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Il caso Tortora

e l’editoriale di Ferrara

sullo stato della Giustizia

 

 

Premessa

I due articoli che vengono proposti rappresentano, in modo significativo, un quadro alquanto desolante del sistema Giustizia, soprattutto quando quest’ultima si sostituisce alla politica nel tentativo di moralizzare, mediante sentenze, un popolo che è sovrano della stessa istituzione, preposta al solo compito esecutivo della mera volontà del cittadino espressa attraverso un Parlamento da lui eletto in modo democratico.

La certezza dell’incertezza non può divenire una regola in campo giudiziario a tal punto da rappresentare un nemico giurato e riconosciuto: l’abuso di diritto.

Su come viene utilizzato l’abuso di diritto può essere condiviso nel seguente modo: “L’abuso del diritto viene interpretato dalla giustizia e dalla giurisprudenza come parametro soggettivo circa l’applicabilità o meno, in fattispecie concrete, delle norme del diritto positivo”.

E ciò lo si ritrova leggendo il caso Tortora, descritto da Jannuzzi, circa la valenza attribuita alle dichiarazioni de relato, che allora come ora sono fonte di innumerevoli condanne prive dei riscontri necessari a sostenere una prova irrefutabile. A quasi vent’anni di distanza dal caso Tortora la situazione non è certamente mutata, così come accade oggi per i falsi abusi, in cui si cerca di dare concretezza alle notizie vox populi, giustificandole con inferenze pseudo-psicogiuridiche.

E quando la Giustizia è in difficoltà a giustificare il suo operato dinanzi al popolo, che ne ha coscienza e non condivide, si evince una palese difesa con preposizioni filosofiche giuridiche del tipo:

«La sentenza di assoluzione del Tortora rappresenta soltanto la verità processuale sul fatto-reato a lui attribuito e non anche la verità reale del fatto storicamente verificatosi», ovvero «L’assoluzione di Enzo Tortora con formula piena non è conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Gianni Melluso e di altri chiamati in correità, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a contribuire valida prova d’accusa…».

Nei casi dei falsi abusi, invece, le sentenze di condanna ricorrono - come motivazione - all’inferenze psicogiuridiche del tipo: “Sul piano della credibilità soggettiva, unicamente ad altre considerazioni, si è fatto leva su un dato logico e psicologico fondamentale, e cioè sulla già sottolineata capacità del genitore o del familiare stretto di «leggere» nell’animo e nella mente del bambino e di capire perfettamente quando egli dica la verità o la menzogna e quando simuli o provi autenticamente una certa emozione”

A conclusione di quanto esposto si cita l’articolo di Giuliano Ferrara, in merito al contesto giudiziario che il nostro paese sta attraversando, in cui scrive: “… alcuni magistrati che affettano di credere in una missione purificatrice di sradicamento del male, ma stringono nel loro mirino il «nemico assoluto» che secondo loro ha corrotto il popolo, intendono correggere o annichilire il giudizio sovrano degli italiani sulla politica. Questa missione reazionaria, codina, antidemocratica, che ha un costo inaudito per l'economia e per la pace civile, è assolta informe militanti, passando da una indagine a un talk show dei più facinorosi, da una sentenza a una pressione vociferante e intimidente sul legislatore, sbaraccando lo stato di diritto, la privacy dei cittadini, mettendo in discussione tutto e minacciando tutti con la sola riserva, quando gli riesce, di selezionare gli avversari e risparmiarne alcuni, pur sempre ammonendoli e impaurendoli, allo scopo di ottenerne l'appoggio politico”.

Addi, 2 marzo 2011

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IL GIORNALE

del 27 febbraio 2011 a cura di Lino Jannuzzi

 

 

Caso Tortora, dopo 22 anni

arriva un’altra ingiustizia

I giornalisti Jannuzzi e De Gregorio (oggi senatore Pdl condannati a versare 280 mila euro al giudice che inquisì l’ex volto tv, poi assolto. La colpa? Aver raccontato un processo orrore

 

Ventisette anni dopo l’arresto di Enzo Tortora il Tribunale di Napoli ha condannato Lino Jannuzzi e Sergio De Gregorio a pagare 150mila euro, più gli interessi dal 1991 (in tutto 280mila euro) a favore di Giorgio Fontana,; il giudice istruttore che ha gestito l'inchiesta su Tortora e che si era poi dimesso dalla magistratura in polemica con il Csm, che aveva aperto un procedimento contro di lui.

 

Un calvario infinito

 

LA VICENDA

Giugno 1983 – Enzo Tortora, famosissimo giornalista e conduttore radio e tv, è arrestato a55 anni per associazione a delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Le accuse si basano sulle dichiarazioni, che si riveleranno essere solo calunnie, di diversi pregiudicati camorristi. Tortora sconta sette mesi di carcere, poi passa per motivi di salute agli arresti domiciliari.

Giungo 1984 – È eletto al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale, che sosterrà le sue battaglie giudiziarie.

Settembre 1985 – Viene condannato a dieci anni di carcere.

Dicembre 1985 – Si dimette da Strasburgo e rinuncia all’immunità parlamentare. Torna agli arresti domiciliari.

Settembre 1986 – Processo d’appello: è assolto con formula piena.

Febbraio 1987 – Ritorna in tv.

Novembre 1987 – L’eco della sua vicenda contribuisce alla vittoria del sì nel referendum, promosso dai Radicali, per l’estensione della responsabilità civile ai giudici.

Maggio 1988 – Tortora muore nella sua casa di Milano. Aveva 60 anni.

 

Imputato trofeo

Tortora fu arrestato alle quattro e tenuto in questura fino alle undici, nonostante avesse avuto un collasso cardiaco: bisognava aspettare prima i fotografi.

I “testimoni”

Le accuse venivano da due camorristi: «’o animale». Che mangiò il cuore di un uomo, e «'o pazzo», che avvelenò la madre, sparò al padre, e diede fuoco alla fidanzata.

Retata bluff

Venne portato in carcere con altre 412 persone.

Da li a tre anni oltre 300 di queste furono scagionate.

Ecco i veri risultati della «crociata» contro i clan.

 

Ventisette anni dopo l’arresto di Enzo Tortora la seconda sezione civile del Tribunale di Napoli ha condannato Lino Jannuzzi e Sergio De Gregorio a pagare, in solido tra di loro, la somma di 150milaeuro, più gli interessi calcolati a partire dal 1991 (in tutto280milaeuro) a favore di Giorgio Fontana, il giudice istruttore che ha gestito l'inchiesta su Tortora e che si era poi dimesso dalla magistratura in polemica con il Csm, che aveva aperto un procedimento disciplinare su di lui e sui due pm del processo Lucio Di Pietro e Felice di Persia (procedimenti che poi finirono nel nulla) e che ora fa l'avvocato a Napoli. In questa veste Fontana aveva già querelato Lino Jannuzzi in sede penale, ne aveva ottenuta la condanna e ne aveva già riscosso un risarcimento di diversi milioni di lire. Sergio De Gregorio, attualmente senatore del Pdl, è stato cronista giudiziario de Il Giornale di Napoli, di cui Lino Jannuzzi è stato direttore, e in occasione della morte di Enzo Tortora, stroncato dal cancro il 20 maggio 1988, aveva scritto un articolo su Tortora, su Fontana e sul processo. Per quell’articolo l'autore e il direttore del giornale sono stati condannati oggi, ventidue anni dopo.

 

L’inizio dell’incubo

Enzo Tortora Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino, mentre dormiva all’Hotel Plaza di Roma, venerdì 17 giugno 1983. Fu portato in questura e vi fu trattenuto fino alle undici, nonostante fosse stato colpito da collasso cardiaco, prima di trasferirlo a Regina Coeli: il tempo necessario perché la notizia del suo arresto si diffondesse e si raccogliesse dinanzi alla questura una folla di giornalisti e di fotografi.

L’ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico era stato spiccato dalla procura di Napoli sulla base delle accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto «o animale», è un feroce assassino, famoso per avere ucciso in carcere Francis Turatello, per avergli sventrato a calci il torace e strappato il cuore per poi mangiarselo. Giovanni Pandico «o pazzo», dichiarato psicolabile e paranoico, è entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage nel municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie e ha ucciso gli impiegati che tardavano a consegnarli il certificato di nascita.

 

La grande retata

Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», vennero spiccati 855 mandati di cattura e quel «venerdì nero» vennero arrestati assieme a Tortora 412 presunti camorristi (gli altri quattrocento erano già in carcere). Ma 87 di costoro saranno scarcerati perché arrestati per sbaglio, per «omonimia». Comunque la maggior parte degli arrestati sono personaggi sconosciuti e ignoti. Ma l’operazione viene fin dall’inizio presentata dagli inquirenti, e gonfiata dalla maggioranza dei compiacenti giornalisti, come «crociata», la «guerra alla camorra», il colpo mortale inferto alla «nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo.

Ma gli inquirenti accreditano le voci, sempre amplificate dai giornalisti, che nella rete sono caduti personaggi «insospettabili». Quando si tireranno le somme si vedrà che codesti «insospettabili» si riducono a una manciata di mediocri personaggi, quattro o cinque sui quattrocento arrestati. L’unico personaggio noto e conosciuto e «insospettabile» tra gli arrestati è Enzo Tortora, e questa è la radice delle sue disgrazie e dell’accanimento che si scatena contro di lui. Ed è la ragione per cui la «crociata», lo storico «processo alla camorra», finisce per diventare fatalmente il processo a Enzo Tortora, e come tale verrà vissuto, discusso e ricordato.

Dopo sei mesi dall’arresto Tortora venne messo a confronto con due nuovi «pentiti»: Gianni Melluso, detto «Cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che viene introdotto nella stanza dell’interrogatorio con la testa coperta da un cappuccio nero e afferma di aver visto Tortora a Milano a pranzo e a cena con Francis Turatello, di cui Villa faceva il guardaspalle. Mano a mano che si va avanti, e tanto più che mancano sempre più i riscontri, aumenta il numero dei «pentiti» che accusano Tortora. Alla fine se ne conteranno una ventina.

 

I “pentiti” a comando

Michele Moreno, il giudice che ha scritto la sentenza con cui in appello Tortora verrà poi assolto, ha severamente censurato il sistema con cui i nuovi «pentiti» venivano ammaestrati. Si procedeva così: si prendevano i presunti «affiliati» indicati da Barra o da Pandico o da Melluso, e li si rinchiudeva nella stessa caserma, la famosa caserma Pastrengo, dove erano rinchiusi Barra, Pandico e Melluso, e la notte si lasciavano aperte le porte delle celle, in modo che i nuovi arrivati potessero «fraternizzare», magari banchettando e sbevazzando, con coloro che li avevano indicati, e questi potessero «ragionare» e istruirli e convincerli ad accusare Tortora. Sui giornali di quei giorni si poteva leggere tranquillamente che per Melluso, «Gianni il bello», in caserma era stata allestita una specie di garconnière con ragazze e champagne.

 

Gli interrogatori

Tortora fu interrogato solo dopo settimane di cella di isolamento. In tutto lo interrogheranno per tre volte. Al primo interrogatorio tirano fuori la storia dei centrini: un camorrista detenuto, Domenico Barbaro, ha spedito dal carcere a Tortora, perché li mostrasse ai telespettatori di «Portobello», certi centrini da lui stesso ricamati in cella.

Ma i centrini si persero nei meandri della Rai e non furono mostrati in video. Spuntano allora delle lettere di Barbaro a Tortora in cui il camorrista si lamenta: rivuole indietro i centrini o li vuole pagati. Secondo gli inquirenti è la prova del traffico di stupefacenti: i «centrini» starebbero per «cocaina». Si scoprirà alla fine che le lettere a «Portobello» per conto di Barbaro le ha scritte Pandico, che è stato Pandico a combinare con Barbaro il trucco della trasformazione dei centrini in cocaina e poi a raccontare la storiella agli inquirenti.

Al secondo interrogatorio gli inquirenti si presentano a Tortora, dopo qualche mese, con in mano una «prova schiacciante» della sua affiliazione alla camorra. Nella agendina sequestrata a Giuseppe Puca, detto «’o giappone», uno dei più feroci killer di Cutolo, hanno trovato il nome di Enzo Tortora con due numeri di telefono. A condurre l’interrogatorio è personalmente il giudice istruttore Giorgio Fontana, il cui onore sarebbe stato offeso dall’articolo di Sergio De Gregorio sul giornale diretto da Lino Jannuzzi in occasione della morte di Tortora. Ma un giorno si presenta in procura una signora: mi chiamo Catone Assunta, dice, e sono la donna Puca, questa agendina che avete sequestrata a casa di Puca non è la sua ma la mia, potete controllare, ci sono i numeri dei miei parenti e delle mie amiche e questi due numeri dove avete letto «Enzo Tortora», io ho scritto, la grafia è mia, «Enzo Tortona». È un mio amico di Caserta, il prefisso è 0823, provate a chiamare.

Al primo interrogatorio hanno scambiato centrini per cocaina, al secondo interrogatorio hanno letto «Tortora» per «Tortona», al terzo interrogatorio l'inquisizione napoletana porta come testimone Gianni Melluso, un balordo, un ladruncolo di periferia.

 

Il valzer delle sentenze

È sulla base di «pentiti» come questi e delle storie da loro raccontate che, dopo sette mesi di dibattimento e 225 udienze, il 17 dicembre del 1985, due anni e mezzo dopo il blitz del venerdì nero, i giudici di Napoli hanno condannato Enzo Tortora a dieci anni e sei mesi di carcere.

Meno di un anno dopo, il 15 settembre de1 1986, Tortora è stato assolto in appello con formula piena. Con lui sono stati assolti altri 131 imputati, che con i 102 assolti in primo grado fanno 233 e con i 70 assolti nel secondo troncone salgono a oltre 300, senza contare gli 87 «omonimi» arrestati e poi liberati: fanno quasi tre quarti della grande retata.

Otto mesi dopo, il 18 maggio del 1987, la Cassazione completerà l'opera, confermando l'assoluzione di Tortora e degli altri 131 e annullando un altro pò di condanne.

Nel frattempo Tortora era stato candidato dai Radicali alle elezioni europee, quando era ancora agli arresti domiciliari, ed era stato eletto con 800mila voti di preferenza, ma si era dimesso, sollecitando personalmente dal Parlamento europeo l’autorizzazione all’arresto, era tornato Italia e si era «consegnato» alla polizia a Milano, in piazza del Duomo, la vigilia di Natale.

Un anno dopo la sentenza della Cassazione Tortora morirà, stroncato da un tumore: «In quelle orrende mura del carcere - dirà nell’ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell’ospedale – mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro…». È il 20 maggio del988, e per l’occasione il cronista giudiziario de Il Giornale Napoli, diretto da Lino Jannuzzi, ha rievocato le vicende del processo. Ventidue anni dopo altri giudici, sempre di Napoli, hanno condannato il cronista e il direttore a pagare.

 

Insultato anche da morto

A Gianni Melluso è andata meglio. Dopo avere calunniato impunemente il vivo, prese a calunniare il morto. Nel novembre del 1992, quattro anni dopo la morte di Tortora, il settimanale Gente pubblicò una sua intervista sotto il titolo: «Gianni Melluso esce dal carcere e insiste: Tortora era colpevole». Dice proprio così: «Io gli davo la droga e lui mi pagava». Le figlie di Tortora sporsero querela per calunnia. Due anni dopo la pubblicazione dell’intervista e la querela, il gip del tribunale civile e penale dì Milano Clementina Forleo respinge la querela, condannando le figlie di Tortora alle spese processuali, e motiva:

«La sentenza di assoluzione del Tortora rappresenta soltanto la verità processuale sul fatto-reato a lui attribuito e non anche la verità reale del fatto storicamente verificatosi».

Due mesi dopo, l’allora sostituto procuratore generale della Repubblica a Milano Elena Paciotti, che poi sarà membro del Csm, presidente dell’Associazione magistrati e infine deputato europeo nelle liste Pd-Pds respinge istanza di apertura del procedimento con questa motivazione:

«L’assoluzione di Enzo Tortora con formula piena non è conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Gianni Melluso e di altri chiamati in correità, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a contribuire valida prova d’accusa…».

 

L’ultimo sfregio

Nessuno dei «pentiti» sbugiardati è stato incriminato, processato e condannato per calunnia. Nessuno dei magistrati che hanno gestito l'inchiesta è stato inquisito e punito dal Csm. Anzi, hanno fatto tutti una splendida carriera. Nessun risarcimento è stato riconosciuto ad Enzo Tortora ai suoi eredi. Anzi, le sue figlie hanno dovuto pagare le pese per la querela fatta a Melluso. I giornalisti (pochi) che hanno raccontato e denunciato i misfatti del processo sono stati condannati a risarcire lautamente i magistrati «per avere offeso la loro reputazione».

 

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Il Giornale

del 27 febbraio 2011 a cura di Giuliano Ferrara

 

 

L’ERRORE DI NAPOLITANO

(Che può ancora rimediare)

 

 

Ho l’onore di conoscere il presidente Napolitano da molti anni. Quand’ero adolescente, venne a Roma da Napoli come capo della sezione culturale del Partito comunista. Era stimato fin da allora per la sua pignoleria e per il suo aplomb istituzionale.

L’intellighenzia borghese del Pci, che era piuttosto sorniona nonostante il suo plumbeo stalinismo togliattiano, lo chiamava «il Prefetto» e ridacchiava della sua somiglianza con Umberto II. Lui tirava diritto; freddo e flemmatico com’è.

Nessuna storia personale è senza macchia, nessuna carriera senza errori, ma Napolitano è il tipo ideale del galantuomo meridionale. Quando Berlusconi, vinse a sorpresa le drammatiche elezioni del 1994, l’allora capogruppo del maggior partito di opposizione tenne alla Camera un discorso aperto e responsabile, freddo in mezzo alle passioni scatenate.

Il Cav. scese dal banco del governo, attraversò l’emiciclo e gli strinse la mano, gesto significativo e poco protocollare. Fece sensazione. Qualche tempo dopo proposi al presidente del Consiglio di mandare Napolitano a Bruxelles come commissario europeo, insieme con Mario Monti. Se ne discusse seriamente, eravamo arrivati al punto, ma alla fine quel (magnifico tipaccio di Cesare Previti irruppe in una riunione di ministri, a Palazzo Chigi, e con impeto da centurione disse rombante la sua: «Napolitano». «Perché?», domandai. «Perché è comunista», fu la sua risposta. Chiusa li. Andò la Bonino, che non ho mai capito bene che cosa sia.

Cesarone sbagliava. Il peccato originale di Napolitano non è il suo comunismo all’italiana, che è ovviamente anche parte di una tragedia mondiale da me condivisa in gioventù, ma l'articolo 68 della Costituzione. Tra il febbraio e l’ottobre del 1993, anno del Grande Terrore giustizialista, quando l’uso barbarico della carcerazione preventiva assicurò alla galera un certo numero di ladri, ma distrusse con ferocia selettiva (i sommersi e i salvati si conoscono) le basi della Repubblica costituzionale, Napolitano contribuì da presidente della Camera allo smantellamento coatto di un pilastro della politica democratica, garanzia della divisione dei poteri. I padri costituenti avevano scritto queste parole:

«Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale».

I padri, gente del calibro di Moro, Togliatti, la Malfa, Nenni, Andreotti, Terracini, Dossetti, Meuccio Ruini, De Gasperi e molti altri che potrei citare, non erano stupidi. Sapevano che questo non avrebbe soltanto difeso i parlamentari dall’inquisizione e dal pregiudizio politico, ma potenzialmente anche da curiosità inerenti i loro comportamenti, privati e pubblici, segnati dall’illegalità.

Tuttavia vollero che quelle parole così esplicite fossero iscritte nella Carta fondamentale, perché la Politica può essere sporca, meschina, truffaldina, ma niente è più sporco, meschino e truffaldino della giustizia politica, dell'uso politico della giustizia.

L'articolo 68 fu cancellato in un Paese stremato dalla delusione per il cattivo uso dell'immunità da parte delle Camere, e inferocito oltre ogni misura di misericordia e di equilibrio contro irresponsabili di un declino del prestigio e della salute delle istituzioni, ma le conseguenze di quella decisione, presa sotto la ferula dei magistrati d'assalto, che si preparavano a correre per il potere candidandosi e formando nuovi partiti, sono state disastrose.

Da quasi vent’anni il Paese non respira più, vive in una perpetua apnea giudiziaria. Che voti per Berlusconi o per Prodi, i governi dipendono dal comportamento dell’ordine giudiziario trasformatosi in potere autonomo e insindacabile in mano a una minoranza attivistica. Reggono o cadono, i governi eletti dal popolo, a seconda della loro forza di resistenza all’iniziativa blindata di alcuni magistrati che affettano di credere in una missione purificatrice di sradicamento del male, ma stringono nel loro mirino il «nemico assoluto» che secondo loro ha corrotto il popolo, intendono correggere o annichilire il giudizio sovrano degli italiani sulla politica. Questa missione reazionaria, codina, antidemocratica, che ha un costo inaudito per l'economia e per la pace civile, è assolta informe militanti, passando da una indagine a un talk show dei più facinorosi, da una sentenza a una pressione vociferante e intimidente sul legislatore, sbaraccando lo stato di diritto, la privacy dei cittadini, mettendo in discussione tutto e minacciando tutti con la sola riserva, quando gli riesce, di selezionare gli avversari e risparmiarne alcuni, pur sempre ammonendoli e impaurendoli, allo scopo di ottenerne l'appoggio politico.

Il presidente della Repubblica è politicamente irresponsabile, ma della Costituzione è custode. Questa non è una questione costituzionale, non riguarda i sondaggi e la volubilità dell'opinione pubblica, la lotta tra i partiti. Questo passaggio lo riguarda direttamente, perché riguarda il tradimento consumato di una Carta in nome della quale si celebrano centocinquant’anni di Italia unita. Napolitano può dare un grande contributo di persuasione morale e di intelligenza critica alla storia di questo Paese, entrandovi a pieno diritto come un galantuomo al di sopra delle parti: predicare apertamente, a vent'anni dal tradimento, la necessità di ripristinare il testo mutilato della . legge fondamentale dello Stato, e del suo principio cardinale di divisione dei poteri.