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Il Tirreno del 30 maggio 2011
Pedofilia, falsa
indagine su un prete
Monsignor Giusti preoccupato: «Non deve diventare una caccia alle
streghe»
Il
vescovo di Livorno Simone Giusti
LIVORNO. Si sono presentati in due in chiesa e hanno
chiesto di parlare con il parroco: identificandosi come carabinieri in borghese,
hanno ripetuto di essere lì per indagare su un presunto caso di pedofilia che lo
riguardava. Ma era tutta una balla. L'episodio, accaduto qualche settimana fa, è
venuto alla luce solo ieri, a margine della messa celebrata nella chiesa di
piazza del Luogo Pio in onore di San Ferdinando. Il vescovo di Livorno,
monsignor Simone Giusti, lo ha rivelato dopo che, negli ultimi giorni, è stato
impegnato a Roma per l'assemblea generale dei vescovi italiani. Assemblea aperta
dal cardinale Angelo Bagnasco proprio affrontando il tema delle «linee guida»
contro la pedofilia che Benedetto XVI, attraverso la Congregazione per la
dottrina della fede, ha chiesto a ogni conferenza episcopale di definire «entro
maggio 2012». Monsignor Giusti
sottolinea che in Italia, a differenza di altri paesi, soprattutto Stati Uniti e
nord Europa, «esistevano già linee guida contro la pedofilia, che ora saranno
arricchite e rafforzate». Linee che «seppur in modo riservato, hanno dettato
fino a oggi il comportamento dei vescovi». Il prelato, che in
passato è stato vice rettore del seminario di Pisa, racconta che i candidati
dovevano passare spesso dallo psicologo e fare test attitudinali: «Il vivere
insieme può fare nascere tendenze problematiche, per questo occorrono regole ben
precise e una selezione attenta. In passato ho espresso parecchie perplessità
per come venivano organizzati i seminari, soprattutto nel Nord Europa».
Monsignor Giusti cita il caso di don Riccardo Seppia, il sacerdote genovese
condannato e arrestato per abusi sessuali, sostenendo che sia «isolato», ma
anche «gravissimo, perché ne basta uno di casi come questo per fare danni
infiniti». «Però attenzione -
interviene il vescovo - a non creare un clima da caccia alle streghe». Ed ecco
l'episodio livornese, con i due sconosciuti che sono entrati in chiesa fingendo
di essere nel bel mezzo di un'indagine sulla pedofilia. «Quando il nostro
parroco ha ricevuto la visita dei due signori mi ha avvisato immediatamente e io
ho contattato personalmente il comando dei carabinieri per chiedere se davvero
fosse in corso un procedimento contro il rappresentante del nostro clero. Mi è
stato risposto che i due non erano carabinieri in borghese e che non esisteva
niente del genere». Monsignor Giusti spiega
che non è la prima volta che come arma di ricatto o estorsione contro gli uomini
di Chiesa viene usata proprio la tremenda e infamante (soprattutto per la
Chiesa) accusa della pedofilia. «Di segnalazioni - confessa - ne arrivano sempre
molte, dappertutto, ma alla fine si rivelano bolle di sapone, sparate nel
mucchio che rischiano di degenerare in una caccia alla streghe». «In una diocesi come la
nostra, dove il clero è limitato a un centinaio di unità, se ci fossero problemi
il vescovo se ne accorgerebbe subito: stando vicino ai parroci, parlando con i
parrocchiani. Più che sportelli servono accorgimenti, vicinanza. Se vogliamo
dirla tutta - chiude - qui di casi particolari, in passato, ce ne sono stati. Ma
niente a che fare con la pedofilia: qualche parroco ha scelto di seguire la sua
signora...». |