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Pacenza, niente complotto
di Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica)



Scrive Francesco Sidoti, presidente del corso di laurea in scienze dell’investigazione dell’università di L’Aquila: “In Italia ogni giorno c’è un innocente che viene incolpato ingiustamente ed un colpevole che riesce a farla franca”. E’ in questo dilemma che opera il criminologo clinico. In virtù di esso, come criminologi siamo abituati a conoscere l’uomo nei momenti più tristi della sua vita: o perché è accusato di aver commesso un crimine o perché lo ha subito. In entrambi i casi, l’uomo della strada deve difendersi in giudizio e quindi si prepara ad andare incontro al calvario giudiziario, che comporta il rischio di un crollo non solo economico, ma anche sociale, familiare e psicologico.
Quanti dicono: “Se sei innocente non hai nulla da temere” sono, a dir poco, ingenui, perché la realtà nei nostri tribunali è ben diversa, posto che non basta avere ragione, ma occorre ottenerla.
Sorprende l’incredulità di quei politici che prima fanno compiere la riforma del codice penale e di procedura penale ai penalisti, senza il supporto del criminologo, e poi s’indignano quando le storture della procedura penale li colpisce direttamente o da vicino.
Consideriamo un attimo lo strumento tecnico del cosiddetto “interrogatorio di garanzia” davanti al Gip (ma un’analoga riflessione la possiamo fare, ancor prima, tra l’avviso di garanzia e l’interrogatorio davanti al Pm).
L’arresto, tecnicamente, è richiesto dal Pm e convalidato dal Gip, a cui fa seguito il cosiddetto “interrogatorio di garanzia”, ma garanzia di cosa? Per chi?
L’arresto è la cosa più grave che può capitare ad una persona, perché lo priva della sua libertà personale e gli fa crollare addosso, in un attimo, tutte le certezze di una vita.
Ora, una riforma penale dotata di senso umanitario, disporrebbe l’interrogatorio di garanzia prima dell’arresto, non dopo. Difatti, se il Gip dispone l’arresto oggi, come può il giorno dopo fare marcia indietro? Non sarà invece psicologicamente interessato (perché predisposto, anche in perfetta buona fede) a cogliere di più gli elementi di colpevolezza che quelli d’innocenza? Sarebbe interessante che la commissione parlamentare, che lavora sulle riforme penali, svolgesse una ricerca per conoscere quanti sono stati i casi (diciamo, in un decennio?) in cui è capitato che il Gip abbia cambiato idea, da colpevole ad innocente, grazie all’interrogatorio di garanzia?
Ora, prendiamo in considerazione l’interrogatorio di garanzia del politico Franco Pacenza, senza con ciò voler esprimere alcun giudizio.
Dopo l’interrogatorio di garanzia eseguito dal Gip, dott. Greco, abbiamo avuto (come da copione) due contrastanti versioni: da una parte, il gip ha colto un aggravarsi delle responsabilità penali del reo (disponendo gli arresti domiciliari e non la scarcerazione o la permanenza in carcere), perché ha trovato il detenuto in uno stato di “devastazione psicologica”; dall’altra, la versione di uno dei difensori di Pacenza, l’avv. Franco Sammarco, che ha affermato: «Gli atti e le argomentazioni difensive conclamano l’evidenza dell’estraneità dell’on. Pacenza ad ogni ipotesi di reato e la sua totale innocenza».
E’ evidente, che delle due l’una: o ha ragione il gip (e le responsabilità di Pacenza sono gravi) o ha ragione l’avv. Sammarco (e allora non ha commesso alcun reato). Per capire come stanno le cose bisognerà attendere il processo perché l’interrogatorio di garanzia, il più, è esattamente questo che garantisce.
Rovesciando la visuale del problema, da criminologo, mi pongo questa domanda: ma che tipo di criminale può essere il Tizio, che parlando col Gip, nell’interrogatorio di “garanzia”, anziché alleggerire la sua posizione l’aggrava?
Non conoscendo Pacenza non so rispondere, ma posso dire che tipo di criminale non è: non è un delinquente abituale, giacché questi criminali sanno meglio dell’avvocato come si affronta un interrogatorio di “garanzia”.
Il risultato di chi, come Pacenza, entra dal Gip con una situazione penalmente rilevante e ne esce con un aggravio di responsabilità (secondo il Gip, ovviamente), può essere causato: uno, dal meccanismo bizzarro dell’interrogatorio di garanzia, come suddetto; due, dalla psicologia del reo, ove questi non è consapevole (anche in buona fede) che determinate condotte corrispondono a determinate fattispecie di reato; tre, dalla “devastazione psicologica” del reo, il quale, tratto in arresto e finito sulla gogna mediatica deve fare i conti con lo stigma della colpevolezza (anziché dell’innocenza) fino a prova contraria.
Per la persona accusata ingiustamente di un crimine, non contano tanto i provvedimenti giudiziari (se pur gravi e devastanti), quanto il fatto che nessuno sembra più disposto a credergli, da qui il rischio psicopatologico che col tempo tende ad accettare lo stigma della colpevolezza (ed a comportarsi di conseguenza), pur essendo innocente. Questo fattore trae in inganno molti periti psichiatri e giudici, se non sono esperti di criminologia.
Togliere la credibilità al reo è il principale indizio del complotto. Ora, capita spesso che una persona quando è raggiunta da un avviso di garanzia grida al complotto; ma chiunque volesse incastrarlo, come primo atto, farebbe di tutto per togliergli l’attendibilità anche e, soprattutto, sui giornali, con articoli telecomandati. Nulla di tutto ciò, a me pare, si ravvisa nel caso Pacenza né emergono altri elementi che possono fare indurre al complotto. Esiste in criminologia e nelle scienze dell’investigazione la figura del cosiddetto “provocatore”, ossia di colui il quale, prima si affianca fingendosi un amico, poi con una mano ti istiga a delinquere, ossia a commettere un errore anche in buona fede e con l’altra, manda la lettera anonima agli Inquirenti. Ma nemmeno di questo sembra trattarsi (almeno per quanto si apprende sui media) il caso Pacenza. Da ciò segue, che il sit-in dei deputato-amici davanti al carcere, è solo il frutto di uno spirito di corpo, che prima lascia fare il codice di procedura penale ai penalisti e poi se ne lamenta quando le storture del codice ricadono su uno di loro, senza nulla osservare, invece, quando riguardano l’uomo della strada.