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Inaugurazione Anno
Giudiziario 2006
Nicola Marvulli
Primo Presidente della Corte
di Cassazione
“Relazione
sull’attività Giudiziaria nell’anno 2005”
omissis….
Le più rilevanti riforme
L’anno che si è appena concluso è stato quello nel quale, più di
ogni altro, numerose ed importanti riforme hanno
interessato sia il settore civile che quello penale, sia il
diritto sostanziale che quello processuale.
Una riforma poi, lungamente attesa, fondamentale per la nostra
organizzazione, quale quella dell’ordinamento giudiziario, ha
concluso il suo lungo e tormentato percorso legislativo, ed è
stata contrassegnata da vivaci polemiche e da rilievi critici
che la magistratura ha espresso in tutte le sedi istituzionali,
nonché nel corso dei numerosi convegni che si sono susseguiti,
rilievi che è superfluo riproporre in questa sede.
Il confronto tra chi proponeva
quella riforma e la magistratura c’è stato, è stato ampio, si è
protratto per lungo tempo, ma non ha prodotto alcun risultato
positivo perché è stato negativamente condizionato, da un lato,
dalla convinzione dell’esistenza di una diffusa
politicizzazione della magistratura e, dall’altro, e perché si è
rivelata inadeguata la valutazione della professionalità dei
magistrati, operata soltanto in virtù di benemerenze anagrafiche.
Orbene, se potevamo e possiamo rivendicare, con orgoglio, che la
stragrande maggioranza dei magistrati ha sempre saputo non
confondere le proprie funzioni, le proprie scelte decisionali e
le proprie iniziative con i vantaggi che la politica ne poteva
trarre, altrettanto certo è che non sempre abbiamo saputo
sanzionare adeguatamente e tempestivamente i censurabili
comportamenti di chi, assumendo spregiudicate iniziative
rivelatesi illegittime o comunque prive di qualsiasi fondamento,
e, talvolta offrendosi anche alla pubblica opinione, con i
suoi interventi mediatici, è apparso come il privilegiato o
esclusivo depositario della verità, ed ha finito per offrire
della magistratura un’immagine diversa da quella reale.
Io sono fortemente convinto che il protagonismo non solo
calpesta la discrezione, ma finisce anche per offendere
l’obbiettività, perché il narcisismo esibizionista è di per sé
indice di scarsa imparzialità, di scarso equilibrio, di scarsa
saggezza, e di scarsa professionalità. Ciònonostante
continuo a credere che questa riforma non sia in grado di
accrescere l’indipendenza della magistratura: mi rassicura la
convinzione che ho maturato nella mia lunga e variegata
esperienza professionale, e cioè che l’indipendenza del
giudice è indissociabile dalla sua funzione, è una qualità
personale, al pari dell’onestà morale ed intellettuale, è una
nostra gelosa ricchezza, che nessuno ci potrà sottrarre, se
soltanto noi vorremo e sapremo conservarla.
Altrettanto certo è che né il Paese, né la stessa magistratura
può più approvare la verifica della professionalità con i
criteri sinora utilizzati, perché quei criteri hanno avuto il
pregio di aver giudicato tutti astrattamente idonei alle
funzioni superiori, e, non sempre neppure abbiamo saputo
liberarci da condizionamenti correntizi che mal si conciliano
con l’indipendenza e l’autonomia della magistratura e, ancor
più, con l’immagine che di questa deve avere l’opinione
pubblica.
Il
pluralismo è una ricchezza del nostro autogoverno, ma esso
fallisce il suo compito nel momento in cui alla virtù
dell’obbiettività si sostituisce la solidarietà ideologica.
Sono altrettanto certo che questa riforma pregiudicherà
l’efficienza della magistratura: è sufficiente pensare al
sistema dei concorsi per rendersi conto delle dimensioni del
pregiudizio che subiranno tutti gli uffici giudiziari; chi dovrà
partecipare e chi dovrà far parte delle commissioni esaminatrici
non potrà certamente offrire tutta la sua disponibilità
all’amministrazione della giustizia.
E
farei violenza alla mia coscienza se non ricordassi in questa
sede che il miglior giudice, quello di cui la società ha
sempre auspicato di poter disporre, è quello la cui cultura è
illuminata dal buon senso, dalla disponibilità all’ascolto,
dalla professionalità non disgiunta dal coraggio e dalla volontà
di lavorare al servizio dei cittadini, tutte doti e qualità
che si dovrebbero poter verificare nel concreto esercizio delle
rispettive funzioni, e non già soltanto attraverso la
ricognizione di una preparazione teorica, che può essere
limitata negli angusti confini di una esasperata
specializzazione.
* * *
omissis….
Conclusioni
Se
tutto questo rafforza il nostro impegno e ci dà una ragione in
più per nutrire fiducia nell’avvenire, dobbiamo riconoscere
con umiltà che oggi la magistratura, a causa dell’inadeguatezza
dell’amministrazione della giustizia più non gode dell’antico
prestigio, quello che era il prestigio della casta: e del
resto, in qualsiasi democrazia il prestigio non è più
correlato all’esercizio di una funzione, ma al modo con il quale
questa si esercita. La magistratura potrà recuperare ed
accrescere ad un tempo il prestigio perduto se tutti insieme,
con la nostra attività, sapremo essere sempre fedeli
interpreti della legge e garanti della sua osservanza.
Dobbiamo altresì, nell’irrinunciabile difesa della nostra
indipendenza, essere consapevoli che questa difesa non può
prescindere dall’arricchimento della nostra professionalità:
l’ignoranza apre la porta all’errore ma spalanca anche la
finestra alla cieca obbedienza ad ogni possibile sollecitazione
verso soluzioni che possono offendere la giustizia e la
legalità.
Un grande giurista romano, nel 44 a.c., parlando della sua
esperienza professionale, rivelava di essersi più volte
<appellato alla fortuna> perché non gli capitasse di difendere
un innocente dinanzi ad un giudice corrotto, e di aver <invocato
addirittura l’aiuto degli dei> perché non gli accadesse di
incontrare un giudice ignorante, perché, egli scriveva, <dalla
corruzione ci si può difendere, dall’ignoranza mai>.
Ma
se l’arricchimento professionale è sempre stato necessario, oggi
lo è ancor più di ieri, nel quadro di una visione moderna della
giustizia, aperta al confronto ed alla ricezione dei principi
elaborati dalle istituzioni europee. E se può essere dannoso
smantellare la formazione decentrata che ha assolto egregiamente
i suoi compiti, correlando la ricchezza dei suoi interventi al
contesto ambientale nel quale la magistratura deve operare,
risultati ancora più favorevoli potranno essere conseguiti se la
tanto auspicata scuola permanente per tutti i magistrati potrà
avere concreta ed adeguata attuazione, perché se pur molto
apprezzabile è stato lo sforzo compiuto, soprattutto in questi
ultimi tre anni, dal Consiglio Superiore della Magistratura
nell’ambito della formazione, a questa non ha certamente giovato
la mutevolezza dei programmi, dei metodi di lavoro, e dei
docenti, e, soprattutto, la volontaria adesione dei partecipanti
e la mancanza di ogni verifica sui risultati conseguiti.
Sono questi i motivi che m’inducono ad essere fiducioso sui
risultati che si potranno realizzare attraverso l’istituenda
scuola: non si tratta di immaginare un unico, indifferenziato
modello di magistrato, né tanto meno di favorire il conformismo
interpretativo, anche se la società preferisce certezze alla
convulsa sovrapposizione delle novità, novità che talvolta sono
frutto del protagonismo, ma di sottoporre tutti,
periodicamente, ad una concreta verifica della nostra
professionalità e soprattutto di creare le condizioni perché
l’aggiornamento professionale avvenga e si possa avvalere del
contributo di un qualificato corpo docente, rispettoso di un
organico programma.
omissis….
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