|
Egregio Senatore e Onorevole,
stante le diverse riforme legislative in
atto che l’attuale Governo si è impegnato a realizzare, tra cui la
riforma della Giustizia, è ns. interesse sottoporre alla Sua attenzione
una piaga sociale che direttamente o indirettamente coinvolge oltre un
terzo della popolazione italiana.
Ci si riferisce alle separazioni
coniugali, che da fonte del Telefono Azzurro vede coinvolte l’86% dei
genitori in accuse reciproche di falsi abusi sui minori e altri
reati. Non dobbiamo altresì dimenticare quelli delle scuole materne di
Brescia, Torino, Rignano Flaminio…
Questo è dovuto in larga misura a un
vuoto legislativo sull’essenza della prova in campo psicologico, ossia
si ritiene che le correnti di pensiero umanistico abbiano capacità
scientifiche di inconfutabilità, di Verità. Perlopiù i giudici accolgono
benevolmente le impressioni soggettive dell’operatore della psiche sia
per una deresponsabilizzazione sia come metro per giudicare il
malcapitato o allontanare il minore dalla propria famiglia.
Per ovviare a questo fenomeno dilagante e
preoccupante di destabilizzazione familiare, abbiamo preso spunto da una
trasmissione televisiva per documentare, ancora una volta, quanto sia
urgente intervenire legislativamente. Per questo e tanti altri motivi
alleghiamo alla presente un file in PDF contenente una ricerca dal
titolo “L’essenza della prova” in cui si dimostra come la
psicologia, oltre a non essere una disciplina scientifica, necessita di
una costante controllabilità e monitoraggio dei propri enunciati.
Consapevoli che quanto esposto possa
trovare in Lei un promotore e che il Parlamento sappia dare una giusta
risposta a un crescente malessere sociale, cogliamo l’occasione per
porgerLe cordiali saluti.
Centro di documentazione falsi abusi sui
minori
(Socio fondatore di ADIANTUM)
Associati
con:

L’essenza della prova
di Vittorio Apolloni
Nell’esprime le proprie osservazioni ci si è avvalsi:
1.
dell’art. 21 della Carta costituzionale
Tutti hanno diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro
mezzo di diffusione. La stampa…;
2.
dell’art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo
Ogni persona ha diritto alla libertà
d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà
di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa
essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza
considerazione di frontiere;
3.
della Sentenza della Corte di Cassazione n. 292321 del 6-7-04
La legittima critica dei cittadini non
deve limitarsi soltanto alle decisioni assunte ed alle motivazioni che
le sorreggono, ma può investire anche i comportamenti assunti
nell’esercizio della funzione giudiziaria. …in linea generale deve
rilevarsi che in un ordinamento democratico, come è il nostro, ampio
spazio deve essere riconosciuto alla libertà di espressione dei
cittadini ed al diritto di critica sui provvedimenti e sui comportamenti
assunti dalle persone che esercitano rilevanti poteri pubblici, la
critica e le conseguenti discussioni contribuiscono, infatti, alla
crescita della sensibilità collettiva su questioni rilevanti ed
“aiutano” chi esercita un pubblico potere a correggersi. …il linguaggio
usato per criticare sia corretto; la critica può anche essere severa ed
aspra, ma il requisito della “continenza” deve essere rispettato.
Quanto riportato altro non è che una serie di osservazioni sulla
trascrizione dei dialoghi fra esperti che hanno partecipato alla
trasmissione di Rai Tre “Ombre sul giallo” del giugno 2008, afferente al
processo per presunti abusi sessuali perpetrati da un prete su una
parrocchiana, che all’epoca dei fatti aveva 9 anni, ed emersi durante un
percorso psicoterapeutico, attraverso le tecniche dell’immagine guidata
e della distensione immaginativa, che sono gemelle all’ipnosi.
Dal confronto fra esperti emerge chiaramente come la psicologia sia da un
lato una scienza in parte non definita; se con psicologia
si considera quella giuridico/sperimentale relativa al pensiero,
percezione, memoria, visione, emozioni, personalità, fenomeni sociali…
Quella clinica, invece, si occupa dei soli disturbi psicologici, il cui
utilizzo in campo giudiziario può consentire la condanna di innocenti. A
nessuno di noi è dato sapere se realmente i fatti sono accaduti, così
come nessuno mai potrà accertarne realmente la verità.
È evidente che dinanzi al dualismo di psicologia clinica e giuridica la
confusione non può che essere massima. Lo psicologo clinico non ha alcun
ruolo specifico in ambito forense, tranne quello di prendere in carico
un individuo per aiutarlo a gestire il disagio psicologico, mentre a
quello giuridico compete l’intervista del minore in caso di presunto
abuso sessuale. Per meglio esprimere il dualismo tra clinico e
giuridico prendiamo a prestito una citazione della Prof.ssa Mazzoni:
“Io non penserei mai di chiedere a un ingegnere elettronico di
costruire il ponte sullo stretto di Messina: sarebbe un suicidio”
Non meno interessanti sono i contenuti della premessa delle “Linee-guida
per l’acquisizione della prova scientifica nel processo penale”,
elaborate dall’Istituto Superiore Internazionale di Scienze Criminali (ISISC),
tenutosi a Siracusa in data 13-15 giugno 2008, in cui si afferma: “Vi
è oggi piena consapevolezza che il metodo cosiddetto scientifico, inteso
come quel “Metodo” che garantisce risultati di assoluta certezza, non
esiste. Ciò, tuttavia, non deve indurre allo scetticismo né tanto
meno a ritenere che un metodo equivalga all’altro; ma semplicemente a
ridimensionare le aspettative e le pretese di “Verità” inerenti alla
scienza. In quest’ottica, si può considerare scientifico quel metodo che
si svolga attraverso il dialogo tra esperti e fornisca criteri di
controllabilità degli enunciati che ne scaturiscono”.
Inoltre nel campo della psicoterapia (psicologia clinica) non esiste un
corpus di conoscenze generalmente accettato, né procedure standard che
il paziente può aspettarsi. Non ci sono istituzioni accademiche
pubbliche nazionali o commissioni di vigilanza che regolino la
professione, a parte l’ordine dei psicologi. Sovente il paziente sa poco
o nulla del tipo di trattamento in cui il terapeuta “crede” o di
quello che farà.
L’uso scorretto e l’abuso di questo “potere” sono una delle principali
cause delle esperienze di terapie sbagliate (Vedere Testo “Psicoterapie
folli”), durante le quali si arriva ad attribuire la colpa del malessere
a qualcuno o qualcosa come parte integrante del percorso riabilitativo.
Questa filosofia ha permeato l’atteggiamento di molti terapeuti e altri
operatori della salute mentale.
Quello che stupisce è che dinanzi a un presunto abuso, ancor prima di una
segnalazione alle autorità competenti, il più delle volte si assiste ad
una vera e propria psicoterapia indiretta,
senza avvertire qualsivoglia che un siffatto comportamento arreca un
danno, quale che sia la parte da cui il professionista si schiera.
Alcune volte per validare una psicoterapia, non essendovi verifiche in
campo scientifico, l’unico mezzo è la persuasione e il convincimento,
facendo leva sull’essere umano e sul fatto che la parola e il conforto
illudono l’uomo.
La popolarità di queste idee ha fatto sì che nel corso degli anni il
nostro pensiero razionale sia stato ridotto “ai minimi termini” e ora ci
si aspetta che a occhi chiusi prendiamo per buone anche le affermazioni
più improbabili. Un ingenuo entusiasmo ha sostituito i seri processi di
pensiero. Il linguaggio della logica e della ragione è stato spesso
rimpiazzato da un gergo incomprensibile.
Da siffatte premesse si assiste alla condanna di un prete (don Giorgio
Carli) a 7 anni e mezzo di carcere e a un risarcimento di oltre
settecentomila euro, il tutto perché una ragazza di ventidue anni, che a
seguito di un disagio manifestato durante le vacanze natalizie è entrata
in psicoterapia, ripercorrendo la propria sofferenza, congiuntamente
all’aiuto di un professionista, è riuscita a raccontare la vicenda che
avrebbe vissuto con il prete, all’inizio del periodo adolescenziale.
Alla Corte d’Appello sono bastati la parola della presunta parte offesa e
i rilievi dei consulenti dell’accusa, tanté che i magistrati sembrano
non aver avuto alcun dubbio sulla veridicità dei ricordi riemersi,
grazie alle cure psicoanalitiche.
Dai giornali locali si legge che i giudici ritengono del tutto corretti i
riferimenti di tempo, luoghi, persone e cose indicate. Nei ricordi,
riemersi grazie in primo luogo all’interpretazione di un sogno e poi a
una lunga e articolata cura psicoanalitica, i particolari forniti
sarebbero risultati sempre numerosi, precisi e coerenti. Inoltre
sarebbero perfettamente ancorati alla realtà anche i riferimenti fatti
dalla parte lesa circa le attività personali e parrocchiali.
Quello che sconcerta, di fronte all’incredibile comportamento dei
magistrati, è come una disciplina (psicologia) che non ha mai avuto un
imprimatur di scientificità dimostrabile si possa appoggiare una
convergenza di prove partendo da una semplice lettura dei sogni,
associandovi successivamente di tutto e di più, ripescando teorie che
hanno dimostrato la loro fallacia per la dinamicità del profilo sociale
nel tempo.
Se provassimo a chiedere al cittadino medio italiano che cosa fa uno
psicologo, molto probabilmente si otterrebbe come risposta: “Aiuta le
persone a risolvere i loro problemi”. Gli stessi media avvalorano
questa immagine, chiamando sempre più spesso in causa lo psicologo come
“esperto”, di volta in volta, del disagio giovanile, negli studi
alimentari, dei fenomeni di lucidità individuale e collettiva, nella
relazione genitori-figli, della motivazione allo studio, delle strategie
per affrontare la malattia mentale. In tal modo essi contribuiscono a
costruire un’immagine sociale dello psicologo come colui che, attraverso
una peculiare competenza, può trovare una soluzione a molti dei problemi
che affliggono i singoli individui, le famiglie e la società.
Nel suo insieme si può allora affermare che l’immagine sociale prevalente
dello psicologo è quella di un professionista dell’aiuto, che sa
trasformare la sua conoscenza empirica in azioni volte a ristabilire, a
tutelare e a promuovere il benessere altrui.
Ben presto, a livello di senso comune, prevalsero molte perplessità sul
metodo di aiuto: cosa e come fa? “è veramente efficace”. Dunque è
importante capire quali siano le rappresentazioni sociali della
professione, i giudizi positivi o negativi in ambito associativo e il
grado di visibilità dello psicologo rispetto ad altri professionisti.
L’attenzione che i psicologi, in Italia e all’estero, dedicano a questo
tema non è solo una curiosità intellettuale, ma risponde a esigenze
concrete. Generalmente i comportamenti degli individui non sono
qualificati da ciò che effettivamente si è verificato in un certo
frangente, quanto piuttosto dall’interpretazione che è stata data
dall’accaduto. La vita sociale può essere concepita come uno scenario in
cui gli individui cercano di comunicare una certa immagine di sé agli
altri, controllando che certe espressioni producano impressioni
corrispondenti. Dagli studi sui rapporti interpersonali sappiamo quanto
sia difficile che si realizzi una puntuale coincidenza tra espressioni e
impressioni, poiché la mente interpretativa dell’uomo elabora le
informazioni che riceve in modo costruttivo e personalizzato. Pertanto è
la lettura soggettiva della realtà a orientare i comportamenti nei
confronti della realtà stessa.
Questi aspetti sono di primaria importanza nelle relazioni d’aiuto.
Componente essenziale di un buon rapporto terapeutico è la fiducia che
l’utente ripone nel professionista. Inoltre una professione socialmente
riconosciuta come prestigiosa genera una spirale viziosa che alimenta
l’autostima di coloro che la esercitano e attira nuovi utenti nel campo
della psicoanalisi. Si parla anche di circolo sociale dell’utente: chi
richiede un trattamento psicoanalitico tende a utilizzare un linguaggio
conforme a quello adottato dal professionista. Ciò non è affatto strano
se si considera che uno dei maggiori canali pubblicitari della
psicologia è proprio rappresentato dai media: attraverso i mezzi della
comunicazione di massa questa “nuova scienza” ha abbandonato la
stanza angusta dello studio per diffondersi nella società. Non è
infrequente trovare persone comuni che per descrivere se stessi e gli
altri utilizzano un vocabolario psicologico.
In effetti l’immaterialità della professione di psicologo rende
difficile individuare un’icona che sintetizzi efficacemente il suo modo
di operare. In generale lo psicologo sembra godere di un’immagine
sociale positiva, nonostante esistano nella pubblica opinione ancora
forti dubbi sull’efficacia dei suoi strumenti e sulla rilevanza dei suoi
metodi. Questa benevola considerazione è molto più diffusa nella
popolazione con un livello d’istruzione e di status sociale culturale
medio-alto. Al riguardo permane ancora una forte tendenza a
marginalizzare, per non dire escludere, l’insegnamento della psicologia
e ciò contribuisce, in senso negativo, alla diffusa mancanza di
chiarezza circa il fondamento scientifico della disciplina e la sua
modalità operativa nei vari ambiti sociali.
Per di più il cittadino medio ha un’opinione della psicologia che gli è di
difficile comprensione e questo è giustificato anche dal fatto che gli
stessi psicologi non sono completamente d’accordo sulle caratteristiche
distintive e qualificanti della propria disciplina. La presenza di
molteplici approcci, “correnti di pensiero” e “scuole”,
che sono scientificamente molto distanti tra loro, non hanno certamente
promosso la costruzione di un’immagine unitaria. Inoltre gli stessi
psicologi hanno modi peculiari di intendere e di esercitare la propria
professione; infatti c’è chi enfatizza l’impegno politico e avverte
l’esigenza di contribuire a innestare cambiamenti positivi nella
società; c’è chi tende maggiormente a concepire la psicologia come un
aiuto tecnico all’individuo che soffre; c’è chi vede la psicologia
esclusivamente come ricerca e comprensione dei meccanismi di
funzionamento della mente umana e così via.
Quello che fa specie è che la psicologia di ricerca e applicata, dopo
essersi inserita, nella seconda metà del novecento, prima tra le forze
armate
e successivamente nell’istruzione, ora tenti la strada della giustizia,
proponendosi come mezzo idoneo a ricercare la verità, anche se la
primaria peculiarità rimane pur sempre l’aspetto soggettivo.
Si deve sostanziare che l’aspetto psicologico in seno alla giustizia ha
avuto un forte gradimento da parte dei membri delle istituzioni, per il
notevole alleggerimento della propria responsabilità da un lato e il
compito della valutazione e ricerca della prova dall’altro, trasferendo
di fatto sui periti l’onere della valutazione. Per di più consente di
formulare ipotesi motivazionali prese a prestito da quelle teorie
psicologiche che meglio corrispondono al proprio convincimento o libero
arbitrio.
Questo aspetto è anche suffragato dal fatto che comunque,
giurisprudenzialmente, il giudice non può non decidere, anche in
funzione di una certa attenzione sociale rivolta ad esempio al tema
della pedofilia, manifestando volontariamente o involontariamente una
certa propensione a far proprie le teorie psicologiche del momento,
dimostrando, così, da un lato l’autorevolezza della giustizia e
dall’altro un’accondiscendenza, indiretta, alle correnti di pensiero
sociale che desiderano esasperare la difesa del minore (abusologi), che
in realtà, altro non sono che delle lobby economiche per attingere
finanziamenti.
Perlopiù la storia della psicologia ci insegna che dalla nascita dei primi
laboratori psicologici ai giorni nostri molte teorie hanno vissuto un
tempo pari a quello dei suoi propulsori, per poi essere sostituite con
altre ricerche maggiormente attinenti alla vita sociale del momento.
Altre, invece, come le leggi sulla memoria di Ebbinghaus (1984) e Bartler
(1936) sono tutt’oggi valide, così pure i lavori sulla psicofisica,
sulla visione… che hanno portato ad una base solida di conoscenze che
oggi tutti utilizzano. Per fare un inciso si può sostenere che nella
memoria non “ci sono” fatti, ma solo tracce astratte che vanno
riattivate, riorganizzate e ricostruite, perché si possa avere un
probabile ricordo.
Riallacciandosi all’essenza dell’intervista degli esperti, emerge una
diversa lettura dei comportamenti dell’individuo, che non possono
certamente essere trascurati nel formulare delle ipotesi su un dato
evento.
Elemento essenziale, per non dire fondamentale, è la certezza
dell’evento, poiché dinanzi alla concretezza dell’abuso si
possono formulare molteplici ipotesi circa i sintomi comportamentali
manifestati.
In effetti il Prof. Cancrini afferma: “sono riconducibili se nella
memoria ci sono”; successivamente rinforza il principio di base
dicendo:”i bambini che hanno subito un trauma e siamo certi che
l’hanno subito, perché l’abusante l’ha confessato…”.
Queste dichiarazioni sono dirompenti, specie se uno agisce con coscienza e
con la mente sgombra da pregiudizi e stereotipi. Ciò significa che per
formulare, a priori, qualsivoglia ipotesi di abuso ci deve essere la
sicurezza che l’evento sia accaduto, solo allora abbiamo ragione di
ipotizzare o presumere che determinati comportamenti, sintomi o disagi
siano riconducibili a un presunto vissuto con l’adulto.
In assenza di una certezza di una violazione del minore è giusto, come lui
stesso afferma, procedere penalmente denunciando i professionisti della
psiche che affermino un abuso ancor prima che l’autorità giudiziaria o
la sentenza abbiano riscontrato le circostanze dell’accaduto e inflitto
la giusta punizione.
Inoltre il Prof. Cancrini sarà d’accordo su un orientamento comune in
campo psicologico e condiviso dal corpo accademico, secondo cui dinanzi
a un evento certo i sintomi non per tutti si manifestano allo stesso
modo (circostanza desumibile dal contenuto dei dialoghi).
Dunque si è dinanzi a un’ulteriore conferma dei contenuti delle linee
della Carta di Noto, in cui al punto 9 si afferma: “Quando
sia formulato un quesito o prospettata una questione relativa alla
compatibilità tra quadro psicologico del minore e ipotesi di reato di
violenza sessuale è necessario che l’esperto rappresenti, a chi gli
conferisce l’incarico, che le attuali conoscenze in materia non
consentono di individuare dei nessi di compatibilità od
incompatibilità tra sintomi di disagio e supposti eventi traumatici.
L’esperto, anche, se non richiesto, non deve esprimere sul punto della
compatibilità né pareri né formulare alcuna conclusione”.
Sebbene il Prof. Cancrini sostenga le proprie teorie applicative e non
certamente quelle accademiche rivolte alla ricerca, è evidente come alla
fine dell’intervista si colga una capitolazione verso la letteratura
maggiormente accreditata circa il fatto che non è possibile determinare
alcuna compatibilità di abuso in assenza di prove certe.
Per di più se accostiamo alle dichiarazioni del Prof. Cancrini, che tende
ad enfatizzare le proprie teorie, banalizzando quelle che sono a
fondamento di ogni seria analisi e diagnosi psicologica, quelle della
Prof.ssa Mazzoni sulla memoria, si ottengono ulteriori chiarificazioni
sulla conoscenza di quegli elementi che sono utili per un’ipotesi
conoscitiva in campo psicologico.
Si aggiunga, altresì, la pronuncia della Cassazione sul contenuto delle
perizie, secondo la quale sotto un profilo giurisprudenziale la perizia
ha una mera finalità ausiliaria, non costituendo certamente un fattore
determinante, ma avente lo scopo di aiutare il giudice nel suo compito
d’interpretazione dei fatti e nella valutazione delle prove e degli
indizi.
Inoltre le ricerche sulla memoria ci ammoniscono sul pericolo di favorire
la creazione di false memorie attraverso tecniche come l’ipnosi,
trasformando un sogno dell’inconscio in realtà, associando a un disegno
delle sensazioni soggettive…, senza la capacità scientifica di
dimostrarne il contenuto al pari di una radiografia.
L’utilizzo dell’ipnosi, nel corso della storia della psicologia, ha
manifestato gli effetti negativi sin dai primi anni del novecento, per
poi riemergere dopo la seconda guerra mondiale, registrando non sempre
consensi positivi, al punto che negli Stati Uniti sono numerose le
condanne di professionisti che hanno utilizzato tali tecniche, inducendo
i pazienti a porre in essere azioni indegne contro se stessi o altri.
Tutto questo è dovuto alle incaute terapie che vengono utilizzate con la
creazione di ricordi falsi: pseudo-memorie.
In sostanza, dal confronto dei due professionisti, si rileva lo scontro
fra coloro che operano in campo accademico e coloro che operano a
livello individuale: il lavoro dei primi è rivolto alla ricerca di quei
fenomeni che avvolgono l’uomo, i suoi conflitti interiori e lo studio
dei processi cognitivi (memoria, linguaggio, attenzione, percezione e
altri ancora), al fine di una maggiore scientificità e per di più
dedicando un’intera vita alla disciplina psicologica.
Di tutt’altro avviso è la psicologia applicata individuale, il cui lavoro
viene svolto non certamente all’insegna del confronto con il corpo
accademico, bensì con la tendenza alla formazione di scuole private che
trasmettano informazioni soggettive, creando correnti di pensiero o
meglio lobby di un certo potere, possibilmente attraverso corporativismi
e sistemi associativi con forze politiche e istituzionali rivolte a fini
economici ed esistenziali.
In questo contesto quello che stupisce è che i membri della giustizia sono
propensi a dar credito a soggetti appartenenti al campo applicativo
individuale, prediligendo i lavori dei consulenti tecnici d’ufficio,
anche se in questi si riscontrano orientamenti psicologici non
condivisi, facendo proprie teorie che non sono dimostrabili e promuovono
profili di tutta neutralità e insignificanti.
Un esempio emblematico lo si ha con due sentenze emesse dalla Sez. II
della Corte d’Appello di Torino, che hanno condannato due innocenti,
presieduta, in entrambi i casi dagli stessi membri.
Nella prima sentenza la motivazione ebbe come fulcro l’adesione alla
perizia psicologica che sosteneva l’abuso della bambina di soli tre
anni, ancor prima del dibattimento; nella seconda, si esaltò le
“capacità” psicologiche cognitive di una madre nel saper distinguere dal
racconto della propria figlia ciò che era vero da ciò che era falso,
sebbene la piccola in audizione protetta abbia affermato di non
conoscere l’imputato.
In merito è bene segnalare che in entrambi i casi non si è riscontrata
alcuna prova mossa dall’accusa e i procedimenti hanno avuto come fonte
dibattimentale esclusivamente teorie psicologiche non condivise in campo
accademico; rammentando, altresì, che i giudizi di primo grado (compreso
il prete di Bolzano) hanno avuto l’assoluzione perché i fatti non
sussistono.
Ciò giustifica il fatto che nei casi di abuso sessuale, in assenza di
prove, prevale il pensiero psicologico quale fondamento di indizio grave
e preciso, anche se è contrariamente alle linee della Carta
costituzionale e alle leggi che richiedono la prova tangibile del reato.
Non dobbiamo, altresì, trascurare il fatto che nel secondo caso sono state
prodotte all’autorità giudiziaria istanze contro le coercizioni fatte
alla bambina, costretta a denudarsi durante l’audizione protetta,
il cui esito fu negativo, a dimostrazione dell’appoggio incondizionato a
teorie prive di dimostrabilità. In altre parole, determinati
comportamenti d’ascolto del minore non possono essere né criticati né
pubblicati, pena il ricevimento di avvisi di garanzia e il rinvio a
giudizio, e sbrigativamente archiviati dalla magistratura come
comportamenti in buona fede,
giustificati dal fatto che la piccola doveva parlare con la psicologa;
tutto ciò dimostra come siamo dinanzi a un periodo trasgressivo e
oppressivo della libertà personale e a danno del diritto di esprimere le
proprie opinioni (Art. 21 della Costituzione).
Accanto a questi fatti è bene rammentare, altresì, quanto accade nelle
separazioni, in cui le false accuse di abusi e l’allontanamento dei
minori dalla famiglia d’origine sono spesso alimentati dalle
superficiali relazioni di periti e consulenti.
Molti padri e madri sono costretti a difendersi dalle denunce degli ex: un
calvario che rovina la vita, non solo degli adulti, ma soprattutto dei
figli.
L’affido condiviso, anziché armonizzare i rapporti tra i genitori
separati, ha inasprito i conflitti, grazie anche ai gruppi di operatori
della psiche e del diritto che hanno contribuito non certamente a
rasserenare i rapporti di coppia, instillando sospetti e dubbi che poi
sono sfociati in denunce.
Su un altro versante si deve puntare l’indice contro periti e consulenti
impreparati e poco professionali. Ci dovrebbe essere una radicale
riforma dei servizi sociali e una revisione delle procedure di colloquio
e perizia sui bambini vittime di presunti abusi.
I tribunali dei minori dovrebbero prendere atto di ciò che avviene in fase
di affido o allontanamento del minore, considerando il sommerso prima di
aderire a una valutazione psicologica, in cui molte volte prevale
l’orientamento peritale di una disciplina che non ha e non avrà ancora
per molto tempo mezzi idonei per valutare il comportamento di un
soggetto, perché sarà comunque frutto di una soggettività.
Non meno importante è l’interesse economico dei professionisti a mantenere
in stallo una situazione sociale precaria come quella delle separazioni,
in cui il movimento finanziario raggiunge cifre da capogiro se si
considera che in Italia vi sono oltre 21 milioni
di individui toccati in modo diretto o indiretto dal problema.
Il quotidiano Il Messaggero del 25 luglio 2008 riporta una fonte di
Telefono Azzurro per cui l’86% dei divorzi sfocia in denunce per abusi o
altri delitti. Pertanto si ritiene che il fenomeno sociale abbia
raggiunto ormai livelli non più sostenibili e il Parlamento ha l’obbligo
di intervenire legislativamente su tutte le Istituzioni, in particolar
modo a livello giudiziario, di servizi sociali e ordini professionali.
In definitiva, si può sostenere l’ipotesi che, ad oggi, la psicologia è
entrata nella giustizia come fattore determinante di prova,
concedendole la facoltà, come in ipotesi, di proclamare la condanna o
l’assoluzione ancor prima che le indagini e successivamente il
dibattimento abbiano potuto concretizzare le reali responsabilità
dell’imputato. Che la problematica dell’abuso di un minore emerga da un
disagio, da un sintomo, da un racconto, da un disegno… questo non
giustifica che il professionista prima e, il perito dopo, suggestioni e
condizioni l’operato giudiziario sostenendo ipotesi di attendibilità,
credibilità e il ragionevole dubbio o la quasi certezza dell’avvenuto
vissuto, per dare spazio nelle sentenze a inferenze psicologiche
trasformate in petizioni di principio.
Conclusioni
Quanto riproposto vuole significare come nei processi di pedofilia, in
assenza di prove concrete, sia possibile suggestionare, condizionare e
indurre chiunque (adulti e bambini) a modificare i propri ricordi,
creando storie che hanno dell’inverosimile e in cui la giustizia poggia
le sue fondamenta.
Il fatto di utilizzare l’inconscio per creare un vissuto e ritenerlo
rimosso per molto tempo sono teorie che nella storia della psicologia
sono ben conosciute come impressioni soggettive, tra cui l’associare a
un sogno, un disegno, un comportamento o un evento.., in cui non è
possibile trovare riscontri. È come scrivere una favola o un romanzo,
peccato, però, che qui si sia dinanzi alla privazione della libertà
individuale e alla strumentalizzazione del minore per le finalità
dell’adulto e non certamente per la sua difesa.
Addi, 1 settembre 2008
Vittorio Apolloni
N.B.
Coloro che desiderano
approfondire gli argomenti trattati possono fare riferimento al sito
www.falsiabusi.it. Vi è anche l’opportunità di fruire del pensiero
accademico attraverso le numerose pubblicazioni elencate, oppure la
visione di filmati su YouTube (di cui è possibile ricevere copia o in
visione).
La ns. forza e
trasparenza sta nel documentare che la notizia sia oggettivamente vera o
proveniente da fonti ritenute attendibili, la critica sia accompagnata
da una controllabile e congrua motivazione e la continenza sia
formalmente corretta nell’esposizione, anche sotto il profilo
sostanziale, consistente nel non eccedere i limiti di quanto
strettamente necessario per l’appagamento del pubblico interesse.
Trascrizione dialoghi degli esperti
(Trasmissione “Ombre sul giallo” del
giugno 2008)
Conduttrice
La professoressa Giuliana Mazzoni è una delle voci più autorevoli a
livello internazionale, esperta in materia dei processi della memoria e
docente di psicologia nel Regno Unito (Inghilterra).
Il Prof. Luigi Cancrini illustre psichiatra e psicoterapeuta; fra
l’altro fondatore di diverse scuole di psicoterapia.
Giuliana Mazzoni
Domanda: sono sufficienti quattro
sedute di psicoterapia per esprimere una diagnosi su abusi sessuali
subiti nell’infanzia, esaminando i disturbi manifestati?
Secondo me non sono sufficienti, perché in quattro sedute si possono
formulare delle ipotesi e nello stesso tempo anche più ipotesi e le
successive servono per capire se effettivamente l’ipotesi dell’abuso sia
sostenibile; in questi casi occorre avere la necessità di verificare più
di una ipotesi per una situazione così delicata.
Luigi Cancreni
Domanda: quando esplode questa crisi di sintomi
di vomito, nausea... sono riconducibili all’abuso sessuale pregresso.
Sono riconducibili se nella memoria
ci sono; perché ci sono sintomi segnalati dalla letteratura come
indicatori correnti, e se ci sono è lecito presentare un’ipotesi dal
racconto fatto.
Pur lavorando in un centro di
bambini che subiscono maltrattamenti e abusi, un grandissimo numero di
bambini, purtroppo, pur subendo abusi non può raccontarlo, perché non ha
circostanze esterne che glielo consentano.
Qui non è una diagnosi. È chiaro
che nelle prime sedute la ragazza racconta; il racconto sembra
attendibile a chi l’ascolta, e chi l’ascolta fa la cosa che deve fare.
Non è una diagnosi finale, la diagnosi finale la si fa dopo moltissimo
tempo. Quindi si formula un’ipotesi che sembra seria: essendone
convinta deve segnalare.
La conduttrice introduce il tema della tecnica della
distensione immaginativa, da un intervento del Prof. Gulotta durante
la sua arringa nel dibattimento di primo grado.
Prof. G. Gulotta
(Avvocato)
La distensione immaginativa; che è una tecnica modesta, inventata da una
scuola di psicosomatica, che non è certamente una tecnica largamente
applicata e fa parte dell’ipnosi, training autogeno, psicoanalisi,
rilassamento analitico, immagini mentali e l’analisi fantasmatica
L. Cancrini
Domanda:
la distensione immaginativa è una tecnica terapeutica affidabile
È una tecnica terapeutica riconosciuta. Così come viene
raccontata sembra che il ricordo del trauma emerga spontaneamente. È una
tecnica riconosciuta dal ministero dell’Università e da noi usata. È
particolarmente adatta per l’emergenza e la rapidità con cui emerge il
ricordo, perché l’analisi tradizionale lavora con metodi molto più
lunghi.
G. Mazzoni
Questa è una tecnica che è ammessa
e utilizzata; il problema di questa come di tecniche simili e che viene
utilizzato un lavoro che è finalizzato alla rievocazione di memorie
sepolte. Ora, il fatto di lavorare sulla memoria, in realtà fa sì che
sia possibile creare delle memorie false, e le persone diventano
convinte di aver vissuto esperienze che in realtà non le appartengono.
Questo viene reso possibile proprio dalla tecnica così come è stata
descritta: il fatto di far riaffiorare sensazioni corporee, poi
disegnare il corrispettivo della sensazione corporea, interpretare i
disegni e su questa base creare un ricordo, si può anche creare
avvenimenti che realmente non sono accaduti.
Perlopiù la distinzione immaginativa ha che fare con l’ipnosi, proprio
perché con quest’ultima condivide il lasciarsi andare, non avere il
controllo, accettare tutte le cose degli avvenimenti mentali che
emergono, con la mancanza del filtro critico finale che dice questo è
vero, questo è plausibile, questo non è vero; quindi diventa una sorta
di calderone che poi viene rimesso insieme e ricostruito, con la
possibilità che venga creato un ricordo falso. Cioè false memorie.
L. Cancrini
Mi chiedo come si possa parlare dei
colleghi che utilizzano queste tecniche, quando studiano cinque anni di
università e cinque di specializzazione, stanno in supervisione,
lavorano e si affaticano; io capisco che dall’alto di una docenza
universitaria si può giudicare quello che fanno gli altri con molta
facilità. Qui stiamo dicendo cose diverse, qui stiamo dicendo che con
queste tecniche fabbrichiamo i ricordi. Questo lo trovo un insulto alla
mia professione, io non credo che si possa dire che psicoterapeuti
fabbricano i ricordi dei loro pazienti o contribuiscano a crearli.
Se qualcuno dice questo, faccia una cosa, li denunci questi
psicoterapeuti, perché se lo facessero questo sarebbe veramente
terribile, mi sembra che si coltiva un mito dello psicoanalista, dello
strizzacervelli; la persona che lavora sul cervello delle persone e le
fa dire quello che vuole lui.
G. Mazzoni
In realtà non parlo sullo specifico, nemmeno di questa terapia, parlavo di
questo come una delle situazioni; in realtà ne sono state documentate
centinaia di situazioni di questo tipo in cui attraverso un’incauta
terapia è stata facilitata la creazione di ricordi falsi. Devo dire che
in realtà in ipnosi è riconosciuta da tempo la possibilità di creare
delle forme di ricordo che vengono chiamate pseudo memorie, proprio
perché è una tecnica che con l’ipnosi condivide la sospensione iniziale
del giudizio della valutazione.
Ferdinando Camon
(Scrittore)
Domanda: lei ha scritto che è stato un errore
portare quei ricordi riaffiorati in terapia dal letto dello
psicoterapeuta al tribunale. Ci vuole spiegare il suo pensiero?
È un lavoro delicatissimo che però
poggia su questo presupposto: colui che in analisi racconta non sempre è
figlio della realtà, perché la nevrosi lavora, costruisce e inventa.
L’inconscio è anche molto sapiente e scaltro, a volte caricato di un
senso umoristico eccezionale, quindi tutto ciò che viene fuori in
analisi è fatto per l’analisi; va elavorato e studiato allo scopo di
produrre un diverso rapporto dell’io con le parti che sono dentro di sé,
con le figure interne che in qualche modo lo disturbavano. Prendere un
sogno e trasformarlo in realtà, un atto di accusa, una denuncia vuol
dire fare un uso molto anomalo dell’analisi. Ora, qui, nel caso di
Bolzano sembra che abbiano preso alcuni sogni e gli abbiano utilizzati a
scopo giudiziario; questo mi lascia molto perplesso, questa tecnica non
mi ha convinto né quando hanno assolto il prete né quando l’hanno
condannato.
Nel mio articolo dell’Alto Adige sono favorevole alla ragazza, nel senso
che la ragazza non mente, la ragazza non inganna, la ragazza non è
bugiarda. Colui che va in analisi racconta cose spropositate, tremende,
eroiche o meschine, violente, grandi torti che ha subito, o grandi
vendette che ha da compiere, non è che dice bugie, non è che inventi,
lei è sincera, perché non bisogna ritenere che la vita della fantasia,
le immagini siano invenzioni e irrealtà, producono conseguenze come la
realtà, vanno prese sul serio, ma non vanno utilizzate giudiziariamente.
Domanda: la figura del prete avrebbe indotto
chiunque a fare denuncia?
La figura del sacerdote, detto anche padre, è una figura carica di molti
significati, è un protettore, è una guida, è una persona morale, è colui
che t’insegna, è colui al quale dovreste rimettere la gestione della tua
coscienza, se una figura del genere fa del male è chiaro che tu rifiuti
di accettare questo dato, lo vedi, lo nascondi, lo camuffi, questa
potrebbe essere una causa che spiegherebbe la lunga reticenza della
ragazza e la difficoltà a raccontare a chi aveva vicino l’esperienza
vissuta o patita.
Domanda: secondo lei non è possibile che la
ragazza abbia proiettato su questo sacerdote le violenze sessuali
subite: eventualmente da altri?
Questo è tutt’altro che raro, in psicoanalisi questo è possibile, questo
è infatti il grande problema dell’interpretazione di questo caso, perché
la psicoanalisi ci insegna che è molto frequente il caso in cui una
vittima che soffre per aver patito violenze e soffre autenticamente e
somatizza; in realtà quelle sofferenze non le ha patite le ha traslate
lì da altre esperienze, le ha subite in altri contesti e da altre fonti.
Questo è uno dei rischi di questo processo.
Domanda: se fosse un romanzo lei come l’avrebbe scritto
Infatti sembra un romanzo, nel
romanzo devi descrivere l’innocenza guastata, il santo maligno, il
giglio che viene calpestato, insozzato e poi questa bambina di nove anni
fragile e inerme cresce, matura e inizia fare sogni disturbati e
disturbanti, li usa come un’arma, punisce e lo inchioda. Questa è la
logica di un bel romanzo psicogiallo. Non è la logica di un processo.
L’altra trama potrebbe essere quella che lei è maligna, è una Lolita, è
ingannevole, più cattiva di quanto la sua età comporti, e inizialmente
ci stava anche volentieri, che poi è lei che guida questo rapporto e
alla fine cerca di punirlo. Ma poi viene punita lei che ha costruito
questo castello menzognero, si è inventata tutto, e magari tutto ciò che
ha inventato non era frutto della realtà che effettivamente ha vissuto,
era una realtà che avrebbe voluto vivere, era qualcosa che avrebbe
voluto che accadesse e che non è accaduto, e perciò punisce il prete
denunciandolo per quello che non ha fatto.
Prof. G. Gulotta
È la prima volta che in un processo
un individuo è imputato perché qualcuno ha recuperato degli avvenimenti
che egli non aveva in memoria attraverso la psicoterapia.
La parte civile sostiene di essersi impegnata volontariamente a non
ricordare. Le leggi di natura non lo consentono. Immagini signor
Presidente e signori della Corte: ci muore un padre, un fratello, uno
zio, un gatto e soffriamo. Cioè non voglio più soffrire, questo
avvenimento non esiste per me, tanto che io ritengo mio padre vivo.
Questo è possibile? in questo processo si fa il ripescaggio dei sogni,
la rielaborazione del sogno e la reinterpretazione del sogno che a suo
tempo non si sono interpretati, tirandoli fuori dal cassetto con data e
ora.
G. Mazzoni
Domanda: è possibile seppellire i propri
ricordi?
La commento facendo riferimento alla realtà di due letterature diverse, a
due posizioni diverse. La prima è la posizione che è stata assunta in
psicoanalisi, in cui si ritiene che gli individui siano in grado di
reprimere i propri ricordi; in realtà, la ricerca sulla memoria questo
non lo ha assolutamente dimostrato. Per di più, ora, come ora,
davvero non esistono dati che permettono di dire che una persona
intenzionalmente può reprimere un certo elemento del proprio passato, e
reprimerlo al punto tale da seppellirlo e da vivere in modo
completamente distaccato da esso con una vita normale.
L. Cancrini
La bambina che cosa dice. Dice che in ottemperanza di ciò che le veniva
ordinato lei nascondeva, non reprimeva nel senso di Freud che non aveva
ancora detto, nascondeva a se stessa di vivere una vita normale, cioè
aveva un suo segreto; avere un segreto significa nascondere e passare il
resto della giornata in modo normale. È un meccanismo normale del
bambino. Se io interrogo un bambino, se ci sono dei maltrattamenti in
famiglia, spesso lui non li ricorda, li mette da un’altra parte, se li è
scordati, riemergeranno dopo con fatica e dolore quando sarà il tempo in
cui si può esporre e raccontarli. Ora, poi, naturalmente ci sono molti
che teorizzano che la psicoanalisi è un insieme di stupidaggini.
Io ne sono cosciente e non è che poi voglio dire..., può darsi
che io sia un propagatore di stupidaggini, un giorno qualcuno lo dirà
con certezza. L’importante però è una cosa: in mezzo a tutte queste
stupidaggini spesso chi ci crede riesce ad aiutare i bambini. Riesce a
costruire un rapporto, una relazione dentro cui il bambino racconta e
allora sta meglio.
G. Mazzoni
Domanda: come mai esistono tutti questi
dettagli, e se gli stessi danno la misura dell’attendibilità?
Di
solito si ritiene che un ricordo sia un ricordo di qualità quanti più
dettagli contiene, quindi in linea di massima direi di sì, quello che
colpisce questi dettagli è il fatto che questa ragazza riesce a
ricordare una quantità incredibile di elementi minuziosi che
oggettivamente non sono ricordabili. Cerco di spiegare meglio: quando
noi facciamo esperienza di qualsiasi avvenimento fondamentalmente ne
ricordiamo il succo, ma i dettagli vengono persi e i vari episodi si
sovrappongono uno sull’atro e non sono così più distinguibili. Quindi
tenendo conto che quello che in realtà questa ragazza racconta, racconta
come le ombre giocavano sul pavimento e sulle scale, racconta come il
rumore del vento giocava tra le foglie, racconta dettagli minuziosi e
infiniti e tutti con una precisione, che secondo me, fa pensare che
tutti questi elementi siano di abbellimento, nel senso che siano degli
elementi messi insieme per creare una storia, per creare una sua
situazione alternativa. Questa storia viene abbellita nel tempo.
L. Cancrini
I bambini che hanno subito un trauma e siamo certi che l’hanno subito,
perché l’abusante l’ha confessato, accanto al nucleo centrale del
racconto aggiungono moltissimi particolari di dettagli. Cioè la memoria
attorno a un nucleo di verità sostanziale costruisce una serie di cose
che sono esatte. Cioè la memoria a distanza di tempo, arricchisce,
deforma, cambia quando c’è un trauma importante, spesso la memoria fa
questo, cioè di arricchirlo di più con particolari assurdi. Più una cosa
è importante per noi più sono i dettagli che ci ritornano.
G. Mazzoni
Volevo dire che io ho estremo rispetto per la ragazza e per la sua
sofferenza, perché credo che questa sua esperienza sia stata, da
qualunque punto di vista la prendiamo, sia una sofferenza, non credo che
la ragazza sia una persona che intenzionalmente mentiva.
Prof. Gulotta
Se la bambina avesse avuto le disgraziate esperienze che ha raccontato in
tre denunce avrebbe mai scritto, mi sembra un dito grosso. Sapeva
benissimo di cosa si trattava, almeno avrebbe ritagliato questa frase,
invece quell’uomo si stava masturbando, io non sapevo che cosa volesse
dire e così ho pensato: forse nessuno lo vede e si vede che il coso gli
fa male. La sua ingenuità desessualizza la condotta, perché non ha una
sceneggiatura mentale (script) che fa questo gesto, sta coprendo un
gesto tipicamente sessuale e volgare.
G. Mazzoni
Domanda: la ragazza ha tentato di trascinare un
testimone che avrebbe potuto smentirla?
Un’ipotesi è possibile: e che in questo mondo che è andato costruendo
avesse in qualche modo bisogno di un riscontro esterno e di un appoggio,
era in fondo il ragazzino che era più spesso comparso nei suoi diari
come il primo piccolo amore di questa ragazza. La chiamata di questo
ragazzo era certamente un rischio.
L. Cancrini
Se mai qualcuno mi dicesse se ricordi che assieme a un prete sono stati
violentati in sacrestia gli direi: no. Guarda ti sbagli, perché non è
proprio così, questo è veramente impossibile. Allora qui c’è un problema
grande, perché vede, è stato detto: può darsi che questa ragazza ricordi
delle cose che non sono accadute, non corrispondono alla mia esperienza,
non mi sembra però uno che in psicoterapia si possa ricordare di essere
andato in un confessionale, o di aver parlato con l’insegnante di
religione, qui non siamo più nella ricostruzione del ricordo che avviene
in un’atmosfera particolare, stiamo di fronte a ricordi che sono congrui
con le reazioni che uno ha e che ad un certo punto comincia ad avere.
Qui il racconto prende una piega realistica molto seria. Quindi delle
due: l’una, questa ragazza ha deciso a tavolino di portare delle accuse
credibili quindi si è esposta in questo modo, allora coscientemente con
cattiveria con sadismo psicologico diciamo così, però che in
psicoterapia si recuperino falsi ricordi, relativamente al fatto che si
è tentato di raccontare quello che stava succedendo, questo ha della
farsa.
G. Mazzoni
Domanda: la ragazza si è sentita crollare il
mondo addosso, lei come spiega questo?
Se effettivamente le cose sono accadute, in realtà una spiegazione è
possibile e c’è, perché in fondo se sono accadute per cinque anni sono
state una parte importante della vita di questa bambina, una parte
vissuta molto negativa, conflittuale, ripeto, se sono accadute.
L. Cancrini
Se le cose sono accadute la conclusione è dolorosa. Quello che mi sento di
dire e che questo racconto è, purtroppo, dolorosamente verosimile. Se il
racconto non fosse vero noi dovremmo ipotizzare che questa ragazza ha un
disturbo sostanzialmente delirante. A me non risulta, dagli atti, che
sia stato fatto, invece, un approfondimento sulla personalità del
presunto abusante. Perché questo è un punto molto importante e molti di
questi processi cadono. Io credo che se questa storia è vera; uno studio
serio, anche soltanto con il Rorschach fatto da persone capaci, è un
avvicinamento importante sulla persona, perché potrebbe aiutare a capire
tante cose.
G. Mazzoni
Io credo, però, che questa descrizione che la ragazza fa sembra una
lettura del suo vissuto, è come fosse un romanzo pieno di emozioni,
commenti, elementi di elaborazione molto fine è qualcosa, che secondo
me, è più di un ricordo.
F. Camon
Domanda: vorrei
parlare di questa sentenza di condanna?
La mia opinione è che una sentenza
del genere entrerà nella storia del diritto e della psicoanalisi,
perché da un’importanza realistica al materiale onirico. Questa è la
mia impressione, ed è un dato rischiosissimo strutturalmente parlando,
audacissimo.
Mi stupisce che sia stato compiuto da un tribunale, sullo stesso materiale
sul quale aveva pronunciato una sentenza completamente diversa qualche
anno prima.
Procuratore capo
Tarfusser
Domanda: com’è possibile che la
corte d’Appello sulla base degli stessi elementi abbiano condannato Don
Giorgio Carli ribaltando la sentenza di primo grado?
Non so su che base di elementi
hanno ribaltato la sentenza, per il semplice fatto che la sentenza non
c’è. Io credo che sia giusto e corretto aspettare di leggere le
motivazioni della sentenza.
Per quanto concerne l’altro aspetto
della domanda, nel processo d’Appello non è normale che si aggiungano
episodi nuovi. Il processo d’Appello è tendenzialmente un processo in
cui sotto un profilo critico i giudici rivedono i fatti e le prove che
sono state acquisite in primo grado; anche alla luce delle critiche che
alla sentenza vengono mosse dalle parti che hanno impugnato, nel caso di
specie, nel corso della parte civile.
Noi siamo soddisfatti, non è una
soddisfazione becera personale, è una soddisfazione professionale.
Noi siamo certi di aver lavorato bene, coscienziosamente, di aver valutato
tutti gli aspetti della vicenda; ancora in fase di indagine quando non
si sapeva nulla, siamo arrivati a una conclusione che sapevamo di
suscitare contrapposti sentimenti, ma noi siamo convinti
di quello che abbiamo fatto.
Quindi siamo soddisfatti sotto il profilo professionale,
così come non ci soddisfaceva la sentenza di primo grado che l’abbiamo
impugnata.
Conduttrice
In questa vicenda processuale resta una domanda:
dov’è
il confine fra incubi e ricordi?
N.B.
I dialoghi tra gli esperti sono
consultabili su You Tube all’indirizzo (www.falsiabusi.it/dvd/streaming/stream_bz.htm)
o collegandosi al sito
www.falsiabusi.it alla voce DVD, ovvero farne richiesta mediante
e-mail all’indirizzo
info@falsiabusi.it.
Il testo integrale delle “Linee-guida per
l’acquisizione della prova scientifica nel processo penale” è
pubblicato al sito
www.falsiabusi.it
È interessante osservare che dal momento
della manifestazione del potenziale disagio alla sua
enucleazione trascorrono mesi o anni. Nel frattempo il minore è
sottoposto a un continuo trattamento psicoterapeutico d’abuso
ancor prima dell’accertamento dei fatti e dell’esito giudiziario
(tranne nel caso in cui l’imputato abbia confessato), il più
delle volte sulla base dei soli racconti autoreferenziali della
madre.
Tra le
miriadi di metodi psicoterapeutici proposti come panacee alle
forze Armate Statunitensi ricordiamo la programmazione
neurolinguistica (PNL) sviluppata da John Grinder e Richard
Bandler (1975).
Un metodo tuttora in voga, al
punto che anche grandi compagnie e istituzioni quali
Hewlett-Packard, IBM, NASA… hanno usufruito di training di PNL.
Elementi essenziali teorici della
PNL, detta anche tecnologia, era un modello di comunicazione più
efficace, per il cambiamento personale, per un apprendimento più
rapido e una maggiore capacità di godersi la vita. I primi
sostenitori pubblicizzavano il metodo della PNL affermando che
era facile da insegnare e da imparare: “Per rendere la sua
terapia molto più rapida ed efficace, il cliente può acquisire
le abilità basilari in pochi giorni di corso”. Per di più,
“almeno la metà dei sintomi che porta una persona a entrare in
terapia può essere risolta in una o due sedute di un’ora”
(Stevens, 1980, pp. 423-424). Ciò consentirebbe di migliorare
l’apprendimento delle lingue, migliorare le proprie prestazioni
fisiche, aumentare la velocità di lettura, le capacità di
memoria e le abilità professionali, per curare problemi medici e
per studiare in modo più efficace.
È interessante osservare che la
tecnologia PNL è stata oggetto di dispute fin dall’inizio per
l’assenza di scientificità, a tal punto che l’Istituto di
Ricerca Militare Statunitense chiese al Consiglio Nazionale
dell’Accademia delle Scienze di “esaminare il potenziale valore
di alcune tecniche che erano state proposte come metodi per
migliorare le prestazioni delle persone”.
L’Accademia, riferendosi ai
risultati degli studi sulla PNL scrisse:”I vari studi condotti,
presi sia singolarmente che nel complesso, non forniscono alcuna
prova concreta dei principi su cui si basa la PNL […] né della
sua efficacia, ma rimane il fatto che nessuno di essi dimostra
di migliorare il livello di influenza o le prestazioni fisiche”.
In sintesi, prosegue il rapporto della commissione, “l’assenza e
la mancanza di una qualsiasi base scientifica costituiscono
delle grosse riserve al suo uso per scopi di formazione. La
commissione sconsiglia l’uso di questa tecnologia non validata”
(Druckman e Swets, 1988, pp. 142-145).
Il giudice Morello, nel caso di Enzo
Tortora disse: “Ogni giudice decide con la propria testa, ma il
libero convincimento non significa libero arbitrio. Se non ci
sono prove non si può condannare. La semplice parola del pentito
non è sufficiente per costituire una prova”. La stessa valenza
la si ha sostituendo la parola pentito con “madre”.
Presidente della II sezione
Corte d'appello di Torino.
La sentenza
(pp. 148-149) nelle sue conclusioni ritiene che il pilastro
portante del quadro probatorio, il filo conduttore, il collante,
l’elemento unificante di tutti gli elementi indiziari raccolti è
indubbiamente rappresentato dalle dichiarazioni dei familiari
dei bambini. È attraverso queste dichiarazioni che sono infatti
entrati nel processo i fatti rivelati dalla minore, nonché i
loro comportamenti e le loro reazioni emotive. Gli interlocutori
privilegiati, i depositari dei loro racconti ed i destinatari
immediati delle loro emozioni non possono essere che i genitori:
e chi meglio di loro è in grado di rendersi conto così della
veridicità così delle cose dette, come della autenticità dei
comportamenti agiti e delle emozioni esteriorizzate dai figli?
Chi meglio di loro può capire da un gesto mai in precedenza
compiuto, da un malessere mai in precedenza palesato, se
qualcosa di nuovo e di terribile è realmente accaduto?
Sul piano della credibilità
soggettiva, unitariamente ad altre considerazioni, si è fatto
leva su un dato logico e psicologico fondamentale, e cioè sulla
sottolineata capacità del genitore o del familiare stretto di
“leggere”nell’animo e nella mente del bambino e di capire
perfettamente quando egli dica la verità o la menzogna, quando
simuli o provi autenticamente una certa emozione.
Ciò vale per l’atteggiamento di
forte ansia palesata dalla madre nel corso delle audizioni, e
per la loro pressante invadenza [denudazione] finalizzata a far
parlare i figli con la psicologa, fatti questi sintomatici del
loro assoluto convincimento circa la veridicità di quanto avesse
riferito dai bambini tra le mura domestiche.
In merito all’analisi delle
dichiarazioni della bambina circa il nome dell’imputato, la
piccola risponde: “tu me lo devi dire”. La sentenza
sull’argomento (p. 68) dispone: dal punto di vista probatorio le
poche cose dette ho fatte dalla bambina nell’audizione in esame
non apportano dunque argomenti né a favore della tesi difensiva
né a sostegno della tesi accusatoria.
Le due sentenze integrali menzionate per
una maggiore trattazione saranno quanto prima rese disponibili
sul sito www.falsiabusi.it.
L’esito
dell’istanza ha avuto come risultato la richiesta di
archiviazione proposta dal P.M. Giuseppe FERRANDO e condivisa
dal G.I.P. S. PERELLI in data 20 agosto 2007 con la seguente
motivazione:
«non sussistono ipotesi di
reato, in quanto difetta del
tutto l’elemento soggettivo del dolo, che necessariamente deve
sussistere nelle fattispecie di reato
astrattamente ipotizzabili e indicate dall’esponente (abuso
d’ufficio, falsa perizia, istigazione a delinquere, violenza
privata, circonvenzione di persona incapace, calunnia, frode
processuale…), poiché è evidente la BUONA FEDE
delle persone che reputarono sincere e allarmanti le
dichiarazioni rese dai bambini e
di conseguenza sollecitarono gli stessi a ripetere il racconto
[se mai vi è stato] del fatto di abuso sessuale [che mai è
avvenuto], oggetto del processo…»
È il prodotto tra la sommatoria di un
padre, una madre, un figlio e quattro nonni per oltre 3 milioni
di papà separati.
Art. 3 della Carta costituzionale: … “È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale che, limitano di fatto la libertà e
l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana, e l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del
Paese.
L’attuale Procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Aosta Dr.ssa Marilinda Mineccia, in
precedenza candidata e successivamente bocciata dal CSM alla
carica di Presidente del Tribunale dei Minori di Torino (in quel
periodo svolgeva il compito di Sostituto Procuratore Generale
presso la Corte d’Appello dello stesso capoluogo), durante una
requisitoria in data 15.11.2007 disse: “…io sono una fautrice
della psicologia…”. Non meno interessanti sono le
motivazioni contenute nella richiesta del relatore Dott. Franco
Corbo, rivolte ai Presidenti della Corte d’Appello (Mario
Francesco Novità) e della Sez. II (in precedenza menzionata),
sulla necessità in chiave ideologica psicologica di differire i
termini di pubblicazione della sentenza menzionata al punto 5
delle presenti note, in cui si legge “…dovendosi in
particolare affrontare il problema della capacità a deporre e
dell’attendibilità di bambini in tenerissima età, problema la
cui soluzione richiede l’apporto di altre discipline (pedagogia,
psicologia, sessuologia), indispensabili per integrare e
confortare l’analisi giuridica …”
Prof.ssa Giuliana Mazzoni, docente di
psicologia della memoria all’University of Hull nello Yorkshire,
in Gran Bretagna ed esperta internazionale sul tema.
|