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IL TRAUMA PSICHICO
Alcuni ricercatori della Harvard University hanno scoperto evidenze del
fatto che il ricordo di un evento traumatico diventa indelebile solo in
età adulta. Ciò è attribuito ad una ragnatela molecolare detta
perineurale, che è assente nel cervello dell’infante.
Questa scoperta conferma la teoria psicoanalitica condivisa da tempo da
studiosi della portata di Furst, Sandler, e Semi e molti altri che un
evento negativo occorso a un minore non crei necessariamente un effetto
traumatico di lunga durata, quindi nessuna sicura conseguenza per l’età
adulta, proprio per l’assenza del citato materiale proteico nella fase
di crescita e sviluppo come sottolineato dagli studiosi di Harvard.
La scoperta scientifica ha una rilevanza estrema nello sconfessare le
teorie pseudo-psicologiche che sostengono che ogni evento negativo,
compresi gli abusi fisici e sessuali, generano sicuramente delle
sindromi post-traumatiche.
Molti studi sui delitti sessuali su minori vogliono far credere che in
tutti i casi si avrà una traumatizzazione palese e permanente
dall’evento, anche se la letteratura psicologica di matrice scientifica
in generale lo nega. Però un senso comune diffuso pare sufficiente a far
credere agli operatori del diritto, che non conoscono la psicologia
scientifica, ma solo una sua vulgata diffusa da operatori e consulenti
tecnici con interessi economici, che ogni abuso sessuale o
maltrattamento avrà gravi ripercussioni sulla vita adulta.
Purtroppo si rileva questo errato convincimento in alcuni testi degli
incontri di studio e formazione dei magistrati organizzati dal C.S.M.,
in cui alcuni psicoterapeuti, aggrappandosi a comunità scientifiche non
ben definite, amplificano semplicemente i loro propri pensieri sulla
traumatizzazione.
Con ciò non si esclude che se l’evento ha avuto effetti fisici evidenti
che svolgeranno funzione di memento o è stato di una violenza
inaudita il ricordo potrà persistere se il bambino ha gia un età tale da
aver superato l’età della cosiddetta “rimozione primaria” (3-4 anni), ma
non certamente da essere sicuramente e automaticamente traumatizzante
con conseguenze future permanenti. Questo e un dato a disposizione di
tutte le persone che risalendo nei propri ricordi potranno rinvenire
micro-episodi, puntuali, avvenuti in età precoce come una volta che si e
stati portati al pronto soccorso per dei punti di sutura, o una volta
che il papa o la mamma ti hanno bruciato per sbaglio con la sigaretta
mentre ti prendevano in braccio, oppure la prima volta che sei stato
punto da un ape o ti sei scottato con l’acqua bollente. Questi episodi
mai anteriori ai 3-4 anni sono ricordati però poiché sono stati
richiamati alla memoria molte volte nel corso della vita da soli o
magari dai genitori: “ti ricordi quella volta che ti sei bruciata? devi
sempre dare retta a quello che ti dice la mamma”.
Riportiamo, a suggello, alcuni brani di una relazione di un
psicoterapeuta avvenuta in data 19-21- novembre 2007 all’Hotel Jolly –
Midas di Roma, dinanzi al gruppo di studio di magistrati sul tema: “I
delitti sessuali contro soggetti deboli: aspetti sostanziali
processuali”.
L’autore scrive:
La prima verità attinente al trauma
infantile è, dunque, che esso esiste come rischio frequente: la violenza
si può scatenare facilmente, laddove si manifesta quella sproporzione di
forza, di potere, di età, di esperienza che caratterizza il rapporto tra
le generazioni. La seconda verità è che il trauma tende a non essere
pensato da parte degli autori, da parte dei testimoni e da parte delle
stesse vittime. La stessa comunità scientifica è arrivata con forte
ritardo e con forti resistenze a studiare e a classificare le sindromi
post-traumatiche, a riconoscere e a considerare le reazioni traumatiche
nei bambini; stenta tuttora ad avvicinarsi ai bisogni di cura dei
soggetti traumatizzati e a riconoscere le dimensioni massicce della
violenza ai danni dell’infanzia nelle sue diverse forme (psicologica,
fisica, sessuale, istituzionale).
Il trauma è un’esperienza sovrastante le
possibilità di pensiero e di parola della vittima: da sola non può
reagire alla propria sofferenza e prendere in mano il proprio futuro. La
vittima ha bisogno di un grande sostegno – sul piano pratico,
informativo, emotivo – da parte degli altri ma, in quanto soggetto
particolarmente sofferente e problematico, risulta tendenzialmente
perdente, emarginata nella società e spesso nella stessa famiglia,
inascoltata nel proprio dolore, nella propria impotenza e nella
giustizia.
Il trauma infantile conseguente all’abuso
è una verità che non può essere eliminata. Il trauma è una bomba ad
orologeria se non viene elaborato: può essere rimesso in scena con le
più svariate modalità per 1’intera esistenza ed essere ribaltato e
scaricato su altri bambini a distanza di decenni dalla sua genesi. Il
trauma tende inevitabilmente ad emergere e riemergere attraverso il
linguaggio dei sintomi e attraverso l’insopprimibile bisogno di
trasformarsi in parola e diventare oggetto di narrazione. Nel contempo
il trauma infantile è destinato ad essere contrastato da forti movimenti
difensivi di rimozione, negazione, razionalizzazione, dissociazione. E
non solo il soggetto traumatizzato a dissociare l’esperienza stressante
dell’abuso subito. La stessa comunità a dissociare le dimensioni di
violenza che risultano socialmente e culturalmente impensabi1i e
indigeribili.
Dalla comparazione del linguaggio usato in tema di trauma con il
contenuto della ricerca scientifica svolta ad Harvard, forse è opportuno
ridimensionare la portata “apocalittica” della traumatizzazione che
viene presentata in termini parareligiosi come un moderno Armageddon,
lasciando perdere coloro che dell’ignoto cercano di costituire una
redditizia esistenza professionale.
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ANSA.IT - Il portale dell’informazione
3
settembre 2009
CERVELLO: “RAGNATELA” BLOCCA BRUTTI RICORDI, ARRIVA CURA
ROMA – Scoperto ciò che rende indelebile il ricordo di un vento
traumatico ed escogitato un trucco per rimuoverlo: quei brutti ricordi
che paralizzano quando affiorano alla mente sono resi indelebili da una
‘ragnatela’ molecolare attorcigliata intorno ai neuroni dell’amigdala,
il centro della paura. Un enzima che ‘scioglie’ questa ‘ragnatela’
rimuove il ricordo traumatico. Pubblicata sulla rivista Science, è la
scoperta di Nadine Gogolla della Harvard University di Boston.
Lo studio, su topi, mostra che questa ragnatela, detta rete perineurale,
si forma in età adulta mentre nel cervello infantile è assente,
cosicché per quest’ultimo è più agevole cancellare i ricordi traumatici.
In pratica, spiega in un commento su Science Tommaso Pizzorusso
dell’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, il cervello infantile è
più plastico e, ancora privo di questa rete di materiale proteico, può
dimenticare più facilmente un ricordo traumatico. Poi quando la rete si
forma i ricordi di eventi negativi si fissano in modo indelebile. Già in
studi sulla corteccia visiva, spiega Pizzorusso che è un esperto di
plasticità cerebrale, si era dimostrato che una rete di proteoglicani
condroitin fosfato, grosse molecole ramificate fatte di zuccheri e
proteine, si forma intorno alla corteccia visiva in età adulta,
diminuendone la plasticità.
L’equipe di Gogolla ha dimostrato qualcosa di analogo nell’amigdala, il
centro ove si annidano tutte le nostre paure più profonde. Si sapeva che
nei ratti di pochi giorni di vita un trauma e facilmente cancellabile
con un esercizio di rimozione chiamato ‘estinzione’, che consiste nel
dissociare lo stimolo (per esempio un suono) dall’evento traumatico (per
esempio una corrente elettrica). Se topolini piccoli sono stati
traumatizzati da uno shock elettrico seguente un suono, tenderanno ad
associare a quel suono la corrente e quindi a temerlo.
L’esercizio di estinzione del trauma funziona dunque dissociando il
legame suono-corrente. Ma funziona solo nei topi di pochi giorni,
ribadisce Pizzorusso, non sugli adulti e adesso Gogolla ha scoperto
perché: è la formazione della rete perineurale nel cervello adulto a
impedire la rimozione rendendo l’amigdala inaccessibile.
Ma ‘sciogliendo’ i proteoglicani condroitin fosfato con un enzima ad
hoc, Gogolla ha mostrato di poter rendere nuovamente più malleabile
anche il cervello adulto e quindi di poter eseguire l’esercizio di
rimozione del trauma. Questo studio apre dunque le porte a nuovi
meccanismi potenzialmente applicabili su chi soffre di stress
postraumatico o fobie. |