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INFANZIA E PREGIUDIZIO.
L’ASCOLTO DEL MINORE A UNA SVOLTA NELLA
REQUISITORIA SICILIANO
di Angelo Varese
Psicanalista, psicologo, psicoterapeuta è direttore del periodico on
line "Transfert. Foglio di psicanalisi".
E'
tra i firmatari della
Carta di Noto.
Premessa
Verso la fine dell’anno 2000 si celebra, presso il Tribunale di Milano
un processo il cui esito avrà particolare risonanza sui giornali. Si
tratta di un caso di presunta violenza sessuale perpetrata dal padre su
una bimba di soli tre anni di età.
Il clamore suscitato dalla vicenda – emersa in un periodo nel quale la
pedofilia ha assunto proporzioni da “incubo sociale” – è dovuta al fatto
che lo stesso Pubblico Ministero Tiziana Siciliano, in fase
dibattimentale, chiede l’assoluzione dell’imputato. Tale richiesta porta
all’evidenza due fatti tanto rilevanti quanto gravi: in primo luogo le
modalità di conduzione delle perizie disposte d’ufficio e, in secondo
luogo, ma non da ultimo, il modo in cui si è proceduto
all’“interrogatorio” della minore.
Ne emerge un quadro preoccupante, per non dire allarmante, riguardo al
tenore e alle modalità d’intervento dei tecnici a vario titolo
interpellati nel caso in questione, nonché riguardo alla dotazione
teorica ed etica che sostanziano l’uno e le altre.
Ma la requisitoria contiene, al di là di una precisa, opportuna ed
indignata denuncia, una modalità d’analisi dei fatti, in particolare dei
fatti psichici, e un’attenzione all’ambiente di parola in cui essi si
producono, che aprono un orizzonte nuovo ed interessante.
Il presente contributo si prova ad evidenziarne gli snodi e a tracciarne
alcuni possibili sviluppi.
Caso esemplare dunque e, nello stesso tempo “di frontiera”.
Esemplare per quanto attiene un certo modo d’intendere la perizia, in
particolare l’intervento peritale in ambito psicologico.
Di frontiera perché gli elementi addotti nella requisitoria ampliano e
riorientano di molto, come s’è detto, il modo di fare perizia. È in
particolare su questo aspetto che si appunta l’interesse dello
psicanalista impegnato a rilanciare il contributo specifico proveniente
da questa pratica di parola nei confronti della realtà processuale.
1. L’imputazione: i fatti e le parole
Il Pubblico Ministero si trova di fronte un fascicolo nel quale sono
indicate imputazioni estremamente pesanti.
Capo A
1. Abusi sessuali consistenti in toccamenti del proprio pene nei
confronti della figlia ( all’epoca di tre anni e un mese di età)
2. Penetrazione del pene nella bocca fino alla gola.
Aggravanti:
a)età della bambina
b)aver agito con crudeltà in relazione all’evidente componente sadica di
alcuni episodi descritti dalla bambina.
Capo B
1. Maltrattamenti: vessazioni psicologiche (invito a mantenere il
segreto sui fatti subiti).
Di fronte a questa situazione il Pubblico Ministero rifiuta ogni
sensazionalismo: non cade nella trappola immaginaria in base alla quale
si crede che “i fatti parlino da sé”. No, i fatti non parlano, anzi; i
fatti esistono in quel che se ne dice. I fatti, cioè, stanno nelle
parole che li riferiscono, che li descrivono.È una distinzione
fondamentale che si dovrebbe sempre tenere in conto in ambito peritale,
soprattutto per quanto attiene l’aspetto della violenza sessuale!
La perizia psicologica riguarda la valutazione di elementi di realtà
psichica; e, come la clinica indica ad ogni passo, fatti anche banali
possono assumere un marcato rilievo nella realtà psichica fino ad
assumere una portata di trauma. Diversamente fatti obiettivamente
traumatici possono avere scarsa eco sul piano psichico. Detto in altri
termini: non c’è oggettività del trauma il quale risulta semmai la
punta, l’espressione massima, l’acme della soggettività.
Il Pubblico Ministero si riconduce, dunque, alle parole: della bambina,
innanzitutto, perché ciò che costituisce elemento di prova è stato
raccolto dalla testimonianza della bambina: “L’intero impianto
accusatorio si basa sulle dichiarazioni della bambina, e quindi a queste
dobbiamo necessariamente riferirci con particolare attenzione”.
L’attenzione alla parola: è proprio quello che si tratta di ristabilire
soprattutto in casi come questo.
2. Turpiloquio e suo back ground
Qui si evince che la vicenda prende avvio in modo specifico: la bambina,
ad un certo punto, si dà al turpiloquio che consiste nella ripetizione
di due parole, “culo” e “pisello”.
La madre, colpita dal fatto che la figlia usi all’improvviso parole che
ella definisce “… così volgari”, reagisce dicendo (e lo dichiara): “La
prima volta l’ho sgridata: ho detto che una bambina per bene non dice
queste cose”. Dichiara anche che queste parole la turbano: “Mi ha dato
fastidio, mi sembrava incongruo che una bambina così piccola…”.
Le parole producono un turbamento nella madre. Le parole hanno un
effetto, producono comportamenti, producono fatti. Notiamolo. Parolacce
che, chiunque abbia a che fare con i bambini lo sa, emergono proprio
attorno ai tre o quattro anni di età, solitamente accompagnandosi ai
primi capricci, ai primi rifiuti, alle prime “cattiverie”. Niente di
particolare, dunque. Eppure queste parolacce turbano la madre. Da dove
viene questo turbamento? Questa preoccupazione? Che cosa ha potuto
produrre questa area di particolare sensibilità psichica nella madre?
Anche il Pubblico Ministero se lo chiede.
La risposta emerge considerando quale sia il posto della bambina nella
relazione marito – moglie. La bambina ha un fratellino tetraplegico,
maggiore di età. La madre ha dovuto rinunciare alla relazione più
gratificante e compensatrice che la bambina rappresenta rispetto al
fratello tetraplegico, proprio perché ha dovuto occuparsi di lui.
Nel frattempo ciò comporta il conseguente instaurarsi di un rapporto
privilegiato tra padre e figlioletta. Ecco il back ground da cui sorge
l’accento che la madre conferisce al turpiloquio della bambina, dalla
quale si attende, al contrario, solo cose buone: si tratta di un vero e
proprio meccanismo di compensazione, cioè di una ricompensa che la madre
si aspetta dalla figlia a cui e legato il suo riscatto di madre.
Una contestualizzazione, una ricostruzione all’apparenza piuttosto
soggettiva, si potrebbe dire. Forse non a torto. Ma, per l’appunto,
della valutazione di una condizione soggettiva si tratta, in un’indagine
psicologica. Indagine che forse sarebbe meglio chiamare indagine
psichica proprio per indicarne la caratteristica ecologica; vale a dire
la caratteristica per cui anche chi la conduce fa parte della condizione
psichica, o, se si preferisce, del campo psichico che l’indagine stessa
delinea: a tutto vantaggio di quella discrezione o di quella non
direttività che garantisce una corretta audizione ( quanto questo sia
utile al processo, quale setting di garanzie, sono gli avvocati a
dircelo).
3. Un paradosso. Oggettività del soggettivo
La domanda allora diventa: se il campo dell’indagine psichica è il
soggettivo, quali sono gli elementi da riconoscere e raccogliere in
quanto coerenti con tale oggetto? Ovvero, paradossalmente: che cosa è in
grado di restituire oggettivamente ciò che pertiene alla soggettività?
Ponendo l’accento sulla parola, il Pubblico Ministero fornisce un
contesto di tipo simbolico cui è indispensabile riferirsi se si vuole
estrarre qualche dato di giudizio che sia coerente con il livello dal
quale comportamenti, come il turpiloquio della bambina, traggono il loro
senso.
Nel caso specifico siamo chiamati a dare valore di giudizio, quindi
valore probatorio, alla testimonianza di una bimba di tre anni. Per
farlo dobbiamo renderci conto dell’universo, quello di una bambina di
tre anni, da cui queste parole provengono. Dobbiamo, ad esempio, tenere
conto del fatto che, per una bambina di quest’età, il confronto con il
linguaggio avviene essenzialmente a livello di gioco, cioè ad un livello
nel quale gli elementi (le parole stesse) intervengono più per la loro
portata significante che per il loro significato.
Significante vuol dire che le parole intervengono per il valore che
assumono nella conversazione degli adulti piuttosto che per il loro
significato intrinseco. Ciò assume particolare rilevanza in quanto,
mentre ci conferma che, certamente, a tre anni di età non c’è
comprensione o c’è solo una comprensione lacunosa del significato delle
parole, non di meno risulta chiarissima la loro funzione significante:
il che assicura piena capacità di comunicazione anche ad un bambino di
questa età, solo che lo si sappia ascoltare.
Chiariamo ancora che cos’è il significante: è la parola in quanto usata
da un altro. I bambini non imparano a parlare per imitazione ma perché
giocano con le parole in quanto significanti. Vale a dire: percepiscono
che gli adulti usano parole alle quali attribuiscono un significato e,
per questo, a loro volta, le usano; perché vi suppongono un significato
anche se non sanno per nulla quale sia.
È un dato d’osservazione comune il fatto che il bambino ripete
immediatamente una parola detta da un adulto se questa ha fatto ridere o
scandalizzare, cioè se ha avuto un effetto su altri adulti.
Il valore della parola non sta dunque in un significato che essa
porterebbe con sé, ma nella sua capacità, nel suo potere, di produrre un
effetto di significato. Non a caso i giocattoli, che portano al massimo
livello tale effetto, sono l’emblema del significante.
4. Madre-bambina: una storia ideale
Torniamo ora all’effetto che il turpiloquio della nostra piccola amica
ha avuto sulla madre. Che esso abbia un effetto, e un effetto del tipo
già ricordato, ci rinvia alla funzione significante che ella riveste per
la madre.
Ebbene: questa bambina, che la madre considera meravigliosa,
all’improvviso si mette a dire parolacce. Proprio lei, figlia ideale
rispetto al figlio così poco fortunato, e perciò così poco remunerativo
sul piano narcisistico: dobbiamo ricordare, infatti, che ogni madre
riceve un fortissimo riconoscimento dal figlio che mette al mondo.
Tanto per una madre, quanto per un padre, seppure con modalità e logiche
differenti, il figlio è l’immagine del proprio desiderio: in particolare
per una madre si presenta sul versante del risarcimento per il figlio
immaginario che non ha avuto dal padre e che, fantasmaticamente,
funziona come testimonianza (come significante) dell’amore del padre per
lei. Non è un caso che una donna, quando diventa madre, di solito si
riavvicina ai genitori: alla madre per testimoniarle che è diventata
come lei, e al padre per offrire, in un ribaltamento, il dono
immaginario così, a suo tempo, desiderato.
Dunque le parolacce della nostra piccola amica: “Un neo” dice con
finezza il Pubblico Ministero.
Vediamo ora le cose dal punto di vista della bambina. Ha certamente
bisogno di attenzione, tanto più in quanto la madre si occupa a tempo
pieno del fratello. Le parolacce, in questo senso, sono uno strumento
efficace: valgono non per quello che dicono ma per l’effetto di
attenzione che producono nella madre. La bambina diventa centro
d’interesse: finalmente unico ed esclusivo.
La madre comincia a chiedere e a richiedere con un’attenzione piuttosto
angosciata che, è da notare, risulta di per sé assai suggestiva.
Quando la bambina percepisce che quello che dice interessa la madre,
estende questo interesse anche ad altre figure adulte; per cui, quando
sarà interrogata, cercherà di rispondere in funzione dell’interesse
supposto degli adulti. Ed è significativo che, nei vari interrogatori,
perché di audizioni certo non si può parlare in questo caso, la bambina
si attiene rigorosamente, nella ripetizione, alle tre o quattro parole
che hanno suscitato l’interesse della madre. E le ripeterà fino a che
provocano il gioco dell’attenzione e ne consentono il proseguimento.
Quando, invece, si accorgerà che quelle parole vengono utilizzate per
minare il suo affetto (a seguito degli interrogatori ella viene
allontanata prima dal padre e poi anche dalla madre) non proferirà più
parola.
Abbiamo cominciato a tratteggiare il contesto simbolico della relazione
madre-bambina, ma, riguardo alla sensibilità della madre al turpiloquio,
lo stesso Pubblico Ministero fa notare che ha il suo peso la
sensibilizzazione prodotta dalla questione pedofilia: “Però non
dimentichiamo che siamo anche in anni bui, sotto un certo profilo, per i
genitori, perché tutti noi, la società intera, è bombardata da questa
nuova forma di perversione mentale che è l’ipotesi di pedofilia. Non
apri un giorno senza che il giornale non ti riporti ai filmati
televisivi che, per essere visti, meriterebbero s’indossasse un
giubbotto antiproiettile. Insomma, voglio dire, il problema pedofilia
non è soltanto un problema da tecnici […] ma diventa un problema
generalizzato, una sorta di timore strisciante che ormai assale tutti
noi genitori”.
Ora emerge che questa sensibilizzazione s’incrocia con un altro elemento
storico riguardante la madre. Questa signora ha avuto un padre alcolista
violento: il minimo che si possa ipotizzare è che la figura paterna sia
per lei pregiudizialmente “sub iudice”. Ha dovuto letteralmente
costruire la fiducia verso il padre dei suoi figli…, ma il dubbio che un
padre possa essere come suo padre, esiste sempre.
5. Pregiudizio e passaggio all’azione
Tuttavia la donna non rinuncia ad interpellare il marito. Il Pubblico
Ministero commenta: “La signora fa una bella cosa”.
La ricerca di un’interlocuzione è in effetti una dimostrazione
d’intelligenza della propria condizione psichica – dichiaratamente
preoccupata, se non addirittura angosciata – e anche il riconoscimento
che le risposte devono giungere sul piano della parola. Nonostante i
dubbi, la signora non sconfessa la relazione che ha contribuito a
costruire con il proprio partner e dentro la quale si riconosce.
L’esatto contrario di quanto, in seguito, psicologi di un centro
specializzato suggeriranno come condotta da adottare: tacere con il
marito e prenderne le distanze. “Adesso lei vada a casa, taccia, non
dica una parola, non faccia cenno di questo incontro, non dica niente a
suo marito, come se niente fosse… stia all’occhio”.
Atteggiamento tanto più grave in quanto, non solo destruttura il piano
della parola al quale la donna si era saputa mantenere ancorata, ma,
assumendo come criterio d’intervento l’omertà, che è la via più breve
per il passaggio all’azione, introduce una violenza psichica certa
(l’esclusione della parola promuove già la fantasia di un marito
mostro).
Atteggiamento che, c’è da aggiungere, si presenta come un perfetto caso
di controtransfert. Ripropone, infatti, come norma di condotta, l’omertà
imposta, spesso, dal pedofilo, alla propria vittima. Controtransfert che
trova le sue premesse, oltre che nei limiti intrinseci dell’impostazione
psicologica comune oggi in voga, anche nel compito di mantenimento della
sicurezza sociale che viene implicitamente ed erroneamente attribuito al
servizio pubblico o a quello privato che abbia finalità pubbliche (SerT
e Centri Specializzati).
Il padre della bambina, dal canto suo, dimostra, al contrario,
attenzione nei confronti delle preoccupazioni della moglie; soprattutto
quando costei interroga ancor più pressantemente la bambina con domande
del tipo: “Ma, il pisello di chi?” e ottiene dalla figlioletta la
risposta: ”Il pisello di papà”. Invece d’indignarsi, egli sostiene
l’idea della moglie d’interpellare qualcuno, qualche tecnico che la
possa rassicurare. Da qui prende avvio quello che il Pubblico Ministero
definisce duramente, ma felicemente “…la discesa all’inferno”.
Oltre ai consigli già riportati, la signora, dopo aver riferito le
parole della bimba, riceve un’ingiunzione dalle evidenti tinte
ricattatorie: “O denunci tu, o denunciamo noi e ti portiamo via la
bambina”.
Tutto ciò senza che la bambina sia mai stata sentita direttamente; cosa
che accadrà subito dopo negli uffici di un’ispettrice di polizia alle
prime armi: due incontri, protrattisi per un totale di circa
trentacinque minuti, nel corso dei quali il tenore delle domande poste è
del tipo: “Dimmi dove il papà ti ha toccato con il pisello?”, e poi:
“Ma, insomma, qui o qui?”, indicando con le mani la spalla… ecc.
La bambina non può che confermare le indicazioni date attraverso questa
domande. Si ripete, qui, il gioco che si è già individuato nel primo
interrogatorio subito dalla bambina: quello con la madre.
6. L’etica impone audizione
Più che domande, quelle formulate nei due interrogatori tenuti presso
gli uffici di Polizia Giudiziaria, risultano delle indicazioni. L’unica
domanda effettiva è quella, implicita, che alla bambina non sfugge, di
conferma delle indicazioni cui si riducono domande direttive come quelle
formulate.
La deriva deontologica, e, prima ancora, etica, in cui questi
interrogatori sprofondano, è dimostrata dal loro completo disattendere
un principio che, seppure con difficoltà, si va affermando quando, al
posto del termine tecnico-giudiziario di “interrogatorio” si propone il
termine “audizione” intendendo con ciò che qualsiasi accertamento debba
procedere innanzitutto dall’accoglimento e dall’ascolto della
soggettività del minore.
Detto in maniera più icastica, va considerato come premessa di metodo
che la prevalenza della ricerca della verità oggettiva a danno del
dispiegamento della verità del soggetto è perpetrazione della violenza.
Il Pubblico Ministero lo sottolinea operativamente interpellando uno
Psicologo della comunicazione per verificare il grado di suggestività
degli interrogatori condotti sulla bambina. L’attenzione a questo
aspetto dà l’opportunità di evidenziare un’importante distinzione
teorica in merito alla portata della domanda nell’audizione del minore.
Va detto che il dire di ciascuno – questo il lascito dell’esperienza
freudiana e della pratica psicanalitica che ne è la prosecuzione –
comunica perché attraversato dalla domanda che costituisce l’eco del
desiderio presente nella parola. Ciò sottolinea un aspetto che anche il
caso qui in esame esprime al massimo grado: è impossibile formulare una
domanda senza che questa sia attraversata dal desiderio. A questo
assunto si attiene, senza saperne, come ciascuno di noi, il perché, la
nostra bambina nel suo gioco della risposta alle domande degli adulti.
Anche se gravide, come in questo caso, di conseguenze drammatiche reali,
le domande e le risposte restano un gioco: la domanda, in quanto
esponente del desiderio dell’altro, comporta una seduzione che sta nelle
parole, che è veicolata da esse. Personalizzare questa seduzione
tramutandola in intenzionalità per cui ogni dire si riassume
nell’alternativa dire il vero dire il falso (alla bambina non interessa
dire il vero o dire il falso, interessa fare il gioco!) è il passo che
porta dalla seduzione propria del gioco (secondo l’etimo sé durre =
condurre con sé, ovvero è il gioco che ci porta a dire) alla suggestione
(suggerimento). In questo caso, viene presa sul serio la bambina perché
non si sa prendere sul serio la parola nella sua funzione di gioco; con
il risultato che s’interpella la piccola come se fosse un’adulta,
mancando l’esame di realtà, prima di tutto di realtà psichica, che ce la
presenta qual è, una bambina.
Da queste considerazioni discende che è impossibile fare riferimento ad
un ideale codice dell’inquirente che stabilisca l’esatto confine del
corretto interrogatorio. Si tratta, piuttosto, di produrre le condizioni
di comunicazione e di linguaggio nelle quali il soggetto possa
esprimersi liberamente. Unica garanzia, questa, che consenta di
rintracciare quanto della verità è di volta in volta rintracciabile nel
caso specifico.
A chiosa di quanto qui esposto, il Pubblico Ministero non manca di
osservare quanto simili procedure forzose d’interrogatorio finiscano col
compromettere anche il raggiungimento della verità processuale: “…ogni
singolo atto del nostro lavoro deve essere improntato alla massima
professionalità possibile. Se non si è in grado di farlo non lo si fa,
ma non si fa danno. Perché [tutto ciò] ha come conseguenza che se [la
bambina] avesse subito realmente violenza, con un’indagine fatta in
questo modo non lo si saprebbe mai. Perché tutto il materiale probatorio
è totalmente inquinato dalla mancanza di professionalità nella sua
acquisizione”.
L’abbandono del piano della parola, l’incapacità a ritrovare su di esso
gli elementi di orientamento che solo qui possono ritrovarsi, ha
condizionato l’intera acquisizione dei dati istruttori; anche di quelli
provenienti da esami obiettivi.
Non interessa, qui, fare l’elenco delle inadempienze o delle imperizie
che hanno ridotto la bambina all’affidamento, seppure temporaneo, ad una
casa-famiglia e che hanno prodotto un un ripiegamento
della bambina su se stessa tanto che non si poteva più parlare con lei.
Quello che importa è dare un’indicazione su quanto, in termini di
garanzia soggettiva e di giustizia, l’ascolto e la considerazione del
dire, nella sua integrità, assicuri. |