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Il Giornale.it

del 1 aprile 2010 di Luca Fazzo

 Pedofilia, procura Milano:

"Complicità dei vescovi"

 

Pietro Forno, capo del pool antimolestie: "La lista di sacerdoti inquisiti è lunga.

La Chiesa non ha mai ostacolato le indagini. Ma i vertici non hanno mai denunciato un caso".

 

Roma - Una gerarchia cattolica che tace, copre, insabbia. Che per paura degli scandali non punisce i preti colpevoli di abusi sessuali. Che li lascia a contatto con i fedeli e con i bambini. Che chiude gli occhi davanti a un fenomeno talmente radicato e devastante da domandarsi se non vi siano uomini che scelgono la strada del sacerdozio proprio per poter avvicinare le loro vittime. È un quadro sconcertante quello dipinto in questa intervista al Giornale dal magistrato che da più tempo in Italia si occupa di abusi sessuali: Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri.

 

Quanti sacerdoti ha inquisito per reati sessuali?

«La lista, purtroppo, non è corta».

 

 qual è stato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?

«Devo dare atto che, una volta iniziate le indagini, non mi sono mai stati messi ostacoli. Però le notizie positive finiscono qui».

 

In che senso?

«Nel senso che nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente».

 

Ma i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti che sbagliano.

«È vero che non esiste un obbligo formale di denuncia da parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non è un pubblico ufficiale. Quindi il vescovo che tace non commette il reato che commetterebbe un preside che tacesse. È anche vero che qualunque cittadino - soprattutto quando è investito di un’autorità o di un’autorevolezza particolari - quando viene a sapere di un reato per cui si può procedere d’ufficio ha la possibilità di denunciare, e direi il dovere morale.

Questo non avviene mai. Mai. È un punto dolente. Noi come magistrati abbiamo l’obbligo di informare l’ordinario diocesano, ovvero il vescovo, quando arrestiamo o chiediamo il rinvio a giudizio di un prete, e lo abbiamo sempre rispettato. Ma il contrario non mi è mai accaduto. Non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto».

 

Perché? Non sanno quello che accade nelle loro parrocchie? O lo sanno e preferiscono tacere?

«Io sono convinto che loro sappiano molto più di quello che sappiamo noi. Ma c’è un problema a monte, ed è cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. E qui mi permetto di dire una cosa di cui in questi giorni non si è parlato, nelle tante discussioni sul tema degli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache di questi giorni si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo “lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

 

Quali sono le ripercussioni sulle vittime?

«Sono esperienze che marchiano in profondità le vittime per tutta la vita, proprio per le figure da cui provengono. Io ho in mano un documento della Chiesa canadese che negli anni Novanta è stata la prima a fare una indagine interna e ha scoperto che il 5 per cento del clero canadese ha queste tendenze. Il 5 per cento!

In quel documento si ricostruiscono le conseguenze devastanti che questi avvenimenti hanno sulle vittime, si ricostruiscono persino i loro percorsi religiosi, e si vede che spesso abbandonano la Chiesa e si formano una immagine di Dio molto simile a quella dei loro abusanti».

 

Perché sono così numerosi questi casi?

«Io ormai ho un dubbio, e parlo solo di dubbio perché non posso avere riscontri diretti: che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinare le vittime. Eppure compiono tutto il percorso formativo fino a venire messi a contatto con i ragazzi. Questo pone un grosso interrogativo: ma nessuno se n’è accorto prima? Dov’è il discernimento spirituale che dovrebbero esercitare coloro che li scelgono? Non hanno osservato il loro comportamento, le loro tendenze, le modalità con le quali si rapportano ai giovani? E un’ultima domanda: cosa accade all’interno dei seminari?».

 

Se le cose stanno come le descrive lei, siamo di fronte a un fenomeno di indulgenza, se non di omertà, da parte delle gerarchie. Teme che in fondo questi siano considerati peccati veniali?

«Nessun teologo può avere l’ardire di sostenere che si tratti di un peccato veniale, tanto che questi sono tra i pochi casi per cui il diritto canonico prevede la riduzione allo stato laicale. Eppure nessuno di questi sacerdoti ha mai subito questa punizione. Neanche quello che diceva alle sue vittime “lo vuole Gesù”».

 

La riduzione allo stato laicale può essere una soluzione estrema.

Magari prendono misure più blande.

«Io convengo che la riduzione allo stato laicale sia indubbiamente una sanzione grave, ma di fronte alla gravità di queste cose non credo che si debba essere indulgenti. Invece non solo non vengono cacciati ma accade a volte che non vengano nemmeno messi in condizioni di non nuocere più. Quando hanno queste notizie si limitano a spostarli da una parrocchia all’altra, e così gli permettono di fare altre vittime inconsapevoli, perché quando la piazza è bruciata gli consentono di andare dove non li conoscono».

 

Come se lo spiega?

«Lo chieda a loro. Non alla Chiesa, ma alla gerarchia ecclesiale. Della Chiesa fanno parte anche i fedeli, e molti di loro - tra cui il sottoscritto - la pensano diversamente. Il problema è la gerarchia. Secondo me non li puniscono perché li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano dei legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo. Che è una paura poco evangelica, perché il Vangelo dice invece che è necessario che gli scandali avvengano. È una paura poco cristiana, insomma»

 

Adesso le sembra che qualcosa stia cambiando? Che stiano correndo ai ripari?

«Nel 2000 scrissi su una rivista giuridica che esisteva un problema di pedofilia nella Chiesa, e un sacerdote che va per la maggiore mi replicò negando semplicemente l’esistenza del problema. Adesso quello stesso sacerdote riconosce che questo dramma è reale. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. E visto che nelle recenti direttive del Papa è previsto che le diocesi possano rivolgersi a laici per essere aiutate e consigliate nella prevenzione di questi fatti, io sono a disposizione. Qualche idea da suggerirgli ce l’avrei».

 

Secondo me non la chiameranno.

«Lei dice?».

*****

Libero

del 3 aprile 2010

 La ritrattazione

 “No a generalizzazioni sui sacerdoti pedofili”

 

Passo indietro di Forno

Dieci anni fa lo accusavano di essere un persecutore, un creatore di mostri, il grande inquisitore dei pedofili. Allora il pm Pietro Forno si difendeva spiegando che il problema sono i giornalisti che danno spazio solo alle assoluzioni. «Il 95% delle sentenze mi hanno dato ragione. Passo per un persecutore solo perché nessuno sa quante archiviazioni ho chiesto: più del doppio delle richieste di giudizio», dichiarò in un'intervista nel2000. E ora, dieci anni dopo, ecco che il procuratore aggiunto Pietro Forno si ritrova travolto dalle polemiche per l'intervista sui preti pedofili al Giornale.

Lui frena, puntualizza e minimizza: «Non ho inteso fare alcuna generalizzazione e, anzi, ho dato atto che migliaia di preti compiono con scrupolo la loro missione. Ho constatato che le vicende che ho trattato non sono nate da denunce da parte dell' autorità ecclesiastica. Ribadisco che, una volta iniziate le indagini. non ho ma Forno ha costruito la sua carriera sulla lotta alla pedofilia. Fino agli anni '80 ha indagato sul terrorismo di destra e di sinistra, poi nel 1992 ha cominciato a occuparsi di reati contro i minori e, spesso, lo ha fatto tra le critiche sia degli imputati che degli stessi colleghi, accusato di "propensione accusatoria" ma anche di aver inventato un metodo investigativo secondo molti discutibile. la protesta ha preso varie forme, dai sit-in davanti a Palazzo di giustizia, alle marce di quartiere a difesa di un conoscente sospettato o condannato per pedofilia. Molte inchieste avviate da Forno si sono poi rivelate clamorosi errori giudiziari. A pagare padri di famiglia, educatori volenterosi, che una mattina si sono svegliati e si sono ritrovati addosso il marchio infamante di pedofili. Uomini che diventano mostri.

Il caso più eclatante è quello di Lorenzo Artico, un educatore condannato a tredici anni (Forno ne aveva chiesti diciotto) per abusi su sette bambini di una comunità di recupero dove lavorava come educatore. Un incubo cominciato nel 1997 e finito nel 2003. Di mezzo ci sono quaranta udienze, nove mesi di carcere, altri diciannove agli arresti domiciliari, l'obbligo di firma e infine la libertà.

Nel 2003 la Cassazione annulla la condanna d'appello a nove anni William Valerio è stato accusato di aver violentato, minacciandola con una pistola, una ragazza minorenne. Il pm Forno aveva chiesto dieci anni. William finisce in una cella di San Vittore che divide con altri sei pedofili. Poi ottiene gli arresti domiciliari e, dopo un anno, il gip Italo Ghitti lo assolve: non ci sono riscontri.