TORNA ALLA HOMEPAGE

 

 

 

 

Estratto da una perizia del CTU in un caso di falsi abusi

 

Il problema dell'abuso sessuale - Stereotipi e pregiudizi

 

Il forte aumento nel numero di denunce di abuso sessuale nei confronti di minori e la constatazione, sottolineata dalla letteratura specializzata, dell’alta percentuale (oltre il 50%) di casi in cui tali denunce si sono rivelate infondate, ha da un lato, giustamente preoccupato il contesto giudiziario e dall’altro, stimolato un aumento di interesse degli psicologi nella ricerca di criteri di valutazione e di giudizio atti a ridurre le possibilità di errori di valutazione circa la veridicità o meno di un’accusa.

Uno degli aspetti più preoccupanti di questa situazione (che trova conferme proprio nelle indagini sulle violenze sessuali ai minori) è che le storie non vere inventate dai bambini traggono in inganno anche i medici e gli psicologi.

Filmati di oltre 1000 bambini che raccontano "ricordi" sono stati mostrati ad un gruppo di avvocati, medici e assistenti sociali con la richiesta di identificare quelli reali. Il risultato è stato quanto mal deludente:gli esperti hanno individuato soltanto un terzo dei ricordi reali, un risultato inferiore a quello che si sarebbe ottenuto tirando a sorte (Ceci S.J.,1991; Perry, Wrightsman, 1991).

Questi ed altri esperimenti possono spiegare l’alto numero di casi giudiziari, osservati in molti paesi, in cui si è dato credito a denunce di abusi, risultati poi non veritieri.

 

Occorre subito sottolineare che nella stragrande maggioranza dei casi, per la segretezza o scarsissima visibilità che caratterizza l'abuso sessuale di minori, l'investigatore deve rinunciare a porsi come traguardo il raggiungimento della verità (solitamente inattingibile) per contentarsi di ripiegare su un risultato destinato a restare nell'ambito della probabilità. Infatti, in questa nebulosa in cui i piani dell'essere e del sembrare difficilmente coincidono, la valutazione processuale è complicata dal fatto che, solitamente, mancano punti di riferimento sicuri, come testimonianze de visu o elementi di prova diversi dalla narrazione del bambino, quasi mai diretta ma il più delle volte riferita dall'adulto che denuncia il fatto.

In questi casi, e la raccomandazione è costante, bisogna evitare di sorvolare, convinti che sia sufficiente essere più o meno sicuri che qualcosa sia successo, ma occorre procedere ad approfondimenti successivi per arrivare gradualmente ad una ricostruzione la più completa possibile degli avvenimenti (De Young, 1986, Von Klizing 1990, Haugaard et al. 1991, Elterman e Ehrenber (Sexual Abuse Allegations in Child Custody Disputes, 1991), Ackerman, Kane (Psychological Experts in Divorce, Personal lnjury, 1990).

Nè va dimenticata un’altra peculiarità della decisione giudiziaria riferita a questa specifica e cioè che le conseguenze di una sentenza di condanna nel confronti del genitore abusante sono, in realtà, patite proprio dalla parte che si intende tutelare, e cioè il minore. E’ a lui, infatti, che la giustizia impone di portare il peso psicologico e sociale di una decisione che marchiandolo, sia pure a fin di bene, come minore abusato, lo farà sentire per tutta la vita un "diverso".

Queste conseguenze di natura psico-sociale che la sentenza di condanna riverbera sul minore diventano ancora più ingiuste se solo si consideri che spesso, le cause che alimentano il sospetto di abuso sessuale possono dipendere da scelte educative dei genitori o ad esigenze di vita che mettono a contatto il minore con realtà e situazioni non idonee alla sua età o grado di sviluppo. Alludo, ad esempio, all'abitudine adottata da tanti di mostrarsi nudi ai figli, di parlare di tutto e di fare di tutto con la massima libertà, di trattare il bambino come un piccolo adulto. Queste scelte allevanti comportano il rischio – altissimo - di stimolare in modo inopportuno la naturale curiosità del bambino, di sovrainvestire la sua tendenza alla fantasia, di metterlo a contatto con situazioni, esperienze, percezioni, informazioni, sensazioni, interessi che non è in grado nè di comprendere nè di elaborare correttamente.

In questo modo, il bambino accumula un bagaglio - che può rivelarsi esplosivo, - di cose viste, dette, suggerite, inappropriate alla sua età e che potranno prendere forme spesso fatali nel corso delle successive fasi di sviluppo.

Ad esempio, una bambina che conosce alla perfezione la nudità dei genitori, che è messa in condizione di esplorarne le funzioni, che viene accudita anche dal padre nelle sue esigenze di pulizia personale, potrà vivere la fase edipica in un modo così ‘informato’ e ‘adulto’ e sarà in grado di riferire situazioni e particolari in grado di alimentare sospetti e allarme sulla vera natura dei suoi rapporti con la figura paterna. In questi casi, esiste il pericolo che l'adulto possa accettare per vere certe interpretazioni del bambino che ‘intenzionano’ a modo suo il comportamento del genitore e accedere ad una ricostruzione dei fatti che è ‘vera’ solo nell'ottica tutta particolare che caratterizza il pensiero infantile.

Tutte queste considerazioni inducono gli esperti a consigliare grandissima cautela e ad adottare almeno due regole di base:

a) in mancanza di riscontri precisi (testimonianze, certificati medici ecc.) che sostengano in modo inequivocabile l'accusa di abuso sessuale, occorre accertarsi che non esistano spiegazioni alternative e diverse ai fatti imputati;

b) la vigilanza deve essere massima quando le denunce di abuso sessuale si verificano nel corso di un procedimento di separazione.

 

Aree che occorre investigare riguardano:

 

a) livello cognitivo e livello di "giudizio morale";

b) controllo della competenza semantica;

c) la suggestionabilità;

d) livello di coerenza delle dichiarazioni,

e) elaborazione fantastica;

f) risposta comportamentale ed emotiva;

g) il comportamento delle figure rappresentative;

h) livello cognitivo e di "giudizio morale".

 

In particolare, un punto critico dal quale dipende la competenza testimoniale dei bambini riguarda la capacità di "giudizio morale" cioè la possibilità di discriminare tra verità e bugia e di distinguere con chiarezza tra le due.

Le numerose ricerche di psicologia cognitiva realizzate in questo settore sono concordi nel ritenere che i bambini al di sotto dei 6/7 anni hanno una concezione di bugia diversa da quella dei bambini più grandi e degli adulti (Haugaard,Laird 1991).

Ad esempio, per un bambino nella fase eteronoma (dove il valore delle azioni risiede nell’autorità di chi le prescrive) una informazione incompleta o inaccurata è una bugia, come, tra due affermazioni ugualmente false, è definita una bugia quella con un contenuto maggiore di irrealtà. Per i bambini in età infantile, dove l’eteronomia rappresenta la condizione normale, la bontà o la cattiveria delle loro azioni dipende solo dal tipo di risposta che esse suscitano da parte degli adulti significativi: le affermazioni seguite da punizione sono bugie, mentre quelle che ricevono approvazione sono considerate verità.

I bambini piccoli sono capaci di descrivere eventi semplici ma hanno difficoltà nel comprenderli e interpretarli ma non sono capaci di concettualizzare eventi complessi, di identificare rapporti di relazione, di riconoscere sentimenti, di attribuire intenzioni, di dare valutazioni morali. Tutte queste capacità non si realizzano pienamente prima dei 12 anni.

In particolare, il bambino piccolo ignora il concetto di bene e male, di buono e cattivo.

Sono categorie che devono essere apprese attraverso l’interazione sociale che trasferisce al bambino i relativi parametri di valutazione. Il bambino ignora il sentimento del disgusto, del ribrezzo, dello schifo. E’ noto il piacere che provano i bambini piccoli a giocare con le loro feci, l’indifferenza con cui si mettono in bocca quello che trovano.

Sarà il giudizio degli adulti a dare al bambino il senso di quello che è bene e quello che è male.

 

"E’ stato il papà... me lo ha fatto il papà"

 

Questa attribuzione di responsabilità, molto comune nei bambini, che li induce ad imputare al genitore ogni evento che avvertono come colpevolizzante, può essere innescato con facilità quando discussioni e accuse avvengono alla presenza del minore che le registra, le elabora e le utilizza come può fare un bambino di quell’età.

A partire dalle teorie di Piaget (1962) si sa come alcuni tratti del pensiero infantile siano assolutamente originali e non commisurabili alla vita cognitiva degli adulti. In particolare il pensiero infantile è caratterizzato dai 3 ai 6 anni dall'egocentrismo inteso come difficoltà a stabilire confini tra se stesso, la propria persona e la realtà fisica e sociale e il realismo inteso come tendenza a considerare le manifestazioni concrete e visibili della realtà ignorandone i significati simbolici e astratti.

Questo spiega perché i bambini trovano molto difficile vedere le cose da un punto di vista diverso dal loro e non sanno mettersi nei panni di un’altra persona, nè fisicamente nè mentalmente. Quindi, non sono in grado di prevedere o immaginare i sentimenti e le reazioni che una data situazione può suscitare negli altri.

I bambini piccoli ragionano in modo trasduttivo (cioè passando da una data circostanza all’altra) e non in modo induttivo (dal particolare al generale) o deduttivo (dal generale al particolare).

Il ragionamento transduttivo, sostenuto dalla tendenza all'egocentrismo e al realismo propri del pensiero infantile si concreta in uno stile comunicativo caratterizzato da "associazioni libere" in cui il ragionamento si sposta da un’idea particolare ad un’altra, senza preoccupazione di connessioni logiche. Questa specificità del pensiero infantile rappresenta un ostacolo quasi insormontabile per la ricostruzione di eventi che, per essere attendibile, richiederebbe competenze cognitive che il bambino ancora non possiede.

Questi complessi meccanismi che rendono indistinguibile, per un bambino piccolo, il vero dal falso, sono anche la causa, insieme alla maggiore suggestionabilità dei bambini, di un altro fenomeno, quello del "falso ricordo" che la più aggiornata recente ricerca scientifica ha attentamente investigato.

L'attenzione degli studiosi è stata stimolata da certi risultati sperimentali che hanno messo in luce come il 56% di un gruppo di bambini di età compresa tra i 4 e i 5 anni, interrogati su fatti mai avvenuti, ha sviluppato un falso ricordo, ha cioè costruito quello che poi considerano un ricordo (Petter).

I bambini tra i 4 e i 7 anni tendono a ipergeneralizzare dalle informazioni che vengono loro date. Essi inventano nel tentativo di riempire i vuoti se non hanno a disposizione i fatti.

Bambini di questa età che vengono ripetutamente interrogati cominciano a credere a quello che hanno detto, che sia vero o no (Ackerman Kane,1990)

 

 

LA COMPETENZA SEMANTICA

 

I bambini piccoli tendono a strutturare il significato di una parola fino a farla significare azioni o oggetti per la cui definizione non posseggono ancora un termine specifico (tutti gli animali a quattro zampe sono cani). Questo uso iperestensivo del linguaggio è molto frequente nel primi anni di età. Occorre quindi cercare di capire in che modo il bambino adoperi una data parola.

I bambini piccoli tendono anche ad impiegare le parole in modo ipoestensivo nel senso che possono attribuire ad un dato termine solo una parte del significato che esso ha per gli adulti. In ogni caso, chi parla con un bambino piccolo deve preoccuparsi del suo livello di competenza semantica e accertarsi, sempre, quando usa un termine essenziale per la decodifica esatta del pensiero del bambino, che il bambino lo usi in senso proprio.

Visto che è facile conoscere quale sia la competenza semantica di un particolare minore, occorre fare molta attenzione quando nel suo universo comunicativo compaiono parole o espressioni che il bambino prima non conosceva. E’ questo un segnale importante di possibile manipolazione del ricordo se non, addirittura, di manipolazione del pensiero stesso del bambino da parte di un adulto.

 

 

LA SUGGESTIONABILITA'

 

Questi rilievi chiamano in causa il tema della suggestionabilità dei bambini - ampiamente studiato dalla ricerca psicogiuridica (Doris, 1991) - che ha dimostrato la grande facilità che hanno i bambini e specialmente i più piccoli, ad accettare un'interpretazione dei fatti (travisata) ove venga proposta da persone significative e autorevoli.

In conclusione, l’interpretazione dei bambini di un evento in qualche modo ambiguo è facilmente manipolabile dagli adulti nel senso che il bambino accede facilmente alla versione (errata) che l’adulto suggerisce.

In particolare, i dati della ricerca mostrano che i bambini piccoli possono essere indotti a dare un nome e una interpretazione sbagliata ad eventi o azioni che non costituiscono abuso sessuale ma che possono essere con esso confusi.

In particolare, le ricerche indicano che, se avvicinati in modo suggestivo, i bambini possono cambiare la descrizione di quello che hanno visto o che è stato loro fatto se l’evento si presta, in qualche modo, ad una interpretazione ambigua o se è ambiguo nel suo verificarsi.

...

Estrapolando dai dati, gli esperti arrivano alla conclusione che i bambini accedono con grande facilità alla suggestione se sono piccoli, se sono interrogati a distanza di tempo, se si sentono intimoriti dall’adulto, se sono suggestionati da domande mal poste o volutamente viziate, se la suggestione viene esercitata da persone affettivamente importanti o comunque da persone ai cui desideri il bambino desidera conformarsi (Berliner, Barbieri 1984).

 

C’è infine da aggiungere un dato di importanza fondamentale sul quale la ricerca scientifica si è definitivamente espressa e cioè che una volta che il bambino ha costruito un ‘falso ricordo’ e ha confermato un certo evento, può essere molto difficile convincerlo che può avere torto.

 

Nè va dimenticato che per i bambini l’esperienza sessuale è qualcosa di non familiare che, in quanto tale, può facilmente indurre errori di interpretazione e di valutazione.

Come sottolineano Raskin e Esplin (1991), il problema che pone la testimonianza dei bambini piccoli non dipende tanto dalla loro capacità di raccontare, quanto dall’individuazione dei fraintendimenti che possono essere alla base delle loro affermazioni.

In particolare, la ricerca ha dimostrato che i bambini piccoli possono essere indotti a interpretare come molestie sessuali azioni che tali non sono ma che possono, in qualche modo, ingenerare confusione.

Se poi si considera che nei bambini piccoli la capacità iniziale di immagazzinamento degli eventi è ben lontana da quella della persona adulta, non sorprende la facilità con cui i loro ‘ricordi’ possono essere alterati e come possano assumere ai loro occhi valore di verità. In altri termini, quello che entra nella memoria di un bambino e vi resta come ricordo, può non essere un fatto veramente accaduto, ma il ricordo di un evento incidentalmente indotto (De Cataldo Neuburger, 1989).

Sulla memoria possiamo dire che sebbene molto si conosca su come, in situazioni di laboratorio, questa funzione si articoli nel bambini piccoli, poco si sa sulla natura e l’accuratezza della memoria di eventi reali. Alcuni autori avvertono che nel processo globale attraverso il quale l’informazione viene portata alla memoria e poi richiamata (Loftus, Distortions in the memory of children, Journal of Social Issues, 1987; De Cataldo Neuburger, Psicologia della testimonianza e prova testimoniale, 1989) vale a dire nelle tre fasi di acquisizione, di ritenzione e di rievocazione, la memoria può fallire a causa di un errore o di una interruzione in una di queste tre fasi.

Se si determina alterazione, è veramente difficile indurre il teste a ricordare i fatti nella loro versione originaria (Weissman, Forensic psychologal examination of the child witness in cases of alleged sexual abuse, American Journal of Orthopsychiatry, 1991) e i bambini piccoli possono essere particolarmente soggetti a modificare il ricordo degli eventi se sono suggestionati da domande mal poste o provenienti da persone autorevoli, affettivamente importanti e altamente credibili, o comunque da persone ai cui desideri il bambino desidera conformarsi (Berliner, Barbieri, The testimony of the child victim of sexual assault, in Journal of Social Issues, 1984).

...

Vi sono infine gli errori professionali certamente gravi laddove l’opinione dell’esperto non è sostenuta da altre forme di conferme o di prove. Si verificano quando i bambini vengono sottoposti a domande suggestive o "guidate" che possono indurlo a confermare ciò che l’esperto si aspetta di ottenere (Di Blasio, Camisasca).

Secondo De Young (1986, A conceptual model for judging the truthfulness od a young child’s allegation of sexual abuse, American Journal of Orthopsychiatry, 1986) le false dichiarazioni presentano caratteristiche cliniche facilmente riconoscibili quali: assenza di dettagli, uso di un linguaggio adulto inappropriato, mancanza di autenticità nelle espressioni delle emozioni e del contenuto, assenza di elementi che segnalino coercizione o minaccia da parte del perpetratore, dichiarazioni contraddittorie.

 

 

REAZIONI EMOTIVE E COMPORTAMENTALI

 

I bambini che hanno subito molestie sessuali, come del resto avviene per gli adulti, possono sviluppare una sindrome clinica che il D.S.M definisce "post-traumatic stress disorder" i cui sintomi sono:

 

- disturbi del sonno e incubi;

 - paura della ripetizione del trauma che si manifesta con un comportamento ipervigilante o di evitamento;

 - caduta nelle prestazioni cognitive;

 - mancanza di interesse;

 - significativa alterazione della personalità;

 - ricorso a giochi ripetitivi concentrati sui temi traumatici.

 

Considerata l’alta percentuale (oltre il 50%) di decisioni rivelatesi poi errate, la valutazione processuale delle accuse di abuso sessuale di minori richiede un massimo di cautela e gli studiosi mettono in guardia contro il pericolo di inquinamento del giudizio rappresentato dagli stereotipi e pregiudizi che circolano intorno al fenomeno dell’abuso sessuale sui minori.

 

A questo proposito, Dillon (False sexual abuse allegations: causes and concerns, 1987) ha condotto una ricerca di grandissimo interesse intesa a mettere in guardia contro certi parametri di giudizio empirici e criteri valutativi generati dal sapere comune.

Dillon ha esaminato alcune delle generalizzazioni empiriche maggiormente diffuse in tema di accuse di abuso sessuale che vengono di solito "prese per oro colato" anche se, spesso, sono false e fuorvianti.

Vale la pena di approfondire questo argomento per evitare il pericolo di cadere nella trappola di queste false verità.

Le principali generalizzazioni empiriche individuate da Dillon sono le seguenti:

 

1. incubi, eccesso di masturbazione e depressione sono ritenuti segni di abuso sessuale.

Non è vero: possono anche presentarsi e in effetti si presentano indipendentemente da episodi di abuso.

Schaefer e Geier (Allegations of sexual abuse and custody visitation dispute, 1988) individuano due tipi di comportamento da parte del bambino che possono indurre l’adulto ad avanzare un’accusa di abuso sessuale:

a) "ogni attività di tipo sessuale da parte del bambino, come masturbazione o introduzione di oggetti nella vagina e nell’ano". Di solito, questa situazione stimola l'indagine della madre su questo comportamento e la risposta che si ottiene con maggiore frequenza dal bambino è "me lo ha fatto papà". Ad avviso dei ricercatori: "questo tipico comportamento esplorativo può essere erroneamente interpretato come abuso sessuale";

b) manifestazione da parte del bambino di comportamenti di tipo regressivo (bagnare il letto, masturbazione, ansia da separazione, atteggiamenti oppositivi o di ritiro). Anche se questo quadro può derivare da esperienze di abuso, esso è tuttavia spesso presente in bambini di età prescolare come reazione autoconsolatoria e rassicurante a situazioni di divorzio o di rottura familiare (Feller, Possible explanations for sexual abuse in divorce, 1991).

 

2. Quando un bambino afferma di essere stato toccato nei genitali intende sempre riferirsi a toccamenti di tipo erotico.

Non è vero: è un fatto che i bambini di età inferiore ai 5 anni tendono a descrivere le manovre di accudimento in un modo che fa pensare all’abuso sessuale. Il tipo di conoscenza che ha il bambino piccolo della propria anatomia e la sua incapacità di percepire le intenzioni dell’adulto non gli consente di effettuare questo tipo di discriminazione.

 

3. Se un bambino ha conoscenze di faccende sessuali o di organi sessuali inappropriate alla sua età, non può che essersele procurate attraverso contatti sessuali diretti.

Può essere vero, ma spesso, sempre più spesso, il bambino è in possesso di queste conoscenze perché ha visto i genitori o adulti scambiarsi attenzioni sessuali, o ha visto queste scene nei filmati, o ha ascoltato gli adulti parlarne o è abituato a vedere la nudità degli adulti.

 

4. I bambini non mentono se riferiscono di abusi sessuali.

Le ricerche in materia indicano che sono molti i casi in cui i bambini hanno mentito.

Questa convinzione è il frutto di una errata, anche se profondamente radicata, visione del bambino come si vorrebbe che fosse ma come non è e cioè un essere desessualizzato.

Una ricerca italiana sulla sessualità infantile (Colecchia, 1991) ha dato risultati inequivocabili e in linea con quelli raggiunti da analoghe ricerche a livello internazionale. In particolare si sono osservati i seguenti comportamenti spontaneamente messi in atto da un campione di bambini di età compresa tra i 18 mesi e i 5 anni: acquisizione dello schema corporeo attraverso lo specchio e l’ispezione degli altri bambini; scoperta della zona anale attraverso l’uso ludico degli oggetti impiegati nelle pratiche igieniche dei bambini (crema, borotalco, cotton-fioc ecc).

L’uso di questi oggetti ha portato alla scoperta e allo sviluppo del gioco della "puntura" caratterizzato da un crescente interesse sessuale; scoperta della zona genitale con acquisizione dell’identità sessuale; tipizzazione sessuale delle modalità di esibizione della zona anale e genitale.

In particolare si è osservato il passaggio da un approccio iniziale in cui predominano confusione zonale e padroneggiamento indifferenziato degli oggetti, ad uno più idoneo al significato delle zone corporee e degli oggetti. Ad esempio, nel filmati eseguiti nel corso di queste ricerche, si vede una bambina che offre, per la puntura, prima la parte posteriore del corpo, sulla quale però la "puntura" non viene eseguita e poi la parte anteriore, dove la "puntura" viene effettuata direttamente nella zona genitale.

Quanto agli oggetti, si è visto che il bambino inizia il gioco con un oggetto qualsiasi che non si presta, quanto alla forma, a simulare il gioco della puntura, ma poi passa rapidamente ad oggetti più idonei come il cotton fioc, il dito o un bastoncino. Queste manovre continuano fino all’acquisizione del significato simbolico del gioco stesso con lo sviluppo di un’attività apertamente masturbatoria.

Gli psicologi (Mantell, Clarifying erroneous child sexual abuse allegations, 1988) continuano a mettere in guardia contro questa concezione angelicata del bambino che può indurre chi deve giudicare, a ritenere l’abuso esistente solo perché il bambino ne ha parlato.

Resta il fatto, emerso dall’esame di centinaia di casi giudiziari relativi ad abuso sessuale su minori (Mantell, Clarifying erroneous child sexual abuse allegations, Am.J. Orthopsychiatry, Ott. 1988) che sia gli adulti che i bambini mentono.

Le false dichiarazioni possono riguardare:

- fraintendimenti (ad esempio quando l’adulto fraintende il linguaggio che sta usando il bambino e interpreta aspetti normali dello sviluppo infantile - la masturbazione o l’interesse per i genitali o le funzioni escretorie - come il risultato di esperienze di abuso);

- racconti non veritieri (sono particolarmente frequenti nei bambini che se ne servono per attirare l’attenzione degli adulti, per porsi al centro delle situazioni, per dare di sè una certa immagine, per risolvere conflitti interiori o pulsioni non accettabili). Emblematica, in proposito, la ricerca condotta da Petter (1980); errori dovuti a malattia (ad es. contenuti sessuali "strani", paure del sesso, preoccupazioni o distorsioni di esperienze fisiche e sessuali possono presentarsi in certe forme di disturbi mentali e in situazioni di stato pre-psicotico che possono interessare anche i bambini. In questi casi, i bambini possono avere percezioni sessuali analoghe a quelle da abuso sessuale (Bresee, Allegations of child sexual abuse in child custody disputes: a therapeutic assessment model, 1986).

- alterazioni volontarie (ad es. per vendetta, per ragioni legate alla situazione di separazione in corso);

- errori professionali (sono spesso le figure presenti nel servizi sociali che ricevono le accuse di abuso sessuale quando, addirittura, non emergono proprio nel contesto delle loro attività professionali. E’ noto che i giudici, in assenza di altre fonti di prova, tendono a fidarsi molto delle opinioni espresse da queste persone anche se non sempre i loro pareri sono scientificamente corretti. Come osserva Mantell (op. cit. e su questo argomento la letteratura è copiosissima) "molti bambini sono esaminati con domande suggestive che possono impiantare nella loro testa l’idea delle molestie sessuali o indurli a pensare che l’esaminante vuole che quella data cosa gli venga confermata … è importante che i giudici e gli stessi professionisti siano consapevoli di questo pericolo dal momento che essi possono essere una fonte di convincimento anche in situazioni in cui l’abuso non si è verificato".

...

 

5. I bambini, qualunque sia la loro età, possono essere intervistati per accertare la sussistenza dell’abuso

Non è così: i bambini sotto i 5 anni in genere mancano delle competenze verbali e concettuali per essere intervistati (Dell’Antonio, Petter, 1980 ). In particolare, nel periodo che va dai 2 ai 4-5 anni, si presentano due difficoltà tipiche di questa età: la prima riguarda il piano della motivazione (il bambino, ammesso che non si ammutolisca per la presenza di un personaggio a lui sconosciuto, tende a parlare delle piccole cose che interessano a lui e ad allontanarsi improvvisamente dopo una breve risposta dagli argomenti che gli propone l’adulto; in questi casi, l’intervistatore può cedere alla tentazione di interpretare questo comportamento secondo schemi adulti e inferire che il bambino, per qualche motivo, rifiuta o si sente a disagio di fronte all’argomento proposto; la seconda deriva dalla mancanza di coerenza della conversazione, diretta conseguenza della scarsa coerenza del flusso del pensiero infantile. Il bambino, a questa età, è immerso nel presente e non riesce, nel rispondere, a tener conto di osservazioni già fatte o di cose già dette.

 

7. Più numerose sono le interviste al bambino, maggiore è l’attendibilità delle sue risposte

 La ricerca dimostra che è più probabile il contrario.

Come osserva Barbara Mara del Child Protection Team of Central Florida (Childs sexual abuse, 1986), i bambini piccoli (3/4 anni) tendono a inventare nel tentativo di colmare i vuoti se i fatti non sono realmente accaduti, se sono intervistati più volte cominciano a credere a quello che hanno detto, vero o falso che sia.

Un altro punto nodale quando si debba tentare di discriminare le accuse di abuso sessuale vere da quelle false riguarda l’individuazione del comportamento sessuale normale in età evolutiva. Lamb e Culinen (Normal Childhood Sexual Games, 1991) hanno intervistato 128 donne con livello di scolarità media chiedendo informazioni sui loro ricordi di giochi sessuali infantili. Le risposte delle intervistate hanno permesso di individuare 5 gruppi fondamentali di comportamenti di gioco "sessuale":

il 15% ha parlato di "gioco del dottore"; il 15% di esibizione del corpo ad altri bambini; il 15% di sperimentazione di stimolazione; il 6% di giochi di baci; il 31% di fantasie sessuali come l’imitazione dell'attività sessuale di adulti o di scene d’amore.

Il bambino impara ad apprendere dall’esperienza personale le strategie per ottenere appoggio e accettazione nell’ambito familiare. Si può così dire che il bambino acquisisce - fin dai primi anni di vita - una competenza specifica per quanto riguarda la dinamica relazionale della sua famiglia. E’ a questa competenza che saranno affidate le sue possibilità di "valere per l’adulto", la soddisfazione delle sue esigenze, l’individuazione di criteri per definire non solo ciò che è giusto e non giusto ma anche ciò che è ‘bene’ o ‘male’ per lui (Dell'Antonio, 1990).

E’ noto che l’adeguamento del bambino, anche molto piccolo, ad una situazione familiare affettivamente povera e poco disponibile determina, in genere, modalità di relazione abnormi che aumentano, però, la sua possibilità di veder accolti i suoi bisogni. In particolare, può sopravvenire un meccanismo di "identificazione proiettiva" (il bambino, angosciato dai sentimenti ostili che elabora verso il genitore avvertito come frustrante, reagisce attribuendo tali sentimenti al genitore stesso dal quale, di conseguenza, teme risposte negative e di abbandono) a seguito del quale il bambino stabilisce con questa persona un rapporto intenso e disfunzionale, un attaccamento angoscioso, una radicalizzazione della dipendenza che ostacolerà il raggiungimento di una propria autonoma identità (Sandler, 1987; Bowlby, 1989).