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Tribunale di Milano, processo contro VM, accusato di aver violentato la figlioletta di quasi quattro anni. Lo dice il P.M. Pietro Forno. A cui è subentrata Tiziana Siciliano, chiedendo e ottenendo l’assoluzione dell’imputato. 1600 giorni di perizie mediche e d’interrogatori alla bimba e alla madre, signora C, costretta a denunciare il consorte da Fanny Marchese, assistente sociale del Centro del Bambino Maltrattato di Milano, a cui la presunta piccola vittima aveva parlato del pene del padre. Requisitoria pronunciata il 21 dicembre 2000 dal P.M. Siciliano (Proc. Pen. N. 2790/00).

 

REQUISITORIA

Pubblico Ministero dr.ssa Tiziana Siciliano

Pronunciata nel dicembre 2000

 

 

Ai piccoli le cui urla hanno fatto sanguinare

le nostre coscienze e a coloro il cui grido  si

è spento nel silenzio perché il prezzo dell'in-

fanzia non sia solo un pugno di soldi.

N. Bressan: Sulla loro pelle

 

 

“Il testo è stato riprodotto, senza ritocchi, conservandone l’immediatezza emotiva del momento in cui fu esposto”.

 

 

Viene data la parola al Pubblico Ministero.
P.M. – Ho la certezza che sarò nella mia requisitoria particolarmente breve, anche se voglio spendere in una maniera assolutamente inconsueta solo due parole, facendo una cosa che normalmente un
P.M. non fa all’inizio di una sua requisitoria. Ma ringrazio il Tribunale di aver impresso a questo processo un ritmo così serrato, permettendo di arrivare alla conclusione in soli due mesi, che con il carico di lavoro che tutti abbiamo, e che il Tribunale ha, è sicuramente un tempo record, data anche la complessità del procedimento trattato.

Questo ringraziamento, e questo apprezzamento ovviamente, è soprattutto motivato dal fatto che questo Pubblico Ministero si è trovato dibattuto fino all’ultimo minuto, operando poi la scelta di fare un’esposizione introduttiva con il grosso dubbio di chiedere una sentenza pre-dibattimentale di assoluzione. Per essere evidente, sulla scorta delle risultanze del fascicolo del Pubblico Ministero, che non vi erano elementi sufficienti a sostegno dell’Accusa. Non è certo stata una sorta di vigliaccheria o di forma di protezionismo rispetto ovviamente a una certa infamia che sarebbe ricaduta su chi aveva sino a questo punto condotto le indagini e deciso per questa scelta processuale, perché il nostro lavoro ci abitua che ci assumiamo ampiamente la responsabilità delle nostre azioni, ma una considerazione in termini di umanità. Nel senso che non riuscivo a capacitarmi del fatto che solo io non fossi capace di vedere, di leggere nelle carte processuali quello che era evidentissimo per chi aveva trattato il fascicolo prima di me e che aveva portato al rinvio a giudizio. Quindi doveva essere per forza una carenza mia, sicuramente motivata dal fatto che non avendo avuto una possibilità di verifica diretta, di percezione diretta delle testimonianze e di tutto quello che ha costituito la sedimentazione istruttoria, non avendo avuto la capacità di cogliere esattamente la portata accusatoria. E quindi ben ha colto e scelta come strada, senza operare nessuna richiesta pre dibattimentale, quella del dibattimento dell’istruttoria dibattimentale: luogo dove, non solo perché lo dice il Codice, si forma la prova, ma anche dove in una situazione di ampia collegialità avremmo avuto tutti la possibilità di verificare quello che era oggetto del capo di imputazione.
Capo di imputazione che, devo dire, si presenta a una prima lettura, sotto un profilo probatorio, un capo di imputazione piuttosto semplice. Nel senso che sono contestati al signor V. M. non solo dei fatti di grande specificità, e questo come tutti i capi d’imputazione che non vogliono essere sanzionati con accuse di nullità; ma soprattutto, indipendentemente dall’età della bambina o anche in relazione a questa, dei fatti che necessariamente potevano trovare un riscontro probatorio piuttosto agevole. Andiamo a valutare esattamente qual è il perimetro che ci fornisce il capo di imputazione, e che è quello l’unico entro cui dobbiamo muoverci.
Al Signor V. M. sono contestati nel capo A una serie di abusi sessuali effettuati attraverso toccamenti del proprio pene nei confronti della figlia. Una seconda parte del capo di imputazione ci indica, invece, quella che nella vecchia formulazione era una violenza consumata attraverso un rapporto orale profondo. Perché il capo di imputazione ci dice: penetrazione del pene nella bocca fino alla gola. Con delle aggravanti. Le aggravanti non sto a elencarle, però alcune sono date dal semplice certificato anagrafico della bambina. Un’altra, però, interessante sotto il profilo probatorio, è di aver agito con crudeltà in relazione all’evidente componente sadica di alcuni episodi descritti della minore.
Il capo B è un più generico capo di maltrattamenti: vessazioni psicologiche quali in particolare – ci fa ritenere tra le altre – l’invito a mantenere il segreto dei fatti subiti, con ciò creando nella bambina penose condizioni di vita.
Nell’efferatezza di questi comportamenti si può cogliere, per un pubblico ministero che non ha seguito l’indagine, comunque una sorta di indicazioni molto precise su che cosa andare a cercare.
E allora ricostruiamo attraverso la verità processuale, l’unica per noi accessibile, quella che ricaviamo dalle carte, dalle testimonianze, quella che è stato lo sviluppo – nell’ottica delle accuse poi concretatesi nel capo di imputazione – della vicenda di I.
Nell’agosto del 1996 la piccola I. che ha tre anni e un mese – tre anni e un mese, cioè un’età al di sotto della quale non la prendono neanche all’asilo, non ha nemmeno la maturità per andare in una scuola materna – la piccola I. colpisce, turba la madre con un turpiloquio che non fa parte assolutamente delle abitudini ne della bambina ne della famiglia. Che, nella descrizione che emerge dalle persone che abbiano sentito che ci hanno narrato, si presenta come una famiglia semplice e tutto sommato contraddistinta da una certa pudicizia. Queste espressioni in particolar modo sono due parole volgari “culo” “pisello”.
La madre, – io anticipo – persona nei confronti della quale nutro una grande simpatia, dettata soprattutto dalla stima umana per la capacità che ha dimostrato in quattro anni di inenarrabili sofferenze di reggere, e comunque in un marasma assoluto che l’ha travolta, di mantenere quell’unico faro, che era l’amore e la protezione verso la figlia. Che le ha permesso in una qualche misura di passare un po’ sopra tutto, accettando situazioni che in chiunque avrebbero creato una grandissima confusione, ma facendo mantenere quella lucidità, alla fine il suo fine era quello e quindi riuscire ad andare avanti. La madre con una reazione che forse se noi prendiamo i libri di pedagogia non è certo quella forse più confacente ai criteri educazionali attuali, rimane turbata e alla prima reazione – ma, signori, non hanno fatto tutti quanti le facoltà psicopedagogiche prima di rimanere incinte – cosa fa ? Sgrida la bambina. Vorrei una lira, cioè un soldino per ogni mamma che non ha sgridato un figlio che diceva le parolacce. Il fatto è così frequente che mi sono presa la briga di andare a spolverare nella mia biblioteca; prima di crescere i miei figli mi ero addottorata sulla letteratura “come crescere i bambini”. Ho trovato diversi libri sull’infanzia, sui rapporti genitori-figli, eccetera, che dedicano capitoli alle parolacce dei bambini, alle quali si danno molteplici significati: voglia di attrarre l’attenzione, inizio del conflitto, eccetera, eccetera. E quasi sempre queste parolacce vengono datate proprio nell’età che aveva I.. Gli autori suggeriscono anche diversi criteri comportamentali, personalmente si può andare dal “ ti do una sberla se lo dici un’altra volta” al “faccio finta di niente”. – In verità la verità non l’ha in tasca nessuno, e poi con i figli ognuno...–
Di certo la signora ci dice una cosa importante nella sua deposizione: “La prima volta l’ho sgridata, ho detto che una bambina per bene non dice queste cose”. Esaminiamo questo piccolo elemento. Mi soffermo solo su questo aspetto, di tutta la fase istruttoria, con un po’ più di approfondimento, perché – credo che possiamo anticiparlo – dal resto dell’attività istruttoria non emerge niente altro. Quindi l’intero impianto accusatorio si basa sulle dichiarazione della bambina, e quindi a questo dobbiamo necessariamente riferirci con particolare attenzione. Allora inseriamo queste parolacce, perché in una prima fase sono solo delle parolacce, “culo” “pisello”, parolacce che turbano la madre; e che manifesta questo turbamento, “mi ha dato fastidio, mi sembra incongruo che una bambina così piccola...”. Che da certe boccucce possano uscire certi turpiloqui, effettivamente è una cosa che sopraffà, è un po’ troppo. “L’ho sgridata e le ho detto una bambina per bene non lo fa”. Ma I. che bambina è nel momento in cui pronuncia queste parole? Che sicuramente, che capisco perfettamente abbiano l’effettodi turbare. È la seconda figlia, splendida, gioiosa, intelligente, sicuramente con un sviluppo intellettuale che manifesta con un eloquio superiore a quello normale per un bambino della sua età. Tra l’altro vive in una portineria, pensiamo personaggi adulti “come stai piccinina?”, si confronta. E che ha dovuto diventare grande perché in un certo senso la mamma, che pure la adora, ha dovuto occuparsi di un figlio piccolo e che rimarrà piccolo per sempre: un bambino tetraplegico che diventerà un adulto tetraplegico, per cui non c’è nessuna speranza di modificazione e miglioramento del suo stato, e che richiede cure costanti, totalizzanti. E I. seppur la più piccola, ha dovuto accantonarsi in un attimo, trovando conforto e spazio maggiore in un rapporto privilegiato con il padre. Padre che sicuramente non può non aver visto in I. una compensazione delle grandi sofferenze. Hai un dolore immenso, ti capita una gioia straordinaria. Io credo che qualsiasi essere umano lo veda come una sorta di riscatto di una vita d’inferno, di inferno attuale e futuro, e lo vede lì: è biondo, è gioioso, è felice, è intelligente. È sano. Si crea questo rapporto da cui in fondo la madre, che non ha mai detto “ero invidiosa”, ma come se fosse stata privata di un suo diritto naturale. Ci sono anni in cui il rapporto madre-figlio o madre-figlia, ovviamente, ha una caratteristica di assoluto privilegio, e purtroppo questa donna in parte ne è stata privata, dovendo delegare forse l’aspetto più gioioso del rapporto con la figlia al padre. E questa bambina meravigliosa, allegra, contenta, espansiva ... dice delle parolacce. Un neo, insomma. La madre non lascia cadere l’argomento ma ci ritorna. Noi non sappiamo e non sapremo mai esattamente quale è stato il tipo di comunicazione fra la madre ed I. Badate, non sto mettendo in dubbio nemmeno per un minuto la veridicità della deposizione della signora, che quando ci riferisce delle cose ci trasmette una grande convinzione. Ma quando parlo di comunicazione parlo di qualche cosa di più. Questa bambina che in fondo – deposizione della madre – era gelosa del fratello, che aveva bisogno di così tante cure, che era così toccato, così accudito dalla madre, in fondo in quel momento ha una grande attenzione da parte della mamma. Ha una grande attenzione perché dice delle cose che immediatamente la fanno diventare un centro d’interesse straordinario. Non solo nel momento in cui le dice, ma anche nei giorni successivi in cui la mamma torna sull’argomento, quindi manifestando per qualcosa che lei aveva detto o fatto un grande interesse. Suo. Unico. Esclusivo. Questo, secondo me, è un rapporto di comunicazione interessante, che non va sottovalutato. Non gioco al piccolo psicologo, e forse è una novità in questo processo perché mi sembra che abbiano giocato al piccolo psicologo veramente in tanti. Però delle valutazioni che sono di ordine logico comune, sulla base di una comune cultura anche psicologica, credo che possono essere introdotte anche da un semplice Pubblico Ministero.
La bambina ha una grande attenzione e, secondo una mia teoria che applico a tutti i bambini e a maggior ragione a I., i bambini sono piccoli ma non sono cretini. E che questa cosa sia interessante per un adulto lei lo percepisce immediatamente. Quindi che cosa dice I. l’abbiamo sentito dalla mamma. Che cosa, oltre alle domande che la madre ci riferisce, le abbia comunicato in più la madre in termini di ansia, di preoccupazione, di comunque interesse per qualche cosa che lei stava dicendo in quel momento, noi non siamo in grado di misurarlo però possiamo definirlo attraverso quello che ci dice la signora C. Dice: “ Sì, io ero preoccupata, gliene ho riparlato, l’ho reinterrogata”. Allora, se la bambina ha percepito che questa cosa è interessante, questo piccolo dato le si è sicuramente impresso nel cervello. Nella logica di una bambina non può esserci dubbio, è un sillogismo fin troppo semplice: che se io dico questa cosa l’adulto, persona di grande autorevolezza rispetto a me, si interessa, quindi questa è una cosa che se ridetta interessa gli adulti. Tant’è, cosa che non mi sembra di poco conto, I. non amplia mai quello che lei riferisce, ma mantiene inalterate quelle tre – quattro parole, sempre le stesse, per quelle pochissime volte che ovviamente le ha ripetute. La mamma con queste sorta di interrogazione...– ma, voglio dire, oltre al quadro generale di questa famiglia e a uno stato d’ansia sicuramente anche dato dalle penose condizioni psicologiche di questa famiglia, che ha un fardello molto grande da reggere sulle spalle – la madre io credo che avesse una preoccupazione in più. Non vado assolutamente a ripescare tutta una parte dell’istruttoria che personalmente non mi ha interessato affatto, ovvero le presunte, o vere, ipotesi di violenza. Per carità ! Sì, certo, può essere stato. Cioè, che il mondo sia cattivo lo sappiamo tutti, se per giunta qual mondo cattivo ti si rivolge anche personalmente contro, ma si può dire per chi ha subito una rapina, per chi ...Non so, possiamo dirlo per tutto quanto. Tra l’altro tutti episodi accaduti alla signora in età adulta, conseguentemente... insomma, lasciano il tempo che trovano sulla questione di incidere psicologicamente. Però non dimentichiamo che siamo anche in anni bui sotto un certo profilo per i genitori, perché tutti noi, la società intera è bombardata da questa nuova forma di perversione mentale che è l’ipotesi di pedofilia. Non apri un giorno senza che il giornale non ti riporti ai filmati televisivi che meriterebbero di indossare un giubbotto antiproiettile prima di vederli. Insomma, voglio dire, il problema pedofilia non è soltanto un problema da tecnici, che quindi lo potrebbero affrontare con le dovute cautela, ma diventa un problema generalizzato, una sorta di timore strisciante che ormai assale tutti noi genitori. Anche lì, ripeto, il livello culturale e di approfondimento può differenziarsi; però il timore, caspita, se ne parla tanto. Quanto è grande il fenomeno pedofili, quanto noi li possiamo incontrare, quando il mostro in famiglia? Sono problemi che sicuramente in una donna... io credo che questa preoccupazione, unitamente al fatto che la povera Signora C. non ha avuto una gran figura paterna di riferimento, cioè una figura che nel suo immaginario, nella sua costruzione di figura di sicurezza le abbia potuto dare forti basi. Il padre è un alcolista violento. Voglio dire, lei una figura di padre buono ha dovuto costruirsela attraverso i suoi figli, perché non riesce a pensare, non riesce a definire un buon papà che protegge. E in tutto ciò sicuramente piccole ansie, piccole paure si vanno a moltiplicare, agiscono l’una da cassa di risonanza nell’altra. Che cosa fa la signora C.? Fa una cosa, nella sua grande umiltà, molto mal vista dagli psicologi o sedicenti tali in seguito, ma fa una cosa bella. Ne fa due veramente belle. La prima, ne parla con il marito. Il quale, uomo più terra terra, dice “ma va là, i bambini dicono un sacco di stupidaggini”. Non cerca di dissuaderla, di depistarla, si limita a dire “ ma va là”. Ma lei non è convinta. “Caspita, queste cose le ha dette. Ma come una bambina piccola dice queste cose. Sì, è vero che a C. frequentava e giocava nel cortile con un bambino, maschio, più grande di lei. Ma, insomma, voglio dire ...”.
Torna alla carica, e questa volta io ritengo che ci sia stata una vera intervista della bambina, cioè con domande più precise, cui parzialmente fa riferimento. “Ma che pisello? Il pisello di chi?”. “Il pisello di papà”. Cioè, quella a tre anni di che piselli poteva parlare? Speriamo, insomma, se avesse parlato di altri forse avremmo altro processo e altro tipo di preoccupazioni. Il pisello di papà ha anche delle spiegazioni che vengono fornite: è entrata in bagno mentre faceva la doccia. In questa famiglia un po’ pudica la bambina entra in bagno da papà mentre fa la doccia e viene accompagnata fuori, poi si ferma alla porta con il ferma porta, perché non bisogna vedere. Non so. Va bene così, cioè con i figli bisogna essere spontanei, perché fare gli esibizionisti a tutti i costi se non ti senti a tuo agio. Va benissimo, i bambini percepiscono gli imbarazzi. Quindi se ti mando fuori comunque vuol dire che ti trasmetto il messaggio che io non voglio farmi vedere nudo, quindi c’è un’area che, nell’ottica della piccola costruzione di una mente e di una scala di valori di una bambina, sicuramente si incasella come cosa che non va fatta, cosa che non va detta.
La mamma non è così soddisfatta. Sì, è vero, i bambini dicono queste cose, ma il pisello di papà. E cosa faceva questo pisello di papà? “Mi toccava qui, qui, qui, qui”. Eh no, questo no, questo non può essere passato come ... queste sono precise indicazioni. Io voglio un’esperta, voglio qualcuno che mi dia una chiave di lettura rispetto a una cosa che io sento che non sono capace di leggere con sufficiente chiarezza perché sono sopraffatta dall’ansia.
La signora fa una splendida analisi di se stessa, cioè percepisce che lo stato d’ansia in cui si trova le potrebbe obnubilare la capacità di lettura chiara, di cose che forse ha ragione suo marito, non sono niente, però forse sono gravi. Con tutto quello che silegge sui giornali perché noi no? È come col cancro, ma perché deve sempre venire agli altri? La paura ce l’abbiamo tutti, noi chi siamo?
E allora? La sua è una famiglia semplice, non va dall’analista, cioè non siamo in un attico di New York, vado dall’analista tre volte alla settimana. È una famiglia che vive in una portineria, scelta dalla madre per potersi occupare, mentre guadagna lo stipendio, contestualmente del bambino. Lui fa il tassista, cosa porterà a casa? Cioè una famiglia che deve necessariamente rivolgersi a una struttura pubblica. E allora telefona a quelli del B. (?), che hanno già in cura il figlio, e chiede un’indicazione. Cioè quelli son dei dottori, sapranno queste cose. Quindi l’indicazione arriva dicendo: “Andate a parlare dagli psicologi di questo centro”, che non si sa cosa sia, ma comunque è un centro, viene indicato dal dottore, sarà un centro buono. E la signora prende un appuntamento e ci va, e lo dice al marito. Il quale mostra persino una certa soddisfazione della scelta: “bene, così finalmente ti togli il problema”. Mi sembra un atteggiamento... non lo so, che collaborazione avrebbe dovuto offrire in una cosa in cui lui non credeva? Un assenso? Cioè la moglie voleva farlo. E fatti anche questa. Insomma, ma che cosa vuoi? Ma fallo. Se ti rende più tranquilla e più sicura, ma vacci.
Qui la nostra – come dire?– il nostro ripercorrere le tappe ci porta invece in discesa. Io la chiamerei una discesa all’inferno. Però mi rendo conto che forse il tono così è un po’ enfatico, ma non cambio le parole. La signora va in questo centro, che si chiama (...), che potrebbe essere centro Benemeriti della Manovalanza, oppure Centro del Bambino Maltrattato. Ma comunque va bene, sarebbe andata comunque, aveva un’indicazione così precisa. E chiede una psicologa. Perché di questo ha bisogno, lei ha bisogno di qualcuno che traduca delle espressioni per lei incompressibili di una bambina, il cui quadro è di grande serenità e allegria. Insomma, inconcepibile con quel sospetto che alberga dentro di lei. E lì non trova degli psicologi perché la signora
M. dice che non ci sono. Ora, la signora M. dice unacosa falsa, perché ci sono. Ma la signora M. prende in carico la situazione.
Ora, io ho una difficoltà come Pubblico Ministero abituato a fare le indagini in un certo modo, proprio una difficoltà umana a trangugiare l’incontro tra la signora C. e la signora M.. Forse dottoressa. Signora, comunque signora va bene per tutte le stagioni. E la signora M. prima la fa parlare, non le dice esattamente che qualifica ha. Poi la signora dice: “ Ma io voglio una psicologa”. E questa sostanzialmente dice: “Ma vado bene io lo stesso”. La induce a parlare, la rassicura, le fa dire.... La signora che cosa dice? Quello che ha riferito qua: la bambina diceva parolacce, io l’ho interrogata e la bambina mi ha detto “il papà mi tocca con il pisello”. I fatti sono gravi – la signora – sono gravi, i fatti sono gravi certamente, certo. E comincia a darle delle precise indicazioni comportamentali: “Adesso lei va a casa, tace, non dice una parola, non faccia cenno di questo incontro, non dica niente a suo marito, come se niente fosse, stia all’occhio”. Salvo poi ricontattare la signora in un successivo contatto e farle presente che a questo punto, al di là di ogni minima – minima – verifica, non soltanto sulla portata delle dichiarazioni della bambina, ma nemmeno dell’esistenza delle dichiarazioni della bambina, la mette di fronte a quello che è un vero è proprio aut aut: “O denunci tu o denunciamo noi e ti portiamo via la bambina”.
Io lo potrei dire alla fine, ma lo dico adesso, io chiederò la trasmissione degli atti al mio Ufficio. Senza indicazione precisa perché questa sedicente Signora M. in verità non è mai stata identificata da nessuno, quindi che sia un nome di fantasia o un nome d’arte non lo sappiamo, probabilmente c’è. Perché vorrei, con maggior calma e maggior consapevolezza, che l’Ufficio della Procura della Repubblica valutasse attentamente se nei comportamenti posti in essere dalla Signora M. o da altri soggetti da lei indirizzati, o a cui lei poteva fare riferimento da parte del (...), non vi siano, o per la qualità del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, episodi di abuso in atti d’ufficio, o addirittura, se questa qualifica non c’è, non vi siano episodi di violenza privata. Quindi anticipo questa richiesta che formalizzerò dopo.
La signora non ha molte strade, perché si consulta con un avvocato del palazzo e quello dice “signora, stia attenta che è vera, guardi che è così che agiscono”. E allora che cosa fa? Fa quello che gli dicono. E a questo punto diventa una ossequiosa pedina nelle mani di chi è in grado di consigliarla: mani che diventano dieci, venti, trenta, cinquanta, poi si passano di mano. La signora C. ad un certo punto è consigliata dall’universo mondo, qualificato e non, sbatacchiata come un fusello. Ma, comunque, in questa prima fase, la parte più importante in tutti gli episodi di abuso, che avendo spesso un unico teste, che è anche la vittima, richiedono più di ogni altra cosa un’acquisizione di deposizione che sarà fondamentale per tutto il processo. La signora C. va in Questura, viene sentita ampiamente, la Questura prende atto, peraltro già informata dal (...) delle dichiarazioni della bambina, così come riportate dalla madre. Non ho ritrovato negli atti nessuna ricerca di ricostruzione contestuale, però le dichiarazioni ci sono. E una prima volta viene sentita la bimba, che non dice niente. Affidata l’indagine alla gentilissima Ispettrice F., che facendo quel mestiere ben da tre mesi, senza nessuna preparazione specifica. E poi sentita due volte il 20 ed il 24 di settembre, a distanza di quattro giorni, con delle interviste, o interrogatori, chiamiamoli interrogatori – il gioco delle forme – che quando ho preso in mano questo fascicolo ho ritenuto di far valutare senza narrare il caso, per non creare forme di condizionamento, al dott. P., psicologo della comunicazione. Chiedendogli solo: voglio sapere quale tipo di capacità di condizionamento può avere porre delle domande in questo modo.
Il dott. P. – del quale tralascio i commenti – mi ha portato, indicandomi una letteratura che in piccola parte sono andata a vedere (non sono un’esperta e non voglio nemmeno far finta di esserlo) mi ha indicato i punti più interessanti. Ovvero, quanto in queste interviste della bambina, in tutte le domande fatte alla bambina, vi fosse una presupposizione di risposta. Presupposizione imprescindibile: i fatti la Polizia li conosceva già, quindi sapeva cosa chiedere alla bambina. La bambina, invece, non sapeva che cosa le avrebbero chiesto, ma, come tutti i bambini, quando si pongono in relazione con l’adulto si domandano che cosa non è normale che un adulto instauri un argomento nuovo con un bambino, quindi il bambino è stupito e si chiede che cosa vuole sapere da me. Questo è un dato che mi sento di dare per pacifico. Allora in questo rapporto squilibrato fra l’adulto, figura autorevole, ed il piccolo che cerca di assecondare, cioè tu mi chiedi, io ti voglio assecondare quindi ti voglio dare una risposta e ti voglio dare la risposta che vuoi tu, se la domanda è già presupponente qualche cosa il bambino lo coglie e ti asseconda, ti darà la risposta che devi avere.
Sulle testimonianze del minore abusato è interessante Giuffrè, “Sulla testimonianza del minore vittima dell’abuso”, un testo Child Victim che ero riuscita a recuperare, poi ne ho fissato un altro. Adesso non sto facendo sfoggio di quanto ho studiato, ma molto più del solito. E comunque, mi sembra interessante un piccolo specchietto riassuntivo che trovo in questa relazione di una psicologa torinese, che fa un elenco di domande che non andrebbero mai fatte a maggior ragione diminuendo l’età della bambina. Tipo: che cosa è successo tra te e papà? Che cosa ti ha fatto papà? In che modo papà ti ha toccato? E via dicendo. Ne fa un lungo elenco, ma era soltanto un piccolo esempio. So che non dovrei dire queste cose a Voi perché siete una Sezione specializzata, ma conforta me ripeterle, mi sembra di fare con maggior dignità il mio lavoro.
Allora se noi andiamo, anche attraverso la frammentaria ricostruzione che ci ha dato l’Ispettore F., peraltro molto supportata da quelle domande che io e tutte le Parti hanno potuto fare, ci rendiamo conto che non una delle domande che sono state poste alla bambina non presupponesse una risposta. E se la bambina è intelligente due più due fa quattro: le domande presuppongono una risposta; che cosa è la risposta così interessante che gli adulti si interessano tutti a me? Gli è capitato una settimana prima di cogliere questo interesse. E cosa fa? Lo ripropone.
Fra le varie domande ce ne è una che mi ha colpito particolarmente, laddove la dottoressa D., più esperta dell’Ispettore F., instaura una sorte di drammatizzazione del fatto e dice: “ma dimmi dove ti ha toccato con il pisello”. Già, voglio dire, se fosse una domanda fatta al processo mi si dice di non farla perché è suggestiva. Ma, insomma, qui o qui, indicando con le mani la spalla, eccetera. E la bambina risponde, qui e qui. Questo è soltanto un piccolo esempio per dire quanto c’è di vero in quello che io espongo.
Quattro volte viene sentita la bambina: la prima volta non dice niente, la seconda e la terza fa affermazioni a parere di questo Pubblico Ministero molto guidate. E la quarta volta si chiude come una noce e non dice più una parola. Parola che non pronuncerà mai più. Mai più intervistata, psicoanalizzata, sottoposta a terapie, internata sentita da un
G.i.p. Mai più. Non pronuncerà più nessun riferimento che abbia un carattere sessuale.
Allora l’impianto accusatorio si regge su queste invece due dichiarazioni, di cui abbiamo verbale, sono negli atti processuali. È tutto lì. Carta straccia. Carta straccia, con dolore e con sgomento. Così come sono non sono utilizzabili. Il sistema in cui sono state raccolte è talmente privo delle caratteristiche che deve avere l’intervista a un bambino da non potere essere utilizzata. Cioè, non sto dicendo è vero non è vero. Questo è un processo penale, noi possiamo utilizzare delle prove legittime. Così non è stata registrata la conversazione della bambina, non è stata videoregistrata, non c’è stata nessuna forma di protezione. Abbiamo, da quello che ci riferisce l’ispettore F., un ispettore di fresca nomina e una vecchia lenza degli abusi sui minori – quindi che ne ha visti tantissimi, per carità! – che in una stanza della Questura – quindi il setting già... – in quindici minuti la prima volta, venti minuti la seconda volta, hanno acquisito dichiarazioni fondamentali.
Ora io, non so ... non ho parole. Nessuno può avere parole. Allora, abbiamo queste due dichiarazioni. Accantoniamole un attimo. Raccolte in maniera sbagliata, raccolte in maniera assolutamente... però ci sono e noi lì le abbiamo. Gli atti finiscono in Procura della Repubblica ed il collega che fa le indagini fa quello che si fa normalmente in questi casi, cioè da la consulenza alla dott.ssa M. Io non le darò mai una consulenza. Ma, voglio dire, diciamo che non ha dato la sensazione di essere particolarmente ferrata sull’argomento, possiamo così dire. E non perché l’impressione è stata veramente di una persona che si arrampicava sui vetri stamattina, e quello voglio dire l’emozione. Certo, una che fa 358 consulenze in nove anni magari, insomma, un po’ meno emozionata poteva essere. Però, certo, se non viene mai al dibattimento, poi ha cercato di fare anche in questo, probabilmente è più una neofita.
Ma, voglio dire, perché ha detto delle cose palesemente inesatte. Ma non perché lo dico io. Io non so neanche come è fatto un imene, il mio non l’ho mai visto, quello degli altri... non faccio questi processi. Ma perché vi è amplissima documentazione, fotografica questa volta, quindi qualche cosa che reggerà fino in Cassazione, che contraddice in una maniera così totale le dichiarazioni della dott.ssa M., che viene da chiederci se sia una totale incompetente o se sia una persona in mala fede. Se io dovessi pensare che è una persona in mala fede dovrei chiedere la trasmissione degli atti per falsa perizia.
Io non ho elementi per farlo. Mi sgomenta la superficialità: non c’è una fotografia, non c’è una documentazione... Ma io non lo so, il concetto di atto irripetibile non è un concetto solo fisico di irripetibilità dell’atto, è anche un concetto soggettivo. Ma quando mai può essere considerata ripetibile un’indagine ginecologica su una bambina di tre anni? Cos’è, gliene facciamo venti finché siamo tutti soddisfatti?
È un atto che per la delicatezza della sua natura è già irripetibilissimo. E poi ce lo dice anche lei.
Insomma, voglio dire, dopo quindici giorni determinati segni scompaiono. Scompaiono. Anzi, peggio ancora, stamattina nella strenua difesa delle sue valutazioni ci dice addirittura che gli imeni si ricompongono, si riaggiustano. Non so. Cioè, senza senso proprio. E a questo punto crea un minimo di documentazione. Perché qui, insomma, voglio dire, questo è un processo penale, non è mica l’asilo Mariuccia! Perché ad un certo punto le consulenze le facciamo senza macchina fotografica, perché non c’è la macchina fotografica e sentiamo i minori senza registratore perché... sono tutti bravi, tutti buoni, tutti animati dalla volontà di difendere i minori, non creano però nessuna minima struttura perché questa difesa sia poi efficacemente attuata; ad esempio punendo veramente i colpevoli di atti di abuso.
Per cui la signora M. crede evidentemente di essere in grado di sostenere con la sua semplice parola tutto quello che lei ha ritenuto di valutare, non fotografa, non documenta in maniera da permettere una valutazione ulteriore, e conseguentemente noi abbiamo la parola della signora M. Parola così smentita, ma non dal consulente di parte, persona sicuramente che ha dimostrato competenze e lucidità ineffabile, ma dai periti del Giudice. Che, se vogliono sfrondare di una certa cortesia fra colleghi che manifestano nello scrivere le loro valutazioni, trattano la dott.ssa M. ed in secondo luogo il dott. B. da incompetenti, negligenti, superficiali. No sono io; sono i periti del Giudice in versione collegiale, quindi per non aver dubbi. E finalmente con l’intervento anche di un’altra Parte, perché questa volta l’hanno fatto in contraddittorio e quindi ha permesso valutazioni sicuramente più ampie che non con un 359, atto che nel nostro codice dovrebbe avere un valore molto residuale, vista l’impronta generale del codice di procedura che dà ampio spazio al contraddittorio fra le parti.
Comunque, sia la dottoressa M., in questo suo altalenare fra il colpevolismo e l’innocentismo dice sostanzialmente “non posso dire niente”. È compatibile con l’abuso tutto, ce l’ha detto stamattina, non c’è niente che sia incompatibile con l’abuso. E conseguentemente noi prendiamo la perizia della Signora M. – mi spiace per l’erario che ha pagato la consulenza, l’erario che paghiamo tutti noi con le nostre tasse quindi – e la buttiamo via perché non ci ha detto niente. Quindi non ne parlo più perché non dice niente e quindi è inutile sprecare parole.
Dopo di che la bambina però queste cose le ha dette perché io sono convinta che la bambina abbia fatto delle affermazioni, viene sottoposta finalmente – finalmente!– ad uno psicologo. Il quale, in diversi mesi e diverse sedute, sicuramente non in condizioni ottimali della bambina; perché la bambina e la madre vengono spedite via, quindi la bambina improvvisamente viene ribaltata dalla sua vita, viene mandata in una comunità – certo, con la mamma, il fratello, la nonna – la mamma dice che la vissuta come una vacanza. Può essere. intanto la bambina era attaccatissima al papà e il papà non lo vedeva, quindi questa vacanza comunque era un po’ deprivativa per la bambina. Poi, insomma, trentacinque giorni in comunità. Quindi una bambina un po’ scombussolata che si accorge certamente che c’è del marasma intorno a lei, con una madre che serenissima non doveva essere in quel periodo, torna a casa; il padre non c’è, per cui non possono esserci elementi di turbativa, ed incontra gli psicologi del (...), nominati dal Tribunale dei Minori. I quali dopo cinque mesi di valutazione escono, la dottoressa D. R. mi è sembrata una persona posata, che diceva delle cose che tutti erano in grado di capire. Dice: “Questa bambina, certo, è una bambina che ha fatto scattare dei campanelli di allarme, è una bambina con problematiche affettive, non ha nessun elemento che faccia ritenere che sia stato perpetrato nei suoi confronti un abuso”. Finito.
A questo punto il processo penale avrebbe dovuto finire con un’archiviazione. Però, invece, c’è una richiesta di proroga per le indagini che – devo dire con un piccolo spunto di nota polemica – in verità non vengono fatte assolutamente. Io non ne ho traccia nel fascicolo processuale perché viene chiesta esattamente una proroga, è concessa dal G.I.P. il 10 marzo del 1997, cioè quando è già statadepositata la perizia D. R., sono state depositate le due perizie M. Una prima proroga che non da luogo a nessuna attività d’indagine per quanto mi risulta, e il 21.11.1997 una seconda proroga. Questa invece aveva altre motivazioni.
Il Tribunale dei Minori nel giugno del 1997 dice basta, fine di tutte le preclusioni. Basta, la famiglia faticosamente, come ci dice la Signora, cercando proprio di fare uno sforzo su se stessi e sui propri sentimenti, cerca di ricomporsi. In qualche misura si ricompone, la bambina è sotto l’ente, cioè la mamma a questo punto non la molla neanche un attimo. Ma non la molla perché la bambina torna a casa, ma c’è tutta una struttura di supporto, perché il Tribunale dei Minori l’ha mantenuta: ci sono assistenti sociali, psicologi che vanno ancora, tutto un ambaradan straordinario.
E a settembre il magistrato inquirente convoca la signora e sostanzialmente la sgrida, dice: “Ma come, tutto quello che ha fatto tuo marito torni a vivere con lui?”. La signora non capisce, dice: “Ma come ‘ha fatto’? Se il Tribunale dei Minori ha revocato il provvedimento evidentemente non c’era niente”. “Ah no, la consulenza ginecologica indicava qualcosa di molto grave e di preciso”. “Ma come, non me l’hanno detto! Ma sono la madre. Ma come posso tutelare mia figlia se non vengo messa al corrente. Oddio, mi sono riportata in casa il mostro che credevo non ci fosse, perché altrimenti o sono provvedimenti schizofrenici o il Tribunale dei Minori decide una cosa quando c’è un serio grave pericolo per mia figlia?”. “Eh no, la situazione e grave. La situazione e grave.” Il P.M. fa capire che è molto mal vista questa scelta della signora di tornare a vivere col marito, questa la fa entrare nel novero dei sospetti. Prima no, ma adesso sì. Cioè, come si prende in casa...? Cioè non ha capito?
E il fatto che la signora rientri nel novero dei sospetti ha conseguenze, perché viene stabilito di eseguire una seconda consulenza ginecologica. A parere di questo Pubblico Ministero di difficile comprensione, perché se non c’erano abusi degni di nota, o comunque rilevabili, a gennaio, si dovrebbe pensare a una tale pervicacia nella commissione del reato da parte di VM, che invece l’abuso e andato a farlo fra giugno e settembre, mentre la moglie gli stava col fucile addosso, sicuramente non l’ha lasciato neanche un secondo con la figlia, e l’intero (...), più il Tribunale dei Minori, erano lì che gli stavano addosso. Cioè quest’uomo ha evidentemente degli istinti incontrollabili, oltre a una buona dose di masochismo incomprensibile. Forse lo faceva per essere scoperto. Non lo so .
Comunque, questa perizia ginecologica firmata G.B. rileva una incisura a ore cinque – l’incisura è un segno tipico della violenza – a ore cinque che non era stata riscontrata nella precedente consulenza.
Allora, premesso che qua non l’abbiamo sentito il Dottor B. e nemmeno il Dottor G., ma la perizia G.B. è – consentitemi, ho 14 anni di lavoro alle spalle, di perizie ne ho viste tante – probabilmentela più brutta che abbia visto nella mia vita. È di una superficialità che rasenta lo scandalo, ma quello che colpisce è che sia tanto superficiale con la delicatezza della questione che viene sottoposta. Delicatezza che rivela i suoi effetti devastanti nel giro di pochissimo. Perché la perizia B. immediatamente – conferita il 17/10/97 – rilevando questa incisura, fa capire che gli atti d’abuso non solo continuano ma lasciano anche traccia. E scoperta questa cosa il 17/10, la bambina il 29 di gennaio dell’anno successivo viene allontanata dalla famiglia.
Allora, a parte che ammiro la disinvoltura di chi sapendo che il mostro è in famiglia lascia la bambina per altri tre mesi col mostro. Ne ammiro il coraggio. Ma ci si domanda anche che significato questo abbia. Perché quando il 29 di gennaio la madre viene a scoprire che la sua bambina viene internata in un istituto...Cioè la bambina ha 4 anni, io questa cosa non...non lo so, certamente, cioè, non posso giocare sempre solo la parte del Pubblico Ministero, questo Pubblico Ministero sotto la toga è una madre. E un bambino di 4 anni non può sopportare una cosa del genere. Non lo può sopportare e lo sanno tutti, perché gli assistenti sociali, la gente del (...), sono desolati quando devono comunicare questa cosa. E soprattutto non si capisce. Cioè, noi adesso possiamo dire è la perizia B. che ha fatto prendere questa strada, ma nell’atto del Tribunale dei Minori si parla di una “generica incapacità di protezione della madre”.
Ma come non l’ha protetta? Ma certo che la protetta. Se non fosse vero quello che io dico bisogna andare a prendere quello che il Pubblico Ministero ha ritenuto totalmente irrilevante nell’Accusa, ovvero le intercettazioni telefoniche, che vengono eseguite in due momenti successivi: una prima parte, e poi che riprendono dopo l’internamento della bambina. Scusate, il termine e sgradevole, richiama i campi di concentramento, ma continuerò pervicacemente a usarlo. La bambina viene internata al (...) e le intercettazioni telefoniche monitorizzano sostanzialmente e sono delle cose strazianti. Cioè è tangibile, anche solo attraverso i brogliacci, lo sgomento. Ma neanche la rabbia, cioè sembra che è stato superato il momento della rabbia. È lo sgomento, lo sbalordimento. Si susseguono telefonate tra amici, conoscenti, medici che avevano avuto in cura prima la bambina, psicologi. Nessuno capisce più niente. Vedi i coniugi V che sembrano impazziti. Avete mai visto le falene che girano attorno alla luce? Quelli che non sanno dove andare a sbattere .
Il tutto perché? Per proteggere la bambina e permettere un intervento psicologico sulla stessa. Intervento che – qui forse possiamo parlare di una sottile vena di...mah, non so! – che non può essere comunque compiuto nei confronti della bambina fino a settembre. Perché la bambina – dice D.R. – soffriva talmente tanto – imprimiamocele queste parole, perché non si può soltanto parlare di atti – la bambina – quattro anni – soffriva così tanto che nessun intervento aveva nemmeno la caratteristica dell’adeguatezza della comunicazione. Ed è la D. R. stessa che interviene sul Tribunale dei Minori dicendo: “Rimandate a casa quella bambina! Io non posso, il mio codice deontologico, il giuramento che io ho fatto nella mia professione non mi può permettere di veder massacrare una bambina in questa maniera”. E così dopo cinque mesi – cinque mesi!
– di internamento, privata completamente del padre, a cui non è più stata ricongiunta, privata della madre che poteva vedere una o due volte alla settimana – diceva spesso; no, una volta la settimana – in incontri protetti, con pianti, disperazioni, suppliche, “non mi lasciate”. Quindi sviluppando in tutti questi mesi sensi di colpa. I bambini si sentono sempre in colpa, si sentono in colpa per le separazioni dei genitori, si sentono... Cioè se mi hanno mandato via sarà stata colpa mia. Cioè tutto quello che era il suo ricordo del tempo bello passato diventa un ricordo doloroso, da scacciare. Certo che non riescono a lavorarci su questa bambina, hanno fatto tabula rasa dei suoi sentimenti: perché non poteva andare a ripescare neanche uno, perché se andava a ripescare un suo sentimento soffriva troppo.
Ha dovuto annullare i suoi sentimenti per riuscire a sopravvivere.
Finalmente viene riportata a casa e sottoposta a cure psicologiche, quelle che avrebbero dovuto farsi prima e che non si sono potute fare perché distrutta com’era la bambina non dava nessuna.... E la signora – Dottoressa, immagino – D.G., psicologa, redige alla fine una sua valutazione, che conclude per una compatibilità. Ma io non lo so. È una compatibilità. Poi vai a chiedere: perché è compatibile? Dice: perché non ci sono segni.
Anche qua: “psicologicamente non ci sono segni e quindi è sicuramente compatibile. La bambina sicuramente è una bambina intelligente, blà, blà, blà....Questo lo dicono tutti quanti. Beh, certo, forse un po’ disorientata adesso lo è. ... ha sviluppato uno straordinario modo difensivo nei confronti dell’adulto”.
Ma no! Eh beh, voglio dire, ci voleva una laurea in psicologia però, eh! Perché, voglio dire, prendi una bambina, la porti via dalla famiglia, non le fai più vedere il padre, la cacci in un istituto, e lei sviluppa un modo difensivo nei confronti dell’adulto. Va be’, insomma, certo, c’era anche la lobotomia possibile; però a questo non siamo ancora arrivati.
E questa consulenza in verità attacca molto la madre. “Persona disorientata, incapace di assumersi le responsabilità, che costringe la figlia a un ruolo genitoriale”. Ma, insomma, a questa madre si contesta soprattutto... Era confusa. Ma possibile che non riuscisse a prendere le sue decisioni? Non riusciva a prendere le decisioni sue! Con una spada di Damocle sulla testa che da un momento all’altro le toglievano la figlia. Come hanno già fatto! Ma è ovvio che questa qua le dicevano gira a destra andava a destra, gira sinistra a sinistra, destra di nuovo a destra... Ma ovviamente, avrebbe fatto qualunque cosa pur di non sottoporre più se stessa, ma soprattutto, ma soprattutto sua figlia, di nuovo a questo indicibile calvario a cui è stata sottoposta.
Eccome Dio vuole, come Dio vuole alla fin fine arrivano all’ultimo atto processuale, quello che tutto sommato avrebbe, tranquillamente, avrebbe potuto legittimare una sentenza pre dibattimentale. Arriviamo a un incidente probatorio, organizzato sul doppio binario della risultanza oggettiva, fisica, e dell’audizione della bambina. Questa volta protetta, insomma, e tutelata da una psicologa; per quanto sempre la stessa quindi, insomma... Anche li le scelte sono forse opinabili.
Allora, le risultanze della perizia ginecologica smentiscono in maniera brutale le precedenti conclusioni e, devo dire, così brutalmente un’altra volta da lasciarmi dei dubbi. Ma io, ripeto, di fronte a una così totale mancanza di professionalità non riesco neanche a dire trasmettetemi gli atti, perché secondo me sono perizie false. Cioè cosa devo dire? Cioè sono perizie fatte da gente che dovrebbe cambiare mestiere. Comunque, questo invece lo auspico e alzo il tono della voce, sicuramente persone che non hanno nessun motivo di godere della fiducia che fino a oggi l’autorità Giudiziaria gli ha conferito; e che auspico nella maniera più assoluta non vengano mai più investiti di incarichi di tale delicatezza, perché non sono all’altezza di farlo.
Perché le conclusioni confermate dai consulenti di Parte, ma soprattutto confermate da fotografie, cioè da qualcosa che possiamo andare a far rivedere; sospendiamo il processo, chiediamo un supplemento istruttorio, le facciamo vedere ad altri cento. Ci sono, sono documentate, sono inoppugnabili. La consulenza, la perizia ci dice che non hanno capito niente i consulenti prima, non hanno capito niente anche se le loro valutazioni hanno avuto il peso che ho appena narrato.
E insieme a questo viene sentita la bambina. Audizione protetta, specchio, giocattolini, psicologa presente. G.I.P. che, certo non è mica il suo mestiere, io la casetta l’ho vista. Insomma, povera stella, la bambina è una bambina disorientata. La bambina non dice una singola parola. Ma per non correre rischi, perché questa bambina ce l’ha lo spettro di finire di nuovo là dentro, non dice più niente di niente. Cioè del papà, non solo non parla del pisello del papà o di altre meno imbarazzanti parti anatomiche, non ne parla proprio. Cioè gli argomenti rischiosi li salta del tutto.
È una bambina che ha sviluppato una difesa dagli adulti? Secondo me ha una corazza. Mi auguro che gli anni forse, l’amore, l’amore da cui nonostante tutto sembra ancora circondata, forse riusciranno un po’ a scalfire questa corazza. E forse, almeno in minima parte, assicurandole un futuro psicologicamente meno devastato di quanto apparentemente appaia.
E allora facciamo, io sostanzialmente ho finito, facciamo un attimo le somme. Che cosa sul piatto dell’Accusa offre il P.M.? Offre due verbali datati 20 e 24 settembre 1996, dove un ispettore di Polizia interroga la bambina in una maniera del tutto incongrua e la bambina rilascia dichiarazioni di toccamenti. Dichiarazioni di toccamenti, ma – e di questo però non trovo traccia in nessun atto processuale per cui è grande il mio imbarazzo – non di penetrazione del pene fino alla gola. Cosa di cui ho formulato domanda specifica alla Dottoressa D.R.: ma che memoria ha una bambina di un rapporto orale così profondo? Eh, insomma, lo so, sull’anatomia ci sono tante teorie diverse; ma un pene, si suppone in erezione, nella bocca di una bambina di tre anni quantomeno crea un ricordo di soffocamento. Fino in gola? Di grave soffocamento. La bambina non ne ha mai parlato.
Da cosa viene fuori allora questa incomprensibile accusa? Sempre nelle dichiarazioni davanti alla Polizia: “Ma dove ti toccava? Ma fammelo vedere con l’orsetto dove ti toccava”. Già una follia totale questa. Si ricorre a una drammatizzazione dell’evento, laddove il bambino viene lasciato libero di esprimerlo: ti do l’orsetto e ti do la macchinina, fammi vedere dove metteva il pisello papà sull’orsetto.
Cioè io non lo so, ma mi viene da buttar via la penna! Cioè non si può. Cioè noi non abbiamo margine di errore. Se noi facessimo il neurochirurgo e commettessimo un errore il nostro paziente morirebbe. Noi uccidiamo nello stesso modo, noi abbiamo un margine di errore concedibile. Cioè noi non possiamo partire dicendo “per il 5% posso sbagliare”. Noi non lo possiamo fare. Cioè ogni singolo atto del nostro lavoro, che non essendo un servizio di leva non è obbligatorio quindi ciascuno si può astenere, deve essere improntato alla massima professionalità possibile. Se non si è in grado di farlo non lo si fa, ma non si fa danno. Perché una cosa del genere ha come piccola conseguenza che se I. avesse subito realmente violenze, abusi da parte del padre, dello zio, dell’amico Ma. o di tutti noi, con un’indagine fatta in questo modo non lo sapremo mai. Mai. Perché tutto il materiale probatorio è totalmente inquinato dalla mancanza di professionalità nella sua acquisizione.
Quindi l’orsetto, la bambina prende la macchinina e ticchete taccheta, ticchete tacchete, anche qui in gola. In gola. Capo d’imputazione, penetrazione fino alla gola. Eh. così va il mondo. Il tutto con particolare crudeltà.
Ora, io lì devo soltanto basarmi, neanche su quello che dice la mamma, ma su quello che dice la D.R..È una bambina felice che manifesta un trasporto particolare nei confronti del suo papà, fra i due era un duetto amoroso. E questo lo capisco, primo, perché è una fase edipica, per tutti i bambini anche quelli non supposti abusati, tre anni è così. Mi dispiace se continuo a fare il piccolo Sigmund Freud della situazione, ma così è. Dopo di che perché erano loro due in quella famiglia la coppia, perché gli altri due ci avevano i guai loro a cui pensare. E ovviamente, come sempre in una famiglia, i lavori più sgradevoli li fanno le donne: cioè se fra i due c’è un bambino da accudire, sollevare, pulire perché si fa la popò addosso, eccetera, questo lo fa la mamma. Il papà quando la massaggiatrice è andata ad insegnare era lì, era presente, ma non ha mica imparato a fare i massaggi al bambino. Questo voglio dire ...ma non sto mica dicendo, credo il 90% degli uomini che conosco avrebbero lo stesso tipo di atteggiamento. È la mamma, è la mamma che li tocca, eccetera.
Sevizie particolari e crudeltà nei confronti...? E dov’è ? Io non l’ho trovato! Non c’è! Sono diventata matta in questo fascicolo. Ho cercato un riscontro, magari mal fatto, ma che ci fosse; e io questo non l’ho trovato. Forse c’è qualcosa. È un punto in cui dice: “ma il papà voleva che lo dicessi alla mamma?”. Veramente si stava parlando di giochi. E lei dice: “No”. Risposta: “ No”. Fine. Da qui, questa è l’aggravante? Non la prendo neanche in considerazione. E passiamo invece all’ultimo capo d’imputazione, i maltrattamenti più generali. Allora io credo che si possa dire tutto quanto, ma che la bambina sia stata sottoposta, fino che non si è innescata questa macchina diabolica sia stata maltrattata, io non ho nessun riferimento. Chiunque abbia parlato di I. l’ha dipinta come una bambina felice, socievole, allegra, amata e riamata. Speriamo almeno di non averle tolto questo, la capacità di amare, perché questo veramente potrebbe essere anche troppo.
Di cose ce ne sarebbero un numero infinito, ma ho promesso una requisitoria breve e quindi così farò.
Allora, ho delle richieste di tipo processuale, una l’ho già anticipata. E poi una richiesta che depositerò però soltanto alla fine della discussione, è puramente processuale, ma essendo una semplice istanza non fa parte della requisitoria, e preferisco che tutte le Parti parlino prima proprio per permettere al Tribunale di avere tutti i professionisti che hanno seguito con grande attenzione, e grande correttezza trovo, questo processo, quindi vorrei veramente che la voce di tutti venisse sentita. E invece la mia richiesta, che qui anticipo, ma poi espliciterò meglio, è almeno solo per la lettura del dispositivo, qualunque esso ovviamente sarà, Vi pregherei di restituire alla mamma, che in nessun modo mi sembra abbia avuto motivo di esserne privata, la sua dignità di madre, ovvero la possibilità di rappresentare la figlia. Solo nell’attimo, anche solo uscendo. Non lo so, qualche cosa che in una qualche misura almeno nel momento finale la faccia ... non c’è ristoro, non c’è mai ristoro per questo genere di vicende, però depositerò quindi alla fine della discussione questa richiesta. Poi le richieste invece processuali, chiedo che sia trasmesso al mio ufficio copia degli atti in ordine al comportamento dei soggetti che hanno lavorato per il (...) nel mese di settembre 1996 e in epoca immediatamente successiva.


 


 

 

Pedofilia: dal Forno alla brace

 

Quanti sono i casi di presunti abusi ai minori che seguono le modalità duramente contestate dal pm milanese Tiziana Siciliano? Note in margine al metodo dei “professionisti dell’abuso” messo a punto dal noto Pm che “vede i pedofili dappertutto” divenuto la bandiera e il simbolo della lotta alla pedofilia (ma che spesso finisce per distruggere l’istituto familiare)

 

"I meriti di Pietro Forno sono enormi. Cercare di colpirlo, questo personaggio così scomodo, che non si lascia comprare, significa decretare la fine della lotta alla pedofilia. Dobbiamo infatti proprio a lui novità rivoluzionarie come l’introduzione, dal 1991, delle perizie psicologiche e ginecologiche nei processi per abuso, prima di allora pressoché sconosciute in Italia. Impegnandosi per anni, ha costituito un team e ha messo a punto un metodo di indagine che tutti i paesi del mondo ci invidiano”. Parola di chi conosce bene il pm milanese diventato una bandiera della lotta contro i pedofili, famoso per aver dichiarato “potrei scrivere prima ancora di aver sentito l’imputato”: Cristina Maggioni, al suo fianco dai primi anni di attività e autrice di oltre 360 perizie ginecologiche su presunte vittime di abusi sessuali - 90 soltanto nel 1999. A Tempi esprime tutto il suo rammarico per le polemiche che rischiano di travolgere un magistrato d’assalto fino ad oggi considerato “intoccabile” ma che, imprevedibilmente, poco prima di Natale ha visto il suo metodo - battezzato da qualcuno “teorema Forno” (Miriam Mafai, Repubblica, 22 dicembre 2000) - messo in discussione dalle taglienti critiche del pm milanese Tiziana Siciliano. Dopo aver constatato l’innocenza del taxista milanese Marino V., accusato da Forno di aver violentato la figlioletta, la Siciliano ha messo fine a quattro anni e tre mesi di perizie mediche ed interrogatori disposti dai consulenti del pool milanese antipedofilia sul minore con una dura requisitoria. Una strigliata a quei periti del Tribunale, assistenti sociali e agenti di polizia giudiziaria che suggestionati ora dalla forte riprovazione per un reato particolarmente odioso come la pedofilia, ora dalla (sacrosanta) preoccupazione di tutelare un soggetto debole quale è un bambino, finiscono (spesso) per mandare al diavolo ogni elementare rispetto delle regole processuali e delle garanzie costituzionali, e rischiano di trasformare l’opera di un procuratore in uno di quei “dolcissimi e legalissimi atti di ferocia” evocati su Sette da Francesco Merlo. Ma in cosa consiste esattamente il “teorema Forno”?

Il protocollo Forno
Il meccanismo è ormai ben collaudato. Tutto comincia con la segnalazione ai servizi sociali di un caso di “minore a rischio”, che può arrivare dalla maestra, dal vicino di casa, da un parente del bambino (frequente quella di uno dei due genitori nei casi di divorzio) o da una denuncia telefonica (ad esempio a Telefono Azzurro). Interviene un’assistente sociale, autorizzata a parlare coi denuncianti e col minore senza per questo dover interpellare i genitori del piccolo. L’assistente sociale esprime le proprie personali valutazioni compilando una relazione che finisce sul tavolo del Tribunale dei Minorenni. La segnalazione di “problemi”, “incapacità genitoriale” o “sospetti abusi” - senza ulteriori accertamenti - basta ad aprire un’inchiesta. Il Tribunale dei Minori, in piena sintonia col pm cui l’inchiesta viene affidata (a Milano Pietro Forno), può autorizzare la sospensione della potestà genitoriale e l’allontanamento coatto del piccolo dalla famiglia d’origine, del tutto ignara di quanto sta avvenendo (spesso prelevando il minore da casa all’alba con scorta di gazzelle a lampeggiati accesi). L’allontanamento viene disposto di norma con provvedimento “provvisorio ed urgente”, quindi non impugnabile da parte della difesa. Il minore può così restare in affido presso una comunità anche per anni, mentre la famiglia non ha alcuna possibilità di avvicinarlo. Attualmente in Italia sono poco meno di 15mila i minori affidati ad un istituto, con un costo giornaliero variabile dalle 300 alle 500mila lire (1600 miliardi all’anno, quando il 44% dei bimbi viene tolto a famiglie in difficoltà economica) e una procedura che contribuisce ad appesantire il costosissimo fardello di cause contro l’Italia alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo (alcune già concluse con multe salate: l’ultima ha condannato il Tribunale dei Minori di Firenze ad un risarcimento di 200 milioni) oltre che causare una media di 150 suicidi l’anno (522 dal 1998 ad oggi, e 88 tra il 1° gennaio e il luglio 2000) tra padri, madri e nonni costretti a separarsi da figli e nipoti. Il periodo di allontanamento dalla famiglia segna l’avvio del metodo di accertamento della verità dell’equipe Forno, attraverso ripetuti interrogatori dei minori (anche piccolissimi, di 3/4 anni) affidati esclusivamente ad agenti di Polizia giudiziaria (che ben conoscono i contenuti specifici delle denunce, meno i meccanismi psicologici del bambino) e prolungate sedute psicodiagnostiche e terapeutiche di “esperti dell’abuso” - sempre gli stessi e scelti dal pm - che raccolgono le parole delle piccole vittime con la presunzione aprioristica della completa affidabilità delle loro testimonianze (laddove la letteratura internazionale indica un 33% di false accuse) e secondo un approccio improntato al più assoluto verificazionismo (ovvero teso a interpretare i fatti come se le ipotesi dell’accusa fossero provate). Per tutti questi colloqui non c’è obbligo di video-fonoregistrazione, né possibilità di far partecipare un consulente della difesa.

L’“industria dell’abuso”
Nella maggior parte dei casi i reati di pedofilia hanno solo due testimoni: la vittima e il colpevole. Poiché solitamente il colpevole nega l’abuso, il minore (presunto) abusato resta la principale fonte di prova a sostegno dell’accusa, nonché l’unico testimone diretto dei fatti. La valutazione della sua attendibilità rappresenta perciò il nodo cruciale, delicatissimo, del lavoro del Tribunale. Complicato dal fatto che le deposizioni dei bambini possono essere influenzate da suggestioni dovute alla loro fantasia e immaturità psichica, o indotte dalle pressioni (a volte inconsapevoli) dell’ambiente esterno. Purtroppo, anche fra gli addetti ai lavori, è forte la preoccupazione “per la franca soggettività o addirittura per la evidente incompetenza, superficialità e scarsa correttezza scientifica e deontologica che oggi connotano non poche consulenze tecniche su questo delicatissimo argomento”, segnatamente in seno a quella che Ugo Fornari (professore di Psicopatologia Forense presso l’Università di Torino) e Marco Lagazzi (professore di Psicologia Giudiziaria presso l’Università degli Studi di Genova) hanno definito “industria della lotta all’abuso”: “oggi è possibile registrare la comparsa di ‘esperti dell’abuso’ che esercitano la loro attività sia nell’ambito dei media e della cosiddetta ‘prevenzione’, sia nell’ambito delle consulenze tecniche esperite per i Tribunali e per le parti committenti… la sola denuncia di abuso è sufficiente a determinare immediate e pesanti conseguenze per i supposto autore dello stesso e successivamente trova una conferma in indagini cliniche e peritali che ad un più attento esame risultano essere del tutto inadeguate e tendenziose” (La pedofilia. Aspetti sociali, psico-giuridici, normativi e vittimologici, Cedam). Sono preoccupazioni fatte proprie anche da alcune sentenze: ricordiamo, tra le tante citabili, la sentenza del Tribunale di Milano, IV sez., Davossa Pres. del 21/12/95 riprodotta sul sito Internet dell’avvocato Guglielmo Gulotta, professore Ordinario di Psicologia Giuridica presso l’Università degli Studi di Torino e Presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica: “I bambini in età prescolare sono soggettivamente e oggettivamente né credibili né incredibili in quanto la struttura formale, morale e psicologica della loro personalità non ha una definizione tale da consentire una valutazione così netta dei comportamenti e delle affermazioni… il processo penale, nella sua durezza e inevitabilità, anche quando è costretto a occuparsi dei minori o comunque di soggetti che hanno una minore capacità difensiva o di tutela, non può prescindere dall’assoluto rispetto delle regole, soprattutto di quelle che riguardano la raccolta di prove e quindi il rispetto delle attività di difesa… gli indagati, per dettato Costituzionale, non possono essere considerati presunti colpevoli, ma presunti innocenti”; e quella della Corte d’Appello di Milano, I sez. pen., Gnocchi Pres., n. 1756 del 17/1/97: “Nel valutare le dichiarazioni dei minori il controllo del giudice deve essere diretto ad escludere che l’accusa possa essere in concreto il frutto di un processo di auto o etero suggestione del soggetto… tale controllo va effettuato attraverso un esame dell’origine, delle modalità e del contenuto della dichiarazione del minore, nonché della sua organicità, uniformità e costanza” (si veda sul problema: Luisella De Cataldo Neuburger, Le sentenze che vengono da lontano, in Rivista di Psicologia Giuridica, gennaio 1997).

L’“artificio retorico” delle perizie medico-ginecologiche
Neppure gli accertamenti medico-ginecologici possono costituire una prova risolutiva per l’accertamento della verità processuale nei casi di violenza sessuale. Infatti secondo il codice penale occorre stabilire un “nesso causale certo tra un’azione umana e un evento naturalistico” per poter parlare di reato. Ma “l’esame fisico dei bambini che si presentano con ipotesi di abuso sessuale infantile è spesso nella norma, raramente ha elementi di certezza, più frequentemente si tratta di segni più o meno sfumati, dipendenti dall’osservatore, presenti con ugual probabilità in soggetti abusati e non abusati” (Andrea Gentilomo, Dottore di ricerca in Scienze Medico Legali, Istituto di Medicina Legale dell’Università di Milano, I problemi di diagnosi di abuso all’infanzia). Non è un caso se la maggior parte delle perizie medico-ginecologiche disposte dai pm per i reati d’abuso si limitano a constatare la “compatibilità” del quadro clinico esaminato con le ipotesi dell’accusa. Così anche l’ultima perizia eseguita da Cristina Maggioni su incarico di Pietro Forno, per il caso della figlia di Marino V., sospetta abusata dal padre: “le riscontrate neovascolarizzazioni (dilatazione di un vaso sanguigno già esistente o formazione di uno nuovo in conseguenza di un processo cicatriziale dell’apparato genitale femminile, ndr) sono classificate come lesioni non specifiche di violenza sessuale in quanto possono essere determinate da infiammazioni o grattamenti… le alterazioni sono compatibili con traumatismi legati ad atti di abuso… ma andrebbe suffragata con la testimonianza della bambina di una (o più) esperienza traumatica e dolorosa; di fatto i dati obiettivi non permettono di escludere che vi siano stati abusi”. La “compatibilità” tra un quadro clinico e l’accusa di abuso individua perciò nient’altro che un’ipotesi di lavoro: lecita, ma pur sempre un’ipotesi, che ha esattamente la stessa probabilità di tutte le altre diverse cause alternative. Si capisce bene che un simile giudizio non è di nessuna utilità dal punto di vista processuale. Eppure il termine “compatibile” quando appare in una consulenza disposta dal pm “lascia enormi spazi di azione all’accusa… è una semplificazione feroce, anche se può essere del tutto gradita al committente giudiziario, che forzando i termini del problema riuscirà a utilizzare ai propri fini elementi che sono nella loro intima essenza insignificanti… vi è sempre la possibilità di utilizzare un giudizio di ‘compatibilità’ non più come vero supporto tecnico, quanto come vero e proprio artificio retorico, che ha in ogni modo grandissima efficacia” (Gentilomo, La diagnosi…). I tanti casi di errori giudiziari lasciati alle spalle dal teorema Forno stanno lì a dimostrarlo.

 

di Esposito Francesco

DAL SETTIMANALE "PANORAMA" del 4/1/2001

 

 

ORCO ACCUSATO, MEZZO CONDANNATO

di  Maurizio Tortorella   

 

Dopo l'assoluzione del papà inquisito per pedofilia, «Panorama» scopre che Forno e i suoi periti hanno preso un altro abbaglio. Inchiesta su un magistrato che non interroga gli imputati. E sempre più spesso...

 

 

E due. A turbare le feste del sostituto procuratore milanese Pietro Forno, il magistrato che dall'89 si occupa di abusi sessuali sui minori e che spesso è stato oggetto di polemiche per la sua foga inquisitoria, non bastava la polemica sull'assoluzione di Marino V., il tassista che Forno dal settembre 1996 aveva indagato per abusi sessuali sulla figlia.

Un suo altro imputato è stato assolto: per lui, il 15 dicembre, Forno aveva chiesto l'archiviazione al giudice Guido Salvini, sostenendo che dopo tre anni di indagini «la situazione processuale era confusa» e che non era più possibile alcun utile approfondimento». Ma Salvini è andato oltre: «In realtà le attività investigative e gli approfondimenti» ha scritto, quasi brutale «sono stati anche ridondanti, ma privi di una valutazione critica».

Gli amici dicono che Forno non sia né pentito né perplesso. E che la sua richiesta di passare a occuparsi dei reati contro la pubblica amministrazione sia solo l'appagamento di un antico desiderio. Chi lo ha visto sostiene che, dietro gli occhialini, Forno sia tetragono e sicuro di sé. Come sempre.

Di certo, però, deve averlo molto infastidito la requisitoria della collega Tiziana Siciliano, che gli era subentrata come pubblico ministero alla metà dello scorso ottobre, dopo quattro anni esatti di processo contro il tassista. Siciliano, in aula il 21 dicembre, è stata severa. Non con l'imputato, per il quale ha chiesto e ottenuto il proscioglimento. No: la pm ha usato parole dure solo per gli inquirenti e per i consulenti tecnici dell'accusa: scandalizzata, ha parlato di metodi di indagine basati su «una perizia ginecologica di una superficialità che rasenta lo scandalo»; di «interrogatori condotti in modo incongruo», di atti giudiziari trasformati in «carta straccia». E ha concluso: «Questi esperti non hanno alcuna professionalità. Non hanno nessun motivo di godere della fiducia dell'autorità giudiziaria, non hanno capito niente». Infine, ha avviato un'indagine proprio nei confronti dei periti.

Per quasi 1.600 giorni, grazie a quei periti, Marino è stato sprofondato nel baratro dell'accusa: pedofilia. La moglie, Teresa, era stata costretta alla denuncia da un'assistente sociale del Centro del bambino maltrattato di Milano, Fanny Marchese, cui aveva riferito che la bambina aveva parlato del pene del padre: «O lei querela suo marito entro tre giorni, o lo facciamo noi». 

La denuncia arriva a Forno. E da lì parte un tragico, paradossale processo. Marino una sera torna a casa e non trova più nessuno perché gli inquirenti hanno suggerito alla moglie di nascondersi altrove. Il tassista non può più vedere sua figlia, la famiglia si disgrega. Prima Teresa e la bambina, insieme con il fratello maggiore, che è disabile, vengono deportati d'autorità in una comunità protetta. Poi Marino deve trasferirsi. Infine è la figlia che viene allontanata, da sola, e viene nascosta in una comunità.

L'accusa va avanti per quattro anni e tre mesi fra perizie mediche e interrogatori della bimba e della madre, anche se Forno, com'è sua consuetudine, non ascolta mai il padre imputato. Le perizie dell'accusa vengono affidate ad alcuni tecnici collaudati della procura (la pm Siciliano ha calcolato che sulla scrivania di uno dei periti si siano affollate ben 358 consulenze in nove anni). La prima è Cristina Maggioni, ginecologa della clinica Mangiagalli di Milano, che nel settembre 1996 visita la bimba, senza che all'imputato sia permesso di far presenziare un suo consulente, e individua «segni compatibili con abusi sessuali».

Forno dispone una seconda consulenza, sempre in assenza di controparti. Nell'ottobre '97 la bambina viene visitata da altri due periti dell'accusa, Maurizio Bruni e Patrizia Gritti. I periti rilevano che il suo imene è inciso (un elemento «non evidenziato nella visita precedente») e che anche l'ano pare aver subito una penetrazione: «Il quadro» concludono «sembra deporre per atti di abuso iterati».

Oggi Bruni sostiene, sorprendentemente, che la sua perizia aveva un «contenuto sostanzialmente assolutorio». In realtà, grazie alla sua consulenza, la situazione precipita. «Nel gennaio 1998 il tribunale per i minori allontana la bambina anche dalla madre e dal fratellino» ricorda Luigi Vanni, avvocato di Marino, «ovviamente senza aver convocato preventivamente nessuno dei due genitori». La bimba finisce in un centro di affidamento.

Dieci mesi dopo interviene il gip, che chiede una terza perizia. Solo allora i due ginecologi Cristina Cattaneo e Tiziano Motta scoprono, perplessi, che nessuno dei tre colleghi che li hanno preceduti si è accorto che la bambina ha un imene settato: quello che è stato considerato un segno di violenza è in realtà un lieve difetto congenito. È evidente, scrivono, che gli altri consulenti del pm non lo hanno visto, ma questo «getta molti dubbi anche sugli altri reperti osservati». 

Qualcosa è andato male anche il 15 dicembre: è stato allora che il giudice Salvini ha archiviato l'altro processo per pedofilia istruito da Forno con l'aiuto dei soliti consulenti. «Di esito completamente negativo o del tutto irrilevanti» scrive Salvini «sono risultate le copiosissime intercettazioni, le perizie mediche, le perquisizioni». Si tratta di tre anni di indagini, di quattro faldoni zeppi di carte, di una spesa, tra perizie e altro, sui 100 milioni. Il gip ricorda anche di aver inutilmente suggerito al pm di interrogare l'imputato. «I magmatici atti processuali avrebbero dovuto suonare come un campanello d'allarme». Purtroppo, anche in quel caso, non è suonato.