| TORNA ALLA HOMEPAGE |
|
|
|
|
|
|
Credere nell'immaginato: l'induzione di falsi ricordidi Lorita Tinelli
“Offri al popolo gare
che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome
delle capitali dei vari Stati (…). Riempi i loro crani di dati non combustibili,
imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni,
ma sicuri d’essere ‘veramente bene informati’. Dopo di che avranno la certezza
di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà sono fermi come un
macigno.” Ray Bradbury,
Fahrenheit 451 Negli ultimi anni mi è
capitato sovente di ascoltare racconti di esperienze di gente che appartiene o
che è fuoruscita da gruppi dal potenziale umano. Per gruppi dal potenziale
umano ci si riferisce ad una serie di movimenti o aggregazioni che propongono
all’uomo un radicale miglioramento delle proprie potenzialità, mediante
l’utilizzo di un sincretismo di tecniche desunte dalle religioni, dalla
filosofia, dalla psicologia e dalla psicoterapia, più o meno ufficiali,
applicate, il più delle volte, in modo disordinato e senza controllo da persone
che quasi mai hanno competenza in materia. Tali gruppi si propongono
come obiettivo la liberazione dell’uomo dai condizionamenti socio-culturali,
dalle paure e dalle esperienze negative, al fine di fargli esprimere le proprie
potenzialità e creatività. Ma nel concreto portano l’individuo a perdere la
misura delle proprie possibilità e dei propri limiti. E’ abbastanza solito,
inoltre, trovare in questi movimenti una dimensione magica che viene trasmessa
agli allievi attraverso precisi corsi e rituali iniziatici. In tali gruppi, durante
condivisioni o attività a forte impatto emotivo, è sempre più sperimentato il
momento del rievocarsi del ricordo di un presunto abuso sessuale, avvenuto in un
momento imprecisato dell’infanzia. Il singolo viene “convinto” che motivo per
cui non ha mai avuto sino ad allora il ricordo di tale evento è la censura
mediante la quale il suo inconscio si è difeso per anni da un’esperienza così
forte. Soltanto attraverso particolari esperienze evocative è possibile che i
lacci della censura si sciolgano, facendo così riaffiorare quel traumatico
fardello, avvenuto in età precoce. I sostenitori di tali
‘teorie’ affermano che un’altissima percentuale di persone hanno subìto un abuso
sessuale durante la propria infanzia, spesso ad opera di un parente stretto, e
che tale trauma, sarebbe responsabile di tutti i loro ‘problemi’ successivi. Nella maggior parte dei
casi, le stesse persone, che si erano straziate dal dolore rievocando tale
evento e descrivendolo nei più piccoli dettagli, fuoruscendo dal sistema di
credenze del gruppo, hanno potuto verificare che tale evento non era mai
accaduto in nessun momento della loro vita. Giuditta (nome di
fantasia), per esempio, una ventitreenne dai grandi occhi azzurri, mi racconta
in questo modo il momento in cui il suo ‘maestro’ di meditazione gli permise di
ricordare del suo abuso: “Ero al centro del cerchio. Il maestro mi mise le
mani sullo sterno e mi disse che in quel punto c’era una tensione. Io ero ad
occhi chiusi e sentivo molto dolore per la sua pressione con le dita. Avvertivo
tanta tensione intorno. C’era chi piangeva, non potevo vedere chi fosse, perché
i miei occhi erano fissi nei suoi [del Maestro, nda]. Fu quello il momento in
cui ricordai. Era stato mio padre ad abusare di me, proprio quando mi cambiava i
pannolini. Ricordai la sua espressione, quello che mi diceva e il suo respiro
affannoso. Localizzai l’evento al mio sesto mese di vita, quando mia madre aveva
ripreso a lavorare e mi aveva affidato a mio padre che per un lavoro diverso
poteva accudirmi a casa“. Evelina (nome di fantasia)
mi racconta: “Ero lì sul palco, davanti a tutta la comunità e lui [si
riferisce al Santone, nda] mi toccava con il dito le labbra, sussurrandomi
di ricordare, di ricordare, di ricordare. E fu così che ricordai lo zio. Avevo
circa un anno e mia madre mi aveva accompagnato da mia nonna dove abitava anche
lui. Mi aspettava in canottiera. Lo ricordo tutto sudato e bramoso di avermi.
Uscita dall’incubo [si riferisce all'esperienza nella comunità, nda]
dopo 4 anni, ho capito che mai una cosa del genere era accaduta. Quando avevo un
anno mio zio era negli USA per lavoro ed è ritornato a vivere in Italia solo
quando ero più grandicella, con moglie e figli. Ho recuperato oggi con lui un
rapporto sereno, sebbene per anni l’ho considerato il mio violentatore.” Com’è possibile allora che,
durante gli esercizi di rievocazione, i soggetti fossero stati puntuali nella
descrizione di tale esperienza? Com’è possibile che abbiano addirittura
riconosciuto nel fratello, nel padre, nello zio, nel vicino di casa il proprio
abusatore? Com’è possibile che taluni ricordi risalissero addirittura al periodo
dei primi mesi di vita? Sono legittime a questo
punto altre domande: E’ possibile indurre dei falsi ricordi in una persona? E’
possibile finire per credere ad eventi autobiografici mai accaduti? E’ possibile
far credere ad una persona che nella sua vita sono accadute cose che in realtà
non sono accadute per niente? La risposta della psicologia cognitiva a queste
domande è affermativa. Tutti quanti siamo disposti
ad accettare, in talune condizioni, molto più di quello che il buon senso e la
logica ci farebbero supporre (Mazzoni, 1997). Le ricerche sulla
suggestionabilità hanno messo in luce come la nostra memoria sia
sorprendentemente modificabile. Difatti i pazienti con varie forme di amnesia
“costruiscono” memorie non vere. Gli studi di Ceci e
collaboratori (Ceci, Ross e Toglia, 1987) hanno per esempio evidenziato che i
bambini spesso adottano e si appropriano dei contenuti implicitamente (o
esplicitamente) suggeriti dagli adulti. In uno degli esperimenti
realizzati da questi autori, dei bambini assistevano ad una scena. Il giorno
successivo gli sperimentatori facevano delle domande ai bambini sull’evento cui
avevano assistito. Queste domande erano inducenti, del tipo “Ti ricordi a che
ora è entrato in classe il signore che aveva una cartella rossa sotto il
braccio?” quando in realtà l’uomo aveva un libro in mano. Nel compito del
riconoscimento successivo, che avveniva dopo una settimana, circa il 60% dei
bambini sceglieva la risposta suggerita dall’intervistatore. In questo caso, anche una
sola domanda mal fatta ha fatto sì che la maggioranza del gruppo di bambini
abbia sviluppato un “falso ricordo”. Altri lavori (Bruck e Ceci,
1997; Mazzoni, 1998) hanno evidenziato come il contenuto suggerito può
facilmente sostituire il ricordo dell’evento originario. Se in una serie di colloqui
viene ripetuto lo stesso contenuto “non vero” (per esempio mediante la stessa
frase o con la stessa domanda induttiva), i soggetti arrivano a ricordare
episodi mai realmente accaduti nella loro vita. Mesi di interviste,
colloqui, domande, suggerimenti, possono produrre una sorta di “narrazione
collettiva ” di eventi mai accaduti (Elizabeth Loftus, 1995). Durante un esperimento, per
esempio, venivano scelti degli adolescenti che sostenevano di non essersi mai
persi in un centro commerciale da piccoli e la cui versione veniva confermata
dai genitori, e si chiedeva a ciascuno di immaginare la scena che si sarebbe
potuta verificare in caso si fossero davvero persi. Si suggeriva loro di
immaginare con chi fossero, dove si trovassero, cosa stessero facendo fino al
momento in cui si perdevano. Veniva loro detto che tale racconto era ricordato
dal proprio fratello o sorella. Dopo qualche tempo si chiedeva a ciascuno di
ricordarsi qualcosa su quando si era perso da piccolo al centro commerciale. A
questo punto gli adolescenti sostenevano che era molto probabile che si fossero
persi realmente e addirittura ricordavano aspetti dell’evento. Altre ricerche hanno
evidenziato quanto la gente sia più facilmente suggestionabile quanto più
l’inganno mnemonico si riferisce ad eventi che coinvolgono il proprio corpo (Ornstein,
Gordon, Laurus, 1992). In un lavoro realizzato con
un campione di bambini, Bruck, Hembrook e Ceci hanno dimostrato che durante
delle interviste a bambini, ripetendo delle informazioni errate rispetto ad una
visita medica, sono stati determinati dei falsi ricordi in loro. Difatti durante
l’esperimento ai bambini, la cui visita medica era stata videoregistrata, veniva
suggerito nel corso di tre interviste successive, che il medico li aveva toccati
in un certo modo, quando questo non era vero e il video lo testimoniava. Ebbene,
alla quarta intervista i bambini spontaneamente tendevano a riportare di essere
stati toccati dal medico nel modo che era stato suggerito loro tramite
l’intervista. Spiega
La memoria, dunque, riserva
molte insidie. Gullotta, precisa che “I
nostri occhi e le nostre orecchie, sono organi sociali, non oggettivi. Capita
spesso che noi vediamo o ascoltiamo ciò che ci aspettiamo di vedere e ascoltare“. Gardner (2004) denominò la
sindrome da falso ricordo quel disturbo psichiatrico che compare nell’età adulta
e che colpisce soprattutto i soggetti di sesso femminile. La manifestazione
principale è la convinzione di essere stati abusati sessualmente durante
l’infanzia da parte di un familiare o comunque di una persona molto vicina,
anche se tutto questo non trova alcuna corrispondenza nella realtà. Secondo gli studi di
Brainerd e Reyna (2005), tale ricordo si sviluppa nel corso di una
“psicoterapia” più o meno riconosciuta. La sindrome è caratterizzata dalle
seguenti manifestazioni: -la convinzione persistente
di essere stati abusati sessualmente nell’infanzia il ricordo di elementi
impossibili e/o assurdi -la convinzione che il presunto abusante è un membro
della propria famiglia -la convinzione che altri membri della famiglia abbiano
favorito l’abuso sessuale -la convinzione di aver rimosso per lungo tempo tali
ricordi -la rievocazione delle memorie di abuso nel contesto di un percorso
caratterizzato da tecniche simil-ipnotiche impiegate per recuperare i presunti
ricordi “rimossi” -la convinzione che i ricordi felici dell’infanzia siano falsi
-altre manifestazioni psicopatologiche (isteria, paranoia, problemi sessuali,
disturbi dell’umore, disturbo di personalità multipla, disturbo post-traumatico
da stress). Nell’insorgere della
sindrome da falso ricordo, un ruolo di primo piano viene rivestito dal terapeuta
o comunque da chi consapevolmente o meno alimenta l’ossessione del soggetto che
ha di fronte, inducendolo a scambiare la sua attività immaginifica in produzione
di ricordi. Lo stesso Freud nella sua
Autobiografia del 1924 scriveva: “Prima di proseguire oltre nella
valutazione della sessualità infantile, devo por mente a un errore del quale fui
vittima per un certo periodo e che per poco non compromise irrimediabilmente
tutta la mia opera. Sotto la spinta del
procedimento tecnico che usavo allora, la maggior parte dei miei pazienti
riproduceva scene della propria infanzia che avevano come contenuto la loro
seduzione sessuale ad opera di una persona adulta. Le donne attribuivano quasi
sempre la parte del seduttore al proprio padre. Affidandomi a tali
comunicazioni dei pazienti, supposi di aver trovato l’origine delle successive
nevrosi in questi episodi di seduzione sessuale risalenti all’età infantile.
Alcuni casi nei quali tali relazioni col padre, lo zio o un fratello maggiore si
erano protratte fino ad anni di cui il ricordo era rimasto vivido, mi
rafforzarono nel mio convincimento (…). Ciò accadeva in
un’epoca in cui io stesso facevo violenza al mio senso critico per costringerlo
a essere imparziale e ricettivo dinanzi alle molteplici novità che ogni giorno
andavo scoprendo. Quando in seguito mi
vidi invece costretto a riconoscere che tali scene di seduzione non erano mai
avvenute in realtà, ma erano solo fantasie create dall’immaginazione dei miei
pazienti – e magari anche suggerite da me – rimasi per un certo periodo assai
disorientato. La fiducia nella mia
tecnica e nei miei risultati subì un fiero colpo: a rintracciare quelle scene
ero giunto per mezzo di un procedimento tecnico che reputavo ineccepibile e il
contenuto di esse era palesemente correlato con i sintomi da cui era partita la
mia indagine. Tuttavia una volta
riavutomi fui subito in grado di trarre dalla mia esperienza le giuste
conclusioni: i sintomi nevrotici non erano collegati direttamente a episodi
realmente avvenuti, ma piuttosto a fantasie di desiderio, per la nevrosi la
realtà psichica era più importante della realtà materiale”
(pp. 51-52). Secondo Gardner, malgrado
la rilevanza del ruolo di un induttore di tale falso ricordo, il soggetto
affetto dalla sindrome appena descritta difficilmente riconoscerà l’influenza
giocata da questo, bensì sosterrà che i ricordi di abuso sono emersi
indipendentemente dall’attività di altri (fenomeno del pensatore indipendente).
Nei racconti dei soggetti affetti da tale sindrome, si individuano scenari presi
a prestito con l’uso di espressioni linguistiche tipicamente tecniche (“ho
rimosso”, “sto negando”, etc) imparati durante il percorso di interiorizzazione. Altre caratteristiche sono
l’assenza di ricordi positivi relativi alla relazione con il presunto abusatore
la convinzione che i ricordi di aspetti positivi dell’esperienza col presunto
abusatore siano una sorta di copertura dell’orrore realmente vissuto
(reinterpretazione retrospettiva) -assenza dei sensi di colpa per l’azione di
denigrazione del presunto abusatore. La memoria autobiografica
rappresenta uno dei sistemi più importanti della nostra mente per la costruzione
del Sé (Ribot, 1882; Galton, 1892; Fitzgerald, 1986), determinando
rappresentazioni in continua evoluzione anche in rapporto all’immagine di sé che
dagli altri viene riflessa. La ricerca contemporanea
individua nei lobi frontali la capacità anamnestica, tant’è che nei casi di
lesioni a tali lobi non solo porta a difficoltà nel recupero della memoria
autobiografica, ma anche ad una scorretta valutazione delle memorie recuperate (Schacter
ed altri). In assenza di lesioni dei
lobi frontali i ricordi errati vengono accettati come veri quando i meccanismi
preposti a valutare la plausibilità e probabilità sono deficitarii o quando la
valutazione di plausibilità e di probabilità fanno protendere verso
un’attribuzione del ricordo quale vero (Mazzoni, 1997). La nostra memoria è quindi
malleabile e modificabile. E c’è chi ne approfitta. George Orwell nel suo 1984
descrive un Ministro della Verità preposto a riscrivere la storia negando
l’accesso ai veri episodi precedenti. Ogni volta che il Grande Fratello lo
desidera, il Ministro della Verità modifica la storia e tutti devono ricordare
l’attuale e non il pregresso. E’ impedito a tutti di ragionare e di porsi le
domande necessarie per confronti e delucidazioni. La Verità è quella del
momento. Fortunatamente, però, fuori
da certi contesti così fortemente persuasivi, l’individuo nella maggior parte
dei casi possiede un sistema di valutazione in grado di distinguere un vero
ricordo da uno falso. Morpheus dopo aver
ricoverato Nemo nel suo hovercraft gli sussurra: “Se ci fanno male gli occhi
mentre guardiamo la realtà, è soltanto perché non li abbiamo aperti”. 12 Luglio 09 Dr.ssa Lorita Tinelli Bibliografia 1.
Barresi F., Sette religiose criminali, dal satanismo criminale ai culti
distruttivi, Edizioni Edup, Roma, 2006 2.
Boschetti C., Il libro nero delle sette in Italia, testimonianze e documenti
shock sul volto oscuro delle religioni , Newton Compton Editori, 2007 3. Cadei
B., Sette e nuove religioni, che fare? Un’introduzione pratica, Edizioni
Dehoniane, Bologna, 1998 4.
Gulotta G., Cavedon A., Liberatore M., La sindrome di alienazione parentale.
Lavaggio del cervello e programmazione dei figli a danno dell’altro genitore ,
Giuffrè Editore, 2008 5.
Lifton R. J., Thought Reform and the Psychology of Totalism, 1961 6.
Mazzoni G., Lombardo P., Malvagia S., Loftus E. F., Creating false memories: the
effect of linical interpretation , Wuersburg, ESCOP, 1996 7.
Schacter D. L. (in press), Illusory memories: A cognitive neuroscience analysis.
In Mazzoni G., Nelson T., Moni toring and control processes in metacognition and
cognitive neuropsychology, Hillsdale, N. J., Erlbaum (1997) 8.
Orwell G., 1984, Oscar Mondadori, 1985 9.
Orwell G., La fattoria degli animali, Oscar Mondarori, 1983 10. Re
S., Mindfucking. Come fottere 11.
Tinelli L. Capacità mnestiche e induzione di falsi ricordi, Pro Manoscripto,
2000 12.
Tinelli L. Memorie e false memorie, in I mille volti degli abusi, AA.VV.,
Editorba, 2006 (dispensa multidisciplinare) 13.
Tinelli L. Abuso psicologico e Controllo mentale, in Leadership Medica, 2000 14.
Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatic of Human Communication,
1967 15.
Wakefield H., Underwager R., Personality characteristics of parents making false
accusations of sexual abuse in custody dispute, Issues in Child Abuse
Accusations 2(3), 1990, pp. 121-136 |