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È FORSE INIZIATA LA DECADENZA DEL PENSIERO PSICOLOGICO?

 

 Introduzione

Riportiamo due articoli tratti dal quotidiano “Il sole 24 ore” nei quali da un lato sembra che le neuroscienze abbiano preso il soppravvento sul pensiero psicologico facendo riferimento al cervello come unica spiegazione del comportamento dell’essere umano, dall’altro il decadimento di quel ragionamento psicologico di concezione filosofica tra corpo e anima.

Dalla lettura degli articoli si ha l’impressione che la psicologia sia andata oltre i suoi limiti consapevoli nel classificare il comportamento umano, giustificando qualsivoglia manifestazione o vissuto.

Per quanto ci consta, questo modo di pensare ha influito negativamente su molte altre discipline, tra cui la giurisprudenza, demandando, quest’ultima, alla psicologia la soluzione e la spiegazione di molti reati, tra cui le violenze sessuali sui minori, limitandosi a ratificare i contenuti espressi nelle perizie come prove storiche.

Fatto ne è che molti operatori della Giustizia sono divenuti fautori delle discipline psicologiche, non solo assimilando quelle teorie condivisibili con la propria indole, ma dichiarandosi apertamente nei tribunali durante le requisitorie.

Forse, e lo speriamo ardentemente, è iniziata una nuova era di confronto fra le neuroscienze e la psicologia, che potrà mitigare ed equilibrare quelle teorie, assiomi, postulati… che tanto affliggono l’uomo.

  

Di che stoffa è la mente?

23 agosto 2009 - di Riccardo Viale

 Il classico dualismo con il cervello appare superato.

Lo dimostrano due recenti manuali statunitensi

 In Italia capita frequentemente di trovare libri di psicologia cognitiva che trasmettano il messaggio implicito che le scienze della mente siano qualcosa di diverso e separato da quelle del cervello. Questo dualismo delle proprietà fra mente e cervello caratterizza la carriera accademica e la produzione scientifica di buona parte della comunità delle scienze cognitive del nostro paese. Carriera e lavori si riferiscono a una dimensione mentalistica che sembra disincarnata da quella corporea. Questa posizione ha le sue radici profonde nella tradizione filosofica di stampo idealistico e spiritualistico del nostro paese. Essa trova giustificazione, però, anche in quella che è stata, per anni, la componente maggioritaria della filosofia della mente anglosassone, quella legata all’antiriduzionismo e al funzionalismo cognitivo. Per anni il rapporto di irriducibilità fra mente e cervello era rappresentato dalla metafora software e hardware del computer. Le posizioni alternative come quelle del materialismo eliminativo di Feyerabend o della teoria dell’identità dello stato centrale di Smart e Arnstrong o del monismo neuro computazionale di Patricia e Paul Churchland erano minoritarie nella filosofia della mente e poco apprezzate nella psicologia cognitiva. Anche se si poteva concedere che mente e cervello fossero ontologicamente identici, ciononostante presentavano proprietà, linguaggi descrittivi e teorie esplicative differenti. Si trattava di dualismo epistemologico non superabile dagli avanzamenti della ricerca scientifica. Era, quindi, senza giustificazione ogni tentativo di fondare i concetti psicologici su modellizzazioni teoriche delle configurazioni dinamiche neuronali.

Da qualche anno la psicologia cognitiva sembra avere tradito il suo credo dualistico. Soprattutto oltre oceano un numero crescente di psicologi cognitivi si è trasformato in neuro scienziati. L’utilizzo delle tecniche neural imaging è diventata la routine della maggior parte degli studi sul ragionamento, decisione, memoria, conoscenza, percezione… Le applicazioni all’economia, etica, estetica hanno dato origine a nuove discipline come neuro-economia, neuro-etica, neuro-estetica. Come avviene per ogni cambiamento paradigmatico la prova di ciò la si trova, soprattutto, nei manuali. Essi in genere esprimono l’identità disciplinare di un data comunità accademica. In base a essi la comunità intende trasmettere e riprodurre il sapere certificato ai nuovi esperti e agli apprendisti ricercatori. Ebbene negli ultimi due anni alcuni nomi riconosciuti della psicologia cognitiva classica come Robert Sternberg, Edward Smith e Stephen Kosslyn hanno realizzato due manuali di grande successo sulla Psicologia Cognitiva che sposano senza remore l’approccio monistico. In Particolare il libro di Smith e Kosslyn fa il tentativo più sistematico e ambizioso di collegare in modo esplicativo e biunivoco funzioni psicologiche e attività cerebrali. Percezione, attenzione, conoscenza, memoria, emozione, decisione, ragionamento, cognizione motoria e linguaggio sono trattati secondo un programma di identità progressiva fra mente e cervello. Prendiamo ad esempio il tema della conoscenza delle categorie. Quando osserviamo un oggetto con le fattezze di una torta la nostra mente è in grado di recuperare dalla memoria a lungo termine una serie di informazioni che permette l’attribuzione di quell’oggetto alla categoria torta. Questa attribuzione, in genere, porta con sé una serie di ricordi percettivi differenti sull’odore, gusto, il tatto o sulla manipolazione motoria. Simmetricamente ciò succede anche se partissimo dal solo odore o dal solo sapore o dal solo tatto della torta. Ogni categorizzazione basata su un tipo di percezione si trascina anche il ricordo delle altre modalità percettive. Anche il solo ricordo di un oggetto in una modalità percettiva (ad esempio il ricordo di vedere una torta) ha queste caratteristiche di stimolare il recupero mnemonico di una multi modalità percettiva. Di fronte a questa evidenza psicologica il problema allora era di capire se la simulazione percettiva fosse generata dagli stessi meccanismi della percezione diretta. Attraverso la neural imaging sembra sia arrivata la risposta. La rappresentazione della categoria di un oggetto è distribuita attraverso il sistema motorio e percettivo del cervello. Quando ci ricordiamo il colore rosso del sangue viene attivata un’area ella corteccia occipitale responsabile della percezione del colore. Quando pensiamo di prendere un martello vengono attivate le aree motrici. E così via.

In questi due manuali è evidente che psicologia cognitiva classica e neuroscienza hanno di fronte a sé una strada progressivamente convergente.

  

Attenti alla neuro mania

20 settembre 2009 – di Michele Di Francesco

Intervenendo su queste pagine «Di che stoffa è la mente?», 23 agosto, Riccardo Viale ha criticato la tendenza di molti psicologi a resistere all’integrazione tra la loro disciplina e le neuroscienze. Viale offriva una spiegazione sociologica di questo fenomeno, a suo dire legato alla difesa di “carriera accademica” e autonomia disciplinare. Senza voler negare un ruolo a questa componente, a mio parere esiste una questione di fondo che riguarda i rapporti tra psicologia e neuroscienze, che va ben oltre il conflitto disciplinare. Si tratta infatti di stabilire dove finisce l’integrazione e comincia l’eliminazione. Negli ultimi anni le nostre conoscenze sulle basi neurobiologiche del pensiero e dell’azione si sono enormemente ampliate. Un ruolo cruciale in questo sviluppo hanno avuto le tecniche delle neuroimagine (basate su risonanza magnetica funzionale, Pet, ecc.), una le modalità di indagine adatta a suscitare l’interesse dei mass media, che hanno divulgato con entusiasmo l’idea che le rappresentazioni multicolori del cervello che corredano tali studi “fotografino” l’attività del sistema nervoso, dando così credito alla speranza di visualizzare correlazioni dirette tra stati mentali e attività cerebrali.

A questa svolta neurocentrica si associa il proliferare del prefisso “neuro” per caratterizzare lo studio basato sul cervello nei settori più disparati: da “neuroeconomia”, “neuroetica” e “neuroestetica” fino alla “neuropolitica” e alla “neuroteologia”. In un recente pamphlet, Neuro-Mania. Il cervello non spiega chi siamo (il Mulino) Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà hanno criticato quelli che considerano i luoghi comuni legati alle neurospiegazioni (il volume verrà discusso all’Università di Palermo, Palao Steri, sabato 26 le settembre, ore 17, dal rettore Roberto Lagalla e da Franco Di Maria, Paolo Legrenzi, Massimiliano Oliveri e Pietro Perconti). Al di là della vis polemica, il saggio tocca un nucleo teorico importante, e non a caso il Giornale italiano di Psicologia dedica gran parte del numero corrente alla discussione delle idee di Legrenzi e Umiltà, con un dibattito di grande interesse. Non essendo possibile esaminarne tutti gli aspetti, vorrei soffermarmi su una domanda molto semplice: la mente è un fenomeno spiegabile con le sole risorse concettuali della neurobiologia? Se la risposta è sì, allora la psicologia tradizionale è destinata a un inevitabile declino. Se è no, allora ci serve una visione più articolata della natura dei fenomeni mentali. Per quanto mi riguarda, ritengo che la risposta giusta sia no. Insistere sulla non riducibilità della psicologia significa riconoscere che il suo apparato concettuale tratta (anche) di fenomeni che vanno oltre il cervello, per esempio descrive le persone nella loro relazione con l’ambiente fisico, sociale, culturale, simbolico, e si occupa di caratteristiche del mentale (possesso di un contenuto, di una struttura razionale e normativa di una dimensione soggettiva e fenomenica) il cui rapporto con la sfera neurobiologica è tutt’altro che acclarato.

Molto spesso si dice che i fenomeni mentali «si basano» sul, o «hanno a che fare» con, il cervello, ne «dipendono», sono «correlati» o possono essere «ricondotti» a esso e così via. Ora, anche ammesso che le indagini “neuro” che individuano questi rapporti siano metodologicamente impeccabili (ma il lettore digiti su google: Voodoo Correlations in Social Neuroscience), colpisce la straordinaria vaghezza di concetti come quello di basarsi sul dipendere dal cervello. Nella misura in cui si tratta di aderire al motto secondo cui «per capire la mente bisogna capire il cervello», affermare la rilevanza delle neuroscienze per lo studio dei fenomeni mentali oggi è (per fortuna) quasi un’ovvietà. Occorre però chiedersi se quella che stiamo esprimendo sia solo una condizione necessaria o anche una condizione sufficiente. In quest’ultimo caso ne seguirebbe che il livello essenziale di spiegazione dei fenomeni mentali si trovi a livello cerebrale. Ma ciò non è di per sé mostrato dagli straordinari e crescenti successi delle neuroscienze cognitive. Questo non perché la mente se ne svolazzi libera dal cervello. Ma perché, per le ragioni sopra enunciate, si può sostenere la tesi secondo cui, almeno in parte, i fenomeni reali, (materiali, ma nello stesso tempo sociali, culturali e spirituali) che cadono all’interno delle spiegazioni mentalistiche, si estendono talvolta oltre la neurobiologia umana. Ovviamente su questa prospettiva potrei sbagliarmi Ma altrettanto ovviamente la disputa non può essere risolta esibendo un’immagine tratta da uno studio di risonanza magnetica.

Le neuroscienze offrono un contributo fondamentale alla conoscenza dei fenomeni psicologici. Riconoscere l’esistenza di un pluralismo esplicativo nello studio della mente impone però molta cautela nella relazione con il pubblico non specialista. La gran parte degli scienziati è ben consapevole dei limiti metodologici delle proprie indagini, che allo stato, non accreditano la dispensabilità del livello psicologico della spiegazione del comportamento. Quando si passa alla divulgazione, tuttavia, la tentazione propagandistica e semplificatrice è in agguato.

E’ una tentazione da cui guardarsi. Rendere le cose più semplici di quello che sono non può aiutare il progresso della conoscenza , né l’illusione di sapere è un buon antidoto all’ignoranza.

  

Mosconi, l’ultimo dei pionieri

23 agosto 2009 - di Paolo Legrenzi

Mosconi (1946-2009)

 

Tra le migliaia di studenti e di operatori, in un paese con una delle più alte percentuali al mondo di professionisti della psicologia o aspiranti ta1i, non molti conoscono le origini avventurose della disciplina.

È nel clima scientista e progressista del positivismo ottocentesco che si affaccia la psicologia come scienza empirica. William James autorizza Giulio Cesare Ferrari a tradurre i Principles of Psychology e scrive una lunga presentazione (facilmente e reperibile da chiunque nell’edizione inglese Google Books). Dopo aver ringraziato l’amico Ferrari, James sottolinea il particolare ruolo della nuova psicologia scientifica, ispirata ai lavori di Darwin, nei paesi di cultura cattolica, dove la tradizione scolastica è ancora molto forte. Non sospettava certamente quali difficoltà avrebbe incontrato la psicologia nel nostro paese.

Fin da principio l’Italia fu un paese speciale. La psicoanalisi fu accettata da psichiatri come Levi Bianchini, fondatore della rivista «Archivio di Psicologia», e da Benussi, il precursore della tradizione sperimentale che dall’Università di Padova si irradiò poi in tutto il nord-est. Benussi, come a Firenze Enzo Bonaventura, cercava di studiare sperimentalmente i processi mentali di cui non siamo consapevoli. Allora era una stramberia, oggi è pratica diffusa.

Solo Agostino Gemelli, durante il ventennio fascista, rimase a fendere la psicologia, dopo essersi dichiarato contrario, già nel 1924 agli intellettuali «giudei», portatori di «positivismo, socialismo e libero pensiero». È proprio a lui che si rivolge il disoccupato giudeo Bonaventura. Il 24 ottobre del 1935 Gemelli gli risponde: «… all’estero non è possibile andare, perché la messa a riposo di numerosi professori tedeschi, rei di essere israeliti, ha fatto occupare in America ed Europa molti posti». Gemelli, tre anni dopo, rileva da Levi-Bianchini, anche lui in difficoltà a causa delle leggi razziali, quella che, ironia della sorte, diventerà la rivista di psicologia dell’Università Cattolica. Bonaventura morirà a Gerusalemme, nelle temperie del l948, dopo essersi dedicato all’inserimento scolastico e professionale dei giovani emigrati nella futura Israele da tutto il mondo (due anni fa gli hanno dedicato una strada).

Passata la guerra, fu la volta dell’ortodossia comunista a vedere e con sospetto la psicoanalisi e lo studio sperimentale dei processi mentali, come documentano le annate delle due riviste ufficiali «Società» e «Rinascita», Proprio per questo è particolarmente interessante l’esperienza dei Con- vitti Rinascita.

Caduta nel 1944 la Repubblica dell’Ossola, i partigiani della 10° Brigata “Rocco”, rifugiatisi in svizzera, decisero di recuperare gli anni di studio perduti e di aiutare i compagni fermatisi forzosamente alla quinta elementare, in vista di una ricostruzione democratica del paese. Nell’aprile del 1945, rientrati a Milano, creano la straordinaria esperienza didattico-pedagogica del dopo guerra organizzando ben 11 convitti-scuola dislocati in varie città. Vi lavorarono psicologi come Cesare Musatti. Gaetano Kanizsa. Guido Petter e Giuseppe Mosconi, ma lo stesso Albe Steiner, che inventò il primo corso di grafica.

Fu lì che Mosconi incontrò il suo futuro maestro Petter, mosso dagli stessi ideali democratici e dalla speranza di costruire un paese nuovo. Quella generazione aveva affrontato, in un contesto radicalmente mutato, una sfida non così diversa da quella di Enzo Bonaventura. Proprio la loro esperienza sul campo li rese sempre scettici nei confronti di una preparazione esclusivamente accademica.

Giuseppe Mosconi, negli anni Sessanta, a Padova, diventa il primo psicologo italiano a dedicarsi esclusivamente e sistematicamente allo studio sperimentale dei processi di pensiero. Le sue ricerche pioniéristiche sui fattori pragmatici nel ragionamento e nel linguaggio anticipano molti dei temi che caratterizzeranno la ivo1uzione cognitivista e l’odierna pragmatica.

Le difficoltà del passato lasciano purtroppo tracce. Questi studiosi, formatisi in anni di duro confronto culturale, erano rimasti confinati al loro campo di battaglia, l’Italia. Non si accorsero che stava iniziando una nuova’ era. I lavori scientifici del nostro paese non avrebbero più avuto senso se non si fossero collocati negli orizzonti anglosassoni. E cosi Giuseppe Mosconi, che ci ha lasciati 1’11 di agosto dopo una lunga malattia, non avrà probabilmente il pieno riconoscimento internazionale che le sue ricerche avrebbero meritato.

E stato però grazie anche al suo impegno civile che la psicologia e le sue applicazioni si sono “normalizzate” (Mosconi è stato il primo preside della facoltà statale di psicologia a Milano).

Oggi i migliori ricercatori hanno potuto formarsi secondo i parametri internazionali ma molti forse, ignorano le avventure e la statura, nel bene e nel male, dei personaggi che hanno reso possibile tutto ciò.