto dei propri figli sarà capace di esercitare un formidabile ricatto affettivo su alcune madri facendo scattare quella che viene definita la “trappola cognitiva”.

Paradossalmente solo la conferma del sospetto permette la catarsi liberatoria dall’angoscia. Il risultato è che i piccoli rimangono inascoltati quando negano di avere subito violenze riferendo solo della normalità della vita scolastica, equivocando anche il loro rifiuto al continuo tornare sull’argomento.

Alcuni bambini "capitolano" solo dopo mesi di  pressioni, e anche quando provano a smentirsi non vengono creduti. Si distinguono alcune madri, animate da una vera ossessione che le spinge fuori dal perimetro della ragionevolezza: parlano incessantemente a tutti del loro dramma, scrivono diari e riescono a fare raccontare ai loro figli le cose più incredibili.

Siamo in presenza di una dinamica che distorce la realtà.

 

Il sostegno del gruppo l’avvallo delle psicologhe e il silenzio delle istituzioni agisce da rinforzo ai propri convincimenti, generando uno stato emozionale collettivo che più e prima dei racconti dei bambini pretende di essere verità di per se stesso, e dunque prova.

Uno stato emozionale che comunica anche a molti osservatori esterni una fuorviante sensazione di attendibilità. La loro posizione si può così riassumere: "per quanto questa accusa possa apparire incredibile, e anche se non si riesce a provarla, noi sentiamo che è così e un genitore su certe cose non si sbaglia!"

E’ questo in realtà un fenomeno di psicosi ampiamente descritto in letteratura.

 

Nel gruppo si procede anche ad analizzare i comportamenti dei bambini. Come in un gioco di specchi deformanti ogni genitore vede gli stessi sintomi ritenuti “indicativi” di sofferenza da abuso del proprio figlio riflessi nelle parole dell’altro. In un accomodante gioco delle doppie verità tutto viene ricondotto solo al significato voluto.

Difficoltà educative, problemi di inserimento scolastico, tensioni legate ai contesti familiari, disarmonie nella crescita, tutto viene catalizzato trovando definitiva spiegazione solo nel presunto dramma dell'abuso vissuto dai bambini.

Comportamenti da tempo esistenti, e da sempre catalogati come "normali", vengono enfatizzati ed acquistano, secondo i genitori, caratterizzazioni nuove.

“Lo faceva anche prima, ma ora lo fa più di frequente lo fa con più malizia”. Questa è una frase ricorrente!

 

Nel tempo, la spinta propulsiva del gruppo principale di genitori si esaurirà spontaneamente, e tutto e tutti verranno messi in discussione. Le psicologhe verranno contestate. Si arriverà perfino a dubitare della moralità di alcuni genitori. Circolerà il sospetto che alcuni di essi possano aver partecipato ai presunti abusi, arrivando così a toccare il culmine della psicosi.

Al di là della legittima preoccupazione per i propri figli, più avanza l’indagine più si svelano (anche ai meno perspicaci) situazioni di evidente disagio familiare che pervadono alcune di queste famiglie, disagio sul quale chi indaga non spende alcuna considerazione.

 

 

 

4 - La mancanza di prove

 

Ogni teoria investigativa è lecita quanto fallibile.

Dopo un anno di indagini (maggio 2003 – giugno 2004) i magistrati non trovano alcuna prova materiale che avvalli l’accusa lanciata dai genitori.

La vita privata degli indagati viene passata al vaglio senza scrupoli. Intercettazioni, perquisizioni e controlli però non danno alcun riscontro. Di fotografie o filmati pedo-pornografici nemmeno l’ombra. Nessun arricchimento indebito. Nessun testimone di questi presunti spostamenti. Durante le prime udienze del processo, che si apre nel dicembre del 2004, gli agenti di polizia giudiziaria testimoniano davanti ai giudici di non avere mai trovato alcun elemento che giustificasse il proseguimento dell’indagine stessa!

 

Anche gli scenari prospettati dall’accusa appaiono fortemente inverosimili.

E’ possibile credere che, proprio in un momento in cui in città le istituzioni vigilano con la massima attenzione a causa dell’indagine Abba ancora in corso e con il dramma di un collega incarcerato, in un altra scuola materna ci si organizzi per abusare dei bambini? 

E’ possibile credere che addirittura tutto il personale, nessuno escluso, di questa scuola si lasci coinvolgere in un crimine tanto infame?

E' possibile ipotizzare che tutto il personale della scuola materna sia affetto da gravi forme patologiche di perversione sessuale?

E’ possibile credere che in un quartiere popoloso, dove tutti si conoscono, nessuno noti il continuo via-vai di bambini che entra ed esce dalla scuola in orari disparati e con altrettanto disparati mezzi di locomozione?

E’ possibile credere che per tanti mesi (dall’inizio dell’anno scolastico nel settembre 2002, alla prima denuncia nel maggio 2003) nessun genitore si accorga di nulla, di segni fisici o disagio psicologico, nonostante le violenze di ogni genere a cui sarebbero stati sottoposti i propri figli?

L’accusa cerca di fare intendere la scuola come un mondo chiuso, dove ci si può muovere lontano da sguardi indesiderati.

Al contrario, siamo in presenza di una situazione estremamente dinamica dal punto di vista delle presenze adulte: i genitori posso accedere tra le 8 e le 9 per l’inizio della attività didattica, poi si ripresentano per le uscite dei figli una prima volta tra le 12,45 e le 13,00 una seconda tra le ore 15,45 e le 16,00.

Oltre ai genitori, in qualsiasi orario, possono entrare nella scuola numerosi incaricati come: insegnanti di sostegno, fattorini per la consegna di posta interna, addetti alle manutenzioni, gli stessi responsabili scolastici.

Dalle ore 16 in poi (per la gestione del tempo prolungato), alle maestre di ruolo se ne avvicendano altre dipendenti da cooperative in appalto.

Infine, durate l’anno scolastico, più supplenti hanno sostituito in vari periodi le maestre di ruolo in assenza giustificata.

E’ evidente l’impossibilità pratica di commettere questi crimini fasandosi temporalmente i ritmi di vita della scuola con quelli dei presunti complici esterni, eludendo contemporaneamente la pluralità di presenze di potenziali testimoni.

L’attuazione di questa ipotesi di reato nell’ampiezza e modalità contestati dall’accusa, oltre ad essere difficilmente realizzabile, presuppone capacità e determinazione criminale difficili da intravedere in un gruppo di persone incensurate, tutte con significativa anzianità di servizio, caratterizzate da condotte professionali limpide e mai contestate.

Molti di loro sono impegnati a crescere i propri figli, tutti hanno scelte di vita consolidate.

Insomma, un gruppo di colleghi di lavoro caratterizzato da semplice frequentazione professionale che si forma nuovo nella scuola all’inizio di quel anno scolastico.

Ma davvero c’è qualcuno che può credere che, ad esempio, durante una pausa caffè, semplicemente, un collega di lavoro abbia potuto proporre a tutti gli altri: “ma perché non arrotondiamo lo stipendio abusando di qualche bambino?”.

 

 

 

5 - I riscontri medici non confermano le presunte violenze

 

I pediatri di famiglia sono i primi a visitare questi bambini ancora nel maggio 2003 contestualmente all’insorgere dei primi sospetti e delle prime denunce.

Essi, assolvendo l’obbligo di segnalazione all’autorità giudiziaria previsto nel caso,  rendono una testimonianza importante certificando per iscritto di non avere trovato, sebbene li avessero specificatamente ricercati, segni indicativi di violenze fisiche o di abuso sessuale e di non aver notato, durante le visite ai piccoli pazienti, alcun loro comportamento strano e meritevole di segnalazione.

Solo a distanza di alcuni mesi si sono svolte, senza aver dato la possibilità ad alcun rappresentante la difesa di presenziare, alcune visite a Milano presso un medico incaricato dai magistrati.

Egli, osservando microlesioni nell'esame di un bambino, parla di "possibile compatibilità con l'abuso sessuale".

In aula, le perizie dell'esperto nominato dall'accusa vengono dichiarate inutilizzabili e vengono respinte.

Durante il dibattimento, poi, il tribunale nominerà altri due collegi peritali per l'esame medico di alcuni minori, divisi in due gruppi. Il primo collegio non troverà nulla di rilevante. Il secondo collegio stilerà invece una perizia nella quale si parla di alcuni presunti segni "compatibili" con l'ipotesi di abuso. Durante il dibattimento, però, questa perizia viene drasticamente ridimensionata dagli esperti chiamati in aula che evidenziano, dati scientifici alla mano, le imprecisioni e le lacune della suddetta perizia. Nessuno dei segni indicati dal secondo collegio si dimostrerà un segno indice di abuso.

 

 

 

6 - Il lavoro degli psicologi, ovvero "esperti contro esperti"

 

Puntuale, come spesso accade in questo genere di inchieste, le conclusioni dei consulenti incaricati rispettivamente da accusa e difesa risultano essere diametralmente opposte.

Lasciamo ad altri le scorciatoie semplicistiche per le quali questo è il risultato del gioco delle parti.

In realtà è noto come la psicologia e le discipline che si occupano in genere dell’interpretazione dei comportamenti umani possano offrire un contributo importante, ma non risolutivo in una materia (l’osservazione clinica di un minore in età prescolare sospettato di abuso sessuale) che rimane oggetto di controverso dibattito anche tra gli addetti ai lavori.

 

Dalle osservazioni cliniche degli incaricati dalla procura non riesce ad emergere alcun elemento veramente degno di rilievo.

Ci lascia perplessi il risultato delle audizioni peritali condotte prima del processo dove, in mancanza di un vero contraddittorio, reticenze ed enfatizzazioni dei genitori, pur a legittima difesa dei propri convincimenti, porta a non offrire tutti gli elementi oggettivi di giudizio.

Non riescono così ad emergere, perchè accuratamente occultate, nemmeno situazioni di disagio familiare pubblicamente note nel quartiere e vissute in prima persona da alcuni bambini pretesi abusati.

La stessa Procura avrà modo di chiedere più volte ad alcuni genitori per quale motivo,  in sede di valutazione peritale, alcuni contesti familiari particolarmente scabrosi non siano stati resi noti agli inquirenti.

 

Ci preoccupa anche l’enorme pressione ambientale in cui si sono mossi coloro che hanno prestato la loro opera specialistica per sostenere l'accusa.

Non ci convincono quando sconfinando dalle loro competenze e vestono i panni degli investigatori, affermando che, "dato che questo è successo alla scuola Abba, allora può essere credibile che sia successo anche in questa scuola", scordandosi ovviamente come i presunti fatti accaduti alla scuola Abba siano, appunto, "presunti", e tutt'altro che acclarati.

 

Ma ciò che più lascia sconcertati è vedere come questi consulenti dell'accusa, più volte messi in difficoltà dalle domande incalzanti, mostrano di non essere aggiornati in materia e di non conoscere più di tanto autori e testi che vanno poi citando nelle loro perizie.

Una “debolezza” professionale che li espone ancor più all’inevitabile “ricatto” ambientale.

 

Infine più delle valutazioni di qualunque esperto e di immediata e intuitiva comprensione per ognuno di noi è l’ascolto di alcune audiocassette che registrano i colloqui tra i bambini coinvolti e le loro madri.

L’unico documento originale in presa diretta capace di spiegare i racconti dei bambini.

Desta impressione la furia inquisitoria a cui vengono sottoposti questi bambini, capace di suscitare disagio anche in un ascoltatore adulto.

Se si pensa che, per stessa ammissione di alcune madri, questi trattamenti sono durati per mesi e mesi, si palesa in tutta la sua evidenza l'induzione e l’abuso emozionale a cui essi sono stati continuamente sottoposti.

Non ci stupiamo di alcuni loro atteggiamenti di regressione, come la paura di allontanarsi dai genitori.

Sintomi che, guarda caso, sono insorti solo posteriormente alle prime denunce del maggio 2003, ma non sono mai stati riscontrati nel periodo dei presunti abusi!

 

LA SCUOLA MATERNA CARBONI

 

L’inchiesta sulla scuola materna “Carboni” è senz’altro un caso giudiziario minore, tanto che si risolverà con la richiesta di archiviazione, ad un anno dall’apertura dell’inchiesta, da parte della stessa procura.

 

La sua conoscenza e comunque utile per capire e confermare come il problema pedofilia a Brescia sia in estrema sintesi un clamoroso esempio, non unico nella cronaca giudiziaria e non solo nazionale, dell’incapacità dell’istituzione, ai vari livelli, di leggere con tempestività e competenza casi di falsi abusi sessuali ai danni di minori in età prescolare, per poter contrastare e contenere in tempo utile la deriva socialmente devastante che può provocare il meccanismo di propagazione a reticolo di questo sospetto, da genitore a genitore e da ambiente ad ambiente, quando esso chiama in causa un istituzione pubblica come la scuola.

 

Per capire come questo contagio emotivo arrivi a coinvolgere per l’ennesima volta una nuova scuola materna si rende  necessaria una premessa: in tre anni scolastici consecutivi, tre diverse scuole vengono coinvolte in un sospetto infamante quanto infondato. C’è un collegamento logico tra di esse, che gli specialisti definiscono, appunto, come sviluppo “a reticolo” dell’accusa:

 

- Anno scolastico 2001-2002 materna “Abba”: l’origine del sospetto nasce dalla discutibile diagnosi di una neuropsichiatra infantile sul comportamento disturbato  di una bambina di quattro anni.

 

- Anno scolastico 2002-2003 materna “Sorelli”: il sospetto di pedofilia segue nel loro trasferimento alcune maestre provenienti proprio dalla scuola “Abba” e qui ricollocate. Ricordiamo che queste maestre non sono state coinvolte nella prima inchiesta ed hanno chiesto volontariamente il trasferimento. La loro destinazione è stata scelta dalla direzione delle scuole materne in base a proprie logiche organizzative.

 

- Anno scolastico 2003-2004 materna “Carboni”: anche in questa scuola il sospetto è arrivato seguendo nel loro trasferimento  dalla “Sorelli” i figli di alcuni tra i genitori accusanti. Queste due scuole sono ubicate a breve distanza tra loro.

 

Fatta questa premessa, collochiamoci temporalmente all’inizio dell’anno scolastico 2003-2004 che vede appunto alla “Carboni” la presenza di alcuni bambini presunti “abusati” provenienti dalla “Sorelli”. In quei giorni l’inchiesta su questa materna era ancora in corso. Dopo i primi mesi di frequenza questi bambini vengono improvvisamente ritirati dalla scuola adducendo generiche motivazioni e contemporaneamente le loro mamme, che hanno già avuto un ruolo di primo piano nell’organizzazione dell’accusa alla “Sorelli”, iniziano a far circolare voci che diffondono il sospetto che anche la “Carboni” possa essere coinvolta in fatti di pedofilia.   

 

Nel tempo queste voci aumentano di intensità, mentre ci sono altri ritiri di bimbi dalla materna. Alcuni allontanamenti in verità sono motivati da ragioni familiari (ricordiamo che il tessuto sociale del bacino d’utenza in cui gravita la scuola vede la presenza di molti immigrati con immaginabili problemi di instabilità residenziale). Ma in un clima generale di paura tutto concorre ad aumentare il sospetto.

 

Le voci si fondano sui racconti resi dai bambini provenienti dalla “Sorelli”.  Essi sostengono che ci sono dei “cattivi” che entrano nella scuola per toccare e baciare i bambini. Parlano anche di uscite in macchina, presente il personale, sempre in compagnia di non meglio identificati “cattivi”.

Dunque alcuni dei bambini che già raccontavano nel caso “Sorelli” li troviamo nuovamente impegnati in analoghi racconti riferiti però alla nuova realtà scolastica in cui sono stati inseriti.

Alla fine apparirà di solare evidenza anche agli stessi magistrati che ci si trova di fronte a bambini che stanno assecondando le ansie con cui vengono ostinatamente interrogati da mamme in lotta contro ogni evidenza logica.

 

Dalle insinuazioni si passa ad azioni di pretestuosa autotutela dei propri figli, già sperimentate alla materna “Sorelli” nell’anno scolastico precedente. Ha così inizio il piantonamento esterno della “Carboni” da parte di genitori/parenti “volontari”.

Ci sono pressioni sulla direzione delle scuole, tra l’altro viene chiesta l’installazione di telecamere anche interne alle sezioni per un monitoraggio ambientale continuo via computer da parte dei genitori.

La direzione respinge la richiesta ma consente l’irrompere nella scuola in ogni momento di rappresentanti dei genitori per verificare la presenza dei bambini e la normalità dell’attività scolastica.

Il personale è umiliato trattato alla stregua di potenziali delinquenti.

Ogni ingresso e uscita dall’edificio è sottoposto ad estenuanti pratiche di registrazione e notifica. L’attività didattica è depauperata le maestre ridotte a burocrati. Si è costretti a vivere in un clima da coprifuoco.

Una mamma telefona durante le attività scolastiche chiede di poter parlare con il figlio per verificarne la presenza. Le maestre assistono sbigottite al loro colloquio “mamma lasciami in pace che stò giocando con i miei amici”.

 

Parallelamente continua l’opera di convincimento sui genitori riluttanti. Insistenti sono le telefonate e i tentativi di contatto personale che fortunatamente non hanno avuto il seguito sperato. 

 

Queste azioni destabilizzanti culminano in una riunione, invitati i soli genitori, che si svolge a fine Aprile 2004. Detta riunione è organizzata e condotta proprio dalle mamme accusanti del “Sorelli”, anche se da mesi hanno fatto interrompere ai figli la frequenza scolastica.

Nonostante sia ottenuta la disponibilità dei locali interni alla stessa scuola viene negata la presenza al personale e ai responsabili scolastici.

Durante la riunione vengono date comunicazioni allarmanti su presunte uscite non autorizzate dalla scuola, si fa il nome di cinque bambini, accompagnati da personale scolastico di cui le mamme indaganti dicono di conoscere già l’identità.

Uscite motivate, sempre secondo queste mamme, dalla consumazione di atti pedofili ai danni degli stessi bimbi. Tutto questo, come già detto, sarebbe il frutto di racconti resi dai loro figli.

Immediata contro riunione, presente il direttore delle scuole materne e le insegnanti.

Invitati ad aver fiducia i genitori presenti tornano a casa con i loro dubbi, alcuni affermano apertamente davanti alle insegnanti “non so se devo fidarmi di voi”!.

Altri manifesteranno solidarietà alle maestre. 

 

Contemporaneamente giunge alle forze dell’ordine, da parte di una famiglia,  una segnalazione delle ipotizzate uscite da scuola dei bambini. Nella primavera del 2004 viene aperto un nuovo fascicolo in procura e parte l’indagine sulla materna comunale “Carboni” per sequestro di persona e presunti abusi sessuali sui minori.

 

L’istituzione scolastica decide di allontanare forzosamente alcuni dipendenti adibendoli a mansioni extrascolastiche. Il personale indagato, pur consapevole della assoluta risibilità delle accuse mosse, vede stravolta la loro vita.

Intercettati e messi sotto la lente d’ingrandimento. Infangati nella loro professionalità minacciati nella serenità della loro vita familiare.

Maggio e Giugno sono mesi difficili per il personale rimasto nella materna costretti a convivere con questa accusa infamante dagli imprevedibili sviluppi.

La presenza degli alunni è decimata, c’è un clima di grande tensione i genitori preoccupati chiedono spiegazioni.

 

Il nome della scuola inizia ad essere citata dall’informazione locale, collocata nell’elenco sempre più nutrito delle materne cittadine e provinciali in cui sono scattate denuncie.

Mentre la voce isolata del presidente di una sedicente associazione pro-infanzia tenta di rilanciare la delirante teoria della banda pedofila infiltrata nelle scuole materne cittadine, molti bresciani incominciano ad essere perplessi, la credibilità di queste denuncie, proprio a causa del loro proliferare indiscriminato e privo del benchè minimo riscontro, ha oramai toccato il fondo.

 

Con la fine dell’anno scolastico e l’arrivo della pausa estiva l’allarme rientra spontaneamente. All’inizio del nuovo anno scolastico nel settembre 2004 il personale prima allontanato torna alle sue abituali mansioni all’interno della scuola.

Perfino la famiglia che aveva fatto segnalazione alle forze dell’ordine e poi ritirato il proprio figlio ora chiede di riammetterlo nella stessa scuola come se nulla fosse successo!

La superficialità del comportamento di molti genitori lascia senza parole.

 

Come già detto questa indagine si chiuderà dopo un anno, primavera del 2005, con la richiesta di archiviazione poiché nulla è accaduto nella scuola materna “Carboni”.

 

Segnaliamo come le psicologhe a cui questi genitori si sono rivolti facendo analizzare la situazione dei propri figli in rapporto a possibili atti pedofili subiti anche nella materna “Carboni” siano le stesse che già hanno preso in carico i bambini delle altre due scuole materne “Abba” e “Sorelli”. Queste psicologhe, che sono quindi già compromesse in questa vicenda, sempre secondo i genitori, hanno loro prospettato l’alta possibilità che ciò sia veramente accaduto anche alla “Carboni”!  Chiedendo l’archiviazione del caso è la stessa autorità giudiziaria a smentirle e mettere in dubbio la qualità delle loro diagnosi!

 

Ma la vicenda si chiude con un interessante risvolto: il Pubblico Ministero che rappresenta l'accusa  per il processo "Sorelli" è il medesimo che chiede l'archiviazione per questa inchiesta.

Durante le indagini, svolte in ogni direzione, sono emerse circostanze e profili riguardanti i genitori accusanti del processo Sorelli rimasti finora ignoti.

Il Pubblico Ministero, con un gesto di assoluta correttezza, decide di trasmettere gli atti delle indagini del "Carboni" al dibattimento Sorelli.

Gli atti vengono esaminati e acquisiti nel dibattimento.

In essi, gli avvocati della difesa delle maeste e degli ausiliari imputati trovano numerosi elementi estremamente utili per sostenere le loro tesi, ovvero che anche alla scuola Sorelli non è accaduto nulla.

 

LA SCUOLA MATERNA NERI

 

L’inchiesta sulla scuola materna “San Filippo Neri” è stata chiusa con la richiesta di archiviazione perchè, come scrive la Procura di Brescia,

 

" ... si afferma che nessun elemento di riscontro è emerso dalle indagini espletate, ivi compresa la perizia e deve concludersi con l'archiviazione per l'assoluta mancanza di elementi a carico della scuola materna S.F. Neri.

I racconti fatti nella denuncia appaiono privi di qualunque elemento di riscontro ed anzi risultano sconfessati da tutte le attività di indagine

poste in essere..."

 

Eppure anche questo caso, come i casi riguardanti la scuole materne "Abba" e "Sorelli", prese origine dalle dichiarazioni di genitori che riferivano, a loro volta, di racconti specifici e circostanziati fatti dai loro figli e  concernenti abusi sessuali che questi ultimi avrebbero subito all'interno della struttura stessa.

 

La medesima impalcatura, la stessa struttura che portò la Procura di Brescia ad ipotizzare tra il 2002 e il 2004, l'esistenza di un'enorme (quanto improbabile) banda di pedofili che furoreggiava nelle scuole materne della città.

 

Anche in questo caso assistemmo, purtroppo, all'azione inquinante di alcune associazioni (a loro dire) anti-pedofilia che diffusero volantini dai toni accusatori e organizzarono le solite riunioni "terroristiche" all'interno del quartiere, mancando non solo di una qualsiasi forma di rispetto verso la presunzione di innocenza, ma anche di un briciolo di buon senso.

 

Cosa ci fu di diverso, nel caso "Neri"? Cosa spinse gli inquirenti ad archiviare? Non è facile saperlo.

Ciò che possiamo dire è che le indagini, in questo caso, furono accurate e minuziose e furono svolte da forze dell'ordine diverse rispetto quelle che le svolsero nelle precedenti indagini.

Non si partì, come fu fatto negli altri casi, dalla "presunzione di colpevolezza".

 

Le indagini si avvalsero di strumenti che non furono usati per le indagini "Abba" e "Sorelli" e che permisero agli inquirenti di accertare come il caso della scuola materna "Neri" fosse in realtà niente altro che la propagazione del medesimo contagio su fatti inesistenti che colpì le scuole materne "Abba", "Sorelli" e "Carboni".

 

E infatti l'ordinanza di archiviazione non lascia dubbi: si trattò di un caso di falsi abusi.

Rimane il rammarico di non aver assistito alle medesima accuratezza anche nelle indagini sulle scuole materne Abba" e "Sorelli".

 

L'archiviazione è comunque passata in sordina, a dispetto del clamore che la notizia suscitò a suo tempo.

Riportiamo al proposito l'unico articolo che siamo riusciti a reperire, pubblicato sul giornale parrocchiale del quartiere.

 

I bambini
vogliono restare

 


- La Scuola "chiude" ma i bambini vogliono restare. -
Così il 5.11.2004 titolava un quotidiano a tiratura nazionale riferendosi alla nostra scuola materna: ".. altalene, scivolo, palle colorate, carrozzine scoperte, mamme con bambini, bimbi con maestre, papà baby sitter: sono nel cortile della scuola, all'ombra della chiesa, un prato verde, ampie finestre, un bel numero di piccini stanno ancora giocando. La scuola chiude ma loro non vogliono andar via. I nostri bambini stanno bene e sono contenti di essere qui. Qualcuno non ci vuole bene; ma noi genitori siamo tranquilli..."

Era un giorno che precedeva di poco la primavera 2004, un giorno nuovo pieno di luce e colori che avrebbe dovuto rallegrare, come sempre, la vita gioiosa della nostra scuola materna.

Ma quel giorno la mente e il cuore di qualcuno decise che non doveva essere così.

Si inventarono le più odiose calunnie, per diffamare persone e mettere alla berlina un'istituzione che da oltre 45 anni svolge nella comunità del Villaggio Sereno un ruolo fondamentale nell'educazione e nella crescita umana, morale e spirituale dei nostri bambini.

Quasi impossibile capacitarsi di tanta cattiveria.

Feriti e umiliati da un sospetto così ignobile, abbiamo guardato a Gesù, alla giustizia Divina e "incrociando il suo volto" abbiamo chiesto di aiutarci a portare la "pesantissima santissima croce" che ci era stata messa sulle spalle.

E mentre da una parte c'era la volontà di propagare le diffamazioni, le cattiverie, i sospetti, alimentando un “tam... tam...” dagli effetti tipici del "telefono senza fili', noi sceglievamo un rispettoso silenzio continuando a lavorare, ogni giorno, con lo stesso impegno, serietà e professionalità che ci hanno sempre contraddistinto, spalancando ancora di più le porte a tutti gli accertamenti ritenuti necessari per fare piena luce sui presunti fatti, di cui eravamo assolutamente certi della nostra estraneità. Abbiamo così sperimentato cosa significa "stare sulla croce". Non è stato facile!

Ora la "pratica" è stata archiviata, con specifico decreto, dove si leggono le seguenti motivazioni: " ... si afferma che nessun elemento di riscontro è emerso dalle indagini espletate, ivi compresa la perizia e deve concludersi con l'archiviazione per l'assoluta mancanza di elementi a carico della scuola materna S.F. Neri. I racconti fatti nella denuncia appaiono privi di qualunque elemento di riscontro ed anzi risultano sconfessati da tutte le attività di indagine poste in essere...".

Un grazie particolare e di tutto cuore desideriamo inviarlo ai genitori della scuola, per la solidarietà, la stima e la fiducia che ci hanno costantemente confermato, credendo sempre nella nostra estraneità.

Ci si permetta, a conclusione della vicenda, un riferimento ad un episodio attribuito alla vita di S. Filippo Neri, nostro protettore, il quale un giorno, in confessionale, ricevette una donna che confessò di aver parlato male e detto tante cattiverie contro alcune persone del suo paese. Al chè S.E Neri nell'assolverla le disse di fare due penitenze: la prima: di andare a casa, riempire un sacco di piume e, nel primo giorno di vento, spargerle per le vie del paese e poi di ritornare da lui. Così fatto, contenta della lieve pena, la donna ritornò da S.E Neri che le dette l'altra penitenza. la seconda: ora vai, sempre con il sacco, a raccogliere le piume sparse, una ad una e riportale a casa. La donna smarrita disse "ma non è più possibile, il vento le ha sparse in ogni dove!". E San Filippo Neri di rimando “E vero! Così è stato anche delle tue calunnie e delle tue cattiverie”.

Il personale docente
Il personale non docente
Il personale volontario
La direzione della scuola