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Il Riformista del 4
aprile “Esiste risarcimento
per sette anni di gogna?”
Un accusato di pedofilia
diventa un reietto statim et immediate. L’esposizione mediatica dell’accusa e il
conseguente rovistio nella sua vita privata lo escludono immediatamente da ogni
consesso sociale di presentabilità. Ed è qui forse la vera responsabilità,
oltre a quella dei pubblici ministeri che hanno avviato le indagini e hanno
pervicacemente sostenuto l’accusa sino in Cassazione a dispetto di due sentenze
di assoluzione. (Libero convincimento si dice, libero nel senso della
possibilità di essere attuato, forse non libero da preconcetti e pregiudizi che
hanno resistito sino all’ultima definitiva sentenza.)
Alla genesi e alla
diffusione di questa psicosi collettiva e di questo contagio emotivo noi
giornalisti non siamo estranei. Sto proponendo un’autocensura in nome della
“notizia” e della formale applicazione della deontologia professionale. Non
sposo in toto la provocazione di Karl Kraus – «Censura e giornale, come potrei
non decidermi a favore della prima? La censura può sopprimere la verità per un
certo tempo, togliendole
Nell’epoca che teorizza il
dubbio sistematico come anticamera della verità, stupiscono le certezze
granitiche di certe persone, rappresentate da frasi come questa: «Trovo assurdo che
A pronunciare queste
parole, in piena vicenda giudiziaria in corso, con conseguente battage
mediatico, era il presidente dell’associazione Prometeo di Pisogne (Brescia),
Massimiliano Frassi. [Vedi anche questi articoli sul
Frassi
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]
Le apodittiche
affermazioni di
Frassi si riferivano allo
“scandalo Sorelli”, un asilo comunale di Brescia dove prima del 2003 si
sarebbero verificati (ma per molti il condizionale è superfluo) casi di
pedofilia e abusi
sessuali
sui
bambini
che videro indagate dodici
persone: maestre, preti, bidelli. Quattro posizioni furono archiviate subito,
otto persone finirono sotto giudizio. L’accusa chiese condanne per 125 anni
abusi sessuali su ventitrè bambini Due maestre furono arrestate e fecero due
anni di carcerazione preventiva. A dispetto delle certezze certificate dalle
«perizie con l’aiuto di investigatori stranieri», tutti gli imputati sono stati
assolti in tutti e tre i gradi di giudizio perché «il fatto non sussiste».
Bisogna rileggere: il
fatto non sussiste.
La sentenza di primo grado parla di testi inattendibili perché inquinatisi l’un
con l’altro presi da una legittima ansia di conoscenza e timore per i figli.
Nelle loro sentenze i giudici parlano di «psicosi collettiva» e «contagio
emotivo». Come è potuto succedere? Purtroppo in nome del “bene dei bambini”. In
nome di tutti i sentimenti buoni che proviamo nei loro confronti, in nome
dell’ansia per una giustizia alimentata dalle nostre sacrosante emozioni, che
sono così preponderanti nel giudizio di valore che immediatamente sputiamo su
avvenimenti e persone da non tenere in nessuna considerazione l’accertamento
della verità. Che è un procedimento che richiede distacco, tempo e prudenza;
soprattutto quando ci sia di mezzo la libertà, la dignità, il lavoro e
l’accettazione sociale di una persona.
Ripetiamo: il fatto non è
stato commesso, e per un’accusa inconsistente due persone si sono fatte due anni
agli arresti, hanno perso il lavoro, hanno avuta rovinata la vita, la
reputazione. Adesso lo Stato le “risarcirà” per
ingiusta detenzione con trecentomila euro a testa, ma risarcimento è parola
inadeguata.
La gogna durata sette anni non ha
risarcimento. Credo che molti, anche nella nostra categoria, dovrebbero chiedere
loro pubblicamente scusa. Sperando di venire perdonati.
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