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Dal "Giornale di Brescia" del 6 luglio 2007.
Depositate le motivazioni con
le quali il Tribunale lo scorso 6 aprile ha
assolto sei maestre e un bidello dell’asilo
Sorelli e un curato
Pedofilia: «Nessun abuso,
contagio tra genitori»
Per i giudici: dichiarazioni
inattendibili, riscontri medico legali
inconcludenti
e nessuna anomalia a scuola
«I fatti non sussistono». Lo aveva detto
il 6 aprile scorso il presidente della seconda
sezione penale del Tribunale. Lo ha ribadito
nelle ultime righe delle 538 pagine di
motivazione il giudice estensore di quel
collegio. Dentro e fuori dall’asilo Sorelli, tra
il 2002 e il 2003, non è stato commesso alcun
abuso. Le sei maestre, il bidello e il
curato della parrocchia del Carmine sono
innocenti. I 23 bambini finiti, loro malgrado,
al centro dell’inchiesta non sono vittime di
pedofili.
Dopo aver analizzato le imputazioni e il
contesto della vicenda processuale, le
dichiarazioni dei minori coinvolti nella vicenda
e le testimonianze dei genitori; aver esaminato
le perizie psicologiche e gli accertamenti
medico legali cui furono sottoposti i piccoli,
il presidente Francesco Maddalo, e i giudici a
latere Luca Tringali e Antonio Minervini, hanno
passato, seguendo la concatenazione temporale
con la quale si sono succedute le diverse
denunce, le singole posizioni: bambino per
bambino. Poi tratto «conclusioni di segno
assolutorio per tutti gli imputati - scrive il
giudice estensore - dato che il processo ha
rivelato l’intrinseca inaffidabilità delle fonti
poste a fondamento delle accuse e ha fornito
riscontri equivoci, alquanto deboli e
contrastati da elementi di segno negativo».
I giudici partono dalle dichiarazioni dei
bambini. Sottolineano la necessità di non
soffermarsi a quelle raccolte nel corso dei
diversi incidenti probatori, ma di valutarle
nella loro genesi, senza tralasciare le
modalità delle interrogazioni alle quali sono
stati sottoposti da genitori, parenti o altri
soggetti e le rivelazioni che da questi hanno
appreso. Quest’ultimo punto per Maddalo,
Tringali e Minervini è «problematico». «Al
momento dell’approccio con il bimbo - scrive il
giudice, riferendosi ai genitori - questi sono
emotivamente coinvolti e spinti da timori ed
ansia di conoscenza che possono determinare
l’insorgenza di meccanismi di pressione e
suggestione, ma anche favorire la rielaborazione
in chiave soggettiva dei contenuti che i bambini
hanno appreso».
Ad incidere sull’attendibilità delle
dichiarazioni dei bimbi, secondo il collegio,
anche l’atteggiamento investigativo dei
genitori. Che si sono incontrati spesso e
«comprensibilmente allarmati dal diffondersi di
notizie circa i presunti abusi - scrive Tringali
- si sono di fatto sostituiti agli organi
inquirenti sottoponendo in molti i casi i figli
a serrati interrogatori, condotti con
metodologie inappropriate e in un contesto
emotivamente connotato». Papà e mamme oltre
a condividere una paura comune si «sono formati
una verità collettiva circa la realtà dei fatti
di abuso, la cui origine remota può essere
individuata nella conoscenza da parte di una
mamma della vicenda dell’asilo Abba (già al
centro di in un’inchiesta per presunti abusi,
ndr) e nelle stravaganti affermazioni della
figlia». Una «verità» che sedimenta nelle
riunioni tra genitori e che viene alimentata
dalla «convinzione espressa da alcuni nel corso
di quegli incontri, e dai consigli, spesso
impropri, circa le modalità con le quali
"far parlare" i bambini».
Incontri animati da leader (uno in
particolare) e a senso unico. I giudici
sottolineano, a questo proposito, l’episodio
della mamma «rea di aver espresso i suoi dubbi e
per questo tacciata persino di essere una spia».
Nelle conclusioni il collegio fa propria la
teoria della «colonizzazione mentale» espressa
in aula dal consulente del pm. Una forma di
contagio «capace di determinare una
progressiva credenza tra gli adulti e di
alterare il loro approccio nei confronti dei
figli». Con i quali mamme e papà si sono
rapportati «solo dopo essersi convinti
pienamente della realtà dei fatti di abuso,
interrogandoli in un contesto tutt’altro che
asettico e rivolgendo loro domande pressanti o
suggestive».
Del condizionamento dei piccoli c’è altra
traccia nella sentenza, laddove i giudici
parlano delle loro testimonianze raccolte nel
corso degli incidenti probatori. «Il fatto che
alcuni bambini abbiano riprodotto il nucleo dei
racconti riferiti ai genitori anche nel corso
dell’incidente probatorio non ha rilievo. Da un
lato la compromissione della loro spontaneità
può aver determinato la formazione di falsi
ricordi; dall’altro sono emersi segnali di
contaminazione induttiva anche nel corso delle
audizioni svolte anche mediante domande
altamente suggestive, peraltro corredate
dell’intimazione a "dire la verità" rivolta ai
piccoli dal giudice, di fronte a negazioni non
ritenute credibili».
Quanto ai «comportamenti anomali» dei bambini il
collegio ritiene che lo stato delle «conoscenze
in materia psicologica non consenta di
stabilire nessi adeguati tra manifestazioni di
disagio e trauma sessuale», quanto invece alle
risultanze delle consulenze medico legali
sottolinea come «le poche circostanze
all’apparenza significative sono risultate, ad
un attento esame, tutt’altro che univocamente
concludenti, sicché non possono essere tenute in
considerazione».
Oltre a riscontri inconcludenti e a
dichiarazioni inattendibili, a portare i giudici
ad escludere la sussistenza degli abusi e la
«plausibilità della vicenda processuale» c’è
anche la circostanza che nell’anno scolastico
2002-2003 il Sorelli è stato sottoposto a
diversi controlli e ha visto avvicendarsi
supplenti e personale esterno alla scuola che
«oltre a non segnalare alcuna anomalia nel
comportamento di bambini e maestre - scrive il
giudice - hanno dato conto di modalità di
svolgimento di vita dell’asilo in base alla
quale appare assai arduo immaginare che gruppi
di piccoli allievi potessero essere condotti
fuori dall’istituto o che adulti potessero farvi
ingresso indisturbati». Il penultimo
riferimento è poi all’assenza di anomalie nelle
intercettazioni degli indagati, nè prima, nè
dopo l’esplosione della vicenda. L’ultimo invece
è alla presenza di «rassicuranti elementi
di conforto degli elementi difensivi»,
motivo in più per dire: «Nessun abuso, nessun
colpevole».
Pierpaolo Prati
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