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LA STAMPA.it

 del 21-12-2008 (12:3)

Giustizia, serve una riforma perché 2 mila pm fuori contro

 

Antonio Patrono, consigliere togato del Csm e ex presidente dell'Anm apre all'eventualità di un intervento legislativo: «Potere ai capi, a casa chi sbaglia»

ROMA

“Da molti anni norme e prassi hanno svuotato di potere i procuratori capo attribuendo in sostanza una quasi assoluta libertà di manovra ad ogni singolo sostituto procuratore. Oggi ci troviamo così ad avere circa 2000, quanti sono tutti i pubblici ministeri italiani, centri di potere inquirente quasi incontrollabili”. A denunciare la. situazione è Antonio Patrono consigliere togato del Csm e in passato presidente dell'Anm, che parte proprio da questo aspetto per sostenere la necessità di riforme sulla giustizia, che a suo avviso dovrebbero riguardare sia le procure sia gli uffici giudicanti.

L'assenza di reali poteri dei capi delle procure lascia i singoli pm, oggi “distribuiti in oltre 160 procure circondariali”, “liberi di interpretare fatti e spesso anche norme di legge in maniera diversa addirittura all’interno dello stesso ufficio”, avverte Patrono. E la prima conseguenza è “la concreta possibilità di iniziative sbagliate non immediatamente rimediabili”. Cosa fare? “Innanzitutto ridurrei il numero di procure facendole coincidere con gli attuali distretti in modo da avere solo 26 uffici inquirenti di dimensioni piuttosto grandi. In questi uffici dovrebbero essere assorbite le attuali procure generali, abolendo così la distinzione tra pubblici ministeri di primo di secondo grado. A questi uffici andrebbero preposti magistrati di grande e sperimentato valore che dovrebbero avere ampi poteri organizzativi e decisionali e, come contrappeso, maggiori responsabilità, quantomeno dinanzi al C.S.M. che, in caso di errori gravi o comunque di rivelata inadeguatezza, dovrebbe poterli rimuovere e sostituire praticamente in tempo reale”.

Ma al di là di questo “sul piano processuale sarebbe necessario che il pm, che già oggi deve chiedere al giudice l’autorizzazione per la restrizione della libertà personale degli indagati e per effettuare intercettazioni telefoniche, dovesse chiederla anche per effettuare perquisizioni domiciliari e personali, che sono certamente più invasive delle intercettazioni e che oggi può invece disporre autonomamente”. Le riforme devono riguardare anche la magistratura giudicante: “Oggi il giudice per le indagini preliminari è una funzione sempre monocratica, svolta quindi da un solo magistrato spesso molto giovane, che può trovarsi in difficoltà, ad esempio, ad andare contro richieste che gli siano rivolte da pubblici ministeri molto determinati e più esperti di lui, trovandosi talvolta anche ad affrontare l’onda di spinte ed emotività popolari, Ritengo che sarebbe estremamente opportuno prevedere che questa funzione sia svolta sempre da magistrati di provata esperienza, ad esempio con almeno otto anni di funzioni alle spalle, e in alcuni casi anche da un organo collegiale, quantomeno per le decisioni sulle misure cautelari”.

Per ridurre i tempi dei  processi occorrerebbero “anche altre misure: oggi vi è un gran numero di dibattimenti che si conclude con l’assoluzione dell’imputato, e sono quindi processi che non avrebbero dovuto essere fatti”; processi che “non servivano a nulla e hanno creato solo ingiusta sofferenza a chi li ha subiti”. “Bisogna quindi rafforzare e rendere più severo il ruolo ancora una volta del giudice delle indagini preliminari, che, per gran parte dei procedimenti, dirige l’udienza preliminare e può non accogliere la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero, fermando a quel punto il processo – suggerisce Patrono –. Penso che anche svolgere questo compito sarebbe necessaria la composizione collegiale e non, come adesso, quella monocratica.