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LINGUAGGIO E PROTOLINGUAGGIO

di Thomas S. Szasz

 

 

Prefazione

 

Di seguito riportiamo un brano tratto dal libro Il mito della malattia mentale di Szasz afferente al linguaggio quotidiano, per dimostrare come sia difficile, nei casi di veri o falsi abusi, tradurre i segni manifestati dai minori in forme espressive di linguaggio. Se per l’adulto la forma comunicativa può essere interpretata in modi diversi così come sono le manifestazioni, ancor di più l’interesse e l’entità dei segni e comportamenti dei bambini devono essere vagliati con attenzione.

Szasz ci pone dinnanzi a delle realtà in cui ogni giorno di imbattiamo e che sono alla base di molti fraintendimenti o pregiudizi, in particolare dinanzi all’errata concezione per la quale “il bambino non mente”, quando invece è l’adulto che il più delle volte, con il suo linguaggio, trasforma segni in postulati, al pari degli esperti, facendoci accettare come scienza ciò che scienza non è.

Quando un fatto non è espresso mediante un linguaggio oggettuale o tramite un metalinguaggio, non può per definizione essere considerato di conoscenza scientifica, anche se può ovviamente essere una conoscenza di altro genere.

I sintomi manifestati da qualsiasi soggetto non hanno una sola risposta.  Spesso in funzione delle circostanze si crede a una determinata lettura del comportamento, che invece è aspecifico.

Questo studio, condotto dall’autore già nel 1961, afferma che quando un comportamento non rientra nel nostro schema mentale, spesso (specialmente nel campo medico) viene classificato come una forma isterica, perché si procede come fosse un dato di fatto anziché un’ipotesi mai verificata e, come poi risulta, non corretta.

Perciò possiamo sostenere che l’operatore della psiche facilmente cade nella sua interpretazione o nella sua impressione e per questo non deve assolutamente essere considerato come fonte attendibile o veicolo di sapere, perché lo stesso fenomeno può essere letto in forma diversa, generando una concreta neutralità del segno o del sintomo.

Se trasferiamo questo concetto nelle valutazioni interpretative di un comportamento, di un segno o di una mimica del bambino, ci si può accorgere che l’errore commesso diventa di portata considerevole, tale da precludere la libertà a un individuo.

 

Addi, 24-11-2007

a cura di Vittorio Apolloni

 


 

Analisi semiotica del comportamento

Le definizioni di termini quali “linguaggio”, “segno” e “simbolo” sono indispensabili al proseguimento della nostra indagine. Il concetto di segno è, dei tre, quello fondamentale: da qui quindi inizierò. I segni sono, anzitutto, cose fisiche: ad esempio, segni tracciati con il gesso su una lavagna, con penna e inchiostro sulla carta, onde sonore prodotte da gola umana. “A farne dei segni”, dice Reichenbach, “è la posizione intermedia che occupano tra un oggetto e un utente del segno, ossia una persona”. Perché un segno sia un segno o funga da segno, è necessario che la persona tenga conto dell’oggetto che il segno designa. Sicché, tutto ciò che esiste in natura può essere un segno o può non esserlo, a seconda dell’atteggiamento che l’individuo assume nei suoi confronti. Una cosa fisica è un segno quando appaia come sostituto, o rappresentazione, dell’oggetto per il quale sta rispetto all’utente del segno. La relazione triangolare fra segno, oggetto e utente del segno è chiamata relazione segnica o relazione di denotazione.

 

La struttura del protolinguaggio

Nella stretta accezione logicosimbolica, servirsi di segni non equivale a usare un linguaggio. Che cosa sono, dunque, i segni non linguistici? Stando sempre a Reichenbach, possiamo distinguere tre classi di segni:

ü      la prima comprende i segni che acquisiscono la loro funzione segnica tramite un nesso causale tra oggetto e segno. Così, per esempio, il fumo è un segno di fuoco. I segni di questo tipo sono chiamati indici.

ü      la seconda classe è formata da segni che stanno in rapporto di somiglianza con gli oggetti che designano: ad esempio, la fotografia di un essere umano o la carta topografica di un terreno. Questi segni sono chiamati icone.

ü      la terza classe è quella dei segni il cui rapporto con l'oggetto è meramente convenzionale o arbitrario: per esempio, parole o simboli matematici.

Questi sono chiamati segni convenzionali o simboli. Di regola, i simboli non esistono isolatamente, ma sono coordinati l’uno all’altro da un insieme di regole, chiamate regole di linguaggio. L’intero complesso, consistente di simboli, regole di linguaggio e costumi sociali relativi all’uso del linguaggio, a volte viene indicato come “gioco del linguaggio”. Nell’idioma tecnico del logico, si parla di linguaggio soltanto quando la comunicazione è mediata da segni convenzionali sistematicamente coordinati.

Stando a tale definizione, non può esistere un “linguaggio del corpo”. Se vogliamo esprimerci con precisione, dovremo parlare, invece, di comunicazione mediante segni del corpo. E non per mera pedanteria: l’espressione “segno del corpo” implica due importanti caratteristiche.

La prima è che qui abbiamo a che fare con qualcosa di diverso dai simboli convenzionali, linguistici. La seconda è che i segni in questione debbono essere ulteriormente identificati quanto alle loro particolari caratteristiche.

Parlando di segni del corpo, mi riferirò sempre a fenomeni quali le cosiddette paralisi, cecità e sordità isteriche, gli attacchi isterici e simili accadimenti che parlano, per così dire, da soli, sicché la comunicazione mediante segni del genere non implica necessariamente il ricorso alla parola. Da questo punto di vista, si distinguono da certi altri segni del corpo, quale il dolore che può essere comunicato sia verbalmente sia mediante mimica, cioè con un comportamento dal quale l’osservatore possa arguire che l’altro è in preda al dolore. Anche il parlare farebbe uso di organi, e grosso modo potrebbe essere definito un “segno del corpo”, ma è un impiego vago e non tecnico dell’espressione.

Basti questo per le prime definizioni. Rifacciamoci adesso alla domanda già posta qui: quali sono i tratti caratteristici dei segni usati nel cosiddetto linguaggio del corpo?

Il concetto di icona si adatta perfettamente ai fenomeni descritti come segni del corpo. La relazione dell’iconico rispetto all’oggetto designato è di somiglianza. Una fotografia, per esempio, è un segno iconico della persona ritratta. Allo stesso modo, un attacco isterico è il segno iconico di un autentico attacco epilettico (organico); oppure, una paralisi isterica o una paresi o debolezza delle estremità inferiori potrebbe essere il segno iconico di una debolezza dovuta a sclerosi multipla o a tabe dorsale. In breve, è preferibile concettualizzare i segni del corpo come segni iconici di malattie del corpo, interpretazione coerente con il fatto che le comunicazioni di questo tipo hanno luogo soprattutto a livello delle interazioni tra un sofferente e chi lo aiuta (i due partecipanti possono essere o no specificamente indicati quali “paziente” e “medico”). Il fatto è che i segni del corpo, quali segni iconici di malattia del corpo, formano parte integrante di quello che si potrebbe meglio chiamare il “linguaggio della malattia”. In altre parole, come le fotografie in quanto segni iconici hanno particolare utilità e importanza per l’industria cinematografica e per i suoi protettori, i segni iconici relativi al corpo e alle sue funzioni hanno particolare importanza per l’”industria della guarigione” e per i suoi protettori.

I filologi classificano i linguaggi in conformità ai loro interessi e alle necessità. Distinguono così fra lingue diverse, quali l’inglese, il tedesco, il francese, l’ungherese, e famiglie di lingue, quali l’indoeuropea, l’ugro-finnica, l’indiana.

Gli studiosi di logica e i filosofi, sotto l’impulso dato da Whitehead e Russell, hanno elaborato un tipo di classificazione del linguaggio completamente diversa, distinguendo i linguaggi secondo il livello di complessità delle descrizioni e operazioni logiche. Il primo, quello inferiore, è detto “l’inguaggio oggettuale”. I segni del linguaggio oggettuale denotano oggetti fisici, quali gatto, cane, sedia, tavolo. Possiamo poi introdurre segni riferentisi a segni: le parole “parola”, “proposizione”, “inciso” e “frase”, sono segni appartenenti al metalinguaggio di primo livello. Si possono in tal modo costruire livelli progressivamente più alti di metalinguaggi, introducendo di continuo segni denotanti segni appartenenti al livello logico immediatamente inferiore. La distinzione tra linguaggio oggettuale e metalinguaggio (e metalinguaggi di ordine via via superiore) rappresenta il contributo in assoluto più importante della logica simbolica alla scienza del linguaggio: soltanto con questa distinzione è apparso chiaro che, per parlare di un qualsiasi linguaggio oggettuale, abbiamo bisogno di un metalinguaggio. Non va dimenticato, poi, che a entrambi questi livelli di linguaggio ci si può servire dello stesso bagaglio linguistico. Come annota Jakobson, “possiamo parlare in inglese (come metalinguaggio) dell’inglese (come linguaggio oggettuale) e interpretare parole e frasi inglesi mediante sinonimi inglesi o con circonlocuzioni e parafrasi inglesi”. Il cosiddetto linguaggio corrente consiste generalmente in una mescolanza di linguaggi oggettuali e metalinguaggi.

Per gli scopi che qui ci proponiamo, è di particolare importanza notare che, in questo contesto, il linguaggio oggettuale costituisce il livello più basso. Non c’è qui posto per quello che, in psichiatria, passa per linguaggio del corpo. Infatti, il linguaggio del corpo è composto di segni iconici e, quindi, costituisce un sistema, dal punto di vista logico, più primitivo delle operazioni del linguaggio oggettuale.

Pertanto i segni convenzionali (o simboli) costituiscono il livello più basso di linguaggio, e i segni di segni il primo livello di metalinguaggio, e così via. Un sistema di comunicazione che, per così dire, impieghi segni che denotano meno di quanto non facciano i segni convenzionali può essere situato a un livello di linguaggio inferiore a quello del linguaggio oggettuale. Proporrei quindi di chiamare “protolinguaggio” questo tipo di linguaggio; l’espressione mi sembra calzante dal momento che la parola “metalinguaggio” denota che i linguaggi di questo tipo sono successivi, situati al di là, o più elevati dei linguaggi oggettuali. Il prefisso “proto” è antonimo di “meta”, e si riferisce a qualcosa che è precedente o inferiore a qualcosa d’altro (come in “prototipo”).

Un sintomo isterico, diciamo un attacco o una paralisi, esprime e trasmette un messaggio, di solito a una persona specifica. Un braccio paralizzato, ad esempio, può significare “Con questo braccio ho peccato e ne sono stato punito”, oppure “Volevo o provavo il bisogno di ottenere con questo braccio qualche gratificazione proibita (di carattere erotico, aggressivo, ecc.)”.

Ma che cosa vuol dire, con esattezza, che un sintomo ha questo o quel significato? Il problema ne solleva altri correlati, quali: il paziente - colui che emette il messaggio - sa di comunicare? E sa che cosa sta comunicando? E il ricevente del messaggio - medico, coniuge, ecc. - sa che la persona in questione sta comunicando con lui? E sa che cosa gli viene comunicato? Se non lo sanno, come si può affermare che stanno comunicando?

Freud, benché non abbia mai sollevato questi interrogativi - o almeno non nei termini da me impiegati per formularli - ha però fornito alcune valide risposte. Forse proprio perché erano così utili, le risposte di Freud hanno oscurato gli interrogativi originari da cui erano mosse e che mai vennero esplicitamente esposti. Freud suggerì di distinguere due differenti tipi fondamentali di attività mentale e di conoscenza, uno conscio, l’altro inconscio; l'attività inconscia è governata dai cosiddetti processi primari, l’attività mentale conscia è invece organizzata logicamente e governata dai cosiddetti processi secondari.

Freud non definì mai chiaramente il termine “conscio”, e lo usò nel suo significato convenzionale. Il concetto di “inconscio” fu invece da Freud elaborato più accuratamente, e in un secondo tempo distinto da quello di “preconscio”. Qui ci basterà ricordare che Freud parlava dell’inconscio un po' come se fosse una parte o una regione dell’apparato mentale, un po' come se fosse un sistema di operazioni mentali.

Egli ipotizzò l’esistenza di presunti fenomeni quali conoscenza inconscia, conflitti inconsci, bisogni inconsci e via dicendo, servendosi di queste espressioni per descriverli.

Terminologia che, purtroppo, oscura anziché chiarire alcuni dei problemi da risolvere.

È un postulato fondamentale della scienza quale impresa sociale che si accetti come conoscenza soltanto ciò che può essere reso pubblico.

Appunto per questo l’idea scientifica di conoscenza - in quanto contrapposta alle accezioni mistica o religiosa - è così inestricabilmente connessa con la nozione di rappresentazioni mediante linguaggio o altri segni convenzionali.

Ciò che non può essere espresso ne mediante il linguaggio oggettuale né mediante il metalinguaggio non può per definizione, essere conoscenza scientifica, anche se può ovviamente trattarsi di conoscenza d’altro genere.

Per esempio, un quadro può essere interessante e bello, ma il suo significato non è conoscenza.

Un’ulteriore distinzione va fatta qui tra conoscenza e informazione. I cieli nuvolosi o i libri contengono informazioni, dal momento che i loro messaggi possono essere letti, decifrati e compresi da esseri umani. Ma soltanto le persone contengono, e sono in grado di comunicare, conoscenza.

Se accettiamo questa più precisa terminologia, dobbiamo concludere che i linguaggi del corpo del tipo che abbiamo fin qui considerato non trasmettono conoscenza ma informazione, e le persone che emettono tali messaggi sostengono di farlo non in quanto agenti, ma in quanto corpi: È per questo che, allo scopo di giungere a una comprensione di questi fenomeni basata sul buon senso, e più ancora ai fini di una psicoterapia “razionale” con tali persone, è necessario tradurre il protolinguaggio in linguaggio corrente. Freud avanzò un’idea del genere quando pensò di rendere conscio l’inconscio del paziente. Tuttavia, mai concettualizzò l’inconscio come un linguaggio (e come nient’altro che un linguaggio): ossia, non un misterioso paesaggio mentale, bensì una forma di comunicazione. Di conseguenza, mentre l’idea di tradurre il protolinguaggio in linguaggio corrente descrive alcune delle stesse cose descritte da Freud come un rendere conscio l’inconscio, i due schemi non sono affatto identici.

Abbiamo posto il problema del nesso tra l’uso del protolinguaggio e la consapevolezza - da parte di chi emette il messaggio - del messaggio così comunicato. La relazione è qui inversa: mentre è impossibile parlare di qualcosa che non si conosce, invece può essere espresso mediante protolinguaggio qualcosa che non sia chiaramente compreso, esplicitamente noto o socialmente riconosciuto. Questo perché apprendimento e conoscenza, da un lato, e codificazione simbolica e comunicazione, dall’altro, sono interdipendenti e si sviluppano di pari passo. Dal momento che l’uso di segni iconici del corpo è l’espediente comunicazionale più semplice che l’uomo abbia a disposizione, la comunicazione di tale tipo è inversamente proporzionale alla conoscenza e all’apprendimento. La tesi che sia più probabile che le persone relativamente semplici facciano ricorso al protolinguaggio concorda con ciò che sappiamo delle cause storiche e sociali determinanti nei cosiddetti sintomi isterici. Si prenda a esempio il periodo in cui gli umani tentavano di essere letteralmente icone del Cristo in croce, esibendo le cosiddette stigmate isteriche. “Conversazioni” in tale protolinguaggio possono aver luogo soltanto se i partecipanti al processo comunicazionale non parlano un linguaggio di livello superiore. Con il diffondersi di un atteggiamento più scettico nei confronti della religione, questa particolare forma di comunicazione ha cominciato a scomparire per essere sostituita da un’altra forma di comunicazione che fa uso delle immagini di malattia e trattamento.

 

La funzione del protolinguaggio

Fin qui ho preso in considerazione solo due aspetti del linguaggio del corpo caratteristico dei cosiddetti sintomi isterici. Ho anzitutto individuato come segni iconici gli elementi di tale linguaggio, proponendo di chiamarlo protolinguaggio per porlo in relazione con il linguaggio oggettuale e il metalinguaggio, e nel contempo distinguerlo. Ho poi analizzato il nesso tra i segni iconici del linguaggio del corpo e gli oggetti così denotati. Mi sono cioè occupato degli usi cognitivi dei linguaggi. Scopo di tale indagine è chiarire il significato dei segni delucidando il nesso tra questi e gli oggetti a cui si riferiscono.

Nella scienza dei segni, lo studio degli usi cognitivi del linguaggio è detto semantica. Questa riguarda dunque lo studio della relazione tra segni e oggetti o denotata.

Verità e falsità sono indici semantici della relazione tra segno e oggetto.

La semantica può essere ora contrapposta alla pragmatica, che aggiunge la dimensione del riferimento alle persone. In pragmatica, si studia la relazione a tre fra segno, oggetto e persona. L’enunciato “Questa proposizione è una legge di fisica” illustra l’uso pragmatico del linguaggio (metalinguaggio) in quanto asserisce che i fisici considerano vera la proposizione. Benché il termine “semantica” abbia un significato corrente, convenzionale, che designa tutte le discipline che si occupano di comunicazioni verbali, lo userò qui in senso stretto.

Seguendo Reichenbach, possiamo distinguere tre funzioni, o usi strumentali, del linguaggio: l’informativo, l’affettivo e il promotivo.

Le domande alle quali dobbiamo ora rispondere sono: quale tipo d’informazione viene comunicata mediante i segni iconici del corpo, e a chi? Quanto è efficace questa modalità di comunicazione? Dove stanno le fonti di errore?

Per rispondere - vale a dire, per individuare la pragmatica del protolinguaggio - è necessario esprimere le nostre constatazioni in linguaggio corrente oppure con un suo affinamento logico. Dobbiamo così tradurre le nostre osservazioni iniziali in un sistema di simboli altro, e superiore dal punto di vista logico, rispetto a quello in cui sono espressi.

Il principale uso informativo di un tipico segno isterico del corpo - una volta ancora, assumiamo come paradigma un braccio colpito da paralisi isterica - è di comunicare l’idea che chi lo emette è invalido. Ciò può essere parafrasato come “Sono invalido” o “Sono malato” o “Sono stato colpito”, ecc. Il ricettore al quale il messaggio è destinato può essere una persona in carne e ossa oppure un oggetto interno o un’immagine parentale.

Nelle situazioni quotidiane - e soprattutto nella pratica medica – l’uso pragmatico del linguaggio del corpo viene regolarmente confuso con il suo uso cognitivo; in altre parole, traducendo la comunicazione non verbale di un braccio non funzionante nella forma “Sono malato” o “Il mio corpo ha un disturbo”, tendiamo a equiparare, confondendole, una non specifica richiesta d’aiuto e la richiesta di uno specifico tipo di assistenza - in questo caso, medica. Ma l’enunciato del paziente, essendo promotivo, va tradotto semplicemente in “Fate qualcosa per me!”.

Sebbene un’analisi esclusivamente cognitiva di messaggi del genere possa essere irrilevante e sviante, i medici quando formulano una diagnosi differenziale di un sintomo isterico, considerano i segni del corpo alla stregua di comunicazioni cognitive. Il risultato è che la loro risposta suona “si” o “no” oppure “vero” o “falso”. Ma è ugualmente inesatto dire a un paziente con un cosiddetto sintomo di conversione: “Si, sei malato” (come dicevano Breuer e Freud), o dirgli: “No, non sei malato, tu simuli” (come dicevano i medici prima di loro). Infatti, un enunciato può essere definito vero o falso soltanto sotto il profilo semantico.

Sotto il profilo pragmatico, il problema è se il ricettore del messaggio crede o no in ciò che gli è stato detto.

Quindi, siccome la psichiatria si occupa dello studio degli utenti dei segni anziché dei segni - sta qui la differenza dalla semantica – un’analisi puramente semantica delle comunicazioni non potrà trascurare alcuni dei più significativi aspetti dei problemi che gli psichiatri studiano e cercano di risolvere.

Ora, da un punto di vista pragmatico, considerare l’imitazione della malattia come una simulazione significa non credere e anzi rifiutare la legittimità di una comunicazione del genere. È come se il medico scettico dicesse al simulatore: “Non puoi parlarmi cosi!”. Al contrario, considerare l’imitazione di malattia alla stregua di isteria significa credere e anzi accettare la legittimità di una comunicazione del genere. È come se il credulo psicanalista dicesse all’isterico: “Continua!”. Certo l’analista, se è all’altezza del suo compito, sottintende non solo questo, di solito sottintende qualcosa come: “Credo che tu creda di essere malato (nel senso che il tuo corpo è sofferente). La tua credenza però è probabilmente falsa. Infatti, probabilmente, tu ti credi malato e vuoi che io lo creda - in modo che non ci si debba occupare dei tuoi guai veri, che sono di carattere personale, non fisico”. Di regola, però, non viene detto niente di simile, e così accade che paziente e analista si persuadano che il paziente è in qualche modo malato, anche se non viene specificato come.

Stabilire se una particolare modalità di comunicazione ha scopo informativo, o se è volta ad altri fini, è indispensabile per distinguere varie situazioni comunicazionali. Scopo di una chiacchierata, per esempio, è partecipare a un rapporto umano facile e piacevole, situazione in cui non rientra la comunicazione di messaggi significantivi. Al contrario, una persona che insegni in una classe è chiamata a impartire agli allievi un certo numero di nuove informazioni.

La stessa distinzione va fatta per quanto attiene a medicina e psichiatria. Ognuna di queste discipline ha un interesse e un atteggiamento diversi nei confronti dei segni del corpo.

I medici, che guardano al funzionamento e all’incepparsi del corpo umano come a una macchina, sono portati a vedere il linguaggio del corpo quasi parlasse in termini di indici. Così per esempio un senso di oppressione al petto con dolore che si irradia alla spalla e al braccio di sinistra in un uomo di mezz’età è inteso quale messaggio che informa il medico di un’occlusione coronarica.

Gli psicanalisti, che si occupano del funzionamento di una persona e del suo incepparsi nell’agire, sono portati a considerare il linguaggio del corpo come se fosse espresso in termini di segni iconici.

Così, la stessa oppressione e il dolore sopra descritti possono essere interpretati quale segni che il paziente si sentiva “oppresso” dalla moglie o dal datore di lavoro. Di conseguenza, mentre il compito del medico è diagnosticare e trattare malattie, quello dello psicanalista è favorire nel paziente un atteggiamento di autoriflessione nei confronti dei segni del proprio corpo e altri sintomi, per facilitare la traduzione in linguaggio corrente. Tale processo di traduzione, benché facile da descrivere in astratto, è in pratica un compito spesso difficilissimo: costituisce il nocciolo di quello che, in maniera così sbagliata e fuorviante, è stato definito in termini di “cura” e “trattamento” psicanalitici.

Un’altra funzione a cui può essere adibito il linguaggio è quella di suscitare nell’ascoltatore certe emozioni, così inducendolo a intraprendere certe azioni. Reichenbach lo definiva uso suggestivo del linguaggio, mentre io lo designerò uso affettivo. La poesia e la propaganda sono tipici esempi di questa funzione. Ben pochi sono comunque gli enunciati assolutamente privi di componenti affettive e promotive.

Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza dell’uso affettivo del linguaggio del corpo o, in generale, del linguaggio della malattia. L’effetto della pantomima isterica per usare la felice metafora di Freud, è materia di conoscenza quotidiana. Fa parte integrante della nostra etica sociale sentirci dispiaciuti per i malati e obbligati a tentare di aiutarli. Per questo, le comunicazioni mediante segni del corpo possono essere volte principalmente a suscitare nel ricevente sentimenti del genere “Ti dispiace, ora, per me? Dovresti vergognarti di avermi fatto tanto male! Dovresti essere triste al vedere quanto soffro”.

Ci sono, ovviamente, molte altre situazioni in cui le comunicazioni hanno scopi analoghi. Tipiche le cerimonie nel corso delle quali viene esposta l’immagine del Cristo crocifisso: spettacolo che agisce sullo spettatore quale generatore di stati d’animo, imponendogli di sentirsi umile, colpevole, intimidito e in generale mentalmente soggiogato, e quindi particolarmente ricettivo ai messaggi di quanti proclamano di parlare in nome dell’uomo e degli eventi di cui l'icona è un segno iconico. Allo stesso modo, la grande hystérie a cui si assisteva alla Salpetrière o le ostentate “sensazioni fisiche schizofreniche” che è dato incontrare oggi sono comunicazioni nel contesto di specifiche situazioni sociali. Il loro scopo è indurre stati d’animo anziché trasmettere informazioni. Il risultato è che il destinatario del messaggio si sente come se gli fosse stato detto: “Presta attenzione a me! Abbi pietà di me! Rimproverami!” e via dicendo. È noto infatti che il linguaggio del corpo è ben più efficace nell’indurre stati d’animo di quanto lo sia il linguaggio corrente: donne e bambini spesso riescono a ottenere con le lacrime ben più che con le parole che trovano orecchie sorde - e lo stesso vale per i pazienti con i loro sintomi.

Il fatto è che quando certe persone in determinate situazioni non riescono a farsi ascoltare per mezzo del linguaggio corrente (verbale o scritto che sia), può accadere che tentino di farsi ascoltare mediante del protolinguaggio, per esempio pianti o “sintomi”.

In situazioni diverse, altri magari tentano di superare quest’ostacolo facendo esattamente il contrario, vale a dire passando dal linguaggio corrente articolato con un tono di voce normale a un linguaggio corrente articolato in grida o in toni minacciosi.

Com’è ovvio, il debole tenderà a servirsi di quest’ultima tattica, il forte invece dell’altra. Quando un bambino non riesce a farsi ascoltare dalla madre, o una moglie dal marito, sia l'uno sia l’altra può darsi che ricorrano alle lacrime; ma, se una madre non è in grado di farsi ascoltare dal figlio o un marito dalla moglie, è probabile che ricorrano alle urla.

È questo dunque il sostanziale dilemma comunicazionale, quello in cui molte persone deboli o oppresse si trovano alle prese con individui più forti o che le opprimono: se parlano con tono pacato non otterranno ascolto; se alzano la voce in senso letterale, saranno considerate impertinenti; e se la alzano in senso metaforico, saranno diagnosticate malate di mente.

Con tutto questo ha sempre avuto familiarità il popolo, e anche i poeti e gli autori di teatro ben prima che gli “scienziati” studiassero la “psicologia”, eppure è sfuggito a quanto sembra non solo agli psichiatri ma anche al comune buon senso.

Il risultato è che quando persone in posizione autorevole - o i cosiddetti oggetti d’amore da cui altri dipendono o nei confronti dei quali si sentono autorizzati ad avanzare richieste - evitano o si rifiutano di prestare orecchio a coloro che ne dipendono o che chiedono qualcosa, e quando, in preda a paura e frustrazione, per rabbia e per vendetta, coloro che subiscono questi atteggiamenti fanno ricorso a segni iconici, ecco che le autorità, che abbiano o no funzioni legali, mediche e psichiatriche, giungono tutte alla conclusione che le comunicazioni di chi lamenta dolori sono “sintomi psichiatrici” e chi li lamenta è “paziente psichiatrico”.

In questo modo siamo arrivati a parlare di tutti questi enunciati infinitamente diversi - dalle grida ai comandi, dalle implorazioni ai rimproveri, silenti e non silenti come se fossero altrettante malattie mentali! Con ogni evidenza, nel mondo d’oggi molti preferiscono credere a vari tipi di malattie mentali, magari isteria, ipocondria o schizofrenia, anziché ammettere che le persone così diagnosticate somigliano a querelanti in un’aula di tribunale anziché a pazienti in una clinica, e che sono intente a fare varie comunicazioni di tipo spiacevole, come del resto c’è da aspettarsi dai querelanti.

Pertanto l’uso informativo del linguaggio esige, non solo che i messaggi scambiati abbiano un contenuto cognitivo, ma anche che i partecipanti siano più o meno pari o che la situazione sia tale da permettere loro di agire liberamente come vogliono. In tal caso, l’informazione è in grado di produrre l’azione desiderata oppure ingenerare una qualche contro informazione appropriata. Se, al contrario, una persona debole cerca di ottenere aiuto da una forte, dovrà fare ricorso al linguaggio affettivo. Una richiesta di aiuto diretta, infatti, non farebbe che rivelare ancora più chiaramente la sua debolezza; al contrario, una richiesta indiretta, diciamo mediante l’esibizione di sofferenza, potrebbe assicurargli l’aiuto desiderato.

La terza funzione del linguaggio, quella promotiva è intesa a indurre l’ascoltatore a intraprendere certe azioni. La illustrano ingiunzioni come “Non rubare” o “Girare a destra”. L’uso della forma imperativa rende esplicito l’impiego promotivo del linguaggio. Ma anche proposizioni indicative, quali ad esempio “Tutti gli uomini sono uguali”, possono venire usate a fini promotivi. Benché si tratti di un asserto evidentemente descrittivo, è chiaro che l’enunciato è inteso e non può che essere inteso in senso prescrittivo e promotivo.

Soltanto asserzioni descrittive o proposizioni indicative possono essere definite vere o false. La risposta appropriata ad asserzioni prescrittive o a proposizioni imperative è assenso e acquiescenza, oppure dissenso e rifiuto. Se ci chiedono di chiudere la porta, possiamo o farlo o rifiutarci di farlo.

Reichenbach ha suggerito un metodo semplice per trasformare le proposizioni imperative in proposizioni indicative, quello d’includere nell’enunciato chi usa il segno: “In tal modo, all’imperativo “chiudi la porta” possiamo coordinare la proposizione indicativa “il signor A desidera che la porta venga chiusa”. Questa proposizione è vera o falsa". La proposizione indicativa, tuttavia, non ha la valenza promotiva che invece possiede la proposizione prescrittiva.

Indubbiamente, proposizioni apparentemente descrittive in realtà possono avere il ruolo di prescrittive, e sono quelle che spesso hanno la massima incidenza promotiva. Una caratteristica fondamentale del linguaggio della psichiatria consiste nel camuffare da indicative le proposizioni imperative, cosa che invariabilmente si verifica quando la situazione comunicativa coinvolge terzi, ossia persone che non siano lo psichiatra e il suo paziente. Così, per esempio, l’affermazione “Giovanni Rossi è psicotico” è palesemente indicativa e informativa. In pratica, tuttavia, è promotiva e prescrittiva, e può essere grosso modo tradotta - includendo esplicitamente chi usa il segno – con “Alla moglie del signor Giovanni Rossi non piace il modo in cui si comporta il marito. Il dottor Luigi Bianchi ritiene che uomini in preda a gelosia siano malati di mente e potenzialmente pericolosi; di conseguenza, sia la moglie di Giovanni Rossi sia il dottor Luigi Bianchi vogliono che il signor Rossi venga ricoverato in un ospedale”. È chiaro tuttavia che queste proposizioni indicative non hanno per nulla lo stesso effetto promotivo della molto più breve asserzione: “Giovanni Rossi è psicotico”.

Se il linguaggio è usato in senso promotivo e non esprime né verità né falsità, come si può rispondere? Offrendo un’altra comunicazione promotiva. Parole come “giusto” e “sbagliato”, di per sé imperative, rispondono appunto a questa funzione. All’ingiunzione “Non rubare” si può pertanto replicare dicendo “giusto” o “sbagliato”, a seconda se assentiamo o dissentiamo da questa regola.

La funzione più ovvia del linguaggio del corpo è il suo uso promotivo. Comunicando mediante “sintomi” quali mal di testa, mal di schiena o dismenorrea, una casalinga che si senta sovraccarica o insoddisfatta della vita che conduce può essere in grado d’indurre il marito a essere più premuroso e attento nei suoi riguardi. E se non con il marito, forse almeno con il medico. E se non con il medico, almeno con qualche specialista a cui il medico possa affidarla. E così via. Il significato promotivo dei segni iconici del corpo può essere così parafrasato: “(Sono malata, quindi...) Occupati di me! Sii buono con me!”, “Persuadi mio marito a fare questo e quest’altro!”, “Fà in modo che la commissione di leva la smetta di assillarmi!”, “Dì alla corte e al giudice che non ero responsabile!”, e via dicendo.

 

Simbolizzazione nell'isteria: esempio e critica

Per illustrare la mia tesi, mi servirò di un passo degli Studi sul’isteria di Breuer e Freud, in cui si accenna al trattamento a cui Freud sottopose Frau Cicilie M.:

In quel contesto, si arrivò finalmente alla riproduzione della nevralgia facciale, che avevo già trattato in concomitanza con un attacco. Ero curioso, se mai potesse risultare anche qui una causa psichica. Mentre tentavo di provocare la scena traumatica, la malata si vide spostata in un tempo in cui provava grande suscettibilità nei confronti del marito, raccontò di un discorso fatto con lui e di una osservazione che lei aveva raccolto come pesante umiliazione, e fu allora che all’improvviso si prese la guancia, emise un grido di dolore e disse: “Questo è stato per me come uno schiaffo in faccia”. Con questo finirono però sia il dolore sia l’attacco.

È fuori dubbio che si sia trattato di una simbolizzazione; lei si era sentita come se avesse ricevuto davvero lo schiaffo in faccia. Qui ci si chiederà come mai la sensazione di uno “schiaffo in faccia” abbia potuto esternarsi in una nevralgia del trigemino, limitarsi al secondo e terzo ramo del nervo, e accentuarsi quando apriva la bocca e masticava (ma non quando parlava!).

Il giorno dopo, la nevralgia ritornò, ma questa volta si lasciò dissolvere con la riproduzione di un’altra scena, il cui contenuto era anche qui una presunta offesa. Andò così per nove giorni; parve risultare che, per anni, le umiliazioni, specie quel1e verbali, avessero provocato rinnovati attacchi di quella nevralgia facciale lungo la via della simbolizzazione.

Qui come altrove, Freud parlava di una via della “simbolizzazione” lungo la quale un insulto si trasformava in dolore. E la definiva “conversione”, perpetuando così il cosiddetto enigma del salto dallo psichico all’organico. Freud avrebbe potuto anche dire che la paziente parlava in senso metaforico e che aveva scambiato la propria metafora per un fatto: l’insulto, che era come uno schiaffo, era divenuto davvero uno schiaffo. Stando così le cose, si deve semplicemente ribaltare il procedimento e ritradurre la metafora presa alla lettera in una vera metafora, in altre parole il dolore alla guancia in umiliazione, e la malattia neurologica o isteria in conflitto matrimoniale o collera.

Suppongo che almeno una delle ragioni del fallimento di Freud nel tentativo di dare coerente completezza al modello di traduzione si debba al fatto che non riuscì ad afferare con esattezza quale fosse il tipo di simbolizzazione da lui individuato. Come può uno schiaffo venir “convertito” in (ciò che sembra) nevralgia del trigemino? Come può l’una essere un simbolo dell’altro? Freud non fornì una risposta a queste domande né, in realtà, se le pose. Al contrario, procedette come segue: dapprima ipotizzò che la simbolizzazione qui descritta fosse essenzialmente simile a quella che si ha tra simbolo verbale e referente. Procedette poi come se fosse un dato di fatto anziché un’ipotesi mai verificata e, come poi risultò, non corretta. Infine, interpretò i sintomi isterici come se la traduzione che esigevano non fosse diversa, diciamo, dal compito di volgere il greco antico in inglese moderno. Inoltre, affrontò la ragione o i motivi sottesi alla simbolizzazione tramite il tradizionale modello della medicina. Il problema divenne quindi: perché ha luogo la “conversione”? O, più genericamente, perché un “paziente” sviluppa l’”isteria”? In tal modo, Freud approdò a un classico problema medico, quello cioè dell’”eziologia dell’isteria”. Se però l’isteria è un linguaggio, cercarne l’”eziologia” è altrettanto sensato che cercare l’”eziologia” dell’inglese. Un linguaggio ha una storia, una diffusione geografica, un sistema di regole per il suo uso - ma certo non ha un’” eziologia”.

Ci resta da considerare il tipo di simbolo descritto da Freud nella anamnesi qui riportata.

Come può un dolore facciale rappresentare uno schiaffo? Perché un insulto deve assumere tale denotazione? La simbolizzazione in questione è in realtà di due tipi.

Il primo si basa sulla somiglianza: il dolore dello schiaffo è simile al dolore della nevralgia facciale (anzi, a ogni altro dolore facciale). Sicché, il dolore facciale di Frau Cäcilie è un segno iconico del dolore dovuto a una malattia neurologica che colpisca la faccia. Entro certi limiti, anzi, ogni dolore costituisce un potenziale segno iconico di ogni altro dolore. Così come nell’immagine di un uovo riconosciamo ogni uovo che abbiamo visto, ogni dolore rievoca ogni dolore che abbiamo provato.

Il secondo tipo è basato sulla causalità: tra l’essere schiaffeggiati e il soffrire di dolore facciale c’è una relazione reciproca di causa e effetto. Sicché, il dolore facciale della paziente è un indice di lesione facciale. Possiamo dedurre “schiaffi” da “dolori”, anche se questo può darsi che non sia l’unico modo con cui ottenere tale informazione. Ne consegue che un dolore può essere un indice dell’essere schiaffeggiati o dell’avere la nevralgia del trigemino, esattamente come uno stato febbrile può essere indice di un’infezione. Entrambi i tipi di relazione segnica rientrano nei moduli comunicazionali di cui ci occupiamo. Per esempio, il fatto che una donna comunichi al marito di avere un dolore facciale può “suonare” per lui - soprattutto se le ha fatto del male - come se la donna dicesse: “Vedi adesso quanto mi hai ferito?”. Poniamo che questa donna faccia la stessa comunicazione al suo medico, che in tal caso “suonerà” come se dicesse: “Ho una nevralgia del trigemino”.

Sebbene marito e medico interpretino il dolore sia come icona sia come indice, tuttavia lo leggono in maniera assai diversa a seconda della loro specifica posizione nella relazione triangolare tra segno, oggetto e interprete del segno. È a causa della sua particolare posizione nella relazione triangolare che lo psicanalista tende a interpretare il dolore facciale come icona, cioè “Questa sembra una nevralgia, ma probabilmente non lo è”.

Resta aperta la domanda: perché uno schiaffo deve essere denotato da dolore facciale. Basterà qui notare che l’uso di questo tipo di linguaggio del corpo è favorito da circostanze che rendono difficile o impossibile la diretta espressione verbale. Ne costituisce una tipica illustrazione 1’abitudine di alludere a organi e attività sessuali mediante termini latini anziché nella propria lingua. La traduzione in protolinguaggio di quello che poteva essere o che è stato linguaggio corrente serve a uno scopo affine, in quanto rende possibile la comunicazione circa un argomento importante ma delicato, in pari tempo dando modo al parlante di sconfessare implicazioni fastidiose del suo messaggio. La specifica scelta di segni del corpo è in generale determinata dalle particolari circostanze personali e sociali del sofferente, in conformità ai principi scoperti da Freud.