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ALLA SCUOLA MATERNA
“G. BOVETTI” DI
L’EPILOGO IN BREVE La condanna
del falso abuso ha preso corpo in un piccolo comune alle porte di Torino
in solo dieci giorni,
dove furono accusati di pedofilia il presidente e la direttrice dell’asilo
[1], prima assolti
perché i fatti non sussistono,
dopo condannati a 2 anni e dieci mesi. La vicenda
ebbe inizio il 09/10/2001 quando la madre (Bernarda
o A69) di un’alunna si era recata in visita
da un’amica per prendere un caffè e lì udì rumori di oggetti metallici in una
stanza attigua: sporgendosi vedeva la figlia (Geltrude
o A10) con i pantaloni abbassati che
indicava al compagno di giochi dove inserire le chiavi, precisamente nel “culetto”.
La madre
rimase sconcertata e con un pretesto tornò subito a casa, ove chiese alla figlia
cosa stesse facendo con l’altro bambino ed ella rispose un gioco, che
di buon grado le
mostrò. La genitrice ne fu sconvolta e obbligò
la figlia a riferire chi le avesse insegnato quel gioco e con chi lo facesse,
ottenendo come unica risposta di fare il gioco con una compagna di classe.
Il padre (convivente fino al 2003), tornato dal lavoro, portò la piccola a fare la
doccia con sé (il pediatra aveva infatti permesso ai genitori questa abitudine
per non crearle inibizioni) e lei confermò nuovamente di fare il gioco con la
compagna di classe. La madre il
giorno successivo, recatasi a scuola, ebbe conferme dall’amichetta in merito
alla dinamica del gioco, che avveniva anche con altri coetanei (tutti
della stessa sezione e sempre sotto il diretto controllo della loro insegnante,
che non era la direttrice): si trattava infatti delle prime curiosità sessuali,
atteggiamenti del tutto naturali e prevedibili in bambini così piccoli. La loro
maestra riferirà in seguito che questo tipo di giochi,
di e tra infanti,
erano già emersi nel settembre 2000, quando il
nuovo presidente non frequentava ancora l’istituto:
la madre della bimba, allora, aveva interpellato il pediatra perché la stessa
presentava un graffio sul clitoride, ma del fatto né il pediatra né la genitrice
riferirono ai periti e alla polizia giudiziaria.
La madre e sua sorella (che in sommarie informazioni
conferma che da piccola era stata oggetto di “attenzioni particolari” e in Corte
d’Appello ritratta) incalzarono i minori con domande suggestive e
inducenti,[2]
suggerendo attraverso gli interrogativi la presenza di adulti che avrebbero
insegnato quel gioco: i bambini, ormai esausti, assecondarono le loro
aspettative, pronunciando dei nomi di battesimo che risultarono poi essere
quelli del presidente e della direttrice didattica. L’indagine
prese avvio il 15/10/2001 dalle dichiarazioni del pediatra, che si presentò in
Procura asserendo di aver rilevato, nel corso di una visita eseguita su una
paziente di circa quattro anni, un discreto
arrossamento dei genitali esterni (senza segni
traumatici) e che la madre della stessa, piuttosto allarmata, gli aveva fatto
intendere essere riconducibile a un abuso posto in essere dai responsabili
dell’asilo frequentato dalla figlia. Furono poi
convocati in Procura l’insegnante e i genitori dei minori coinvolti e furono
disposte intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché l’audizione protetta
dei bambini
[3]. Inoltre furono
assunte informazioni da persone che lavoravano o gravitavano nell’asilo, dalle
quali emersero i forti dissapori all’interno della struttura a seguito della
nomina del nuovo presidente. Va
tuttavia rilevato che nel corso delle indagini non venivano acquisiti nuovi
elementi e tanto meno venivano confermati quelli denunciati, anzi apparivano
chiari segnali circa il fatto che nell’ambiente scolastico e in paese era già in
atto un fenomeno di isteria collettiva. Il 19/10/2001
la psicologa dell’A.S.L. 8 di Moncalieri TO procedeva, con modalità non
condivise dalla letteratura psicologica scientifica, all’audizione protetta di
due bambini, dando molto spazio ai genitori nell’esposizione dei fatti: l’ansia
e l’istrionicità della madre della bimba trascinarono anche l’operatrice della
salute mentale, che colluse inconsciamente con l’idea del presunto abuso. Tutto
quanto i bambini manifestavano a livello emotivo e non (disegni, giochi,
risultati di test, verbalizzazioni, pause, silenzi, gesti) veniva poi raccolto
con metodo verificazionista e interpretato unicamente nell’ottica del presunto
abuso.[4] La convinzione
che i due minori fossero stati abusati era così radicata nella psicologa che,
nonostante li incontrasse per la prima volta, non esitò a esternare le proprie
certezze a riguardo. La piccola fu addirittura incitata,
contro la sua volontà,
a denudarsi integralmente dinanzi alla telecamera che effettuava un primo piano
dei suoi genitali (Per il Tribunale atti
di Buonafede). Il tutto accadde nonostante i reiterati e purtroppo vani
dinieghi della piccola, che non voleva affatto sottostare a un simile obbligo.
Per di più la minore dichiarò di non conoscere l’imputato (D.=
Allora, ma chi è Valerio? R. = No, tu me lo devi dire)
e alla successiva disse che era la psicologa che gli raccontava (D.
= Oltre a Valerio, chi c’era a fare questo gioco? R. = Tu… tu… tu me lo
raccontavi).[5] Questo
increscioso fatto, che non ha precedenti né in giurisprudenza né in psicologia,
non ha consentito all’operatrice della salute mentale di ravvedersi dalle sue
posizioni, a tal punto che scrisse nella sua relazione psicologica: “In
conclusione ritengo di poter affermare che i racconti relativi a giochi di tipo
sessuale e o sentimenti e le emozioni presenti nella bambina
sono compatibili con l’aver
subito atti di abuso sessuale al di fuori del contesto familiare. Il 26/10/2001
fu eseguita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del presidente
e della direttrice didattica (gravi indizi di
colpevolezza delle scoregge) In Corte d’appello si discusse sugli stessi atti che erano stati prodotti in primo grado, con l’unica differenza: al termine della requisitoria e delle arringhe, alle quali fu sempre presente la genitrice della bambina, il Presidente formulò la richiesta di sentire in aula la versione della madre e della zia della minore, senza l’opportunità del contraddittorio e di ascoltare altri testi. L’interrogatorio confermò
delle versioni divergenti a quelle contenute nelle sommarie informazioni dei
testi e
Il pilastro portante del quadro
probatorio, il filo conduttore, il collante, l’elemento unificate di tutti gli
elementi indiziari raccolti è indubbiamente rappresentato dalle dichiarazioni
dei familiari dei bambini.
[…]
Sul piano della credibilità soggettiva,
unicamente ad altre considerazioni, si è fatto leva su un dato logico e
psicologico fondamentale, e cioè sulla già sottolineata capacità del genitore o
del familiare stretto di «leggere» nell’animo e nella mente del bambino e
di capire perfettamente quando egli dica la verità o la menzogna e quando simuli
o provi autenticamente una certa emozione (Vedere
l'opinione dell'esperto).
Si trattava di giochi naturali e
prevedibili, ma i bambini non sono stati creduti
e neanche
rispettati nella loro integrità fisica!
A distanza di oltre due
anni dalla condanna, la madre della bambina, sottoposta a giuramento per una sua
denuncia, affermò che il contenuto dell’opuscolo, scritto è divulgato dal padre
di uno degli imputati, era: “Come falso ciò che era scritto su quel
documento...” Quell’opuscolo
conteneva le immagini e le dichiarazioni che la madre
Bernarda o A69 aveva
pronunciato dinanzi la Corte d’Appello, sulle quali furono condannati degli
innocenti, perché la genitrice ha le capacità di leggere nell’animo e nella
mente della figlia. A seguito di quanto
esposto, si evince che quelle dichiarazioni erano “False”,
perciò si chiede che le autorità competenti (giudici d’Appello e Cassazione) si
pronuncino in merito.
Nota: Per un approfondimento
sul tema vedere anche il libro "Presunto
colpevole"
[1]
L’istituto in argomento era un ente pubblico
IPAB senza fini di lucro e all’epoca dei fatti era in corso la sua
privatizzazione. Grazie agli introiti della struttura (derivanti dalle
rette dei genitori e dai contributi di Comune, Regione e Stato)
percepivano lo stipendio sei insegnanti e tre ausiliarie. Ulteriori
compiti accessori erano svolti dai sette membri volontari del Consiglio
di Direzione (di cui quattro nominati dai soci, due dal Comune e uno di
diritto, il parroco). Nel maggio [2] Nella sentenza di primo grado il Giudice scrive: “La stessa accusa ha riconosciuto che i bambini erano stati sottoposti a sollecitazioni e ad inviti pressanti ed ansiosi”. [3] Ai fini di una chiara ricostruzione dei fatti è opportuno precisare che la madre della piccola sorprese la stessa in detti giochi il 09/10/2001, ne informò i genitori di un altro bambino e la loro insegnante il 10/10/2001, ne diede notizia ai genitori di ulteriori due bambini l’11/10/2001, i quattro bambini dal 12/10/2001 cessarono di frequentare l’asilo, il 13/10/2001 il pediatra effettuò la visita e il 15/10/2001 si presentò in Procura per segnalare quanto rilevato, il 16/10/2001 venivano disposte intercettazioni telefoniche e ambientali d’urgenza a carico degli indagati, il 19/10/2001 veniva effettuata audizione protetta dei due minori da parte di una psicologa dell’A.S.L. 8 di Moncalieri TO, il 23/10/2001 il P.M. richiedeva al G.I.P. l’emissione di ordinanza di custodia cautelare, che veniva eseguita il 26/10/2001. [4] L’opuscolo atti e fatti accaduti in Tribunale sostanzia le modalità dell’ascolto e i contenuti. [5] Nella sentenza di primo grado: “Nel corso dell’audizione, peraltro alla presenza delle rispettive madri, i piccoli non hanno confermato la specificità dei fatti che essi avrebbero invece riferito ai genitori. [6] In assenza di prove l’orientamento della magistratura è quello espresso nel “Vademecum delle indagini preliminari per la difesa dei soggetti deboli” e suoi documenti correlati. |