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ABUSO SESSUALE E TUTELA DEL MINORE IN AMBITO GIURIDICO
GABRIEL LEVI - ELEONORA MEZZALIRA
Dipartimento
di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Età Evolutiva,.
Università La Sapienza, Roma
**Articolo
tratto dalla rivista “Aggiornamenti in Psichiatria” n. 25
del 2001**
RIASSUNTO
Viene
analizzata la peculiarità dell’intervento psicologico-legale,
nell’ambito dell’ascolto del minore vittima di abuso.
Sebbene le tecniche di
intervista per l’ascolto del minore in ambito legale siano utili, le
riflessioni teoriche sulla peculiarità del trauma sono di estrema
importanza nella valutazione della testimonianza dei bambini vittime di
abuso.
Vengono inoltre
suggeriti dei criteri teorici e metodologici per evitare le suggestioni
e fare luce sulle false accuse di abuso sessuale.
DEFINIZIONE DEL PROBLEMA
Le denunce relative a
sospetto di abuso ai danni di minori sono aumentate di oltre il 90%
negli ultimi quattro anni e le situazioni in cui il neuropsichiatra
infantile e lo psicologo vengono chiamati a svolgere un lavoro peritale,
nell’ambito delle indagini giudiziarie relative ad un sospetto di abuso,
sono in crescente aumento. L’incontro tra psicologia e diritto è
concettualmente ed operativamente problematico poiché queste due
discipline si fondano su presupposti diversi: obiettivo del diritto è la
certezza, quello della psicologia è la spiegazione e la comprensione del
comportamento in una prospettiva probabilistica e centrata sulla
soggettività. Storicamente il processo per abuso è un processo alla
vittima, un processo per calunnia e per aver preso parte all’incesto.
Nonostante nel 1996
siano state emanate attraverso la “Carta di Noto”, delle linee guida per
l’esame giudiziale del minore, persiste una certa tendenza a
sottovalutare le esigenze dei minori, le dinamiche e gli esiti di tali
accertamenti.
Periti di parte, CTU,
ausiliari del giudice, si avvicendano nel corso delle fasi preliminare e
dibattimentale del processo, sottoponendo il bambino ad una serie
interminabile di indagini, molto spesso ripetitive: ciò rende più
intenso il senso di colpa del bambino, la sua vergogna e la sua
percezione di non essere creduto, perpetuando il trauma e determinando
un “abuso nell’abuso”.
Molte ricerche hanno
messo in luce i rischi di vittimizzazione secondaria in relazione ad
interventi giudiziari successivi alle segnalazioni di abuso. Il minore
vittima-testimone che viene fatto oggetto di esame nell’ambito di un
tribunale penale, può essere sottoposto a strategie comunicative che
esprimono sistematicamente una negazione del significato della sua
esperienza.
Diviene quindi
estremamente importante che il racconto del minore venga accolto e
documentato nel modo più corretto.
L’esigenza di tutelare
il bambino si accompagna tuttavia alla necessità di stabilire la
veridicità della sua testimonianza, rispetto ai criteri di rilevanza
giuridica. Negli ultimi anni sono stati proposti diversi metodi di
intervista, che mirano ad ottenere il maggior numero di informazioni e
il minimo di contaminazioni.
Tra i vari metodi
proposti quelli più utilizzati sono i seguenti:
1. La
Step Wise Interview, è costituita da una serie di step che hanno
lo scopo di massimizzare il ricordo, minimizzando la contaminazione. Ciò
viene perseguito cercando di combinare le conoscenze sullo sviluppo del
bambino con le tecniche di memoria, che possono facilitare il ricordo di
particolari momenti dell’evento abuso. La Step Wise Interview cerca di
soddisfare le quattro finalità primarie di un’intervista investigativa:
v
diminuire il possibile effetto traumatico dell’intervista
sul minore;
v
ottenere il massimo di informazioni dal minore in merito
all’evento presunto;
v
ridurre gli effetti di contaminazione dell’intervista sul
ricordo dell’e-vento da parte del minore;
v
mantenere l’integrità del processo investigativo.
2. La
Validation, consiste in una raccolta di informazioni relative
allo sviluppo cognitivo-emotivo-relazionale del bambino per comprendere
se il bambino sia in grado di riferire spontaneamente (e in modo
realisticamente attendibile) le esperienze vissute e se nel racconto
siano presenti dettagli incongruenti con le conoscenze sessuali
compatibili con l’età.
3. Le
Anatomical Dolls prevedono l’uso nell’intervista di bambole con
dettagli anatomici. Tale metodica, utilizzata soprattutto nei paesi
anglosassoni11,
è stata più volte criticata per il rischio di suggestione positiva del
bambino da parte dell’intervistatore.
4. L’intervista
cognitiva, elaborata da Gieselman et al., si basa su quattro
tecniche di rievocazione:
v
reintegrare il contesto relativo all’evento, compresi gli
stati emotivi che possono aiutare la memoria episodica;
v
riferire ogni cosa che il bambino ricorda senza curarsi
del livello di sicurezza associato all’informazione, senza omettere
particolari di cui il soggetto non si sente sicuro;
v
ricordare gli eventi in ordine differente per aumentare la
probabilità di ricordare nuove informazioni;
v
mutare prospettiva per cambiare gli indizi di
rievocazione, al fine di facilitare l’emergenza di nuove e diverse
informazioni dalla memoria.
Le ultime due tecniche
vengono utilizzate solo per bambini di età superiore a nove anni.
5. La
Statement Validity Analysis e il CBCA (Criteria Based Content
Analysis), si propongono di valutare la deposizione del minore in
termini di credibilità. L’intervista è priva di domande guidanti e non è
strutturata. Dopo la libera narrazione dei fatti ad opera del bambino,
viene applicata l’analisi del contenuto della deposizione che si
effettua valutando la presenza-assenza di 19 criteri di contenuto
suddivisi in 5 categorie:
v
le caratteristiche generali del racconto legate alla
coerenza interna, alla sua produzione e alla quantità di dettagli;
v
i contenuti specifici come il particolare spazio-temporale
o le eventuali riproduzioni di conversazioni;
v
la peculiarità di contenuto rappresentata, ad esempio, da
dettagli insoliti, dalla descrizione dello stato mentale soggettivo e
di quello attribuito all’accusato;
v
i contenuti relativi alla motivazione (se un bambino
stesse costruendo un racconto falso, citerebbe dei particolari che
tendono ad essergli sfavorevoli?);
v
elementi specifici relativi all’offesa (un bambino che
raccontasse una storia falsa o indotta, potrebbe conoscere le modalità
peculiari e tipiche di un abuso sessuale?)
Sono state eseguite
delle ricerche per valutare e discriminare le deposizioni infantili di
casi di sospetto abuso, sottoponendole all’analisi del contenuto. I dati
di alcune ricerche, condotte su interviste videoregistrate di bambini
vittime di abuso accertato, attestano che nel complesso i criteri del
CBCA sono risultati attendibili. Altre ricerche
hanno sottolineato la necessità di perfezionare il potere
discriminatorio dei criteri del CBCA. I risultati parziali
di questi studi, condotti attraverso il confronto tra esperienze vissute
e fittizie, indicano che certi criteri hanno un potere discriminatorio
maggiore rispetto ad altri.
È quindi ancora
prematuro sostenere che questo metodo di valutazione possa con fermezza
accertare la veridicità o meno di una deposizione.
LA
RISPOSTA DEL PERITO AI QUESITI DEL GIUDICE
Il percorso attraverso
cui un perito dovrebbe giungere a definire un bambino attendibile
è tutt’altro che lineare. Le aree di indagine sono molteplici e
riguardano l’analisi delle relazioni familiari, del bambino, dell’evento
traumatico.
Per
quanto riguarda le relazioni familiari si tratta di rispondere ai
seguenti interrogativi:
A. Come
si intrecciano fattori psicosociali, relativi al bambino, relativi ai
genitori e alla tipologia familiare nell’eventuale determinazione
dell’abuso? In tal senso sappiamo dai dati della letteratura,
che è impossibile individuare specifici indicatori di
rischio che, considerati isolatamente, siano sufficienti a determinare
l’abuso, mentre è possibile prevedere che l’interazione tra
diversi fattori di rischio influenzi in modo peculiare la relazione di
coppia e la relazione genitori-bambini, fino a determinare l’abuso. Come
si intrecciano le dinamiche familiari e di coppia che sono lo sfondo
patogenetico di atti inadeguati verso il figlio? Il trauma è l’esito di
una storia relazionale di una famiglia in cui entrano in gioco le
singole sofferenze: prima dell’adulto che maltratta, poi del bambino che
ne subisce gli effetti.
B. È
possibile che il racconto dell’abuso sia stato indotto dall’adulto che
ha effettuato la segnalazione? I dati della letteratura internazionale
sulle false denunce sono molto eterogenei. Le stime più
alte si riferiscono alle false denunce nel corso di dispute
legali per divorzio e affidamento dei figli. Un genitore offeso e
arrabbiato può deliberatamente inventare un abuso. I dati della
letteratura indicano che è importante valutare la personalità e
l’atteggiamento emotivo del genitore segnalante.
Gli
indicatori di credibilità sono i seguenti:
v
segnali emotivamente autentici di disorientamento,
sofferenza, confusione, colpa, conseguenti alla rivelazione;
v
atteggiamento di dubbio e di incertezza nei confronti del
valore esplicativo delle comunicazioni e dei sintomi del bambino;
v
preoccupazione maggiormente orientata al sostegno e al
benessere del figlio, che non alla credibilità e all’efficacia
dell’accusa;
v
presenza significativa, nella struttura di personalità, di
un forte ricorso a meccanismi difensivi di idealizzazione, in senso
illusorio, della realtà;
v
processo mentale di separazione dal partner elaborato o
comunque privo di vissuti destrutturanti di abbandono e di perdita; ♦
assenza di componenti di odio distruttive;
v
racconto coerente dal punto di vista emotivo e narrativo.
È importante
sottolineare comunque, che un genitore, nell’ambito di una
relazione in crisi, può sviluppare una fantasia di abuso
anche come segno di disagio, come tentativo di comunicazione, come
richiesta di aiuto. La fantasia di abuso va inquadrata in una dinamica
intersoggettiva: lo sfondo familiare favorisce un intreccio di fantasie;
il loro sviluppo sarà determinato dai fatti, dallo scenario
fantasmatico, intergenerazionale e transgenerazionale. Vi sono casi
inoltre, in cui una violenza subita nell’infanzia dal genitore
segnalante rende molto complessa la distinzione tra realtà e fantasia;
in tali casi si registra un vero e proprio trasferimento
intergenerazionale di elementi psichici del trauma dal genitore al
figlio.
Per
quanto riguarda il bambino, è necessario ricordare che l’abuso è
un’esperienza traumatica che intrecciandosi con fattori di rischio,
fattori protettivi e meccanismi di difesa intrapsichici, determina i
diversi quadri psicopatologici.
A. Che
tipo di fenomenologia clinica presenta il bambino, che tipo di diagnosi
nosografica e psicopatologica?
B. In
che relazione è la struttura psicopatologica del bambino con la sua
storia cognitiva, emotiva e relazionale presente e passata e con il
racconto dell’esperienza traumatica?
I vissuti emotivi della
vittima sono compatibili:
v
con la realtà dell’abuso?
v
con la conflittualità tra il bisogno di rivelare e il
bisogno di tacere, con la specifica ambivalenza nei confronti
dell’autore dell’abuso?
La risposta a tali
quesiti offre al perito le coordinate per comprendere se il bambino
abbia dei motivi:
1.
relazionali per mentire;
2.
psicopatologici per mentire;
3.
psicopatologici per non verbalizzare;
4. di
sviluppo per confondersi;
5.
difensivi per confondersi.
Punto 1
Come già accennato in
precedenza, il bambino, soprattutto se immerso in situazioni
conflittuali, può essere indotto a testimonianze non veritiere:
nelle situazioni conflittuali il bambino diviene un “intermediario
trasparente” tra i coniugi, con grande confusione tra eccitazione ed
aggressività. Le false testimonianze spesso possono apparire più chiare
di quelle corrispondenti al vero; il minore manipolato
deliberatamente o suggestionato dall’adulto che ha sviluppato una
fantasia d’abuso, viene indotto a mentire per lealtà e lo fa
raccontando in modo preciso e con dettagli identici anche con il passare
del tempo. La situazione emotiva del bambino è caratterizzata da una
grande confusione e da una notevole acquiescenza e compiacenza nei
confronti del genitore segnalante.
Punto 2
Le rivelazioni di abuso
legate alla volontà intenzionale di mentire da parte del bambino sono
aumentate nel corso degli anni anche in relazione alla grande attenzione
dei media al fenomeno abuso, attenzione che determina una maggiore
possibilità di elaborazione fantastica di informazioni non
sufficientemente mediate dall’ambiente. In tal senso sono stati
descritti in letteratura veri e propri fenomeni di “contagio di
gruppo”. In altre occasioni i bambini possono ricorrere a bugie
deliberate per ottenere qualche vantaggio personale, per risolvere il
contenzioso affettivo con un genitore attraverso una sorta di vendetta,
per interpretazione distorta dei fatti, per confusioni tra realtà e
fantasia. Gli operatori di alcuni Centri di ricerca, analizzando tre
casi di falsa accusa hanno evidenziato nei racconti dell’abuso:
v
un numero di dettagli inferiore a quello atteso per età,
intelligenza, personalità del bambino;
v
aspetti irreali non chiaribili neanche attraverso
l’analisi del mondo interno del bambino;
v
incompatibilità tra racconto ed emozioni che lo
accompagnano (non si rileva conflitto, né colpa, né vergogna, né ansia,
né sofferenza);
v
una sensazione di sollievo da parte del bambino che
ammette di aver costruito una bugia, a differenza di quello che avviene
nella ritrattazione.
Punto 3
La difficoltà di
verbalizzazione degli eventi traumatici è stata analizzata in questi
ultimi anni attraverso modelli teorici neurobiologici e
psichiatrico-psicodinamici.
Un interessante filone
di studi anglosassoni ha tentato di individuare le modalità di risposta
e di adattamento encefaliche alle esperienze di maltrattamento,
conciliando l’approccio neurobiologico con la psicologia dello sviluppo.
Partendo dall’evidenza che bambini vittime di abuso presentano
isolamento e limitazione di alcune funzioni adattative, vari Autori
hanno ipotizzato che gli effetti delle esperienze di abuso
sull’encefalo, potrebbero comprendere un’alterazione dei neuroni
preposti alla rievocazione verbale ed uditiva e un’alterazione dei
circuiti nervosi che regolano il comportamento in risposta
all’esperienza, con una conseguente perdita delle capacità di coping.
Nei bambini vittime di abuso, con un PTSD, è stata inoltre evidenziata
alla PET una specifica inibizione dell’area di Broca.
Nel contesto della
psicopatologia ad orientamento psicoanalitico il problema
dell’esistenza, del significato e del valore da attribuire al trauma, ha
coinciso con la nascita stessa della psicoanalisi: nel 1895, infatti,
Freud fonda l’eziologia delle nevrosi su un evento traumatico,
determinato dall’interazione tra un flusso più o meno intenso di
eccitazioni esterne e lo stato del soggetto che non può elaborare
psichicamente tali eccitazioni. Negli anni successivi, Freud oscillò più
volte tra la posizione in cui attribuiva al ricordo di scene di
seduzione il ruolo determinante nell’eziologia delle psiconevrosi e la
posizione in cui la seduzione veniva considerata non reale, bensì il
prodotto di una ricostruzione fantasmatica. In questo senso, la
seduzione, frutto di attività sessuali del soggetto stesso, verrebbe
spostata, con una fantasia retrospettiva, ad un periodo precoce ed
attribuita ad una figura parentale. Freud fu molto criticato da vari
Autori, che sostenevano che l’ipotesi del fantasma edipico era stata
elaborata per dissimulare la frequenza reale dell’incesto e il sospetto
che anche il padre di Freud potesse aver abusato dei figli (sulla base
dell’esistenza di sintomi isterici nel fratello e in alcune delle
sorelle). In questo dibattito, particolarmente interessante appare il
pensiero di Ferenczi che nel suo articolo sulla “confusione delle
lingue” del 1932, definisce il trauma sessuale come una confusione di
intenti, in cui al “linguaggio della tenerezza” del bambino, l’adulto
risponderebbe con il “linguaggio della passione”. Le intuizioni di
Ferenczi mostrano tutta la loro portata innovativa e la loro attualità
se si riflette su due ordini di fattori:
v
una prima riflessione riguarda la dinamica del trauma: per
Ferenczi il trauma non è più un atto esercitato unilateralmente da un
adulto su un bambino passivo, ma presuppone che si verifichi una
confusione di intenti; diventa congruo pensare all’esistenza, nella
realtà psichica di un bambino, di fantasie sessuali fase-specifiche, che
vengono concretizzate nel momento in cui si intrecciano con la storia
emotiva e pulsionale dell’abusante;
v
una seconda riflessione porta a riconoscere gli effetti
traumatogeni conseguenti a situazioni di fraintendimento nella relazione
adulto-bambino. Il focus degli studi si sposta pertanto sull’ambiente
“emotivo” in cui il bambino vive e favorisce lo sviluppo di teorie di
importanti Autori successivi (Winnicott, Balint, Bowlby, Khan), che
vedranno anche in un ambiente non responsivo, un possibile ruolo
patogeno per la psiche in via di sviluppo.
Alla luce di tali
teorie, appare chiaro che l’abuso sessuale, soprattutto nei casi
intrafamiliari, è un evento traumatico:
v
perché entra in risonanza con i desideri, i fantasmi, i
bisogni, le paure del bambino stesso;
v
perché si configura come un’esperienza che sovverte la
funzione protettiva dell’ambiente;
v
Perché distrugge le regole ed i processi della
rappresentazione e perché sollecita meccanismi di negazione ed
inibizione, che paralizzano la percezione vitale di una realtà mentale
autonoma.
Punto 4
Se è vero che i processi
di memoria sono influenzati dall’evento traumatico (sia in termini
psicobiologici che psicodinamici), è vero anche che essi devono
essere analizzati in relazione al livello di sviluppo del bambino.
Sin dalla nascita è presente una memoria “procedurale”,
costituita da schemi comportamentali abituali, messi in atto come
risposta ad esperienze consolidate. La memoria “dichiarativa”
(attraverso la quale il bambino può rievocare l’evento e narrarlo) e la
capacità di inserire il ricordo in un contesto “spazio-temporale”, si
sviluppano successivamente. È estremamente importante l’attenta analisi
da parte del perito di cosa il bambino possa narrare e di come possa
narrarlo nelle diverse fasi dello sviluppo, per non interpretare un
“vuoto di memoria” fisiologico come un segno di inattendibilità.
Punto 5
Nella valutazione
dell’attendibilità del bambino è necessario tenere presente che
l’incoerenza della narrazione, sia in termini oggettivi che emotivi
(dichiarazioni contraddittorie, reticenze, ritrattazioni, racconti
frammentari, sentimenti che esprimono un legame affettivo intenso con il
sospetto abusante), può essere solo apparente, in
relazione ad aspetti nodali del rapporto tra abuso e trauma mentale:
v
nelle situazioni di abuso, l’abusante è una persona cui
l’abusato è legato da un rapporto affettivo irrinunciabile;
v
il trauma mentale determina una grande confusione tra
quello che la vittima ha subito, agito, pensato, desiderato,
fantasticato;
v
la vittima nasconde sia il dolore mentale che un groviglio
complesso di sentimenti ambivalenti, perversi, disperanti;
v
il trauma mentale determina meccanismi di difesa di
negazione, proiezione e tentativi di destoricizzazione-desimbolizzazione
dell’evento.
È necessario infine
riflettere sul ruolo dell’interlocutore:
v
in relazione ai rischi di suggestione positiva-negativa
del bambino;
v
in termini emotivi.
Il bambino è esposto al
rischio di suggestione positiva-negativa durante tutte le fasi
dell’ascolto. L’oggetto dei ricordi può essere modificato
a causa di una domanda suggestiva e vi è una decisiva interferenza tra
le domande e la capacità di raccontare esattamente i fatti.
Una volta che il
bambino ha costruito un falso ricordo e ha confermato un certo evento,
risulta molto difficile convincerlo che può avere torto; la memoria
rimane permanentemente alterata e le dichiarazioni del bambino possono
essere irrimediabilmente compromesse.
La costruzione di un
falso ricordo in risposta a domande suggestive può essere
giustificato da diversi fattori:
v
difficoltà nell’interpretazione dei fatti: se avvicinati
in modo suggestivo i bambini possono cambiare la descrizione di quello
che hanno visto o fatto, se l’evento si presta ad un’interpretazione
ambigua;
v
immaturità linguistica: i bambini, in relazione ad
insufficienti capacità di comprensione ed espressione
semantico-sintattiche, sono soggetti ad “agganciarsi” a ciò che viene
suggerito, anche involontariamente;
v
fattori sociali e motivazionali: i bambini ritengono gli
adulti credibili e competenti e tendono quindi a rispondere in base alle
loro aspettative.
Risulta quindi di
estrema importanza nell’ascolto del minore: la rassicurazione, fare in
modo che il bambino rievochi liberamente gli eventi, porre
domande aperte per approfondire quanto narrato,
utilizzando solo le sue affermazioni.
È necessario che il
perito tenga presenti contemporaneamente l’ipotesi e la sua possibile
falsificazione, evitando la “tendenza al verificazionismo”, che
presuppone la ferma volontà di verificare un’ipotesi anziché cercare di
falsificarla.
D’altra parte esiste
anche la possibilità di suggestione negativa, determinata soprattutto
dalla ripetizione di domande già poste e da atteggiamenti di scarsa
empatia, perplessità, incredulità, squalifica. Spesso tali atteggiamenti
da parte del tecnico sono in relazione alla sua difficoltà nel tollerare
la sofferenza che la verbalizzazione della violenza determina. L’abuso,
infatti, è una realtà traumatica che suscita anche nel tecnico sgomento
ed incredulità. Tali sentimenti possono suscitare meccanismi di
negazione e scoraggiare, conseguentemente, il bambino nelle sue
comunicazioni, troppo dolorose per essere pensate, verbalizzate,
ascoltate. Ne deriva che nell’approccio ai casi di abuso non è
sufficiente la competenza, in termini tecnici. In nessun campo di
indagine come in quello dell’abuso verso i minori, è così importante che
la competenza tecnica sia sostenuta da un substrato emotivo relazionale,
tale da permettere al bambino di poter essere accolto e non più essere
oggetto di intrusione da parte dell’adulto.
LA
CLINICA E LA LEGGE
La valutazione delle
dichiarazioni del minore assume un ruolo di cruciale importanza anche in
ambito clinico, soprattutto nelle situazioni di sospetto abuso
intrafamiliare. Il momento in cui un bambino rivela un abuso ad un
operatore, può costituire il punto di partenza per la costruzione di una
relazione in cui il minore abusato, che vive sempre in una condizione di
totale assenza di punti di riferimento emotivi, può recuperare fiducia
nei confronti del mondo degli adulti. Sentimenti di paura, rabbia,
colpa, vergogna, confusione, tristezza, possono così essere comunicati e
condivisi.
Sappiamo tuttavia che
alcuni di questi sentimenti, si riscontrano anche nei bambini che
rivelano un abuso che non è realmente avvenuto.
Ciò accade
soprattutto nelle separazioni conflittuali, che costituiscono tuttavia
un substrato comune dei veri e dei falsi abusi.
Il clinico che accoglie
le dichiarazioni del bambino vittima di abuso, ha degli obblighi di
legge da rispettare ma spesso avviene che ci si trovi di fronte al
dilemma se segnalare o non segnalare, dopo una rivelazione che si snoda
tortuosamente tra affermazioni e ritrattazioni. La metodologia
dell’operatore in tali casi, auspicabilmente in accordo con l’Autorità
Giudiziaria, dovrebbe essere quella di fermarsi ad ascoltare ed
osservare prima di segnalare qualcosa che innesca, in una sorta di
inarrestabile reazione a catena, eventi fortemente stressanti per il
bambino e per il nucleo familiare. Dopo una segnalazione, avviene
purtroppo che genitori e bambino siano travolti da una serie
interminabile di obblighi giuridici, programmati in modo imprevedibile
da parte di chi ha l’obbligo di accertare la verità, per prendere
provvedimenti di tutela nei confronti del minore e di detenzione nei
confronti dell’autore del reato, qualora l’accusa si rivelasse fondata.
La necessità di ascoltare ed osservare prima di segnalare, è tanto più
sensata, a nostro parere, quanto più si riflette sul fatto che la più
alta incidenza di dichiarazioni di falso abuso, si rileva nell’ambito
delle separazioni conflittuali. In tali casi l’iter giudiziario
amplifica enormemente il conflitto tra i coniugi e determina,
conseguentemente, un grave rischio psicopatologico per il bambino. Il
clinico deve attivarsi anche nei confronti di tale rischio, riflettendo
sui vantaggi e sugli svantaggi di una segnalazione effettuata prima
dell’osservazione.
PRIMO CASO CLINICO
Silvia, 5 anni, giunge a
consultazione perché ha detto alla madre che a casa dei nonni, che
frequenta durante gli incontri con il padre, guarda “delle
videocassette con donne e uomini nudi”.
Nel corso della prima
visita la bambina manifesta un atteggiamento fortemente ansioso ed
evitante nei confronti dell’operatore, con il quale si irrita moltissimo
se vengono poste domande per approfondire le notizie anamnestiche che la
madre fornisce. Tali atteggiamenti di controllo e sospetto si accentuano
alla fine della visita, quando alla bambina viene chiesto di lasciare il
disegno che ha prodotto durante il colloquio, nella cartella clinica.
Silvia manifesta un disagio molto marcato: piangendo, insultando e
urlando riprende il suo disegno. Nel corso della stessa visita emerge
che la bambina dai 3 anni (momento in cui i genitori si sono separati
pur continuando a rimanere una coppia fortemente in conflitto), ha
cominciato a manifestare atteggiamenti ipersessualizzati, a fare domande
a contenuto sessuale, a manifestare interesse morboso nei confronti dei
genitali maschili. Inoltre la mamma riferisce che la bambina, dopo ogni
incontro con il padre e la sua famiglia, ha sempre manifestato, accanto
a crisi di angoscia, disturbi-preoccupazioni con riferimenti all’area
genitale. Durante i colloqui la bambina riferisce: “A casa di nonno
ho visto le cassette dei piselli…poi tocco il pisello di nonno…“.
Subito dopo aver fatto questa rivelazione la bambina esclama: “È
tutto uno scherzo!” Sebbene la bambina abbia affermato e negato
contemporaneamente, decidiamo in ogni modo di segnalare, alla luce dei
dati emersi dall’osservazione psicodiagnostica. Silvia durante gli
incontri con gli operatori, manifesta grande difficoltà a separarsi
dalla madre, piange, si stende sul pavimento chiedendo alla mamma di
rimanere nella stanza. Successivamente appare eccitata, iperverbale,
mescola dati di realtà con dati di fantasia. Se viene contrariata o se
le si pongono domande sul motivo della consultazione ha crisi di rabbia
distruttiva. La verbalizzazione dell’abuso può avvenire solo mentre
Silvia è impegnata in un’attività motoria frenetica, come espressione
del fatto che il ricordo suscita emozioni non mentalizzabili. Dai test
proiettivi emergono: senso di solitudine, pericolo, ambivalenza
affettiva nei confronti della figura maschile. Il gioco è povero e
ripetitivo, essenzialmente centrato sull’attività di spogliare Barbie e
Ken. Analizzando il materiale clinico alla luce della nostra esperienza
clinica e dei dati della letteratura, abbiamo evidenziato segni clinici
e comportamentali fortemente indicativi di abuso. Sul piano
comportamentale sono significativi gli atteggiamenti ipersessualizzati,
l’ansia da contatto, la difficoltà marcata di separazione, le crisi di
rabbia distruttiva in relazione al tentativo di verbalizzare il motivo
della consultazione e l’eccitazione psicomotoria osservata durante la
rivelazione. Sul piano clinico elementi importanti che ci orientano
verso una situazione di abuso sono il gioco povero e ripetitivo, temi di
solitudine, pericolo, disperazione, rabbia e l’ambivalenza emotiva nei
confronti della figura maschile.
Contestualmente ad una
tempestiva presa in carico terapeutica della bambina, è stata effettuata
la segnalazione che, seguita dalle indagini preliminari tuttora in
corso, si è rivelata un importante strumento per interrompere l’abuso:
il padre della bambina è diventato più protettivo e consapevole delle
esigenze emotive della figlia, ha interrotto gli incontri nonno-bambina,
trascorre molto più tempo con Silvia, comprendendo i motivi del suo
disagio. Ai genitori è stato offerto uno spazio per la mediazione di
coppia e uno di ascolto individuale, grazie al quale la terapeuta ha
potuto significare i sintomi comportamentali e psichici di Silvia in
termini relazionali, favorendo un maggiore condivisione emotiva tra i
genitori e la bambina.
SECONDO CASO CLINICO
Daniele, 11 anni, giunge
a consultazione perché ha riferito alla madre che “il nonno gli aveva
chiesto di toccargli il pisello, di baciarlo e poi gli aveva fatto male,
sempre col pisello”. Nel corso della prima visita il bambino rifiuta
di parlare perché si vergogna e perché il nonno gli aveva detto di non
dirlo. In un colloquio individuale immediatamente successivo, il bambino
afferma: “nonno…mi ha fatto male...alle parti del corpo…al sedere…col
pisello. Sono scappato da nonna, piangevo ma non gli ho detto niente…gli
ho detto che ero cascato…non gli ho detto la verità…ce l’ho dentro…e ora
l’ho detto a mamma”.
Sebbene i contenuti
della “rivelazione” siano chiari, decidiamo di non segnalare
immediatamente il caso all’Autorità Giudiziaria. Analizziamo i motivi di
tale scelta.
Per quanto riguarda
il bambino, dal punto di vista della fenomenologia clinica Daniele
manifesta un atteggiamento provocatorio e rifiuto della frequenza
scolastica in relazione a disturbi ogni giorno diversi.
Non emergono segni di
attivazione sessuale nell’area comportamentale, né interessi particolari
per argomenti a contenuto sessuale.
Il racconto viene
fornito chiedendo spesso aiuto all’adulto (“non lo so…dillo tu”),
in modo distaccato, senza partecipazione emotiva e in assenza di senso
di colpa, confusione, vergogna, rabbia e sentimenti ambivalenti nei
confronti del sospetto abusante.
Per quanto riguarda
la famiglia, i genitori di Daniele si sono separati un anno prima
della consultazione, dopo un lungo periodo di “convivenza forzata”
in cui il bambino ha spesso assistito a violente liti.
Daniele è stato inoltre
più volte invitato ora dalla madre, ora dal padre, a prendere posizione
rispetto ad una maggiore permanenza a casa del padre, richiesta da
quest’ultimo in vista di un eventuale affidamento. Su tale argomento i
genitori del bambino non sono mai riusciti ad accordarsi, poiché la
madre di Daniele viene considerata dalla famiglia del marito poco
affidabile. Per favorire una decisione, i nonni paterni hanno offerto al
bambino del denaro, in cambio del quale gli hanno chiesto di affermare
di voler stare con loro e non più con la madre.
L’incontro successivo
alla rivelazione avviene dopo che Daniele ha rivelato alla madre: “mi
sono inventato tutto”. Nel corso del colloquio il bambino appare più
sereno e ammette di aver “inventato tutto” per attirare
l’attenzione della madre: “Volevo affetto…lei tornava del lavoro ed
era stufata, allora mi sono inventato questa cosa…giravano tanti
pedofili in televisione!… L’ho fatto perché volevo difendere mamma da
nonno”.
La grande confusione di
un bambino bloccato in una situazione di grave conflitto, è emersa anche
dai test proiettivi, che evidenziano vissuti di solitudine e rabbia,
reattivi alla percezione di un ambiente in cui le figure di riferimento
sono troppo impegnate ad aggredirsi per accorgersi delle esigenze del
figlio. La fantasia predominante di Daniele è quella di regredire alla
prima infanzia, epoca in cui i genitori, forse, erano uniti e felici. È
stato programmato un intervento terapeutico individuale sia per il
bambino, sia per i genitori ed è stato chiesto l’intervento del
Tribunale dei Minori per tutelare maggiormente Daniele dai conflitti
familiari. In questo caso, l’atteggiamento di osservazione-attesa del
clinico ha permesso di attivare strategie di protezione evitando una
deposizione in sede penale, esperienza che si sarebbe rivelata per il
bambino doppiamente traumatica, poiché sostenuta da false accuse.
In tali situazioni, infatti, oltre ai rischi di vittimizzazione
secondaria ad interventi giudiziari poco protettivi, il bambino deve
affrontare il grave disagio relativo al crollo dell’immagine di sé in
termini soggettivi ed intersoggettivi. Ciò accresce enormemente il senso
di vuoto, di disperazione e di inaiutabilità di questi bambini,
costretti ad inventare un abuso per affermare la propria esistenza nella
mente dei genitori.
CONCLUSIONI E PROPOSTE OPERATIVE
Da quanto esposto appare
chiaro che nei casi di sospetto abuso per una maggiore tutela in ambito
giuridico del minore sarebbe auspicabile:
- stabilire un
protocollo di intesa tra clinici e magistrati per capire quale sia
il momento più idoneo per la segnalazione. Ciò risulta di
particolare importanza per evitare pericolosi ritardi ma anche per
evitare che l’iter giudiziario venga attivato:
v
ancora prima di aver compreso la situazione clinica del
bambino e della famiglia;
v
ancora prima di stabilire un’alleanza terapeutica con la
famiglia stessa, presupposto indispensabile per salvaguardare il
percorso terapeutico mentre si condivide quello giudiziario.
2.
Stabilire un dialogo con i giudici e con i periti per lavorare in modo
integrato e trovare soluzione:
v
all’eterogeneità dell’iter giudiziario, che ci impedisce
di spiegare coerentemente al bambino e ai suoi familiari cosa avverrà
nel corso del processo;
v
alla necessità di limitare il numero di osservazioni
clinico-peritali effettuate dal bambino; ♦ alla necessità di conciliare
punibilità e recupero dell’abusante.
Possiamo perseguire tali
obiettivi, solo attraverso la condivisione e la comprensione
clinico-legale dei diversi momenti che precedono e seguono la drammatica
rivelazione dell’abuso.
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