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Egregio Senatore e Onorevole,

 

stante le diverse riforme legislative in atto che l’attuale Governo si è impegnato a realizzare, tra cui la riforma della Giustizia, è ns. interesse sottoporre alla Sua attenzione una piaga sociale che direttamente o indirettamente coinvolge oltre un terzo della popolazione italiana.

Ci si riferisce alle separazioni coniugali, che da fonte del Telefono Azzurro vede coinvolte l’86% dei genitori in accuse reciproche di falsi abusi sui minori e altri reati. Non dobbiamo altresì dimenticare quelli delle scuole materne di Brescia, Torino, Rignano Flaminio…

Questo è dovuto in larga misura a un vuoto legislativo sull’essenza della prova in campo psicologico, ossia si ritiene che le correnti di pensiero umanistico abbiano capacità scientifiche di inconfutabilità, di Verità. Perlopiù i giudici accolgono benevolmente le impressioni soggettive dell’operatore della psiche sia per una deresponsabilizzazione sia come metro per giudicare il malcapitato o allontanare il minore dalla propria famiglia.

Per ovviare a questo fenomeno dilagante e preoccupante di destabilizzazione familiare, abbiamo preso spunto da una trasmissione televisiva per documentare, ancora una volta, quanto sia urgente intervenire legislativamente. Per questo e tanti altri motivi alleghiamo alla presente un file in PDF contenente una ricerca dal titolo “L’essenza della prova” in cui si dimostra come la psicologia, oltre a non essere una disciplina scientifica, necessita di una costante controllabilità e monitoraggio dei propri enunciati.

Consapevoli che quanto esposto possa trovare in Lei un promotore e che il Parlamento sappia dare una giusta risposta a un crescente malessere sociale, cogliamo l’occasione per porgerLe cordiali saluti.

 

Centro di documentazione falsi abusi sui minori

(Socio fondatore di ADIANTUM)

 

 

Associati con:

 

L’essenza della prova

di Vittorio Apolloni

 

Nell’esprime le proprie osservazioni ci si è avvalsi:

1.      dell’art. 21 della Carta costituzionale

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa…;

2.      dell’art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo

Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere;

3.      della Sentenza della Corte di Cassazione n. 292321 del 6-7-04

La legittima critica dei cittadini non deve limitarsi soltanto alle decisioni assunte ed alle motivazioni che le sorreggono, ma può investire anche i comportamenti assunti nell’esercizio della funzione giudiziaria. …in linea generale deve rilevarsi che in un ordinamento democratico, come è il nostro, ampio spazio deve essere riconosciuto alla libertà di espressione dei cittadini ed al diritto di critica sui provvedimenti e sui comportamenti assunti dalle persone che esercitano rilevanti poteri pubblici, la critica e le conseguenti discussioni contribuiscono, infatti, alla crescita della sensibilità collettiva su questioni rilevanti ed “aiutano” chi esercita un pubblico potere a correggersi. …il linguaggio usato per criticare sia corretto; la critica può anche essere severa ed aspra, ma il requisito della “continenza” deve essere rispettato.

 

Quanto riportato altro non è che una serie di osservazioni sulla trascrizione dei dialoghi fra esperti che hanno partecipato alla trasmissione di Rai Tre “Ombre sul giallo” del giugno 2008, afferente al processo per presunti abusi sessuali perpetrati da un prete su una parrocchiana, che all’epoca dei fatti aveva 9 anni, ed emersi durante un percorso psicoterapeutico, attraverso le tecniche dell’immagine guidata e della distensione immaginativa, che sono gemelle all’ipnosi.

Dal confronto fra esperti emerge chiaramente come la psicologia sia da un lato una scienza in parte non definita; se con psicologia si considera quella giuridico/sperimentale relativa al pensiero, percezione, memoria, visione, emozioni, personalità, fenomeni sociali… Quella clinica, invece, si occupa dei soli disturbi psicologici, il cui utilizzo in campo giudiziario può consentire la condanna di innocenti. A nessuno di noi è dato sapere se realmente i fatti sono accaduti, così come nessuno mai potrà accertarne realmente la verità.

È evidente che dinanzi al dualismo di psicologia clinica e giuridica la confusione non può che essere massima. Lo psicologo clinico non ha alcun ruolo specifico in ambito forense, tranne quello di prendere in carico un individuo per aiutarlo a gestire il disagio psicologico, mentre a quello giuridico compete l’intervista del minore in caso di presunto abuso sessuale. Per meglio esprimere il dualismo tra clinico e giuridico prendiamo a prestito una citazione della Prof.ssa Mazzoni: “Io non penserei mai di chiedere a un ingegnere elettronico di costruire il ponte sullo stretto di Messina: sarebbe un suicidio

Non meno interessanti sono i contenuti della premessa delle “Linee-guida per l’acquisizione della prova scientifica nel processo penale”, elaborate dall’Istituto Superiore Internazionale di Scienze Criminali (ISISC), tenutosi a Siracusa in data 13-15 giugno 2008, in cui si afferma: “Vi è oggi piena consapevolezza che il metodo cosiddetto scientifico, inteso come quel “Metodo” che garantisce risultati di assoluta certezza, non esiste. Ciò, tuttavia, non deve indurre allo scetticismo né tanto meno a ritenere che un metodo equivalga all’altro; ma semplicemente a ridimensionare le aspettative e le pretese di “Verità” inerenti alla scienza. In quest’ottica, si può considerare scientifico quel metodo che si svolga attraverso il dialogo tra esperti e fornisca criteri di controllabilità degli enunciati che ne scaturiscono”.[1]

Inoltre nel campo della psicoterapia (psicologia clinica) non esiste un corpus di conoscenze generalmente accettato, né procedure standard che il paziente può aspettarsi. Non ci sono istituzioni accademiche pubbliche nazionali o commissioni di vigilanza che regolino la professione, a parte l’ordine dei psicologi. Sovente il paziente sa poco o nulla del tipo di trattamento in cui il terapeuta “crede” o di quello che farà.

L’uso scorretto e l’abuso di questo “potere” sono una delle principali cause delle esperienze di terapie sbagliate (Vedere Testo “Psicoterapie folli”), durante le quali si arriva ad attribuire la colpa del malessere a qualcuno o qualcosa come parte integrante del percorso riabilitativo. Questa filosofia ha permeato l’atteggiamento di molti terapeuti e altri operatori della salute mentale.

Quello che stupisce è che dinanzi a un presunto abuso, ancor prima di una segnalazione alle autorità competenti, il più delle volte si assiste ad una vera e propria psicoterapia indiretta,[2] senza avvertire qualsivoglia che un siffatto comportamento arreca un danno, quale che sia la parte da cui il professionista si schiera. Alcune volte per validare una psicoterapia, non essendovi verifiche in campo scientifico, l’unico mezzo è la persuasione e il convincimento, facendo leva sull’essere umano e sul fatto che la parola e il conforto illudono l’uomo.

La popolarità di queste idee ha fatto sì che nel corso degli anni il nostro pensiero razionale sia stato ridotto “ai minimi termini” e ora ci si aspetta che a occhi chiusi prendiamo per buone anche le affermazioni più improbabili. Un ingenuo entusiasmo ha sostituito i seri processi di pensiero. Il linguaggio della logica e della ragione è stato spesso rimpiazzato da un gergo incomprensibile.

Da siffatte premesse si assiste alla condanna di un prete (don Giorgio Carli) a 7 anni e mezzo di carcere e a un risarcimento di oltre settecentomila euro, il tutto perché una ragazza di ventidue anni, che a seguito di un disagio manifestato durante le vacanze natalizie è entrata in psicoterapia, ripercorrendo la propria sofferenza, congiuntamente all’aiuto di un professionista, è riuscita a raccontare la vicenda che avrebbe vissuto con il prete, all’inizio del periodo adolescenziale.

Alla Corte d’Appello sono bastati la parola della presunta parte offesa e i rilievi dei consulenti dell’accusa, tanté che i magistrati sembrano non aver avuto alcun dubbio sulla veridicità dei ricordi riemersi, grazie alle cure psicoanalitiche.

Dai giornali locali si legge che i giudici ritengono del tutto corretti i riferimenti di tempo, luoghi, persone e cose indicate. Nei ricordi, riemersi grazie in primo luogo all’interpretazione di un sogno e poi a una lunga e articolata cura psicoanalitica, i particolari forniti sarebbero risultati sempre numerosi, precisi e coerenti. Inoltre sarebbero perfettamente ancorati alla realtà anche i riferimenti fatti dalla parte lesa circa le attività personali e parrocchiali.

Quello che sconcerta, di fronte all’incredibile comportamento dei magistrati, è come una disciplina (psicologia) che non ha mai avuto un imprimatur di scientificità dimostrabile si possa appoggiare una convergenza di prove partendo da una semplice lettura dei sogni, associandovi successivamente di tutto e di più, ripescando teorie che hanno dimostrato la loro fallacia per la dinamicità del profilo sociale nel tempo.

Se provassimo a chiedere al cittadino medio italiano che cosa fa uno psicologo, molto probabilmente si otterrebbe come risposta: “Aiuta le persone a risolvere i loro problemi”. Gli stessi media avvalorano questa immagine, chiamando sempre più spesso in causa lo psicologo come “esperto”, di volta in volta, del disagio giovanile, negli studi alimentari, dei fenomeni di lucidità individuale e collettiva, nella relazione genitori-figli, della motivazione allo studio, delle strategie per affrontare la malattia mentale. In tal modo essi contribuiscono a costruire un’immagine sociale dello psicologo come colui che, attraverso una peculiare competenza, può trovare una soluzione a molti dei problemi che affliggono i singoli individui, le famiglie e la società.

Nel suo insieme si può allora affermare che l’immagine sociale prevalente dello psicologo è quella di un professionista dell’aiuto, che sa trasformare la sua conoscenza empirica in azioni volte a ristabilire, a tutelare e a promuovere il benessere altrui.

Ben presto, a livello di senso comune, prevalsero molte perplessità sul metodo di aiuto: cosa e come fa? “è veramente efficace”. Dunque è importante capire quali siano le rappresentazioni sociali della professione, i giudizi positivi o negativi in ambito associativo e il grado di visibilità dello psicologo rispetto ad altri professionisti.

L’attenzione che i psicologi, in Italia e all’estero, dedicano a questo tema non è solo una curiosità intellettuale, ma risponde a esigenze concrete. Generalmente i comportamenti degli individui non sono qualificati da ciò che effettivamente si è verificato in un certo frangente, quanto piuttosto dall’interpretazione che è stata data dall’accaduto. La vita sociale può essere concepita come uno scenario in cui gli individui cercano di comunicare una certa immagine di sé agli altri, controllando che certe espressioni producano impressioni corrispondenti. Dagli studi sui rapporti interpersonali sappiamo quanto sia difficile che si realizzi una puntuale coincidenza tra espressioni e impressioni, poiché la mente interpretativa dell’uomo elabora le informazioni che riceve in modo costruttivo e personalizzato. Pertanto è la lettura soggettiva della realtà a orientare i comportamenti nei confronti della realtà stessa.

Questi aspetti sono di primaria importanza nelle relazioni d’aiuto. Componente essenziale di un buon rapporto terapeutico è la fiducia che l’utente ripone nel professionista. Inoltre una professione socialmente riconosciuta come prestigiosa genera una spirale viziosa che alimenta l’autostima di coloro che la esercitano e attira nuovi utenti nel campo della psicoanalisi. Si parla anche di circolo sociale dell’utente: chi richiede un trattamento psicoanalitico tende a utilizzare un linguaggio conforme a quello adottato dal professionista. Ciò non è affatto strano se si considera che uno dei maggiori canali pubblicitari della psicologia è proprio rappresentato dai media: attraverso i mezzi della comunicazione di massa questa “nuova scienza” ha abbandonato la stanza angusta dello studio per diffondersi nella società. Non è infrequente trovare persone comuni che per descrivere se stessi e gli altri utilizzano un vocabolario psicologico.

In effetti l’immaterialità della professione di psicologo rende difficile individuare un’icona che sintetizzi efficacemente il suo modo di operare. In generale lo psicologo sembra godere di un’immagine sociale positiva, nonostante esistano nella pubblica opinione ancora forti dubbi sull’efficacia dei suoi strumenti e sulla rilevanza dei suoi metodi. Questa benevola considerazione è molto più diffusa nella popolazione con un livello d’istruzione e di status sociale culturale medio-alto. Al riguardo permane ancora una forte tendenza a marginalizzare, per non dire escludere, l’insegnamento della psicologia e ciò contribuisce, in senso negativo, alla diffusa mancanza di chiarezza circa il fondamento scientifico della disciplina e la sua modalità operativa nei vari ambiti sociali.

Per di più il cittadino medio ha un’opinione della psicologia che gli è di difficile comprensione e questo è giustificato anche dal fatto che gli stessi psicologi non sono completamente d’accordo sulle caratteristiche distintive e qualificanti della propria disciplina. La presenza di molteplici approcci, “correnti di pensiero” e “scuole”, che sono scientificamente molto distanti tra loro, non hanno certamente promosso la costruzione di un’immagine unitaria. Inoltre gli stessi psicologi hanno modi peculiari di intendere e di esercitare la propria professione; infatti c’è chi enfatizza l’impegno politico e avverte l’esigenza di contribuire a innestare cambiamenti positivi nella società; c’è chi tende maggiormente a concepire la psicologia come un aiuto tecnico all’individuo che soffre; c’è chi vede la psicologia esclusivamente come ricerca e comprensione dei meccanismi di funzionamento della mente umana e così via.

Quello che fa specie è che la psicologia di ricerca e applicata, dopo essersi inserita, nella seconda metà del novecento, prima tra le forze armate[3] e successivamente nell’istruzione, ora tenti la strada della giustizia, proponendosi come mezzo idoneo a ricercare la verità, anche se la primaria peculiarità rimane pur sempre l’aspetto soggettivo.

Si deve sostanziare che l’aspetto psicologico in seno alla giustizia ha avuto un forte gradimento da parte dei membri delle istituzioni, per il notevole alleggerimento della propria responsabilità da un lato e il compito della valutazione e ricerca della prova dall’altro, trasferendo di fatto sui periti l’onere della valutazione. Per di più consente di formulare ipotesi motivazionali prese a prestito da quelle teorie psicologiche che meglio corrispondono al proprio convincimento o libero arbitrio.[4] Questo aspetto è anche suffragato dal fatto che comunque, giurisprudenzialmente, il giudice non può non decidere, anche in funzione di una certa attenzione sociale rivolta ad esempio al tema della pedofilia, manifestando volontariamente o involontariamente una certa propensione a far proprie le teorie psicologiche del momento, dimostrando, così, da un lato l’autorevolezza della giustizia e dall’altro un’accondiscendenza, indiretta, alle correnti di pensiero sociale che desiderano esasperare la difesa del minore (abusologi), che in realtà, altro non sono che delle lobby economiche per attingere finanziamenti.

Perlopiù la storia della psicologia ci insegna che dalla nascita dei primi laboratori psicologici ai giorni nostri molte teorie hanno vissuto un tempo pari a quello dei suoi propulsori, per poi essere sostituite con altre ricerche maggiormente attinenti alla vita sociale del momento.

Altre, invece, come le leggi sulla memoria di Ebbinghaus (1984) e Bartler (1936) sono tutt’oggi valide, così pure i lavori sulla psicofisica, sulla visione… che hanno portato ad una base solida di conoscenze che oggi tutti utilizzano. Per fare un inciso si può sostenere che nella memoria non “ci sono” fatti, ma solo tracce astratte che vanno riattivate, riorganizzate e ricostruite, perché si possa avere un probabile ricordo.

Riallacciandosi all’essenza dell’intervista degli esperti, emerge una diversa lettura dei comportamenti dell’individuo, che non possono certamente essere trascurati nel formulare delle ipotesi su un dato evento.

Elemento essenziale, per non dire fondamentale, è la certezza dell’evento, poiché dinanzi alla concretezza dell’abuso si possono formulare molteplici ipotesi circa i sintomi comportamentali manifestati.

In effetti il Prof. Cancrini afferma: “sono riconducibili se nella memoria ci sono”; successivamente rinforza il principio di base dicendo:”i bambini che hanno subito un trauma e siamo certi che l’hanno subito, perché l’abusante l’ha confessato…”.

Queste dichiarazioni sono dirompenti, specie se uno agisce con coscienza e con la mente sgombra da pregiudizi e stereotipi. Ciò significa che per formulare, a priori, qualsivoglia ipotesi di abuso ci deve essere la sicurezza che l’evento sia accaduto, solo allora abbiamo ragione di ipotizzare o presumere che determinati comportamenti, sintomi o disagi siano riconducibili a un presunto vissuto con l’adulto.

In assenza di una certezza di una violazione del minore è giusto, come lui stesso afferma, procedere penalmente denunciando i professionisti della psiche che affermino un abuso ancor prima che l’autorità giudiziaria o la sentenza abbiano riscontrato le circostanze dell’accaduto e inflitto la giusta punizione.

Inoltre il Prof. Cancrini sarà d’accordo su un orientamento comune in campo psicologico e condiviso dal corpo accademico, secondo cui dinanzi a un evento certo i sintomi non per tutti si manifestano allo stesso modo (circostanza desumibile dal contenuto dei dialoghi).

Dunque si è dinanzi a un’ulteriore conferma dei contenuti delle linee della Carta di Noto, in cui al punto 9 si afferma: “Quando sia formulato un quesito o prospettata una questione relativa alla compatibilità tra quadro psicologico del minore e ipotesi di reato di violenza sessuale è necessario che l’esperto rappresenti, a chi gli conferisce l’incarico, che le attuali conoscenze in materia non consentono di individuare dei nessi di compatibilità od incompatibilità tra sintomi di disagio e supposti eventi traumatici. L’esperto, anche, se non richiesto, non deve esprimere sul punto della compatibilità né pareri né formulare alcuna conclusione”.[5]

Sebbene il Prof. Cancrini sostenga le proprie teorie applicative e non certamente quelle accademiche rivolte alla ricerca, è evidente come alla fine dell’intervista si colga una capitolazione verso la letteratura maggiormente accreditata circa il fatto che non è possibile determinare alcuna compatibilità di abuso in assenza di prove certe.

Per di più se accostiamo alle dichiarazioni del Prof. Cancrini, che tende ad enfatizzare le proprie teorie, banalizzando quelle che sono a fondamento di ogni seria analisi e diagnosi psicologica, quelle della Prof.ssa Mazzoni sulla memoria, si ottengono ulteriori chiarificazioni sulla conoscenza di quegli elementi che sono utili per un’ipotesi conoscitiva in campo psicologico.

Si aggiunga, altresì, la pronuncia della Cassazione sul contenuto delle perizie, secondo la quale sotto un profilo giurisprudenziale la perizia ha una mera finalità ausiliaria, non costituendo certamente un fattore determinante, ma avente lo scopo di aiutare il giudice nel suo compito d’interpretazione dei fatti e nella valutazione delle prove e degli indizi.

Inoltre le ricerche sulla memoria ci ammoniscono sul pericolo di favorire la creazione di false memorie attraverso tecniche come l’ipnosi, trasformando un sogno dell’inconscio in realtà, associando a un disegno delle sensazioni soggettive…, senza la capacità scientifica di dimostrarne il contenuto al pari di una radiografia.

L’utilizzo dell’ipnosi, nel corso della storia della psicologia, ha manifestato gli effetti negativi sin dai primi anni del novecento, per poi riemergere dopo la seconda guerra mondiale, registrando non sempre consensi positivi, al punto che negli Stati Uniti sono numerose le condanne di professionisti che hanno utilizzato tali tecniche, inducendo i pazienti a porre in essere azioni indegne contro se stessi o altri.

Tutto questo è dovuto alle incaute terapie che vengono utilizzate con la creazione di ricordi falsi: pseudo-memorie.

In sostanza, dal confronto dei due professionisti, si rileva lo scontro fra coloro che operano in campo accademico e coloro che operano a livello individuale: il lavoro dei primi è rivolto alla ricerca di quei fenomeni che avvolgono l’uomo, i suoi conflitti interiori e lo studio dei processi cognitivi (memoria, linguaggio, attenzione, percezione e altri ancora), al fine di una maggiore scientificità e per di più dedicando un’intera vita alla disciplina psicologica.

Di tutt’altro avviso è la psicologia applicata individuale, il cui lavoro viene svolto non certamente all’insegna del confronto con il corpo accademico, bensì con la tendenza alla formazione di scuole private che trasmettano informazioni soggettive, creando correnti di pensiero o meglio lobby di un certo potere, possibilmente attraverso corporativismi e sistemi associativi con forze politiche e istituzionali rivolte a fini economici ed esistenziali.

In questo contesto quello che stupisce è che i membri della giustizia sono propensi a dar credito a soggetti appartenenti al campo applicativo individuale, prediligendo i lavori dei consulenti tecnici d’ufficio, anche se in questi si riscontrano orientamenti psicologici non condivisi, facendo proprie teorie che non sono dimostrabili e promuovono profili di tutta neutralità e insignificanti.

Un esempio emblematico lo si ha con due sentenze emesse dalla Sez. II della Corte d’Appello di Torino, che hanno condannato due innocenti, presieduta, in entrambi i casi dagli stessi membri.[6] Nella prima sentenza la motivazione ebbe come fulcro l’adesione alla perizia psicologica che sosteneva l’abuso della bambina di soli tre anni, ancor prima del dibattimento; nella seconda, si esaltò le “capacità” psicologiche cognitive di una madre nel saper distinguere dal racconto della propria figlia ciò che era vero da ciò che era falso, sebbene la piccola in audizione protetta abbia affermato di non conoscere l’imputato.[7]

In merito è bene segnalare che in entrambi i casi non si è riscontrata alcuna prova mossa dall’accusa e i procedimenti hanno avuto come fonte dibattimentale esclusivamente teorie psicologiche non condivise in campo accademico; rammentando, altresì, che i giudizi di primo grado (compreso il prete di Bolzano) hanno avuto l’assoluzione perché i fatti non sussistono.

Ciò giustifica il fatto che nei casi di abuso sessuale, in assenza di prove, prevale il pensiero psicologico quale fondamento di indizio grave e preciso, anche se è contrariamente alle linee della Carta costituzionale e alle leggi che richiedono la prova tangibile del reato.[8]

Non dobbiamo, altresì, trascurare il fatto che nel secondo caso sono state prodotte all’autorità giudiziaria istanze contro le coercizioni fatte alla bambina, costretta a denudarsi durante l’audizione protetta, il cui esito fu negativo, a dimostrazione dell’appoggio incondizionato a teorie prive di dimostrabilità. In altre parole, determinati comportamenti d’ascolto del minore non possono essere né criticati né pubblicati, pena il ricevimento di avvisi di garanzia e il rinvio a giudizio, e sbrigativamente archiviati dalla magistratura come comportamenti in buona fede,[9] giustificati dal fatto che la piccola doveva parlare con la psicologa; tutto ciò dimostra come siamo dinanzi a un periodo trasgressivo e oppressivo della libertà personale e a danno del diritto di esprimere le proprie opinioni (Art. 21 della Costituzione).

Accanto a questi fatti è bene rammentare, altresì, quanto accade nelle separazioni, in cui le false accuse di abusi e l’allontanamento dei minori dalla famiglia d’origine sono spesso alimentati dalle superficiali relazioni di periti e consulenti.

Molti padri e madri sono costretti a difendersi dalle denunce degli ex: un calvario che rovina la vita, non solo degli adulti, ma soprattutto dei figli.

L’affido condiviso, anziché armonizzare i rapporti tra i genitori separati, ha inasprito i conflitti, grazie anche ai gruppi di operatori della psiche e del diritto che hanno contribuito non certamente a rasserenare i rapporti di coppia, instillando sospetti e dubbi che poi sono sfociati in denunce.

Su un altro versante si deve puntare l’indice contro periti e consulenti impreparati e poco professionali. Ci dovrebbe essere una radicale riforma dei servizi sociali e una revisione delle procedure di colloquio e perizia sui bambini vittime di presunti abusi.

I tribunali dei minori dovrebbero prendere atto di ciò che avviene in fase di affido o allontanamento del minore, considerando il sommerso prima di aderire a una valutazione psicologica, in cui molte volte prevale l’orientamento peritale di una disciplina che non ha e non avrà ancora per molto tempo mezzi idonei per valutare il comportamento di un soggetto, perché sarà comunque frutto di una soggettività.

Non meno importante è l’interesse economico dei professionisti a mantenere in stallo una situazione sociale precaria come quella delle separazioni, in cui il movimento finanziario raggiunge cifre da capogiro se si considera che in Italia vi sono oltre 21 milioni[10] di individui toccati in modo diretto o indiretto dal problema.

Il quotidiano Il Messaggero del 25 luglio 2008 riporta una fonte di Telefono Azzurro per cui l’86% dei divorzi sfocia in denunce per abusi o altri delitti. Pertanto si ritiene che il fenomeno sociale abbia raggiunto ormai livelli non più sostenibili e il Parlamento ha l’obbligo di intervenire legislativamente su tutte le Istituzioni, in particolar modo a livello giudiziario, di servizi sociali e ordini professionali.[11]

In definitiva, si può sostenere l’ipotesi che, ad oggi, la psicologia è entrata nella giustizia come fattore determinante di prova,[12] concedendole la facoltà, come in ipotesi, di proclamare la condanna o l’assoluzione ancor prima che le indagini e successivamente il dibattimento abbiano potuto concretizzare le reali responsabilità dell’imputato. Che la problematica dell’abuso di un minore emerga da un disagio, da un sintomo, da un racconto, da un disegno… questo non giustifica che il professionista prima e, il perito dopo, suggestioni e condizioni l’operato giudiziario sostenendo ipotesi di attendibilità, credibilità e il ragionevole dubbio o la quasi certezza dell’avvenuto vissuto, per dare spazio nelle sentenze a inferenze psicologiche trasformate in petizioni di principio.

 

 

 

Conclusioni

 

 

Quanto riproposto vuole significare come nei processi di pedofilia, in assenza di prove concrete, sia possibile suggestionare, condizionare e indurre chiunque (adulti e bambini) a modificare i propri ricordi, creando storie che hanno dell’inverosimile e in cui la giustizia poggia le sue fondamenta.

Il fatto di utilizzare l’inconscio per creare un vissuto e ritenerlo rimosso per molto tempo sono teorie che nella storia della psicologia sono ben conosciute come impressioni soggettive, tra cui l’associare a un sogno, un disegno, un comportamento o un evento.., in cui non è possibile trovare riscontri. È come scrivere una favola o un romanzo, peccato, però, che qui si sia dinanzi alla privazione della libertà individuale e alla strumentalizzazione del minore per le finalità dell’adulto e non certamente per la sua difesa.

Addi, 1 settembre 2008

                                                                                          Vittorio Apolloni

 

 

N.B.

Coloro che desiderano approfondire gli argomenti trattati possono fare riferimento al sito www.falsiabusi.it. Vi è anche l’opportunità di fruire del pensiero accademico attraverso le numerose pubblicazioni elencate, oppure la visione di filmati su YouTube (di cui è possibile ricevere copia o in visione).

La ns. forza e trasparenza sta nel documentare che la notizia sia oggettivamente vera o proveniente da fonti ritenute attendibili, la critica sia accompagnata da una controllabile e congrua motivazione e la continenza sia formalmente corretta nell’esposizione, anche sotto il profilo sostanziale, consistente nel non eccedere i limiti di quanto strettamente necessario per l’appagamento del pubblico interesse.

 

Trascrizione dialoghi degli esperti

(Trasmissione “Ombre sul giallo” del giugno 2008)

Conduttrice

La professoressa Giuliana Mazzoni è una delle voci più autorevoli a livello internazionale, esperta in materia dei processi della memoria e docente di psicologia nel Regno Unito (Inghilterra).[13]

Il Prof. Luigi Cancrini illustre psichiatra e psicoterapeuta; fra l’altro fondatore di diverse scuole di psicoterapia.

Giuliana Mazzoni

Domanda: sono sufficienti quattro sedute di psicoterapia per esprimere una diagnosi su abusi sessuali subiti nell’infanzia, esaminando i disturbi manifestati?

Secondo me non sono sufficienti, perché in quattro sedute si possono formulare delle ipotesi e nello stesso tempo anche più ipotesi e le successive servono per capire se effettivamente l’ipotesi dell’abuso sia sostenibile; in questi casi occorre avere la necessità di verificare più di una ipotesi per una situazione così delicata.

Luigi Cancreni

Domanda: quando esplode questa crisi di sintomi di vomito, nausea... sono riconducibili all’abuso sessuale pregresso.

Sono riconducibili se nella memoria ci sono; perché ci sono sintomi segnalati dalla letteratura come indicatori correnti, e se ci sono è lecito presentare un’ipotesi dal racconto fatto.

Pur lavorando in un centro di bambini che subiscono maltrattamenti e abusi, un grandissimo numero di bambini, purtroppo, pur subendo abusi non può raccontarlo, perché non ha circostanze esterne che glielo consentano.

Qui non è una diagnosi. È chiaro che nelle prime sedute la ragazza racconta; il racconto sembra attendibile a chi l’ascolta, e chi l’ascolta fa la cosa che deve fare. Non è una diagnosi finale, la diagnosi finale la si fa dopo moltissimo tempo. Quindi si formula un’ipotesi che sembra seria: essendone convinta deve segnalare.

La conduttrice introduce il tema della tecnica della distensione immaginativa, da un intervento del Prof. Gulotta durante la sua arringa nel dibattimento di primo grado.

Prof. G. Gulotta (Avvocato)

La distensione immaginativa; che è una tecnica modesta, inventata da una scuola di psicosomatica, che non è certamente una tecnica largamente applicata e fa parte dell’ipnosi, training autogeno, psicoanalisi, rilassamento analitico, immagini mentali e l’analisi fantasmatica

L. Cancrini

Domanda: la distensione immaginativa è una tecnica terapeutica affidabile

È una tecnica terapeutica riconosciuta. Così come viene raccontata sembra che il ricordo del trauma emerga spontaneamente. È una tecnica riconosciuta dal ministero dell’Università e da noi usata. È particolarmente adatta per l’emergenza e la rapidità con cui emerge il ricordo, perché l’analisi tradizionale lavora con metodi molto più lunghi.

G. Mazzoni

Questa è una tecnica che è ammessa e utilizzata; il problema di questa come di tecniche simili e che viene utilizzato un lavoro che è finalizzato alla rievocazione di memorie sepolte. Ora, il fatto di lavorare sulla memoria, in realtà fa sì che sia possibile creare delle memorie false, e le persone diventano convinte di aver vissuto esperienze che in realtà non le appartengono. Questo viene reso possibile proprio dalla tecnica così come è stata descritta: il fatto di far riaffiorare sensazioni corporee, poi disegnare il corrispettivo della sensazione corporea, interpretare i disegni e su questa base creare un ricordo, si può anche creare avvenimenti che realmente non sono accaduti.

Perlopiù la distinzione immaginativa ha che fare con l’ipnosi, proprio perché con quest’ultima condivide il lasciarsi andare, non avere il controllo, accettare tutte le cose degli avvenimenti mentali che emergono, con la mancanza del filtro critico finale che dice questo è vero, questo è plausibile, questo non è vero; quindi diventa una sorta di calderone che poi viene rimesso insieme e ricostruito, con la possibilità che venga creato un ricordo falso. Cioè false memorie.

L. Cancrini

Mi chiedo come si possa parlare dei colleghi che utilizzano queste tecniche, quando studiano cinque anni di università e cinque di specializzazione, stanno in supervisione, lavorano e si affaticano; io capisco che dall’alto di una docenza universitaria si può giudicare quello che fanno gli altri con molta facilità. Qui stiamo dicendo cose diverse, qui stiamo dicendo che con queste tecniche fabbrichiamo i ricordi. Questo lo trovo un insulto alla mia professione, io non credo che si possa dire che psicoterapeuti fabbricano i ricordi dei loro pazienti o contribuiscano a crearli.

Se qualcuno dice questo, faccia una cosa, li denunci questi psicoterapeuti, perché se lo facessero questo sarebbe veramente terribile, mi sembra che si coltiva un mito dello psicoanalista, dello strizzacervelli; la persona che lavora sul cervello delle persone e le fa dire quello che vuole lui.

G. Mazzoni

In realtà non parlo sullo specifico, nemmeno di questa terapia, parlavo di questo come una delle situazioni; in realtà ne sono state documentate centinaia di situazioni di questo tipo in cui attraverso un’incauta terapia è stata facilitata la creazione di ricordi falsi. Devo dire che in realtà in ipnosi è riconosciuta da tempo la possibilità di creare delle forme di ricordo che vengono chiamate pseudo memorie, proprio perché è una tecnica che con l’ipnosi condivide la sospensione iniziale del giudizio della valutazione.

Ferdinando Camon (Scrittore)

Domanda: lei ha scritto che è stato un errore portare quei ricordi riaffiorati in terapia dal letto dello psicoterapeuta al tribunale. Ci vuole spiegare il suo pensiero?

È un lavoro delicatissimo che però poggia su questo presupposto: colui che in analisi racconta non sempre è figlio della realtà, perché la nevrosi lavora, costruisce e inventa. L’inconscio è anche molto sapiente e scaltro, a volte caricato di un senso umoristico eccezionale, quindi tutto ciò che viene fuori in analisi è fatto per l’analisi; va elavorato e studiato allo scopo di produrre un diverso rapporto dell’io con le parti che sono dentro di sé, con le figure interne che in qualche modo lo disturbavano. Prendere un sogno e trasformarlo in realtà, un atto di accusa, una denuncia vuol dire fare un uso molto anomalo dell’analisi. Ora, qui, nel caso di Bolzano sembra che abbiano preso alcuni sogni e gli abbiano utilizzati a scopo giudiziario; questo mi lascia molto perplesso, questa tecnica non mi ha convinto né quando hanno assolto il prete né quando l’hanno condannato.

Nel mio articolo dell’Alto Adige sono favorevole alla ragazza, nel senso che la ragazza non mente, la ragazza non inganna, la ragazza non è bugiarda. Colui che va in analisi racconta cose spropositate, tremende, eroiche o meschine, violente, grandi torti che ha subito, o grandi vendette che ha da compiere, non è che dice bugie, non è che inventi, lei è sincera, perché non bisogna ritenere che la vita della fantasia, le immagini siano invenzioni e irrealtà, producono conseguenze come la realtà, vanno prese sul serio, ma non vanno utilizzate giudiziariamente.

Domanda: la figura del prete avrebbe indotto chiunque a fare denuncia?

La figura del sacerdote, detto anche padre, è una figura carica di molti significati, è un protettore, è una guida, è una persona morale, è colui che t’insegna, è colui al quale dovreste rimettere la gestione della tua coscienza, se una figura del genere fa del male è chiaro che tu rifiuti di accettare questo dato, lo vedi, lo nascondi, lo camuffi, questa potrebbe essere una causa che spiegherebbe la lunga reticenza della ragazza e la difficoltà a raccontare a chi aveva vicino l’esperienza vissuta o patita.

Domanda: secondo lei non è possibile che la ragazza abbia proiettato su questo sacerdote le violenze sessuali subite: eventualmente da altri?

Questo è tutt’altro che raro, in psicoanalisi questo è possibile, questo è infatti il grande problema dell’interpretazione di questo caso, perché la psicoanalisi ci insegna che è molto frequente il caso in cui una vittima che soffre per aver patito violenze e soffre autenticamente e somatizza; in realtà quelle sofferenze non le ha patite le ha traslate lì da altre esperienze, le ha subite in altri contesti e da altre fonti. Questo è uno dei rischi di questo processo.

Domanda: se fosse un romanzo lei come l’avrebbe scritto

Infatti sembra un romanzo, nel romanzo devi descrivere l’innocenza guastata, il santo maligno, il giglio che viene calpestato, insozzato e poi questa bambina di nove anni fragile e inerme cresce, matura e inizia fare sogni disturbati e disturbanti, li usa come un’arma, punisce e lo inchioda. Questa è la logica di un bel romanzo psicogiallo. Non è la logica di un processo.

L’altra trama potrebbe essere quella che lei è maligna, è una Lolita, è ingannevole, più cattiva di quanto la sua età comporti, e inizialmente ci stava anche volentieri, che poi è lei che guida questo rapporto e alla fine cerca di punirlo. Ma poi viene punita lei che ha costruito questo castello menzognero, si è inventata tutto, e magari tutto ciò che ha inventato non era frutto della realtà che effettivamente ha vissuto, era una realtà che avrebbe voluto vivere, era qualcosa che avrebbe voluto che accadesse e che non è accaduto, e perciò punisce il prete denunciandolo per quello che non ha fatto.

Prof. G. Gulotta

È la prima volta che in un processo un individuo è imputato perché qualcuno ha recuperato degli avvenimenti che egli non aveva in memoria attraverso la psicoterapia.

La parte civile sostiene di essersi impegnata volontariamente a non ricordare. Le leggi di natura non lo consentono. Immagini signor Presidente e signori della Corte: ci muore un padre, un fratello, uno zio, un gatto e soffriamo. Cioè non voglio più soffrire, questo avvenimento non esiste per me, tanto che io ritengo mio padre vivo. Questo è possibile? in questo processo si fa il ripescaggio dei sogni, la rielaborazione del sogno e la reinterpretazione del sogno che a suo tempo non si sono interpretati, tirandoli fuori dal cassetto con data e ora.

G. Mazzoni

Domanda: è possibile seppellire i propri ricordi?

La commento facendo riferimento alla realtà di due letterature diverse, a due posizioni diverse. La prima è la posizione che è stata assunta in psicoanalisi, in cui si ritiene che gli individui siano in grado di reprimere i propri ricordi; in realtà, la ricerca sulla memoria questo non lo ha assolutamente dimostrato. Per di più, ora, come ora, davvero non esistono dati che permettono di dire che una persona intenzionalmente può reprimere un certo elemento del proprio passato, e reprimerlo al punto tale da seppellirlo e da vivere in modo completamente distaccato da esso con una vita normale.

L. Cancrini

La bambina che cosa dice. Dice che in ottemperanza di ciò che le veniva ordinato lei nascondeva, non reprimeva nel senso di Freud che non aveva ancora detto, nascondeva a se stessa di vivere una vita normale, cioè aveva un suo segreto; avere un segreto significa nascondere e passare il resto della giornata in modo normale. È un meccanismo normale del bambino. Se io interrogo un bambino, se ci sono dei maltrattamenti in famiglia, spesso lui non li ricorda, li mette da un’altra parte, se li è scordati, riemergeranno dopo con fatica e dolore quando sarà il tempo in cui si può esporre e raccontarli. Ora, poi, naturalmente ci sono molti che teorizzano che la psicoanalisi è un insieme di stupidaggini. Io ne sono cosciente e non è che poi voglio dire..., può darsi che io sia un propagatore di stupidaggini, un giorno qualcuno lo dirà con certezza. L’importante però è una cosa: in mezzo a tutte queste stupidaggini spesso chi ci crede riesce ad aiutare i bambini. Riesce a costruire un rapporto, una relazione dentro cui il bambino racconta e allora sta meglio.

G. Mazzoni

Domanda: come mai esistono tutti questi dettagli, e se gli stessi danno la misura dell’attendibilità?

Di solito si ritiene che un ricordo sia un ricordo di qualità quanti più dettagli contiene, quindi in linea di massima direi di sì, quello che colpisce questi dettagli è il fatto che questa ragazza riesce a ricordare una quantità incredibile di elementi minuziosi che oggettivamente non sono ricordabili. Cerco di spiegare meglio: quando noi facciamo esperienza di qualsiasi avvenimento fondamentalmente ne ricordiamo il succo, ma i dettagli vengono persi e i vari episodi si sovrappongono uno sull’atro e non sono così più distinguibili. Quindi tenendo conto che quello che in realtà questa ragazza racconta, racconta come le ombre giocavano sul pavimento e sulle scale, racconta come il rumore del vento giocava tra le foglie, racconta dettagli minuziosi e infiniti e tutti con una precisione, che secondo me, fa pensare che tutti questi elementi siano di abbellimento, nel senso che siano degli elementi messi insieme per creare una storia, per creare una sua situazione alternativa. Questa storia viene abbellita nel tempo.

L. Cancrini

I bambini che hanno subito un trauma e siamo certi che l’hanno subito, perché l’abusante l’ha confessato, accanto al nucleo centrale del racconto aggiungono moltissimi particolari di dettagli. Cioè la memoria attorno a un nucleo di verità sostanziale costruisce una serie di cose che sono esatte. Cioè la memoria a distanza di tempo, arricchisce, deforma, cambia quando c’è un trauma importante, spesso la memoria fa questo, cioè di arricchirlo di più con particolari assurdi. Più una cosa è importante per noi più sono i dettagli che ci ritornano.

G. Mazzoni

Volevo dire che io ho estremo rispetto per la ragazza e per la sua sofferenza, perché credo che questa sua esperienza sia stata, da qualunque punto di vista la prendiamo, sia una sofferenza, non credo che la ragazza sia una persona che intenzionalmente mentiva.

Prof. Gulotta

Se la bambina avesse avuto le disgraziate esperienze che ha raccontato in tre denunce avrebbe mai scritto, mi sembra un dito grosso. Sapeva benissimo di cosa si trattava, almeno avrebbe ritagliato questa frase, invece quell’uomo si stava masturbando, io non sapevo che cosa volesse dire e così ho pensato: forse nessuno lo vede e si vede che il coso gli fa male. La sua ingenuità desessualizza la condotta, perché non ha una sceneggiatura mentale (script) che fa questo gesto, sta coprendo un gesto tipicamente sessuale e volgare.

G. Mazzoni

Domanda: la ragazza ha tentato di trascinare un testimone che avrebbe potuto smentirla?

Un’ipotesi è possibile: e che in questo mondo che è andato costruendo avesse in qualche modo bisogno di un riscontro esterno e di un appoggio, era in fondo il ragazzino che era più spesso comparso nei suoi diari come il primo piccolo amore di questa ragazza. La chiamata di questo ragazzo era certamente un rischio.

L. Cancrini

Se mai qualcuno mi dicesse se ricordi che assieme a un prete sono stati violentati in sacrestia gli direi: no. Guarda ti sbagli, perché non è proprio così, questo è veramente impossibile. Allora qui c’è un problema grande, perché vede, è stato detto: può darsi che questa ragazza ricordi delle cose che non sono accadute, non corrispondono alla mia esperienza, non mi sembra però uno che in psicoterapia si possa ricordare di essere andato in un confessionale, o di aver parlato con l’insegnante di religione, qui non siamo più nella ricostruzione del ricordo che avviene in un’atmosfera particolare, stiamo di fronte a ricordi che sono congrui con le reazioni che uno ha e che ad un certo punto comincia ad avere. Qui il racconto prende una piega realistica molto seria. Quindi delle due: l’una, questa ragazza ha deciso a tavolino di portare delle accuse credibili quindi si è esposta in questo modo, allora coscientemente con cattiveria con sadismo psicologico diciamo così, però che in psicoterapia si recuperino falsi ricordi, relativamente al fatto che si è tentato di raccontare quello che stava succedendo, questo ha della farsa.

G. Mazzoni

Domanda: la ragazza si è sentita crollare il mondo addosso, lei come spiega questo?

Se effettivamente le cose sono accadute, in realtà una spiegazione è possibile e c’è, perché in fondo se sono accadute per cinque anni sono state una parte importante della vita di questa bambina, una parte vissuta molto negativa, conflittuale, ripeto, se sono accadute.

L. Cancrini

Se le cose sono accadute la conclusione è dolorosa. Quello che mi sento di dire e che questo racconto è, purtroppo, dolorosamente verosimile. Se il racconto non fosse vero noi dovremmo ipotizzare che questa ragazza ha un disturbo sostanzialmente delirante. A me non risulta, dagli atti, che sia stato fatto, invece, un approfondimento sulla personalità del presunto abusante. Perché questo è un punto molto importante e molti di questi processi cadono. Io credo che se questa storia è vera; uno studio serio, anche soltanto con il Rorschach fatto da persone capaci, è un avvicinamento importante sulla persona, perché potrebbe aiutare a capire tante cose.

G. Mazzoni

Io credo, però, che questa descrizione che la ragazza fa sembra una lettura del suo vissuto, è come fosse un romanzo pieno di emozioni, commenti, elementi di elaborazione molto fine è qualcosa, che secondo me, è più di un ricordo.

F. Camon

Domanda: vorrei parlare di questa sentenza di condanna?

La mia opinione è che una sentenza del genere entrerà nella storia del diritto e della psicoanalisi, perché da un’importanza realistica al materiale onirico. Questa è la mia impressione, ed è un dato rischiosissimo strutturalmente parlando, audacissimo.

Mi stupisce che sia stato compiuto da un tribunale, sullo stesso materiale sul quale aveva pronunciato una sentenza completamente diversa qualche anno prima.

Procuratore capo Tarfusser

Domanda: com’è possibile che la corte d’Appello sulla base degli stessi elementi abbiano condannato Don Giorgio Carli ribaltando la sentenza di primo grado?

Non so su che base di elementi hanno ribaltato la sentenza, per il semplice fatto che la sentenza non c’è. Io credo che sia giusto e corretto aspettare di leggere le motivazioni della sentenza.

Per quanto concerne l’altro aspetto della domanda, nel processo d’Appello non è normale che si aggiungano episodi nuovi. Il processo d’Appello è tendenzialmente un processo in cui sotto un profilo critico i giudici rivedono i fatti e le prove che sono state acquisite in primo grado; anche alla luce delle critiche che alla sentenza vengono mosse dalle parti che hanno impugnato, nel caso di specie,  nel corso della parte civile.

Noi siamo soddisfatti, non è una soddisfazione becera personale, è una soddisfazione professionale.

Noi siamo certi di aver lavorato bene, coscienziosamente, di aver valutato tutti gli aspetti della vicenda; ancora in fase di indagine quando non si sapeva nulla, siamo arrivati a una conclusione che sapevamo di suscitare contrapposti sentimenti, ma noi siamo convinti di quello che abbiamo fatto.

Quindi siamo soddisfatti sotto il profilo professionale, così come non ci soddisfaceva la sentenza di primo grado che l’abbiamo impugnata.

Conduttrice

In questa vicenda processuale resta una domanda:

       dov’è il confine fra incubi e ricordi?

 

 

N.B.

I dialoghi tra gli esperti sono consultabili su You Tube all’indirizzo (www.falsiabusi.it/dvd/streaming/stream_bz.htm) o collegandosi al sito www.falsiabusi.it alla voce DVD, ovvero farne richiesta mediante e-mail all’indirizzo info@falsiabusi.it.


 

[1] Il testo integrale delle “Linee-guida per l’acquisizione della prova scientifica nel processo penale” è pubblicato al sito www.falsiabusi.it

[2] È interessante osservare che dal momento della manifestazione del potenziale disagio alla sua enucleazione trascorrono mesi o anni. Nel frattempo il minore è sottoposto a un continuo trattamento psicoterapeutico d’abuso ancor prima dell’accertamento dei fatti e dell’esito giudiziario (tranne nel caso in cui l’imputato abbia confessato), il più delle volte sulla base dei soli racconti autoreferenziali della madre.

[3] Tra le miriadi di metodi psicoterapeutici proposti come panacee alle forze Armate Statunitensi ricordiamo la programmazione neurolinguistica (PNL) sviluppata da John Grinder e Richard Bandler (1975).

Un metodo tuttora in voga, al punto che anche grandi compagnie e istituzioni quali Hewlett-Packard, IBM, NASA… hanno usufruito di training di PNL.

Elementi essenziali teorici della PNL, detta anche tecnologia, era un modello di comunicazione più efficace, per il cambiamento personale, per un apprendimento più rapido e una maggiore capacità di godersi la vita. I primi sostenitori pubblicizzavano il metodo della PNL affermando che era facile da insegnare e da imparare: “Per rendere la sua terapia molto più rapida ed efficace, il cliente può acquisire le abilità basilari in pochi giorni di corso”. Per di più, “almeno la metà dei sintomi che porta una persona a entrare in terapia può essere risolta in una o due sedute di un’ora” (Stevens, 1980, pp. 423-424). Ciò consentirebbe di migliorare l’apprendimento delle lingue, migliorare le proprie prestazioni fisiche, aumentare la velocità di lettura, le capacità di memoria e le abilità professionali, per curare problemi medici e per studiare in modo più efficace.

È interessante osservare che la tecnologia PNL è stata oggetto di dispute fin dall’inizio per l’assenza di scientificità, a tal punto che l’Istituto di Ricerca Militare Statunitense chiese al Consiglio Nazionale dell’Accademia delle Scienze di “esaminare il potenziale valore di alcune tecniche che erano state proposte come metodi per migliorare le prestazioni delle persone”.

L’Accademia, riferendosi ai risultati degli studi sulla PNL scrisse:”I vari studi condotti, presi sia singolarmente che nel complesso, non forniscono alcuna prova concreta dei principi su cui si basa la PNL […] né della sua efficacia, ma rimane il fatto che nessuno di essi dimostra di migliorare il livello di influenza o le prestazioni fisiche”. In sintesi, prosegue il rapporto della commissione, “l’assenza e la mancanza di una qualsiasi base scientifica costituiscono delle grosse riserve al suo uso per scopi di formazione. La commissione sconsiglia l’uso di questa tecnologia non validata” (Druckman e Swets, 1988, pp. 142-145).

[4] Il giudice Morello, nel caso di Enzo Tortora disse: “Ogni giudice decide con la propria testa, ma il libero convincimento non significa libero arbitrio. Se non ci sono prove non si può condannare. La semplice parola del pentito non è sufficiente per costituire una prova”. La stessa valenza la si ha sostituendo la parola pentito con “madre”.

[5] Il testo integrale è pubblicato sul sito www.falsiabusi.it .

[6] Presidente della II sezione Corte d'appello di Torino.

[7] La sentenza (pp. 148-149) nelle sue conclusioni ritiene che il pilastro portante del quadro probatorio, il filo conduttore, il collante, l’elemento unificante di tutti gli elementi indiziari raccolti è indubbiamente rappresentato dalle dichiarazioni dei familiari dei bambini. È attraverso queste dichiarazioni che sono infatti entrati nel processo i fatti rivelati dalla minore, nonché i loro comportamenti e le loro reazioni emotive. Gli interlocutori privilegiati, i depositari dei loro racconti ed i destinatari immediati delle loro emozioni non possono essere che i genitori: e chi meglio di loro è in grado di rendersi conto così della veridicità così delle cose dette, come della autenticità dei comportamenti agiti e delle emozioni esteriorizzate dai figli? Chi meglio di loro può capire da un gesto mai in precedenza compiuto, da un malessere mai in precedenza palesato, se qualcosa di nuovo e di terribile è realmente accaduto?

Sul piano della credibilità soggettiva, unitariamente ad altre considerazioni, si è fatto leva su un dato logico e psicologico fondamentale, e cioè sulla sottolineata capacità del genitore o del familiare stretto di “leggere”nell’animo e nella mente del bambino e di capire perfettamente quando egli dica la verità o la menzogna, quando simuli o provi autenticamente una certa emozione.

Ciò vale per l’atteggiamento di forte ansia palesata dalla madre nel corso delle audizioni, e per la loro pressante invadenza [denudazione] finalizzata a far parlare i figli con la psicologa, fatti questi sintomatici del loro assoluto convincimento circa la veridicità di quanto avesse riferito dai bambini tra le mura domestiche.

In merito all’analisi delle dichiarazioni della bambina circa il nome dell’imputato, la piccola risponde: “tu me lo devi dire”. La sentenza sull’argomento (p. 68) dispone: dal punto di vista probatorio le poche cose dette ho fatte dalla bambina nell’audizione in esame non apportano dunque argomenti né a favore della tesi difensiva né a sostegno della tesi accusatoria.

[8] Le due sentenze integrali menzionate per una maggiore trattazione saranno quanto prima rese disponibili sul sito www.falsiabusi.it.

[9] L’esito dell’istanza ha avuto come risultato la richiesta di archiviazione proposta dal P.M. Giuseppe FERRANDO e condivisa dal G.I.P. S. PERELLI in data 20 agosto 2007 con la seguente motivazione:

«non sussistono ipotesi di reato, in quanto difetta del tutto l’elemento soggettivo del dolo, che necessariamente deve sussistere nelle fattispecie di reato astrattamente ipotizzabili e indicate dall’esponente (abuso d’ufficio, falsa perizia, istigazione a delinquere, violenza privata, circonvenzione di persona incapace, calunnia, frode processuale…), poiché è evidente la BUONA FEDE delle persone che reputarono sincere e allarmanti le dichiarazioni rese dai bambini e di conseguenza sollecitarono gli stessi a ripetere il racconto [se mai vi è stato] del fatto di abuso sessuale [che mai è avvenuto], oggetto del processo…»

[10] È il prodotto tra la sommatoria di un padre, una madre, un figlio e quattro nonni per oltre 3 milioni di papà separati.

[11] Art. 3 della Carta costituzionale: … “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

[12] L’attuale Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Aosta Dr.ssa Marilinda Mineccia, in precedenza candidata e successivamente bocciata dal CSM alla carica di Presidente del Tribunale dei Minori di Torino (in quel periodo svolgeva il compito di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello dello stesso capoluogo), durante una requisitoria in data 15.11.2007 disse: “…io sono una fautrice della psicologia…”. Non meno interessanti sono le motivazioni contenute nella richiesta del relatore Dott. Franco Corbo, rivolte ai Presidenti della Corte d’Appello (Mario Francesco Novità) e della Sez. II (in precedenza menzionata), sulla necessità in chiave ideologica psicologica di differire i termini di pubblicazione della sentenza menzionata al punto 5 delle presenti note, in cui si legge “…dovendosi in particolare affrontare il problema della capacità a deporre e dell’attendibilità di bambini in tenerissima età, problema la cui soluzione richiede l’apporto di altre discipline (pedagogia, psicologia, sessuologia), indispensabili per integrare e confortare l’analisi giuridica …”

[13] Prof.ssa Giuliana Mazzoni, docente di psicologia della memoria all’University of Hull nello Yorkshire, in Gran Bretagna ed esperta internazionale sul tema.