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Pubblichiamo in queste pagine motivazioni del cosiddetto processo “Sorelli”.

 

Il dispositivo della sentenza, letto in aula il 6 aprile 2007, assolve tutti gli imputati con formula piena (ovvero, in base all’art. 530 c.p.p., “perché i fatti non sussistono”).

 

Le motivazione della sentenza sono state depositate nei primi giorni di luglio 2007.

 

Questa sentenza, che abbiamo analizzato a fondo, si pone come un sicuro riferimento per chi voglia affrontare questo tipo di processi in modo corretto e moderno, ed è destinata a fare giurisprudenza.

Il contenuto è estremamente analitico, referenziato, equilibrato, solido ed esaustivo.

Affronta tutti gli aspetti della vicenda senza lasciarne alcuno in sospeso e ricostruisce in modo magistrale ciò che è avvenuto (o meglio, ciò che non è avvenuto) nel contesto della scuola materna Sorelli.

 

La sentenza, composta da 538 pagine, si articola in 4 parti distinte:

 

Parte 1: "Aspetti generali"

Parte 2: "Esame delle singole posizioni"

Parte 3: "Profili di valutazione complessiva e ricadute sul reato associativo"

Parte 4: "Considerazioni conclusive"

 

(Eventuali refusi o errori di battitura sono dovuti al processo di conversione da cartaceo a digitale)

  

Consigliamo di leggere attentamente anche le numerose note a piè di pagina, in modo particolare quelle che riportano i brani tratti dal dibattimento riguardanti le deposizioni dei testimoni e le analisi dei consulenti tecnici.

 

INDICE
Aspetti generali
Esame delle singole posizioni

Profili di valutazione complessiva e ricadute sul reato associativo

Considerazioni conclusive
 

 

Dal "Giornale di Brescia" del 6 luglio 2007.

 

Depositate le motivazioni con le quali il Tribunale lo scorso 6 aprile ha assolto sei maestre e un bidello dell’asilo Sorelli e un curato
Pedofilia: «Nessun abuso,

contagio tra genitori»


Per i giudici: dichiarazioni inattendibili, riscontri medico legali inconcludenti

e nessuna anomalia a scuola



«I fatti non sussistono». Lo aveva detto il 6 aprile scorso il presidente della seconda sezione penale del Tribunale. Lo ha ribadito nelle ultime righe delle 538 pagine di motivazione il giudice estensore di quel collegio. Dentro e fuori dall’asilo Sorelli, tra il 2002 e il 2003, non è stato commesso alcun abuso. Le sei maestre, il bidello e il curato della parrocchia del Carmine sono innocenti. I 23 bambini finiti, loro malgrado, al centro dell’inchiesta non sono vittime di pedofili.


Dopo aver analizzato le imputazioni e il contesto della vicenda processuale, le dichiarazioni dei minori coinvolti nella vicenda e le testimonianze dei genitori; aver esaminato le perizie psicologiche e gli accertamenti medico legali cui furono sottoposti i piccoli, il presidente Francesco Maddalo, e i giudici a latere Luca Tringali e Antonio Minervini, hanno passato, seguendo la concatenazione temporale con la quale si sono succedute le diverse denunce, le singole posizioni: bambino per bambino. Poi tratto «conclusioni di segno assolutorio per tutti gli imputati - scrive il giudice estensore - dato che il processo ha rivelato l’intrinseca inaffidabilità delle fonti poste a fondamento delle accuse e ha fornito riscontri equivoci, alquanto deboli e contrastati da elementi di segno negativo».


I giudici partono dalle dichiarazioni dei bambini. Sottolineano la necessità di non soffermarsi a quelle raccolte nel corso dei diversi incidenti probatori, ma di valutarle nella loro genesi, senza tralasciare le modalità delle interrogazioni alle quali sono stati sottoposti da genitori, parenti o altri soggetti e le rivelazioni che da questi hanno appreso. Quest’ultimo punto per Maddalo, Tringali e Minervini è «problematico». «Al momento dell’approccio con il bimbo - scrive il giudice, riferendosi ai genitori - questi sono emotivamente coinvolti e spinti da timori ed ansia di conoscenza che possono determinare l’insorgenza di meccanismi di pressione e suggestione, ma anche favorire la rielaborazione in chiave soggettiva dei contenuti che i bambini hanno appreso».


Ad incidere sull’attendibilità delle dichiarazioni dei bimbi, secondo il collegio, anche l’atteggiamento investigativo dei genitori. Che si sono incontrati spesso e «comprensibilmente allarmati dal diffondersi di notizie circa i presunti abusi - scrive Tringali - si sono di fatto sostituiti agli organi inquirenti sottoponendo in molti i casi i figli a serrati interrogatori, condotti con metodologie inappropriate e in un contesto emotivamente connotato». Papà e mamme oltre a condividere una paura comune si «sono formati una verità collettiva circa la realtà dei fatti di abuso, la cui origine remota può essere individuata nella conoscenza da parte di una mamma della vicenda dell’asilo Abba (già al centro di in un’inchiesta per presunti abusi, ndr) e nelle stravaganti affermazioni della figlia». Una «verità» che sedimenta nelle riunioni tra genitori e che viene alimentata dalla «convinzione espressa da alcuni nel corso di quegli incontri, e dai consigli, spesso impropri, circa le modalità con le quali "far parlare" i bambini».


Incontri animati da leader (uno in particolare) e a senso unico. I giudici sottolineano, a questo proposito, l’episodio della mamma «rea di aver espresso i suoi dubbi e per questo tacciata persino di essere una spia». Nelle conclusioni il collegio fa propria la teoria della «colonizzazione mentale» espressa in aula dal consulente del pm. Una forma di contagio «capace di determinare una progressiva credenza tra gli adulti e di alterare il loro approccio nei confronti dei figli». Con i quali mamme e papà si sono rapportati «solo dopo essersi convinti pienamente della realtà dei fatti di abuso, interrogandoli in un contesto tutt’altro che asettico e rivolgendo loro domande pressanti o suggestive».


Del condizionamento dei piccoli c’è altra traccia nella sentenza, laddove i giudici parlano delle loro testimonianze raccolte nel corso degli incidenti probatori. «Il fatto che alcuni bambini abbiano riprodotto il nucleo dei racconti riferiti ai genitori anche nel corso dell’incidente probatorio non ha rilievo. Da un lato la compromissione della loro spontaneità può aver determinato la formazione di falsi ricordi; dall’altro sono emersi segnali di contaminazione induttiva anche nel corso delle audizioni svolte anche mediante domande altamente suggestive, peraltro corredate dell’intimazione a "dire la verità" rivolta ai piccoli dal giudice, di fronte a negazioni non ritenute credibili».


Quanto ai «comportamenti anomali» dei bambini il collegio ritiene che lo stato delle «conoscenze in materia psicologica non consenta di stabilire nessi adeguati tra manifestazioni di disagio e trauma sessuale», quanto invece alle risultanze delle consulenze medico legali sottolinea come «le poche circostanze all’apparenza significative sono risultate, ad un attento esame, tutt’altro che univocamente concludenti, sicché non possono essere tenute in considerazione».


Oltre a riscontri inconcludenti e a dichiarazioni inattendibili, a portare i giudici ad escludere la sussistenza degli abusi e la «plausibilità della vicenda processuale» c’è anche la circostanza che nell’anno scolastico 2002-2003 il Sorelli è stato sottoposto a diversi controlli e ha visto avvicendarsi supplenti e personale esterno alla scuola che «oltre a non segnalare alcuna anomalia nel comportamento di bambini e maestre - scrive il giudice - hanno dato conto di modalità di svolgimento di vita dell’asilo in base alla quale appare assai arduo immaginare che gruppi di piccoli allievi potessero essere condotti fuori dall’istituto o che adulti potessero farvi ingresso indisturbati». Il penultimo riferimento è poi all’assenza di anomalie nelle intercettazioni degli indagati, nè prima, nè dopo l’esplosione della vicenda. L’ultimo invece è alla presenza di «rassicuranti elementi di conforto degli elementi difensivi», motivo in più per dire: «Nessun abuso, nessun colpevole».


Pierpaolo Prati
 

Da "Bresciaoggi" del 6 luglio 2007

MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA. Lo scorso 6 aprile i giudici hanno assolto le sei maestre, il bidello e il sacerdote accusati di abusi su 23 bambini della materna Sorelli

Pedofilia, il tribunale:
«Suggestione collettiva»

di Wilma Petenzi


«Colonizzazione mentale», «inaffidabilità delle fonti orali su cui si fondano le accuse», «riscontri equivoci», «inquinamento delle dichiarazioni dei bambini», «carenze investigative», «narrazioni non attendibili» e argomentazioni del pm «fondate su giudizi probabilistici». Così il tribunale motiva l’assoluzione del 6 aprile scorso di sei maestre, un bidello e un sacerdote a processo con l’accusa di abusi sessuali su 23 bambini che seguivano a scuola, alla materna Sorelli. La motivazione dell’assoluzione per insussistenza del fatto è articolata in 538 pagine. Per il tribunale, in sostanza, nella scuola materna del centro storico non ci furono abusi. Una sentenza destinata a fare scuola.

La convinzione del tribunale (presidente Francesco Maddalo, nel collegio Minervini e Tringali) è articolata in più di cinquecento pagine con ben sei pagine di sommario. I giudici, dopo aver analizzato gli aspetti generali, e le fonti di prova, le dichiarazioni dei bambini e le testimonianze dei genitori, oltre alle perizie psicologiche e gli accertamenti medico-legali, passa all’esame delle singole posizioni, analizzando i racconti e il contesto familiare dei 23 bambini. Per arrivare alle conclusioni che prendono avvio con una vera e propria bordata all’accusa: «S’impongono - scrivono i giudici -, nei confronti di tutti gli imputati, conclusioni di segno assolutorio, atteso che il complesso delle risultanze dibattimentali rivela l’intrinseca inaffidabilità delle fonti orali poste a fondamento delle accuse e fornisce riscontri talora equivoci, talora alquanto deboli e contrastati da elementi di segno negativo».

Per i giudici, in sostanza, non sono state portate in aula prove sufficienti, ma solo i racconti dei bambini. «E la valutazione del portato dei bambini - scrivono i giudici - è stata ulteriormente complicata dalle reciproche interrelazioni intercorse tra i genitori che, comprensibilmente allarmati dal diffondersi di notizie circa i presunti abusi, si sono di fatto sostituiti agli organi inquirenti, sottoponendo in molti casi i figli a serrati interrogatori, condotti con metodologie inappropriate e in un contesto emotivamente connotato». Per i giudici il dibattimento ha evidenziato «la formazione e la condivisione, fra i genitori dei bambini coinvolti nel processo, di una verità collettiva». Una verità «pervasiva» anche perchè «ulteriormente stimolata dal ruolo di leadership assunto da alcuni partecipanti».

Nella motivazione i giudici fanno riferimento al fatto che con una figura di riferimento è possibile che si verifichi un fenomeno di «colonizzazione mentale» suscettibile «di determinare una progressiva diffusione della credenza tra gli adulti e di alterare il loro approccio nei confronti dei figli». In sostanza i genitori si sarebbero convinti a vicenda con il risultato che i «genitori hanno avvicinato i figli dopo essersi calati nel contesto delle riunioni ed essersi convinti pienamente della realtà dei fatti di abuso, interrogandoli in un contesto tutt’altro che asettico e rivolgendo loro domande pressanti e suggestive». I giudici evidenziano che anche in sede d’esame le domande erano suggestive, «persino corredate da intimazione a "dire la verità", rivolta ai piccoli dal giudice.