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TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI VERONA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

NR. 00ZZZZ/03 R. G. Notizie di reato                                             N° 404/07 Sentenza

NR. 0000XX/06 R. G. T. C.

                                                                                                        Data del deposito 30/05/2007

 

Il TRIBUNALE di VERONA - Sezione Penale,

nelle persone di:

 

1 dotto DARIO BERTEZZOLO                                           Presidente

2 dotto RAFFAELE FERRARO                                          Giudice

3 dotto FEDERICA BACCAGLINI                                     Giudice  

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

 

nel procedimento penale contro:

CCL - difeso dagli Avv. Francesco DELAINI e Avv. Guglielmo GULOTTA

PEM - difeso dagli Avv. Lorenza BOMBONATI e Avv. Maria Anna VACCA

SSA difesa dall’Avv. Claudio AVESANI

 

Parti Civili (già costituite il 07/10/2005):

MAL e SBE, legali rappresentanti della minore MM

MVA e SGU, legali rappresentanti della minore SC

TVI e RTR, legali rappresentati del minore TL

CSA e ZAL, legali rappresentanti della minore ZE

BBA e CGI, legali rappresentanti della minore CG

ZMI e TMA, legali rappresentanti della minore TM

IMPUTATI

del delitto p. e p. dagli art1. 110, 81 cpv. 609 quater uc., c.p., per avere in concorso tra loro e con più azioni in esecuzione del medesimo disegno criminoso, reiteratamente compiuto atti sessuali con bambini di età inferiore ai dieci anni frequentanti la scuola materna parificata di S. Gaetano di Ponton.

In Ponton di S. Ambrogio di Valpolicella sino al 28/5/2003

CONCLUSIONI

Il Pubblico Ministero chiede: la concessione delle attenuanti generiche equivalenti per tutti gli imputati e la condanna: per CCL e PEM alla pena di anni 7 di reclusione, ciascuno; per SSA alla pena di anni 6 di reclusione.

Il difensore delle parti civili MAL e SBE chiede: dichiararsi gli imputati colpevoli dei reati loro contestati e condannarsi gli stessi alle pene che verranno ritenute di giustizia; condannarsi gli imputati, in via tra loro solidale, a risarcire alle parti civili i danni conseguenti ai reati, danni da liquidarsi in separato giudizio, concedendosi sin d’ora a titolo di provvisionale le somme di €. 20.000, quanto a MAL e SBE ed in €. 30.000, quanto a MM; spese di assistenza legale rifuse.

Il difensore della parte civile TL chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannarsi inoltre, i medesimi, solidalmente, a risarcire alla parte civile i danni tutti, patrimoniali e non, presente e futuri, subiti a seguito dei fatti denunciati nel presente procedimento e posti in essere dagli imputati, danni per i quali si chiede la liquidazione, con provvisoria esecutorietà, in via definita pari a € 250.000, o la diversa somma che il Giudicante riterrà di giustizia, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal dì del fatto ad oggi; in difetto di liquidazione definitiva, assegnare alla parte civile una provvisionale immediatamente esecutiva di €. 100.000 e/o la maggior o minor somma che il Giudicante riterrà di giustizia, riservando la liquidazione definitiva del danno in separato giudizio. In ogni caso rifusione delle spese di costituzione di parte civile.

Il difensore delle parti civili TVI e RTR chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannarsi inoltre, i medesimi, solidalmente, a risarcire alla parte civile i danni tutti, patrimoniali e non, presente e futuri, subiti a seguito dei fatti denunciati nel presente procedimento e posti in essere dagli imputati, danni per i quali si chiede la liquidazione, con provvisoria esecutorietà, in via definita pari a €. 100.000 (50.000 per ogni genitore) o la diversa somma che il Giudicante riterrà di giustizia, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal dì del fatto ad oggi; in difetto di liquidazione definitiva, assegnare alla parte civile una provvisionale immediatamente esecutiva di €. 50.000 e/o la maggior o minor somma che il Giudicante riterrà di giustizia, riservando la liquidazione definitiva del danno in separato giudizio. In ogni caso rifusione delle spese di costituzione di parte civile.

Il difensore delle parti civili ZE chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannarsi in solido gli imputati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, cagionato alle parti civili costituite; a ZE, quale danno patrimoniale €. 15.000; quale danno non patrimoniale: €. 13.000 per il danno biologico temporaneo, €. 140.000 per il danno biologico permanente, €. 70.000 per il danno morale, €. 70.000 per il danno esistenziale; ai signori ZAL e CSA € 50.000 per ciascuno per il danno esistenziale subito. Sentenza provvisoriamente esecutiva ex art. 540 c.p.p., o in subordine, condanna al pagamento di una provvisionale ex art. 539 c.p.p, nei limiti del danno di cui si ritiene raggiunta la prova, per il danno patrimoniale, per il danno biologico temporaneo e per una percentuale del danno morale, comunque non inferiore ad €. 50.000 per ZE e €. 25.000 per ciascun genitore, salva liquidazione definitiva del danno da quantificarsi in separata sede. Condannarsi alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per il presente giudizio.

Il difensore delle parti civili CGI e BBA chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannarsi in solido gli imputati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, cagionato alle parti civili costituite; a CG quale danno patrimoniale €. 15.000, quale danno non patrimoniale: €. 13.000 per il danno biologico temporaneo, €. 140.000 per il danno biologico permanente, €. 70.000 per il danno morale, €. 70.000 per il danno esistenziale; ai signori BBA e CGI €. 50.000 per ciascuno per il danno esistenziale subito. Sentenza provvisoriamente esecutiva ex art. 540 c.p.p., o in subordine, condanna al pagamento di una provvisionale ex art. 539 c.p.p, nei limiti del danno di cui si ritiene raggiunta la prova, per il danno patrimoniale, per il danno biologico temporaneo e per una percentuale del danno morale, comunque non inferiore ad €. 50.000 per CG e €. 25.000 per ciascun genitore, salva liquidazione definitiva del danno da quantificarsi in separata sede. Condannarsi alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per il presente giudizio.

Il difensore delle parti civili TMA e ZMI chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta dì giustizia; condannarsi in solido gli imputati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, cagionato alle parti civili costituite; a TM quale danno patrimoniale €. 15.000, quale danno non patrimoniale: €. 13.000 per il danno biologico temporaneo, €. 140.000 per il danno biologico permanente, €. 70.000 per il danno morale, €. 70.000 per il danno esistenziale; ai signori TMA e ZMI €. 50.000 per ciascuno per il danno esistenziale subito. Sentenza provvisoriamente esecutiva ex art. 540 c.p.p., o in subordine, condanna al pagamento di una provvisionale ex art. 539 c.p.p, nei limiti del danno di cui si ritiene raggiunta la prova, per il danno patrimoniale, per il danno biologico temporaneo e per una percentuale del danno morale, comunque non inferiore ad €. 50.000 per TM e €. 25.000 per ciascun genitore, salva liquidazione definitiva del danno da quantificarsi in separata sede. Condannarsi alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per il presente giudizio.

Il difensore delle parti civili MVA e SGU chiede: affermarsi la penale responsabilità degli imputati e condannarli alla pena che sarà ritenuta di giustizia; condannarsi in solido gli imputati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, cagionato alle parti civili costituite; a SC quale danno patrimoniale €. 15.000, quale danno non patrimoniale: €. 13.000 per il danno biologico temporaneo, €. 140.000,00 per il danno biologico permanente, €. 70.000 per il danno morale, €. 70.000 per il danno esistenziale; ai signori MVA e SGU €. 50.000 per ciascuno per il danno esistenziale subito. Sentenza provvisoriamente esecutiva ex art. 540 c.p.p., o in subordine, condanna al pagamento di una provvisionale ex art. 539 c.p.p, nei limiti del danno di cui si ritiene raggiunta la prova, per il danno patrimoniale, per il danno biologico temporaneo e per una percentuale del danno morale, comunque non inferiore ad €. 50.000 per SC e €. 25.000 per ciascun genitore, salva liquidazione definitiva del danno da quantificarsi in separata sede. Condannarsi alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile per il presente giudizio.

Il difensore avv. Gulotta difensore dell’imputato CCL chiede: l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Il difensore avv. Maria Anna Vacca difensore dell’imputato PEM chiede: l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché non ha commesso il fatto.

Il difensore avv. Bombonati difensore dell’imputato PEM si associa alle richieste dell’avv. Vacca.

Il difensore avv. Avesani difensore dell’imputata SSA chiede: l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Il difensore avv. Delaini difensore dell’imputato CCL chiede: l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché non ha commesso il fatto.

MOTIVAZIONE

CCL, PEM, e SSA sono stati tratti a giudizio davanti a questo Tribunale con decreto del GUP del 9.11.2005 per rispondere del reato descritto in rubrica.

In udienza preliminare si erano costituite parti civili nei loro confronti MAL e SBE (genitori esercenti la potestà genitoriale sulla minore MM), MVA e SGU (genitori esercenti la potestà sulla minore SC), TVI e RTR (genitori esercenti la potestà sul minore TL), CSA e ZAL (genitori esercenti la potestà sulla minore ZE), BBA e CGI (genitori esercenti la potestà sul minore CG) ed infine ZMI e TMA (genitori esercenti la potestà sulla minore TM).

Alla prima udienza del 7.3 .2006 le difese degli imputati sollevavano alcune questioni preliminari concernenti la nullità del decreto che dispone il giudizio e della richiesta di rinvio a giudizio per mancata determinatezza della condotta contestata, nonché circa la formazione del fascicolo del dibattimento, questioni che venivano decise con ordinanza pronunciata nella stessa udienza e che si richiama integralmente in questa sede.

Esaurite le questioni preliminari venivano ammesse le prove documentali e testimoniali richieste dalle parti. In particolare tra gli altri documenti venivano acquisite la cassetta VHS che documenta i colloqui tra la minore MM e la psicoterapeuta dott.ssa Ongari e la cassetta contenente la registrazione del colloquio tra i nonni e la mamma della minore MM e il colloquio tra la bambina e la madre SBE. Non venivano ammesse, invece, inizialmente, su opposizione della difesa, le audizioni protette effettuate dal P.M. di alcuni dei bambini coinvolti nella vicenda: successivamente anche dette audizioni venivano acquisite su accordo delle parti (v. udienza 30.1.2007, pag. 61).

Venivano quindi sentiti, all’udienza del 3.10.2006, i testi di accusa GPI, SBE, MVA, ZMI, TVI, RTR, BBA, CSA, ZAL; all’udienza del 10.10.2006 il Mar. Calabrò Piero, MIM, SLS, BEM, FNA, VDA, Zocca Bruna; all’udienza del 17.10.2006 i testi LAN, EPI, Ongari Barbara, BMR, SLA, PBE, DDO, PAX; all’udienza del 23.11.2006 veniva sentito il teste MAL e quindi esaminati gli imputati CCL e SSA, dei quali venivano altresì acquisiti, su accordo delle parti, i verbali di interrogatori resi rispettivamente avanti al GIP e al P.M.

Alla successiva udienza del 9.1.2007 veniva esaminato l’imputato PEM e acquisiti, su accordo delle parti, il verbale dell’interrogatorio da lui reso avanti al GIP; venivano quindi sentiti i testi della difesa QGI, GEL, CFR, BOB, GSI, TMA, FLU, BCL; all’udienza del 30.1.2007 venivano sentiti i testi della difesa ZCA e Don Turco Tarcisio e quindi il perito nominato dal GIP dott.ssa Forato Gianna e il consulente tecnico del P.M. dott.ssa Mazzi Cristina. Nella stessa udienza veniva conferito l’incarico di trascrivere i colloqui registrati nella audio cassetta prodotta in giudizio dalla parte civile MM. All’udienza del 13.2.2007 veniva sentita nuovamente la teste SBE, la consulente della parte civile dott.ssa Cunico Liliana, venivano acquisite, su accordo delle parti, le relazioni dei consulenti di tutte le parti e infine dichiarata chiusa l’istruttoria.

Alla stessa udienza del 13.2.2007 e poi alle successive udienze del 14.2.2007 e 1.3.2007 le parti procedevano alla discussione e illustravano le conclusioni sopra trascritte, dopodiché il giudizio veniva definito col dispositivo.

Stante la complessità del procedimento veniva indicato il termine di 90 giorni per il deposito del1a sentenza.

La nascita del caso e le attività di indagine svolte

In data 28.5.2003 la bambina MM riferiva, ai nonni prima e alla mamma poi, di presunti abusi sessua1i dalla stessa subiti alla scuola materna "San Gaetano" di Ponton che la bambina frequentava per il primo anno. In particolare la bimba faceva la prima rivelazione dell’abuso ai nonni, i quali riferivano tutto alla mamma SBE, la quale, dopo essersi consultata con loro e con la propria madre, il giorno dopo interrogava la figlia MM (entrambi i colloqui sono stati registrati e sono stati poi prodotti in giudizio).

Le rivelazioni erano, a dire della nonna e della mamma, che all’asilo di Ponton la bambina aveva subito abusi sessuali da parte del maestro CCL e di un altro uomo amico della cuoca, che insieme a lei c’erano anche AX e SC, che l’uomo le toccava e leccava la pipina, che inoltre le metteva in bocca il suo "pipino" dicendo che era la banana e quelle sotto erano le mele, che SC non voleva mangiare la banana perché diceva che le faceva venire i brufoli, che venivano fatte anche delle foto, che la maestra SSA spiava dalla porta.

I genitori della bambina immediatamente denunciavano il fatto ai C.C. di S. Ambrogio di Valpolicella, i quali, acquisita anche la denuncia del Brig. TVI (genitore di altro bambino frequentante lo stesso asilo), in data 3 giugno 2003 effettuavano le perquisizioni presso le abitazioni di CCL e SSA che davano esito negativo.

Con riguardo alla perquisizione a carico del CCL le analisi sui CD e floppy-disc sequestrati è stato negativo, così come l’analisi del suo computer, circa la presenza di immagini pedopornografiche o comunque ricollegabili ai bambini dell’asilo di Ponton.

In data 7.6.2003 SSA si presentava al P.M. per rendere interrogatorio nel quale respingeva le accuse negando qualsiasi responsabilità (v. verbale di interrogatorio acquisito in atti).

La SBE, sconvolta per le rivelazioni, nelle serate del 2 e 3 giugno (ovvero quando vengono fatte le perquisizioni) telefonava ai genitori di altri bambini che frequentavano la scuola materna avvisandoli di quello che era successo. In particolare telefonava al1a famiglia SGU (genitori di SC), TMA (genitori di TM), CGI (genitori di CG), ZAL (genitori di ZE), ZAS (genitori di FX), FAD (genitori di AX) e BOB (genitori di AZ).

A loro volta i genitori, la sera stessa o il giorno dopo, interrogavano i rispettivi figli.

In particolare SC non riferiva nulla di ciò di cui aveva parlato MM e a cui avrebbe partecipato anche lei: alla mamma diceva solo che nell’asilo c’era un "segreto" che non poteva raccontare. I minori FX, AX e AZ, pur interrogati dai loro genitori, nulla dicevano di rilevante.

I genitori di TM, TL, CG e ZE riferivano invece di aver saputo dai figli di atti sessuali, o comunque di comportamenti prodromici ai presunti abusi (come lo spogliarsi nudi), compiuti nell’ora di ginnastica.

In sintesi TM diceva alla mamma ZMI che all’asi1o durante l’ora di ginnastica si spogliavano, si toglievano magliette e mutandine, che insieme a CCL c’era sempre un’altra persona, indicato come PEM, ma poi subito dopo alla domanda della mamma se quello che le aveva detto era vero la bimba diceva di avere scherzato.

A sua volta CG diceva alla mamma BBA che durante l’ora di ginnastica gli facevano togliere mutandine e magliette e poi lo facevano correre con la mano sul pisellino, e a specifica domanda rispondeva che venivano fatte anche delle fotografie. Circa un mese dopo la mamma osservava dei comportamenti sessualizzati del minore (strusciamenti del pisellino sulla sua gamba, ecc.).

La minore ZE interrogata dalla mamma CSA, su specifica domanda, le diceva che a scuola il maestro CCL li fotografava, che erano senza maglietta, che la maestra non c’era ed era presente un uomo con la barba e un pò pelato. Nei mesi successivi venivano notati dai genitori comportamenti sessualizzati della minore, la quale, alle domande dei genitori su dove avesse visto fare certe cose, rispondeva loro che era un gioco che faceva con CCL o che erano giochi che faceva all’asilo di Ponton.

Infine TL (interrogato dal padre Brig. TVI) diceva al padre che il maestro CCL lo faceva spogliare, che insieme a lui c’erano CG e anche SX e FX, che CCL tirava fuori il pisello (che era più grande di quello del padre), che SX e FX avevano baciato il pisello di CCL dicendo "che schifo, che schifo" e avevano sputato per terra, che la maestra SSA era sulla porta e guardava e poi era entrata dicendo "adesso basta finitela", che insieme a CCL c’era un altro uomo di nome PIX che conosceva la cuoca PAX, che i fatti avvenivano giù dove dormivano i bambini o fuori in giardino, Gli disse poi che CCL veniva a scuola con un computer portatile e che gli scattava anche delle fotografie.

Nessuno degli altri 52 bambini frequentanti l’asilo di Ponton (i cui genitori non erano stati contattati dalla SBE) faceva rivelazioni di abusi ai rispettivi genitori (sul punto v. anche dep. Mar. Calabrò, pag. 40).

Nel frattempo, però (come si vedrà meglio in seguito), la minore MM iniziava una serie di ulteriori rivelazioni in occasioni di colloqui con la madre, avvenuti per mesi tutte le sere, in cui veniva coinvolto il maestro di ginnastica. Inoltre durante le indagini e anche prima dell’'incidente probatorio la bambina veniva sottoposta per mesi a terapia psicodiagnostica da parte della Prof Ongari, incaricata dai genitori, terapia nel corso della quale si continuava a parlare dei fatti accaduti all’asilo.

Dopo le perquisizioni effettuate presso le abitazioni di CCL e SSA veniva altresì perquisita in data 10.6.2003 la sede della "Ludica Cooperativa Sociale s.c.r.l.", in Borgo Satollo (BS), cioè la società che si occupava dell’attività di psicomotricità all’interno della scuola materna e alla quale facevano capo CCL e PEM. Circa un mese dopo, individuato secondo gli inquirenti il secondo uomo presente ai presunti abusi in PEM, in data 23.7.2003 veniva perquisita anche la sua abitazione e l’azienda del padre. Gli accertamenti effettuati sui computer e altri strumenti informatici hanno dato esito negativo (v. dep. Mar. Calabrò).

Il secondo uomo veniva individuato nel PEM perché i bambini parlavano di lui come l’amico o fidanzata della cuoca e dalle indagini risultava che il PEM aveva una relazione sentimentale con ZCA, che era un’ausiliaria della scuola materna ed aiutava la cuoca nelle sue faccende. Inoltre un bambino si era riferito a lui come al "papà di CCL" e questa espressione aveva fatto pensare agli inquirenti ad una posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto al CCL che quindi potesse apparire ai bambini come il papà.

Subito dopo le prime perquisizioni, venivano anche autorizzate ed attivate operazioni di intercettazione telefonica delle utenze in uso agli indagati (a carico del PEM dopo la sua individuazione quale possibile secondo uomo), ma le stesse non fornivano risultati di rilievo, tranne che per alcune conversazioni servite unicamente per richiedere una proroga delle intercettazioni (v. dep. Mar. Calabrò). Le trascrizioni delle intercettazioni sono state comunque acquisite dal Tribunale su consenso delle parti.

Venivano altresì richiesti i tabulati telefonici delle utenze in uso agli indagati ma anche dall’analisi degli stessi non emergeva alcun dato rilevante (v. dep. Mar. Calabrò, pag. 5 e 8). Veniva anche acquisito presso la scuola di Ponton un raccoglitore dei disegni effettuati dai bambini poiché MIM (presidente del comitato di gestione dell’asilo) aveva subito riferito che i bambini dopo l’ora di psicomotricità effettuavano un disegno dell’attività svolta. In occasione delle s.i.t. di MIM venivano acquisiti altresì una planimetria dell’asilo e un elenco di tutti gli alunni suddivisi per sezione (documenti questi poi transitati nel fascicolo per il dibattimento, unitamente al verbale di s.i.t. della MIM, su accordo delle parti - v. verbale udienza del 10.10.06).

Sono state altresì effettuate indagini patrimoniali sul conto degli indagati - oggi imputati - ma anche da queste non è emerso nulla di rilevante (v. dep. Mar. Calabrò, pagg. 7-8 e 20-21).

Nel prosieguo delle indagini venivano sentiti in incidente probatorio (data 22.4.2004) solo tre dei minori che avevano fatto delle rivelazioni, e cioè MM, TM e CG.

Prima dell’espletamento dell'incidente il GIP disponeva, infatti, un accertamento peritale sia per verificare l’'idoneità fisica e mentale dei bambini a rendere testimonianza, sia per fornire supporto al giudice nell’assunzione della testimonianza. In esito al lavoro peritale svolto dalla dott.ssa Forato il GIP riteneva di non procedere all’assunzione della testimonianza degli altri tre minori che avevano fatto delle rivelazioni perché la stessa sarebbe risultata troppo gravosa e stressante, tenuto conto per ZE della troppo tenera età, per TL della sua immaturità rispetto all’età e per SC della inadeguatezza a reggere stress troppo forti (v. ordinanza ammissiva di incidente probatorio del 31.3.2004).

Questi altri tre minori venivano sentiti tuttavia in audizione protetta dal P.M., con la presenza anche della dott.ssa Mazzi Cristina, dipendente del servizio tutela minori dell’USLL 22 di Domegliara (la stessa, unitamente alla dott.ssa Zocca Bruna, nel giugno 2003 aveva avuto colloqui e incontri con alcuni genitori e bambini e inviato alcune relazioni al P.M. circa il lavoro svolto).

In particolare SC veniva sentita il 15.4.2004 e il 3.6.2004. La prima volta nulla diceva di sua iniziativa, ma si limitava a rispondere "si" alla domanda suggestiva del P.M. che le sottoponeva il disegno col "bernoccolo" (disegno che la bambina aveva fatto nelle sedute preliminari con la dott.ssa Mazzi) e nel contempo affermava "questo è un maschio perché ha il pisello" e chiedendole se l’aveva visto così. La ragazzina negava che durante l’ora di ginnastica fossero fatte delle foto e diceva di non avere segreti. La seconda volta diceva che il segreto non c’entrava nulla con CCL e SSA.

ZE, sentita il 15.4.2004, nulla diceva. TL, sentito il 15.4.2004 e il 3.6.2004, pur bersagliato dalle domande e sollecitato, col padre presente, negava tutto e diceva che aveva scherzato. Quanto agli incidenti probatori, l’unica che confermava quello che aveva detto prima era MM (si vedrà in che termini e con che forme), mentre gli altri due (come si dirà meglio più avanti) nulla riferivano di rilevante.

Venivano altresì effettuati tre sopralluoghi presso l’asilo di Ponton, intesi a descrivere lo stato dei luoghi ed anche a verificare se i bambini potessero essere usciti dalla scuola.

Il primo sopralluogo è stato effettuato in data 27.9.2003 solo dagli inquirenti e sono state fatte foto e riprese video (in atti sono acquisiti le cassette e i CD che documentano l’atto): nel corso di esso, come riferito dal Mar. Calabrò, si è giunti alla conclusione che se i bambini erano usciti dall’asilo lo avevano fatto dal cancello principale poiché le ipotesi alternative erano impraticabili (si vedrà meglio in seguito sul punto - v. dep. Mar. Calabrò, pag. 26).

Gli altri due sopralluoghi presso l’asilo di Ponton sono stati effettuati invece insieme a due minori dopo le loro deposizioni.

In data 2.7.2004 veniva effettuato un sopralluogo del P.M. con MM. La bimba indicava una casetta di legno posta nel cortile della scuola e diceva che quell’uomo la toccava lì, poi conduceva gli inquirenti, uscendo dal cancello principale, al campo di calcio attiguo all’asilo e alle docce ivi esistenti e diceva che lì la toccava quell’uomo.

In data 21.7.2004 analogo sopralluogo veniva fatto con SC, la quale indicava un foro nella recinzione posta sopra il muro dell’asilo dicendo che uscivano da lì, portava poi gli inquirenti, uscendo dall’ingresso principale dell’asilo, al vicino Ospedale psichiatrico, diceva che lì c’era stata con la maestra SSA, non diceva se era avvenuto qualcosa, e, a specifica domanda, diceva di aver disegnato il "bernoccolo" (il disegno fatto davanti alla dott.ssa Mazzi e di cui si parlerà oltre) perché lo aveva visto ma che CCL aveva i pantaloni.

Con ordinanza emessa in data 14.9.2004 il GIP presso il Tribunale di Verona respingeva la richiesta di misura cautelare formulata nei confronti degli indagati sulla base degli elementi sopra indicati. L’ordinanza di rigetto del GIP veniva impugnata dal P.M. avanti al Tribunale del Riesame, il quale con ordinanza in data 4.10.2004 accoglieva l’atto di appello e disponeva la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di CCL e PEM. La Corte di Cassazione confermava poi con sentenza del 26.1.2005 la misura cautelare applicata che veniva quindi eseguita in data 29.1.2005 ed è durata (previa sostituzione della stessa con la misura dell’obbligo di presentazione alla P.G., intervenuta rispettivamente nei mesi di maggio e agosto 2005) fino all’udienza del 7.3.2006 nella quale questo Tribunale ha revocato le misure per sopravvenuta mancanza delle esigenze cautelari.

Dopo l’esecuzione della misura sia CCL che PEM negli interrogatori di garanzia negavano qualsiasi addebito (v. verbali di interrogatorio acquisiti in atti).

Concluse le indagini preliminari e inviato ad imputati e difensori l’avviso ex art. 415 bis c.p.p. il P.M. esercitava l’azione penale nei confronti di CCL, PEM e SSA mediante richiesta di rinvio a giudizio accolta dal GUP col decreto che ha disposto il giudizio.

Valutazione e utilizzabilità delle dichiarazioni dei minori riferite dai genitori

Ritiene il Tribunale, prima di esaminare il merito della vicenda sottoposta al proprio giudizio, che sia necessario affrontare la problematica di diritto circa l’utilizzabilità e il valore che hanno nel processo penale le dichiarazioni dei bambini riferite dai genitori e in merito alle quali i minori non sono stati sentiti in sede processuale. Ciò tanto più nel presente processo nel quale la difesa dell’imputata SSA ha formulato richiesta ex art. 195 c.p.p. di sentire i bambini le cui dichiarazioni "de relato" sono entrate nel processo attraverso le testimonianze dei genitori, istanza che il Tribunale, con ordinanza letta all’udienza del 30.1.2007 (v. pag. 61 trascr.), ha rigettato tenuto conto del decorso del tempo dai fatti (con connessa possibilità di attivazione di meccanismi di rimozione) e della necessità di non sottoporre i bambini ad ulteriori stress emotivi.

Né la richiesta della difesa ex art. 195 C.p.p. può dirsi superata per il fatto che poi la difesa stessa ha dato il consenso all’acquisizione dibattimentale delle dichiarazioni rese dai minori nelle audizioni protette avanti al P.M. (trattandosi comunque di dichiarazioni rese al di fuori della sede processuale e del contraddittorio delle parti).

In tema di testimonianza "de relato", cioè relativa a fatti di cui il teste abbia avuto conoscenza da altre persone, l’art. 195 C.p.p. detta la regola per cui, se richiesto da una delle parti, il testimone diretto deve essere chiamato a deporre a pena di inutilizzabilità delle dichiarazioni "de relato", a meno che (eccezione alla. regola) "l’esame di queste risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità" (art. 195, co. 3, c.p.p.).

Tale meccanismo legislativo è rispettoso sia dell’art. 6, par. 3, letto d) CEDU, sia dell’art. 111 Cost., norme che garantiscono all’imputato la facoltà di interrogare o fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico.

In tema di reati contro la libertà sessuale nella giurisprudenza della S.C. sì riscontrano due orientamenti circa l’utilizzabilità nel processo delle dichiarazioni rese dal minore ai propri genitori.

Secondo una prima tesi, l’elencazione dei casi di impossibilità previsti dall’art. 195 c.p.p. deve considerarsi tassativa, per cui in ogni ipotesi in cui la concreta impossibilità dell’esame dipende da circostanze diverse (come ad es. l’avvio di un meccanismo di rimozione del minore o la necessità di non turbare l’equilibrio psichico e la serenità del bambino), la testimonianza indiretta del genitore, allorché si sia omesso di procedere all’assunzione diretta del minore (richiesta da una parte), deve considerarsi inutilizzabile (v. Cass. Pen. sez. III, 7.6.2002, n. 1360), salvo il caso in cui l’equilibrio psichico di questi sia così labile da tradursi in una vera e conclamata infermità che, a norma dell’art. 195, co. 3, C.p.p., è idonea a consentire il recupero della testimonianza indiretta dei genitori (v. Cass. Pen. sez. I, 12.2.2004, n. 18058, dep. 20.4.2004).

Secondo altra tesi, invece, la testimonianza "de relato" è sempre utilizzabile allorquando sia impossibile l’esame del soggetto a conoscenza diretta del fatto, in quanto deve escludersi che l’elenco dei casi di impossibilità previsti dall’art. 195 c.p.p. (per morte, infermità o irreperibilità) sia tassativo e che non possano essere individuati altri casi di impossibilità oggettive analoghi a quelli elencati dal legislatore (come nel caso del bambino in tenera età che non potrebbe essere chiamato a deporre senza compromissione del suo equilibrio psichico e della serenità). In tal caso però aggiunge la S.C. le dichiarazioni "de relato" devono essere valutate alla stregua di un indizio da verificare e valutare, ai sensi dell’art. 192, co. 2, c.p.p., unitamente ad altri indizi che abbiano i requisiti della certezza, precisione e concordanza (v. Cass. sez. I, 13.3.1997, n. 7947; Casso sez. V, 6.4.1999, n. 12027).

Ritiene il Tribunale che in via di principio la tesi più rigorosa sia quella più rispondente ai principi costituzionali in materia e in particolare all’art. 111 Cost. che attribuisce all’imputato il diritto di interrogare o fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico. Dunque tutte le eccezioni a questo principio dovrebbero essere interpretate in senso restrittivo, senza consentire l’applicazione dell’analogia.

D’altro canto, tuttavia, non si può non considerare che nel caso in cui il teste diretto sia un minore in tenera età e i fatti riferiti riguardino abusi sessuali, la testimonianza del minore in dibattimento (e cioè quando di regola è già passato diverso tempo dai fatti) non si potrà quasi mai ammettere per il rischio concreto di turbare l’equilibrio psichico e la serenità del minore, nonché di ostacolare il processo di rimozione dei fatti di abuso che col tempo si innesca (e in tal senso è stata appunto la motivazione con la quale il Tribunale ha rigettato l’istanza difensiva).

Vengono in gioco quindi nella materia in esame da un lato il diritto di difesa dell’imputato (sub specie del diritto dello stesso di controinterrogare o fare controinterrogare i testi a carico) e dall’altro lato il diritto alla salute fisiopsichica del minore persona offesa, diritti che entrambi devono essere salvaguardati e il cui bilanciamento può costituire ragione valida per dare fondamento alle tesi meno restrittive sopra indicate.

Tuttavia qualora, come questo Tribunale ritiene di dover fare, si segua la tesi della utilizzabi1ità processuale delle dichiarazioni dei bambini riferite "de relato" dai genitori, anche quando non sia stato possibile sentire i bambini stessi nel processo per le ragioni dianzi indicate (tenuto conto altresì che il P.M. aveva richiesto l’incidente probatorio ma il GIP lo ha negato), è assolutamente necessaria una stringente verifica processuale di tali dichiarazioni che vanno sottoposte al vaglio di credibilità unitamente alle altre risultanze processuali.

Occorre dunque porre la massima attenzione sia alla natura delle rivelazioni del bambino (se spontanee o provocate da interrogatorio dell’adulto), sia alle modalità dell’ascolto del minore condotto da parte dell’adulto.

È importante fin da ora sottolineare, infatti, che, così come riconosciuto dai migliori esperti in tema di ascolto del minore abusato, e dagli stessi consulenti tecnici delle parti processuali, l’intervista deve essere condotta in modo scettico, senza domande suggestive ed evitando di blandire il minore circa le risposte che ci si aspetta che egli dia.

A tal riguardo si possono richiamare le osservazioni della dott.ssa Albertoli (C.T. dell’imputato CCL), la quale precisa che l’interrogatorio del minore in età prescolare deve avvenire con atteggiamento falsificazionista e non verificazionista, e che a questa condizione anche il minore può rendere una valida testimonianza (pag. 5 relazione). Ricorda la CT che studi recenti hanno dimostrato che i bambini si lasciano facilmente influenzare dagli adulti e raccontano eventi mai verificati sulla base dei suggerimenti contenuti nelle domande (pag. 6), per cui domande suggestive possono modificare l’oggetto dei ricordi al punto che il bambino può essere indotto a costruire nella sua mente dei "falsi ricordi" (pag. 9).

Della stessa opinione è la dott.ssa Libardi (C.T. imputata SSA) con riguardo alla necessità di evitare domande suggestive o implicative, che diano per scontato la sussistenza del fatto (pag. 3).

Medesime considerazioni svolge la dott.ssa Perobelli (C.T. Parte civile MAL), la quale afferma che le modalità di interrogazione del bambino sono importanti perché esiste il rischio di distorsione del racconto del bambino attraverso meccanismi suggestivi e tali fenomeni possono alterare la memoria degli eventi dando luogo a "falsi ricordi" (pag. 8), e perciò raccomanda di orientare il colloquio dal racconto libero e spontaneo del bambino verso una progressiva richiesta di precisazioni, facendo attenzione a non porre domande con informazioni non presentate già spontaneamente dal bambino stesso (pag. 8).

Lo stesso concetto è espresso ripetutamente nella sua consulenza dal Prof Rossi (C.T. imputato PEM).

Anche la dott.ssa Forato (perito del GIP), infine, concorda che nell’ascolto del bambino le domande suggestive hanno un effetto pregiudizievole sulla sincerità del racconto (v. dep. udienza 30.1.2007, pag. 111).

Nel procedimento in esame solo tre bambini, come si è visto, sono stati sentiti in sede processuale (mediante incidente probatorio), mentre gli altri tre sono stati sentiti unilateralmente dal P.M. in audizione protetta. Su accordo delle parti tuttavia le cassette e le trascrizioni delle audizioni protette del P.M. sono state acquisite al fascicolo del dibattimento, per cui le dichiarazioni rese in quella sede dai minori possono essere utilizzate ai fini della decisione e valutate unitamente alle dichiarazioni rese dai genitori.

Le dichiarazioni dei genitori e la loro attendibilità

Nella valutazione delle dichiarazioni dei bambini riferite "de relato" dai genitori, ritiene il Tribunale che occorre in primo luogo valutare l’attendibilità della fonte indiretta e cioè dell’adulto che riferisce quanto appreso dal bambino. Occorre poi valutare con estrema attenzione, come detto prima, la natura e le modalità dell’esame o ascolto del bambino da parte dell’adulto onde accertare la credibilità di ciò che il bambino riferisce.

A tal riguardo, occorre osservare fin da adesso come l’approccio degli adulti nei confronti del problema sorto con la rivelazione improvvisa di MM non sia stato il più corretto ed obiettivo.

Con riguardo alla minore MM, va osservato infatti che dalla cassetta registrata emerge come, fin dal primo momento, i nonni e la mamma di MM sono certi che i fatti raccontati dalla bambina siano realmente avvenuti (v. nella cassetta la frase detta probabilmente dalla SBE: "... .sul fatto che sia vero non ci sono dubbi, il problema è come muoversi", pag. 10 trascr.; la SBE lo conferma, di essere stata sicura fin da subito che i fatti erano veri, anche nel corso della sua deposizione, ud. 3.10.2006, pag. 91) e con ansia evidente interpretano con tale pregiudizio le dichiarazioni della bambina.

Essi infatti selezionano le informazioni nel processo (si vedano al riguardo anche le cassette selezionate dalla Prof. Ongari che si dichiara certa dell’abuso), non riferiscono informazioni potenzialmente favorevoli agli imputati (per es. i nonni e la mamma di MM non dicono del riferimento alla TV fatta dalla bambina dove avrebbe visto un uomo e una donna nudi, né dicono che la bambina disse loro che si era inventato tutto: circostanze queste entrambe emerse solo dall’ascolto della cassetta registrata), e arrivano anche a distorcere e alterare il significato di alcune dichiarazioni di altri genitori.

La SBE infatti riferisce di aver sentito dalla BOB (madre di AZ), dalla famiglia ZAL, dai CGI e dai SGU cose che questi non hanno mai detto: la BOB le avrebbe detto che il loro figlio aveva confermato che veniva messo il nastro sulla bocca ai bambini e venivano fatte delle foto nudi, mentre la BOB ha smentito (v. dep. ud. 9.1.07, pag. 109); gli ZAL le avrebbero detto che la loro bambina era stata spogliata nella parte superiore, mentre nulla del genere dicono gli ZAL; i CGI le avrebbero detto che CG aveva detto che i bambini venivano messi nudi in fila e venivano fatte delle foto, mentre nulla del genere dicono i CGI; i SGU infine avrebbero riferito di fatti sconvolgenti confidati da SC, mentre viene smentita dalla MVA (v. dep. ud. 3.10.06, pago 119). Sul punto si veda anche la valutazione di tale atteggiamento da parte della dott.ssa Albertoli (v. relazione, pag. 31 e ss.) e quanto osservato dal Prof. Rossi nella sua consulenza (pag. 11 e segg.).

La SBE, come si vedrà, ha lasciato intendere che MM abbia avuto problemi ai genitali, sospetto di abusi, mentre dai certificati medici prodotti in seguito nulla risulta, essendo stata evidenziata l’esistenza di una semplice iperemia nella zona inguinale di circa 1 cm, ingravescente da mono a bilaterale (quindi senza alcun significato rispetto all’ipotesi di un trauma anteriore al 30/5/2003) con alcun significato in termini di riscontro ai sospetti abusi (v. certificati medici prodotti all’udienza 3.10.2006, dai quali risulta anche l’integrità dell’imene e l’assenza di lesioni in sede anale).

Ancora, la SBE, ansiosa e spaventata, ha telefonato di notte agli altri genitori e ha trasmesso concitazione e allarme, tanto che questi, sconvolti a loro volta della notizia appresa, svegliano addirittura i bambini nella notte per interrogarli (come ad es. sicuramente ha fatto la BOB).

Sicché, come correttamente ha rilevato la dott.ssa Albertoli, non è difficile immaginare con quale stato d’animo i genitori si rivolsero ai figli e le domande loro formulate: condizioni certo idonee per suggestioni o suggerimenti alle risposte (v. pago 29 C.T. Albertoli).

È corretto dunque ritenere che la situazione psicologica della SBE e degli altri genitori era tale che può certamente aver favorito equivoci e non corrette interpretazioni di quanto detto dai bambini.

E ciò risulterà chiaro per tabulas quando si esamineranno le dichiarazioni di MM quali emergono dalla cassetta registrata e quelle riferite dalla mamma e dai nonni.

Non vi è la prova dunque, e anzi risultano elementi contrari, che possano far concludere che gli interrogatori degli adulti ai bambini siano stati fatti con la necessaria calma e serenità, partendo da una posizione scettica e non preconcetta, con domande non suggestive.

Il che dunque fin dall’inizio fa sorgere fondati dubbi sulla credibilità di quello che i bambini hanno riferito, non spontaneamente ma su domande dei genitori.

Nel caso di MM si vedrà che l’interrogatorio è stato condotto con ripetute domande suggestive che cercavano di fare dire e confermare alla bambina le circostanze che i genitori ormai credevano vere, mentre nel caso di TL è lo stesso genitore, si vedrà, che ammette di aver introdotto lui, con domanda suggestiva, l’argomento del pene di CCL.

Le dichiarazioni dei bambini riferite dai genitori

La prima rivelazione e le ulteriori dichiarazioni di MM

Come si è detto il caso degli abusi all’asilo di Ponton nasce il 28.5.2003 allorquando la piccola MM si trovava in montagna con i nonni paterni e qui faceva loro delle improvvise rivelazioni.

Al dibattimento, la nonna GPI ha così riferito in ordine alle dichiarazioni della bambina: avendo saputo dalla nuora che all’asilo qualcuno la chiamava principessa, le avevano domandato: "ma chi ti chiama principessa?" e la bambina era saltata in piedi sulla sedia e aveva risposto "è CCL, ci bacia dappertutto, ci spoglia tutti, ci lecca la pipina, ci tocca il culetto, si mette nudo, ci dà tirare e da mangiare la banana e le mele", poi aveva detto che insieme a loro c’era anche AX, che CCL "ci dà la banana che la tiri, vuole appoggiarmela alla bocca, io ho schiacciato i denti", mentre "la SC non la vuole la banana perché le fa venire i brufoli". Poi la bambina aveva detto che c’era anche un altro uomo, oltre a CCL, che andava a trovare la cuoca. La nonna aggiungeva che ciò avveniva, a detta della bambina, all’asilo di Ponton; che la bambina, alla sua domanda di chi la vestiva, aveva risposto che era "la maestra" e che questa sapeva cosa stavano facendo perché "spiava dalla porta"; aggiungeva infine che la bambina le disse che le avevano imposto di non dire niente alla mamma perché altrimenti sarebbe morta e che allora lei l’aveva detto alla nonna (v. dep. GPI ud. 3.10.2006, pag. 3 e ss.).

Anche il nonno MAD confermava di massima il contenuto della rivelazione della bambina, aggiungendo peraltro che nel dire quelle cose MM aveva un tono normale e che mai prima avevano notato nel comportamento o nell’atteggiamento della bambina alcunché di sospetto (v. dep. ud. 23.11.2006).

Quindi a dire della nonna, la bambina le avrebbe detto, restando ai contenuti più scottanti, che CCL le leccava la        ("pipina"), si spogliava e faceva tirare ai bambini il pene ("pipino"), che insieme a lei c’erano AX e SC, che poi cercava di mettere loro il pipino in bocca dicendo che era la "banana" e sotto c’erano le "mele", che però sia lei che SC non gradivano (la MM serrava la bocca, SC diceva che non voleva perché le faceva venire i brufoli), che infine era stata minacciata di non dire nulla alla mamma, che la maestra SSA sapeva perché spiava dalla porta.

La GPI riferiva subito ogni cosa alla mamma di MM, SBE, la quale al dibattimento riferiva di aver saputo dalla suocera quanto le aveva detto la bambina, che il mattino dopo aveva avuto un colloquio con la piccola chiedendole cosa aveva detto alla nonna, che di tale colloquio aveva effettuato la registrazione su una audiocassetta prodotta in atti.

In relazione a questo colloquio, la SBE riferiva (v. dep. ud. 3.10.2006, pag. 22 e ss.) che la bambina era molto scossa e faceva fatica a parlare. In risposta alle sue domande MM le aveva riferito che all’asilo il maestro CCL "la spogliava. le toccava la pipina, il culetto e le ciccine", che lei aveva chiesto "ma quale maestro"? e la bambina le aveva riproposto il nome CCL (pag. 24); le disse che "c’era un altro uomo di cui non ricordava il nome" (pag. 24); che ai fatti partecipavano anche altri bambini; che la maestra per punizione mandava lei, SC e AX fuori della classe in cantina dove c’era un uomo con la maschera che le faceva leccare il pipino (pag. 26).

Aggiungeva la SBE che era quello il primo anno dell’asilo per MM e che la bambina rientrava a casa dopo pranzo, alle ore 13.30 circa; che all’inizio andava volentieri all’asilo ma che dopo un po' di tempo aveva manifestato forte ansia e non voleva più andarci; che la sera tardava ad addormentarsi; che aveva inappetenza ed era depressa (pag. 25-26); che verso novembre 2002 presentò dei forti rossori sui genitali e che le analisi fatte fare dal pediatra per il sospetto di una probabile infezione alle vie urinarie diedero risultato negativo (pag. 26).

La SBE riferiva di avere subito informato i Carabinieri e di avere poi, appena avuto il via libera dai carabinieri dopo 4-5 giorni, avvisato ad ora tarda i genitori di altri bambini. Al riguardo riferiva di avere ricevuto conferma dei propri sospetti in quanto: l) la signora BOB le aveva detto che il figlio AZ, alle sue domande, aveva risposto dicendole "mamma sei stupida tu non devi sapere queste cose", e che la nonna del bambino si era sentita dire dal bambino che erano state fatte foto di bambini nudi e che era stato messo loro del nastro isolante sulla bocca (v. dich. rese nelle s.i.t. del 6.6.03 e contestate dal P.M. durante l’esame); 2) i genitori di ZE le avevano detto che la bambina aveva loro riferito che veniva spogliata nella parte superiore, che il maestro CCL aveva la maschera e che la riprendevano con una telecamera (v. dich. rese nelle s.i.t. del 6.6.03 e contestate dal P.M. durante l’esame); 3) i genitori di CG avevano detto che, a detta del figlio, durante l’ora di psicomotricità i bambini erano denudati; 4) infine la madre di SC aveva saputo dalla bambina che questa aveva un segreto che non doveva svelare perché altrimenti la maestra l’avrebbe punita (v. pagg. 34-37).

Riferiva, inoltre, la SBE che, dopo il primo approccio, la bambina era come se avesse rotto un argine e aveva continuato per dieci mesi a parlare spontaneamente di questi fatti soprattutto la sera prima di addormentarsi, quando normalmente esordiva con parole del tipo "mamma ho paura di quell’uomo, ho paura tutti i giorni. La paura mi si è incastrata nella testa, io non riesco più a pensare a cose belle.

Quell’uomo mi toccava la pipina, il culetto e le ciccine, mi ha fatto tanti dispetti" (pag. 27). Nel corso di dieci mesi la bambina le aveva detto che aveva paura di quell’uomo, che "quell’uomo veniva sempre prima di mangiare dalla cuoca, aveva una barba come il papà", che faceva la ginnastica insieme a CCL; che la maestra SSA ti spiava dalla porta mentre la toccavano, che le aveva messo una fascetta nera sugli occhi per non vedere che quell’uomo era nudo, che le aveva tolto il cerotto dalla bocca, che la rivestiva, che la mandava in castigo in cantina dove c’era quell’uomo che faceva leccare il pipino (pag. 31); i primi giorni diceva che queste cose le succedevano in una cassaforte che non riuscì mai a capire a cosa si riferisse (pag. 53).

Nel corso dei vari mesi in cui erano continuati i colloqui pressoché giornalieri sull’argomento, annotati dalla mamma su un quaderno, la bambina le aveva inoltre confidato, dopo aver fatto un disegno con una sorta di spada che entrava in un cerchio, che aveva visto "all' asilo  quell’uomo ha messo il pipino nella pipina della maestra" (pag. 32); che durante la psicomotricità mentre erano nudi con la sua maestra veniva giù anche la maestra con l’apparecchio; che quando andavano al piano superiore la toccavano e le facevano delle foto; che una volta con l’uomo con la barba erano andati fuori dell’asilo scavalcando un muretto alto, che lei aveva molta paura e che c’erano vari bambini (AX, AT, SC, BX e AB); che erano andati in una casa piena di stanze e di docce, con la sabbia per terra, e lì quell’uomo l’aveva toccata e un altro le faceva le foto, che la sua foto era entrata in un tubicino ed era andata in un computer, che erano tre uomini, uno con la maschera di elefante, uno da tigre e uno da cowboy (pag. 33 e 38); che CCL c’era poche volte mentre c’era sempre l’altro uomo con la barba; che una volta era stata legata e le era stato messo dello scotch sulla bocca per cui non poteva scappare (questo la bambina disse una volta in cui aveva affermato che le dispiaceva che quell’uomo le aveva toccato la pipina e pensava fosse colpa sua) (pag. 41); che c’erano delle sbarre che dovevano superare e che quell’uomo era il Presidente delle sbarre (pag. 41); che "quell'uomo veniva sempre prima di mangiare dalla cuoca" e che quell'uomo "era il marito della cuoca" (pag.41-42).

In altra occasione (in data 3.2.04) le aveva detto che era andata in macchina con quell'uomo e ZCA (ZCA, la bidella - n.d.r.), su una strada di montagna, a casa di quest'ultima, che l'uomo le aveva tolto i pantaloni e che di tale viaggio era al corrente la maestra con l'apparecchio ( LAN - n.d.f.), la quale le aveva detto di non andare ma lei le aveva disubbidito (pag. 43}.

Sempre nel corso dei vari colloqui avvenuti per mesi con la mamma, un giorno, quando ha visto la mamma prendere delle siringhe, MM aveva avuto paura ed aveva detto che quell'uomo le aveva fatto una puntura, quando era sulla sabbia, che le aveva messo uno spillo nella mano e che attaccato allo spillo c'era un tubicino e poi una bottiglia di vetro (la mamma escludeva che prima di quelle rivelazioni la bambina avesse mai subito iniezioni o fosse stata ospedalizzata - n.d.r.), che dopo la puntura lei si era addormentata e lui allora le aveva messo il pipino davanti alla pipina (pag. 44); più volte nominò anche SC, che c'era anche lei quando le facevano leccare il pipino, ma che lei non voleva mangiarlo perché era allergica (pag. 53); che non aveva detto nulla alla mamma perché sarebbe morta ("mamma io non te l'ho detto perché mi hanno detto che se te lo dicevo saresti morta" – pag. 53) e che sarebbero venuti a vendicarsi (ibidem); confermava che i primi giorni la bambina le aveva detto che questi fatti avvenivano in quella che lei chiamava "cassaforte" e che non era riuscita a capire a cosa si riferisse (ibidem).

Aggiungeva la SBE che la bambina più volte, dopo la rivelazione del 28.5.2003, aveva manifestato sensi di colpa e continuava a dire "sono brutta e sporcacciona" e che non era bella come la sorellina Lx (pag. 45), e che stava così male che aveva dovuto iniziare una psicoterapia con la dott. ssa Ongari di Trento durata circa 1 anno e mezzo (al riguardo sono state prodotte alcune videocassette relative alle sedute); che un giorno durante tali sedute aveva disegnato un uomo tutto nero (pag. 54).

Riferiva ancora la SBE che la bambina aveva presentato un forte disagio a partire dal dicembre 2002 tanto che si era dovuto procedere ad un reinserimento nell'asilo dopo le vacanze di Natale, che anche dopo il nuovo inserimento la bambina continuò a manifestare disagio nell'andare all'asilo ma che lei aveva continuato a mandarla pensando che fossero capricci (pag. 47); che nel sopralluogo effettuato col P.M. era stato confermato quanto aveva detto in precedenza MM e che ancora oggi, dopo un anno di terapia, la bambina soffre di ansia e disistima (pag. 49). Aggiungeva che era stata la stessa bambina a dirle che all'asilo c'era uno che la chiamava principessa (pag. 52). A domanda della difesa ammetteva di non avere mai visto segni di puntura, lividi, colore rosso addosso alla bambina (che nei colloqui con la madre aveva riferito anche ciò, come emerge dalle dichiarazioni rese dalla SBE ai Carabinieri) (pag. 65), anche se una volta le aveva visto un forte ematoma sulla mano e la bambina le riferì che aveva preso una botta, e altra volta le era stata consegnata completamente cambiata d'abito e la bambina le aveva detto "sono caduta nella pozzanghera" (al che lei rimase male perché in quei giorni non aveva piovuto) (pag. 67).

Riferiva infine la SBE che il 5.10.2003 mentre stavano andando a Mantova era salito sulla loro auto un conoscente del marito, e quando questi si era voltato a salutare la bambina lei si era rannicchiata spaventata e aveva detto "assomiglia a quell'uomo": la foto di questo ragazzo venne poi consegnata ai C.C. e si rilevò una somiglianza con il PEM.

Anche la zia di MM, SLA, ha riferito di alcuni episodi, collocabili da ottobre 2003 in avanti, in cui la bambina le aveva detto che all'asilo di Ponton c'era un uomo che le toccava la pipina e il culetto, altra volta che aveva paura di quell'uomo e altra volta che quell'uomo aveva il pipino che sapeva di pipì (v. dep. ud. 17.1 0.2006, pago 82 e segg.).

Questi i fatti come riferiti dai nonni e dalla mamma di MM.

Come si è già accennato, tuttavia, il Collegio è in possesso dell'audiocassetta prodotta in giudizio proprio dalla difesa SBE, sulla quale sono stati registrati sia il colloquio avvenuto tra i nonni paterni, la nonna materna e la mamma di MM, sia il successivo colloquio, o meglio interrogatorio, tra la SBE e la figlia MM.

Orbene l'audizione della registrazione e la lettura delle trascrizioni dei colloqui fanno emergere diversi elementi che contrastano con quanto riferito, sicuramente in buona fede, ai Carabinieri ed al Tribunale.

Si deve fin da subito far rilevare che i nonni (e la mamma a cui fu riferito dai nonni) hanno evitato di riferire al Tribunale: che la bambina aveva subito detto di essersi inventato tutto e che la nonna l'aveva "brutalmente" costretta a dirle tutto, sul presupposto che "senz'altro la minacciano" (v. pag. 10 trascr. cassetta); che la bambina aveva detto di avere visto un uomo ed una donna nudi, con il pipino e la pipina e le tettine fuori, e che aveva detto di averlo visto alla TV (pag. 7 e 10 trascr. cassetta); che, alla domanda della nonna "perché non l'hai detto alla mamma" la bambina aveva risposto "perché mi sgrida", espressione che i partecipanti al colloquio (nonostante il dubbio espresso - "ma non so se tu sgrida o lui" dice il nonno alla SBE - ) hanno interpretato nel senso che evidentemente era lui che la sgridava anche perché "senz'altro la minacciano" (v. pag. 4, 7 e 10 trascr. cassetta).

Dal primo colloquio (tra nonni e mamma) si evince dunque che, nel corso della rivelazione, la bambina aveva fatto riferimento a scene di nudo tra adulti viste in televisione (informazione che viene omessa e non riferita); che la bambina poco dopo aveva detto di essersi inventato tutto ma che era stata costretta "brutalmente" a dire quanto lei ed il marito avevano ritenuto di aver capito, e cioè esservi stati rapporti oro-genitali con le bambine MM, AX e SC costrette a prendere in bocca il "pipino" dell'uomo che diceva alle bambine trattarsi della "banana" e delle "mele" (v. pago 8 trascr. in cui la nonna dice "glielo fa prendere in mano e le dice "è la banana, prendila, dai vieni, prendilo". E allora glielo fa toccare "Ma è grosso - ho detto - o è piccolo?" e la bambina dice "no è grosso come quello del papà"), e ancora che erano state costrette a subire i toccamenti dall’uomo che leccava anche la "pipina" (v. pago 8 trascr. in cui la nonna dice che la bimba le ha detto "sai vedi nonna come fa. Mi spoglia nuda, mi tocca dappertutto, e qua mi tocca la pipina e mi bacia. Mi...mi lecca"); che il fatto che la bambina era minacciata è una deduzione degli adulti e non è stato affatto riferito dalla minore (v. la nonna che dice "perchè mi sgrida" ha detto. Non le ho domandato, da stupida anch'io "ma è la mamma che ti sgrida?" – pag. 7; e poi le loro convinzioni secondo cui "lui avrà detto di non dirlo alla mamma" e che "senz'altro la minacciano").

Sempre da questo colloquio si apprende che la bambina a proposito del pipino, alla domanda della nonna che le chiede "com'è? ma è duro?", risponde che "è morbido come quello del papà ed ha le palle" (v. pag.3) (inverosimile che la bambina abbia usato quella espressione che infatti mai più ripeterà); che ad un certo punto, alla domanda della nonna "come fai a vestirti", avrebbe detto, a dire della nonna, che viene la maestra che aveva spiato dalla porta (v. pag. 5), mentre prima aveva detto che la maestra non se ne accorgeva perché era a riposare (v. pag.3, 6). Più avanti si fa riferimento al fatto che la bambina aveva detto alla nonna di aver visto un signore con il pipino fuori e una signora con le tettine e la pipina fuori (che poi dirà aver visto alla televisione - v. pag. 7 e 10), al che una voce femminile dice "però ha detto di una signora con il seno fuori, quindi. secondo me, o c'è una maestra di mezzo.." e poi "..se l'ha vestita vuol dire che l'ha visto" e altra voce dice "è la sua maestra, la veste, certo.. la maestra SSA che la veste" (v. pag.7). Poi nel colloquio con la bambina, ormai convinta che la SSA c'entri, la mamma le chiede con domanda palesemente suggestiva "ascolta, ed è venuta anche la maestra a vederti nuda?”, e la bambina dice di sì e precisa che però lei (la maestra) l'ha vestita (pag. 14). Che la maestra aiutasse i bambini a rivestirsi è pratica normale ed è ammessa anche dalla stessa SSA: al termine della lezione lei aiutava i bambini a rivestirsi. Ma, da quanto emerge dalla cassetta, per i presenti al colloquio, tale attività normale, sulla base delle deduzioni fatte dagli adulti di affermazioni della minore ("secondo me c'è una maestra di mezzo...", e "se l'ha vestita vuol dire che l'ha visto"), viene assunta come prova della partecipazione della SSA agli abusi.

La mamma, a sua volta, ha evitato di riferire che la bambina ha escluso più volte che il CCL da lei nominato fosse il maestro di ginnastica (CCL) e che era un altro CCL (v. pag. 12, 13 e 18 trascr. cassetta); che alla fine la bambina aveva ammesso ciò dicendo semplicemente un si di fronte alle insistenze della madre (si noti anche che ciò avviene dopo una pausa nella registrazione nel colloquio), salvo poi indicare dei particolari non congruenti con la fisionomia del CCL (poiché infatti dice che ha i capelli grigi e che ha la barba - v. pago 20 trascr.).

Si riportano di seguito i passaggi del colloquio tra mamma e bambina da cui si ricava chiaramente che la SBE con ripetute domande suggestive cerca di farsi confermare da MM il sospetto che il CCL cui si riferiva era l'insegnante di ginnastica.

Mamma: "Bene, ascolta, ma come si chiama quello lì che vi ha portato giù che non mi ricordo?". MM: "si chiama CCL". Mamma: "Ma è quello che ti fa ginnastica?". Bambina: "anche lui CCL". Mamma: "Ma è un altro CCL? ma è quello che ti fa ginnastica o un altro?". Bambina: "un altro". Mamma: "…...Ma CCL quello che arriva il lunedì mattina, quello che conosco io?" Bambina: "no". Mamma: "No?".

MM: "un altro" e poi "il marito di... .della cuoca. Quello li era" (v. pagg. 12-13). Dunque inizialmente per ben tre volte MM nega che Ccl sia il maestro di ginnastica; dopo vario tempo in cui si è parlato di quanto era avvenuto, con la mamma che dà continui suggerimenti alla bambina e dopo una'interruzione della registrazione, la mamma torna a domandare a MM "ma è quello che ti fa ginnastica all'asilo?" e la bambina risponde "si", ma subito evidenzia che non si riferisce a CCL; infatti la mamma le chiede "come è fatto, di che colore ha i capelli?" e la bambina risponde "grigi". La mamma allora chiede "Grigi?

Ma è vecchio o giovane allora?" e la bambina "ehm...giovane". La mamma "giovane. E ha la barbetta….la barba o no?" e la bambina "no".

Mamma "no'? Ma è quello che ti faceva fare la ginnastica degli animali.." e la bambina "ha la barba. ha la barba", al che la mamma che conosce CCL e sa che non ha la barba commenta "ha un po' di barba" (pag. 20). A questo punto la bambina ha capito cosa si vuole sentire da lei e dice "si" ad ogni successiva domanda della mamma circa il maestro CCL.

La SBE ha evitato ancora di riferire che MM aveva detto che i fatti erano avvenuti dopo pranzo (questo particolare emerge dal colloquio dei nonni con la mamma - "dopo mangiato" la bambina avrebbe detto alla nonna - v. pag. 3), una volta sola (lo ripete più volte), poco tempo prima; che ai fatti prendevano parte due individui, uno piccolo e uno grande (i bambini, all'asilo di Ponton, erano divisi in piccoli, medi e grandi - n.d.r,); che la bambina non aveva saputo assolutamente collegare la "banana" col pipino, nonostante i ripetuti suggerimenti della mamma.

Da tutto il colloquio tra madre e figlia emerge in maniera evidente che si è trattato di un vero e proprio interrogatorio condotto dalla SBE, con domande altamente suggestive, sulla base della convinzione che la stessa si era formata nel corso del precedente colloquio con i suoceri e sulla base del pregiudizio che certamente il fatto era vero (v. sopra).

Dal colloquio registrato si evince chiaramente dunque che la SBE ha indotto la minore a confermare quanto lei si aspettava di sentirsi dire attraverso domande che suggerivano chiaramente la risposta.

Si veda ad esempio il passaggio in cui la SBE, dopo che la bambina aveva detto che quell'uomo le diceva di "tironargli la pipina" (espressione poco comprensibile che subito la mamma corregge con domanda suggestiva "gli tiravi il pipino?"), chiede "gli hai tirato il pipino e poi?" e la bambina risponde "basta", al che la mamma le chiede ripetutamente "e poi dove te lo ha messo il pipino?" e la bambina non risponde, più avanti ritorna alla carica con la stessa domanda e, dopo alcune risposte confuse della bimba, le chiede esplicitamente "ti ha messo il pipino sopra il tuo culetto dietro?" e ancora "ma te l'ha messo dentro il culetto?", e la bambina dice "si", e poi ritorna con la domanda "e poi dove te l'ha messo il pipino? Sulla bo… ?" e la bambina risponde "bocca" (pag. 17 trascr.).

Nonostante le domande suggestive la Sbe non riesce tuttavia a farle dire che la banana di cui la bambina aveva parlato ai nonni era il pipino.

La mamma cerca infatti di far dire a MM che il pipino veniva chiamato banana ma la bambina questo non lo sa: la mamma chiede "lui come lo chiama (il pipino) Questo signore?" e la bambina "non lo so". La mamma insiste "con un altro nome vero? Come l'ha chiamato?" e la bambina "(non lo conosco)" (v. pag. 16). La mamma, convinta che la bambina abbia rivelato rapporti oro-genitali ai nonni, successivamente insiste "e l'ha messo un po' sulla bocca il pipino?" la bambina non risponde. Poi la mamma "me lo dici dove te l'ha messo il pipino?" e la bambina "io...io", La mamma continua "ma lui come l'ha chiamato il pipino?" e la bambina "non lo so", La mamma "ma alla nonna le hai detto che l'ha chiamato in un altro nome, vero? Ba..." e la bambina "eh? Ba?". La mamma "Come l'ha chiamato?" e la bambina "Ba?... Bac?". La mamma "no" e la bambina "non lo so. dimmelo". La mamma insiste "è quella cosa che alla SC non le piace perché le fa venire i brufoli", ma neppure quest'ultimo suggerimento sortisce l'effetto sperato perché MM non risponde più (v. pagg. 24- 25).

La suddetta registrazione consente dunque di evidenziare il macroscopico equivoco in cui, a giudizio del Tribunale, sono caduti i nonni MAL e SBE ritenendo che MM abbia parlato di rapporti oro-genitali quando parlava della banana e delle mele che facevano mangiare a lei, SC (che non mangiava la banana perché le faceva venire i brufoli- v. pag. 4) e AX.

Già il riferimento a SC che non mangiava la banana perché le faceva venire i brufoli doveva indurre chi ascoltava la bambina ad un attimo di riflessione prima di ritenere che MM parlasse realmente di rapporti oro-genitali, anche alla luce del fatto che la stessa aveva pure detto ai nonni che le piaceva ("le piace ha detto", mi ha detto "mi piace sai" – pag. 4, 5 trascr.). Comunque, dal successivo colloquio della mamma con la bambina appare evidente che MM non conosceva assolutamente, a fine maggio 2003 (anche se successivamente, nel corso dei mesi trascorsi a parlare di abusi, può avere acquisito tale conoscenza) il nesso banana-pipino e che quindi non può avere fatto riferimento, con le suddette espressioni, a rapporti sessuali.

Anche le altre domande della SBE intese ad avere conferma da MM di rapporti oro-genitali da essa subiti sono palesemente suggestive per cui le risposte della bambina che risponde con monosillabi tipo "si" o completa il palese suggerimento della madre ("bo..?", "bocca") non possono considerarsi spontanee e attendibili.

È pertanto escluso che possa considerarsi provato che MM abbia detto che i due soggetti di cui parla ai nonni ed alla mamma la costringessero a rapporti sessuali oro-genitali, e cioè che l'uomo le leccava la pipina o che le metteva il pipino in bocca.

Diverse altre sono le domande suggestive della SBE nel corso del citato colloquio con la bambina.

È la mamma ad esempio che introduce l'elemento della presenza della maestra, a cui la bambina ancora non aveva fatto alcun riferimento. La SBE ad un certo punto chiede: "ascolta, ed è venuta anche la maestra a vederti nuda?", MM: "Eh si, ma lei però mi ha vestito lei" (pag. 14). La circostanza è ancora più significativa se si considera che, come già visto sopra, dal dialogo registrato tra i nonni e la mamma emerge chiaramente che la bambina aveva detto inizialmente che la maestra non si accorgeva di nulla perché dormiva e che il coinvolgimento della stessa è una deduzione che fanno gli adulti ("se l'ha vestita vuol dire che l'ha vista"). E' sempre la SBE che introduce l'elemento foto a cui la bambina non aveva fatto ancora alcun accenno: la bambina inizialmente risponde "no" alla domanda se venivano fatte foto, poi alla sorpresa della mamma ("'no?") parla di foto da vestita ("foto con le maniche corte") e alla fine, su ennesimo suggerimento della madre, arriva a dire che sì le foto gliele ha fatte l'uomo che l'ha toccata (SBE:"... Ti ha fatto la foto anche?", MM:" No no...", SBE: No?", MM:" Ehm. .. però la foto me l'ha fatta con le maniche corte", SBE:"... ma chi è che ti ha fatto la foto? Il signore o una maestra?, MM:" Ehm..un signore", SBE:" quel signore lì che ti ha toccato?" MM: si") (v. pag. 14 trascr.).

E' sempre la SBE che con domande suggestive introduce l'elemento della minaccia (che già dal precedente colloquio tra gli adulti era emerso essere stata una deduzione da parte di questi) chiedendo "E lui ti ha detto di non dirlo alla mamma?", ricevendo risposta affermativa, e poi ancora chiede (sul presupposto che la bambina abbia subito rapporti orali, in realtà tuttavia mai dalla stessa affermati spontaneamente) "ma non ti faceva schifo il pipino? Gli hai detto che è sporco il pipino? Eh?" non ricevendo risposta (v. pag. 16 e 18 trascr.).

In conclusione deve affermarsi che spontaneamente - depurato il suo racconto dalle risposte date a ripetute domande suggestive e dalle interpretazioni degli adulti - la bimba ha detto solo che un uomo, che non era CCL (anche se poi finisce per dire di sì di fronte alle insistenze della mamma), gli "tironava la pipina" (espressione poi fatta correggere dalla madre in "tirare il pipino"), la spogliava e le toccava la pipina, in una cassaforte, di sotto dove si faceva ginnastica, sotto ai lettini, che era successo una sola volta, dopo pranzo, poco tempo prima, che con lei c'erano anche AX e SC.

Quanto la bambina può aver detto alla mamma (e alla Prof. Ongari) in seguito, nel corso dei colloqui protratti si per oltre un anno sull'argomento, non può inficiare la genuinità di queste prime dichiarazioni.

Fin da ora può farsi rilevare peraltro che nell'incidente probatorio la bambina non dirà nulla di più di quanto ha detto nel colloquio registrato con la madre, ripetendo solo il concetto che quell'uomo le toccava la pipina, il culetto e le ciccine (v. più avanti).

E' necessario rilevare fin da subito che MM è non solo la prima dei sei bambini dell'asilo di Ponton che in qualche modo hanno riferito fatti o manifestato sintomi riferibili a possibili abusi, ma è anche l'unica che lo ha fatto spontaneamente (per quanto possano ritenersi spontanee le sue dichiarazioni dopo le precisazioni di cui sopra), mentre le rivelazioni degli altri bambini sono tutte avvenute, dietro interrogatorio, in epoca successiva alla divulgazione delle notizie da parte dei MAL E SBE, prima delle quali nessun genitore aveva notato comportamenti o atteggiamenti dei loro figli che potessero far nascere sospetti di disagio o malessere.

Come si ricava ancora dal colloquio registrato con la mamma, MM, dopo aver risposto un prima volta "no, no" alla domanda della mamma se l'uomo le aveva fatto anche delle foto, poi finisce per dire di "si", e, sempre su domande suggestive della mamma, dice che erano col flash, che anche ad AX e SC erano state fatte le foto ("si però nude") (pag. 14 trascr.), e poi più avanti nel colloquio conferma che le sono state fatte "tante tante" foto, che nelle foto c'erano anche quegli uomini ("anche con loro, anche con loro"), che erano nudi e le foto venivano fatte di "sotto" (pag. 22 trascr.).

Dunque, siccome la bambina aveva accennato alle foto che le venivano fatte all'asilo (e che analogo accenno aveva fatto anche TL), i Carabinieri, come detto, hanno svolto indagini al riguardo effettuando immediate perquisizioni presso l'abitazione di CCL e della SSA nonché presso la società "La Ludica Cooperativa" di cui erano dipendenti PEM e CCL, alla ricerca di macchine fotografiche, cineprese, foto e computer contenenti foto. Altre perquisizioni venivano anche effettuate, con le stesse finalità, qualche tempo dopo, presso l'abitazione di PEM, la ditta di computer del padre di questi ed il Centro di Salute Mentale, nonché venivano svolte indagini patrimoniali al fine di individuare tracce dell'ipotizzato commercio di foto pedo-pornografiche.

Tutti questi accertamenti hanno dato esito assolutamente negativo, anche con riferimento al computer di PEM, risultato privo di immagini pedo-pornografiche non solo palesi ma anche cancellate (v. verbali in atti e dichiarazioni del M.llo Calabrò).

Né certo un riscontro di qualsiasi genere a queste dichiarazioni (così come a quelle rese da TL circa il fatto di aver visto delle foto di bambini in un computer che il maestro CCL tirava fuori dal suo zaino - v. dopo) può essere costituito dal fatto che in dibattimento è emerso che il CCL quando veniva a scuola aveva uno zaino o qualcosa del genere (v ad es. dep. CFR), atteso che lo stesso CCL dichiara che talvolta aveva una borsa a tracolla dove metteva dentro le sue carte (anche la mamma GSI parla di una vali getta dove metteva le sue carte).

Sono state anche effettuate intercettazioni telefoniche che pure hanno dato un esito sostanzialmente irrilevante (v. Fase. 5 in Faldone n. 10 acquisite all'udienza del 10.10.2006), al di là di una frase pronunciata dal PEM, mentre parla con la fidanzata ZCA (v. tel. n. 186 del 25.7.2003, ore 9.24), maligna nei confronti della SSA (" ...perché bisognava coprire tutto quello che faceva la SSA... cioè non si rendono conto che nel caso sia successo veramente quello che è successo stanno coprendo una persona che ha rovinato la vita di alcuni bambini.."), le cui dichiarazioni erano riportate quali elementi a carico del PEM medesimo nell’informazione di garanzia da poco conosciuto da questi, frase interpretata dalla Parte Civile come chiamata in correità nei confronti della SSA o quantomeno come minaccia nei confronti della stessa perché non parlasse: però la frase non può avere tale significato sia perché il PEM aveva appreso poco prima che la SSA aveva già reso dichiarazioni, sia perché non è provato che PEM sapesse di essere intercettato (anche se poteva immaginarlo), sia perché la presunta destinataria l'avrebbe recepita solo dopo molto tempo, quando la intercettazione sarebbe stata pubblicata; in realtà, la frase dimostra solo, ad avviso del Tribunale, quanto poca simpatia vi fosse tra i due indagati, poi imputati, e come, unitamente ad altri elementi di cui si dirà in seguito, sia ipotesi difficile da sostenere che vi fosse accordo tra i due per organizzare e gestire gli abusi ipotizzati dall'accusa.

Va anche ricordato che all'asilo, in determinate occasioni (compleanni dei bambini, feste, ecc.), venivano effettivamente fatte delle foto ai bambini, foto che poi venivano esposte (v. dep. LAN, pag. 87, e dep. CFR, pg. 82, le quali confermano che a scuola venivano fatte fotografie quando si festeggiava il compleanno dei bambini; dep. DDO, che riferisce che venivano scattate delle foto anche nel corso del suo laboratorio – pag. 227; V. anche foto prodotte dalla difesa).

Fin da ora, quindi, si può affermare che l'ipotesi dell'accusa secondo cui gli abusi sui bambini all'asilo di Ponton erano finalizzati a produrre materiale pedo-pornografico al fine di farne commercio (ipotesi fondata sugli accenni a foto che sarebbero state fatte all’asilo, da parte di MM e di altri bambini) è rimasta priva di qualsiasi riscontro oggettivo poiché, come si è visto, le perquisizioni effettuate (nel caso di CCL e SSA immediatamente dopo la denuncia) hanno dato tutte esito negativo.

Le dichiarazioni degli altri genitori

Come si è detto sopra, i MAL e SBE, ed in particolare la SBE sconvolti dalla rivelazione della loro bambina, dopo che i Carabinieri avevano portato in Caserma il maestro di ginnastica CCL e la maestra SSA nella serata del 3.6.2003 hanno avvisato telefonicamente alcuni genitori di bambini che frequentavano quell’asilo, ed in particolare i genitori di SC, TM, CG, ZE, FX, AX, AZ.

I genitori di FX, AX e AZ, sentiti i propri figli, ritenevano che nessun abuso essi avessero subito all'asilo e rimanevano anche in seguito convinti di ciò (v. sul punto anche dep. Mar. Calabrò, pag. 40).

La mamma di FX, sentita in dibattimento, ha ribadito che la figlia non le ha mai riferito di fatti di natura sessuale, e che solo una volta le disse che aveva fatto "sesso" all'asilo con un bambino che era suo moroso, ma ha precisato la teste che ciò era successo mesi prima dei fatti e aveva poi capito che la bambina intendeva riferirsi a gesti come abbracciarsi e darsi dei bacini; la bambina parlava molto bene del maestro e diceva che le piaceva la psicomotricità (v. dep. SLS, ud. 10.10.2006).

Importante poi è l'atteggiamento di AX, la bambina che, secondo la dichiarazione di MM, avrebbe partecipato insieme a lei e SC ai fatti, e che alla mamma non ha detto nulla di quanto detto da MM o comunque di altrimenti rilevante (v. dep. Mar. Calabrò). Va osservato inoltre che AX, pur essendo della stessa sezione di MM (la sezione blu della maestra SSA) non faceva parte dello stesso gruppo di psicomotricità (si veda l'elenco prodotto dalla difesa SSA nel corso del suo esame - ud. 23.11.2006 - da cui risulta che MM era nei "Ricci B") mentre AX era nei "Ricci A”). Tali elementi dimostrano l'equivoco in cui, ad avviso del Collegio, sono caduti i nonni e la mamma di MM.

Altrettanto rilevante è l'atteggiamento di BOB, mamma di AZ (appartenente allo stesso gruppo di psicomotricità di MM, i "Ricci B"), che non solo ha confermato al dibattimento la sua convinzione che all'asilo non siano avvenuti abusi ai danni dei bambini (precisando che il figlio, svegliato di notte, alle sue domande le aveva risposto "sei stupida mamma. chi è che te lo ha detto" e non "mamma tu queste cose non le devi sapere"), ma ha anche recisamente smentito di avere riferito alla SBE quanto da costei attribuito le (v. sopra dichiarazioni di SBE) (v. dep. BOB, ud. 9.1.2007, pagg. 105 e segg.), palesando con ciò l'atteggiamento psicologico (ansioso-catastrofizzante come lo hanno definito la dott.ssa Albertoli e il Prof. Rossi nella loro relazioni tecniche) della SBE medesima, atteggiamento che non le ha consentito di affrontare i fatti con un minimo di raziocinio e spirito critico.

Ciò è confermato anche da quanto riferito dalla stessa SBE in ordine ai sintomi di disagio di MM risalenti addirittura, come ebbe a dire nell'istruttoria dibattimentale, all’ottobre 2002, quando le lezioni di ginnastica erano appena cominciate, mentre, nella denuncia fatta ai Carabinieri e da quanto si apprende direttamente dalla cassetta prodotta, aveva detto di avere notato un cambiamento nella figlia solo da una quindicina di giorni prima del 28.5.2003 (v. pag. 11 trascr. cassetta: "..sono quindici giorni che ha questo atteggiamento, non prima. Prima era contenta"); nonché dalle dichiarazioni rese dalla SBE al Perito del GIP) dott.ssa Forato, alla quale riferì che la figlia era "annichilita dalla paura” (v. relazione peritale dott.sa Forato), mentre la dott.ssa Forato ha riferito che la piccola non appariva assolutamente tale (v. dep. Forato ud. 30.1.2007, pago 99), come del resto è dato notare dalla visione delle videocassette dell'incidente probatorio e delle sedute con la psicoterapeuta Prof. Ongari, di cui si dirà in seguito, in cui la bambina appare giocosa, sicura di sé ed a volte spavalda.

Come già detto nessun altro bambino, diverso da alcuni di quelli i cui genitori sono stati informati dei presunti abusi dai MAL-SBE, tra i 58 che frequentavano quell'anno l'asilo di Ponton (v. elenco delle sezioni allegate al verbale di s.i.t della MIM e dichiarazioni della stessa MIM), ha fatto rivelazioni di abusi o manifestato sintomi sicuramente riferibili ad abusi, a meno che non si voglia enfatizzare quanto appreso dalla dott.ssa Bruna Zocca nei colloqui avuti con i genitori di LT, TV e SA (v. dep. Zocca ud. 10.10.06 e relazione 9.7.2003, da cui risulta che LT dal mese di marzo 2003 presentava incubi notturni, piangeva e chiamava la maestra SSA perché il compagno AB gli faceva male, avevano notato il glande arrossato, andava volentieri a ginnastica col maestro CCL; che TV aveva presentato enuresi diurna tra gennaio e aprile e aveva detto alla madre di aver visto il "pisello" del CCL; che SA non aveva mai avuto difficoltà durante l'anno scolastico e che alla mamma aveva detto che facevano ginnastica senza vestiti, ma al papà aveva detto il contrario). E ciò nonostante tutti i genitori fossero a conoscenza della rivelazione fatta dalla piccola MM, sia perché vennero subito organizzati incontri tra loro, sia per l'ampia risonanza che ebbe l'evento nella zona. Il che porta a ritenere che tutti loro abbiano cercato di interrogare in qualche modo i propri figli su quanto accadeva all'asilo di Ponton.

Questo costituisce un dato di fondamentale importanza, unitamente alla considerazione che tutte le rivelazioni di cui si dirà fra poco e tutti i sintomi manifestati da pochi bambini (si ribadisce, sui 58 che frequentavano l'asilo) sono situati nella gran parte dopo la fine dell'anno scolastico e dopo la comunicazione ansiosa ed ansiogena fatta ai genitori dalla SBE.

Solo cinque tra i bambini i cui genitori sono stati contattati dai MAL-SBE hanno dichiarato fatti e/o manifestato atteggiamenti e sintomi che i genitori medesimi hanno riferito come appresso.

Fin da ora è necessario rilevare, peraltro, che non vi sono elementi oggettivi per verificare come i genitori abbiano ottenuto le dichiarazioni, poiché non esistono cassette registrate dei colloqui come nel caso della MM, anche se si può immaginare lo stato d'animo con il quale i genitori (avvertiti nel corso della notte dalla SBE), sconvolti dalla notizia, possano aver rivolto le domande ai loro figli, addirittura svegliati di notte, con inevitabi1i ricadute sulla genuinità delle risposte.

La cautela nella valutazione di tali dichiarazioni è, pertanto, necessaria non solo per quanto si è sopra detto circa l'utilizzabilità delle dichiarazioni "de relato" dei genitori (e circa la valutazione della loro attendibilità e decisività ai fini della prova) ma, in modo particolare, perché nessuno di questi 5 bambini ha riferito di avere subito abusi al P.M. in sede di audizione protetta ed al GIP in sede di incidente probatorio (alcuni di essi, anzi, lo hanno decisamente negato, nonostante l'atteggiamento di chi li interrogava non fosse completamente asettico e scettico come dovrebbe essere l’atteggiamento di chi intervista un bambino le cui dichiarazioni possono portare alla condanna o all'assoluzione del1' imputato).

Cominciando da SC (la terza bambina che assieme ad AX - che ha subito negato, come visto sopra - avrebbe subito gli abusi, secondo le prime dichiarazioni di MM), secondo le. dichiarazioni rese al dibattimento dalla mamma MVA (v. dep. ud. 31.10.2006, pag. 114 e segg.) la bambina non ha riferito esplicitamente di abusi subiti all'asilo ma ha detto solo, dopo che sfuggiva ad ogni tentativo della madre di affrontare l'argomento asilo, che all'asilo c'era un "'segreto" che non poteva raccontare perché altrimenti la maestra SSA l'avrebbe messa in castigo come MM (v. dep. ud. 3.10.2006, pag. 116-117). Alla mamma che le chiedeva di raccontarle il segreto perché altri bambini, tra cui MM e LT, l'avevano già raccontato ai loro genitori, si irrigidiva e diceva che "non era possibile perché LT il segreto non lo sapeva". Dopo di che la mamma non andava oltre (pag. 118).

Quanto al comportamento e ai sintomi manifestati dalla bambina, la mamma MVA riferiva di avere notato che la piccola aveva manifestato degli incubi notturni a partire dalla metà di giugno 2003 - cioè dopo essere stata da lei interrogata circa la rivelazione ricevuta dalla SBE -, che si svegliava di notte in stato di forte agitazione e angoscia, che durante il sonno digrignava i denti e contraeva il sederino dicendo che le faceva male e con la mano cercava di allontanare qualcosa, che piangeva disperata e poi si addormentava, che quando aveva provato a chiederle cosa stava sognando più volte le aveva risposto "non te lo posso dire", che l'aveva portata dal pediatra ma che anche con lei cambiava discorso quando si parlava dell'asilo, che tale stato era durato per alcuni mesi e che la bambina si era calmata solo verso agosto del 2003 (pagg. 120-122).

Aggiungeva la MVA che la bambina all'inizio dell'anno scolastico aveva avuto difficoltà di inserimento all'asilo, che verso novembre-dicembre era stato fatto un reinserimento (circostanza questa confermata dalla dott.ssa BEM) (pag. 123-124), che, nel corso dell’anno, una volta durante la lezione di ginnastica era scappata via dall’aula di psicomotricità con la scusa di dover fare la cacca mentre la bambina le aveva detto di averlo fatto perché era stanca (pag. 125); che altra volta, nel saggio finale di psicomotricità del marzo 2003. aveva fatto pochi esercizi ed era rimasta attaccata alla sua gamba senza prendere parte a quanto facevano gli altri bambini (pag. 126); che quando in accoglienza all'asilo era presente la maestra SSA faceva molta più fatica a lasciarla rispetto a quando c'erano le altre maestre (pag. 126-127); che una mattina non aveva voluto andare con la maestra SSA ed era intervenuta la maestra Donatella per tranquillizzarla (pag. 127); che nella primavera rifiutò di essere cambiata dal papà o in sua presenza (mentre fino ad allora si era sempre fatta cambiare e lavare indifferentemente dall'una e dall'altro) (pag. 126); che l'anno dopo la bambina espressamente disse di volere andare in un asilo diverso da quello di Ponton (e quindi era stata iscritta all'asilo di S. Pietro in Cariano) (pag. 118); che l'anno dopo. alla nuova scuola. non voleva fare ginnastica perché diceva che sarebbe arrivato CCL (pag. 134); che poi iniziò ad aver paura di una persona di famiglia (lo zio di suo marito) che aveva barba e capelli brizzolati, tanto che si irrigidiva e alcune volte piangeva, dicendo che c'era un uomo che andava all'asilo e aveva la barba come lui (pag. 138-139); che successivamente, sempre l'anno dopo, iniziò a fare, anche all'asilo, giochi con altre bambine durante i quali si toglievano reciprocamente le mutandine e si baciavano il culetto e la "patatina" (giochi durante i quali pareva che l'iniziativa la prendesse sempre SC) (pag. 139-140); che prima di un incontro con la dott.ssa Mazzi fece con lei (mamma) il gioco della cordicella legandole le mani e disse che lo faceva già all'asilo vecchio con CCL (pag. 142); che nell'estate 2003 c'era stato un altro episodio in cui aveva tagliato delle striscioline di carta mettendosele sulla bocca e aveva detto che era un gioco che faceva con CCL quando i bambini urlavano e CCL non voleva che urlassero, specificando che lo scotch lo tirava fuori dalla sua valigia (pag. 143); che la bambina era in terapia da fine settembre 2004 e lo era tuttora (pag. 144). A domanda della difesa la MVA precisava di non aver mai. visto tracce o segni strani sul corpo di SC (pag. 152).

Quanto al segreto, SC non ha mai voluto esplicitamente rivelarlo, come si vedrà, neppure in seguito. Peraltro, di fronte alle insistenze del P.M. nel corso dell'audizione protetta in data 3/6/2004, alla fine ha detto che il segreto non aveva nulla a che fare col maestro CCL e con la maestra SSA, ma che c'entrava la sorellina (v. video-cassetta in atti).

Tuttavia la MVA ha sostenuto in dibattimento che il segreto la sua bambina l'ha rivelato non a parole ma con i disegni, facendo riferimento ai due disegni che SC ha fatto davanti alla dott.ssa Mazzi (il disegno del "bernoccolo") e davanti al P.M. dott.ssa Zanotti (il disegno del balcone).

Dalla deposizione della MVA e della dott.sa Mazzi risulta invero che, nel corso di uno dei colloqui con la psicoterapeuta (propedeutici all'audizione protetta), la piccola SC, fece un disegno (allegato agli atti) che rappresentava quattro personaggi tra cui una persona indicata come CCL munito di una enorme protuberanza in mezzo alle gambe, che la bambina denominò "bernoccolo": la particolarità di tale disegno impone alcune importanti considerazioni di cui si dirà in seguito.

Infine, nel luglio 2004, in occasione di un sopralluogo effettuato col P.M. presso l'asilo di Ponton, SC accompagnò i presenti, uscendo dalla porta d'ingresso principale dell'asilo, fino al vicino Ospedale Psichiatrico dicendo che lì era stata accompagnata dalla maestra SSA.

Anche di tale rivelazione si tratterà in seguito.

Fin da ora si può dire peraltro che né il disegno, né il sopralluogo, forniscono elementi tali per considerare le dichiarazioni di SC quale prova di avvenuti abusi o come riscontro alle dichiarazioni di MM.

Come si vedrà, infatti, il disegno del "bernoccolo" può avere una lettura ben diversa e più plausibile da quella ipotizzata dall'accusa, mentre l'indicazione del vicino ospedale psichiatrico come luogo in cui si sarebbe recata con la maestra SSA non ha alcun aggancio evidente con i fatti di abuso riferiti dalla MM.

E' necessario, inoltre, tener presente nella valutazione di SC quanto dice di lei il Perito dott.ssa Forato in ordine alla sua "soglia di immaturità psico-fisica'?

La bambina TM (frequentante il secondo anno dell'asilo di Ponton), alla mamma ZMI, che l'ha interrogata il giorno dopo aver saputo le notizie dai Mal-SBE (v. dep. ud. 3.10.2006, pagg. 164 e segg.), ha detto solo che durante l'ora di ginnastica i bambini si spogliavano togliendosi le mutandine e la canottiera (ma le bambine che avevano la gonnellina potevano tenerla), ma subito dopo in macchina diceva di avere scherzato (pag. 165-166). Ha detto anche alla madre che all'asilo si facevano giochi normali e che assieme a CCL c'era un'altra persona che era "il papà di CCL". e poi disse che si chiamava PEM (pag. 166-167). Dopo quella volta la mamma non ha più rivolto altre domande alla bambina, né la stessa le disse mai altro, neanche dopo l'incidente probatorio. Aggiungeva la ZMI che durante l'anno scolastico la bambina faceva difficoltà a separarsi da lei la mattina e che c'era stato un periodo in cui aveva sempre mal di pancia (ma le analisi fatte per la ricerca di qualche infezione avevano dato risultato negativo (pag. 167).

Come si vedrà la bambina verrà sentita in incidente probatorio ove non dirà nulla di rilevante.

Il bambino TL (frequentante il secondo anno dell'asilo di Ponton) è stato interrogato dal padre TVI, brigadiere dei Carabinieri appartenente alla stazione che stava conducendo le indagini e che pertanto era a conoscenza, per esserne stato informato dal proprio comandante, delle denunce e delle ipotesi di reato (tanto che ha partecipato anch'egli alle perquisizioni del 3.6.2003 e ha prelevato ZCA da scuola per condurla in caserma - v. esame CCL e dep. Zanetti).

Secondo quanto riferisce il padre (v. dep. ud. 3.10.2006, pagg. 174 e segg.), il bambino, all'inizio ritenuto "reticente", alla domanda precisa di questi se il maestro CCL lo faceva spogliare prima abbassava lo sguardo (che il padre intese come un segno di vergogna) e poi rispondeva di "si", sempre su domanda diceva poi che insieme a lui c'erano due bambine (SA e FX) ed un bambino, che si spogliavano per gioco ("ci spogliavamo per giocare") (pag. 177); a domanda precisa del padre se CCL tirava fuori il pisello e se lui aveva dato bacini al pisello di CCL rispondeva che lui no ma SX e FX avevano dato bacini al pisello di CCL dicendo "che schifo, che schifo" e sputando per terra (pag. 178); alla domanda se Claudio ce l'aveva come il suo rispondeva "no, papà, ce l'ha più grande del tuo il pisello" (pag. 190); che la maestra SSA guardava dalla porta e poi era entrata dicendo "ora basta, finiscila" (pag. 178); che oltre a CCL c'era un'altra persona di nome PIX, uno con la barba rasa, che era fidanzato o comunque conosceva la cuoca PAX (pag. 179 e 184); che, tempo dopo, vedendo un depliant con dei computer portatili, TL gli aveva detto "ce l'ha anche CCL, lo tira fuori dallo zaino e quando l'accende appaiono immagini di bambini", e poi aveva fatto riferimento ad Internet (pag. 180); che CCL scattava le foto ai bambini mentre facevano la ginnastica (pag. 181); che a questi episodi partecipava anche un bambino che si chiamava CG (pag. 184); che i fatti avvenivano o al piano inferiore dove dormivano i più piccoli oppure fuori nel giardino dell'asilo con quel fantomatico PIX (pag. 184); che i fatti avvenivano il pomeriggio (pag. 195) o comunque dopo pranzo (pag. 201).

Quanto al comportamento del bambino il padre ha poi riferito che c'era stato un periodo nel corso dell'anno in cui TL andava malvolentieri all'asilo e che non voleva restare il pomeriggio (pag. 181); che una volta era venuto fuori con una strana storia accennando alle maestre che si facevano la doccia al piano di sopra (pag. 183 e 186); che poi aveva avuto episodi di sessualizzazione poiché certe volte toccava i genitali del fratello (pag. 183).

La madre RTR, a sua volta, ha riferito (v. dep. ud. 3.10.06, pagg. 202 e segg.) che TL una sera (nel luglio 2003), ad un suo rimprovero, le disse di stare zitta altrimenti le metteva lo scotch sulla bocca e le fece segno di legarle le mani, e alla domanda dove aveva visto farlo rispondeva in TV e poi diceva che era stato il fratello a farlo (pag. 203-204). Aggiungeva anche che TL un giorno, sempre nel luglio 2003, a casa si era abbassato i pantaloni e aveva detto al fratello "ciucciami il pisello", e alla domanda della mamma che gli chiedeva a chi lo aveva visto fare rispondeva prima "alla SX", ma quando lei gli faceva notare che SX non aveva il pisellino e chiedeva se aveva visto qualcun altro diceva di averlo visto fare a CCL, che si abbassava le mutande (pag. 204-205).

Con riguardo a queste dichiarazioni di TL fin da subito va osservato che l'interrogatorio da parte del padre non è stato condotto in modo corretto e immune da vizi, poiché, per stessa ammissione del Brig. TVI, è emerso che l'adulto ha rivolto al bambino domande altamente suggestive chiedendo espressamente se CCL li faceva spogliare, se CCL tirava fuori il pene, se il pene di CCL era più o meno grosso del suo.

Si tratta di dichiarazioni dunque non solo non spontanee ma rese a seguito di un interrogatorio condotto con domande suggestive le quali non possono non gettare un forte alone di dubbio sulla genuinità delle risposte date.

Appare significativo notare, altresì, come nelle dichiarazioni di TL riferite dal padre compaiono, pari pari, alcuni dei particolari del racconto di MM, nonostante le vicende di abuso, se fossero veramente accadute, sarebbero state verosimilmente diverse, sia perché nessuno dei due bambini parla della presenza dell'altro (MM non parla di TL e TL a sua volta non parla di MM), sia perché MM e TL erano inseriti in due gruppi diversi per la lezione di psicomotricità (TL era tra gli "Scoiattoli A", mentre MM era tra i "Ricci B"). Si fa riferimento per esempio al fatto che la maestra SSA guardava dalla porta e poi entrava dicendo "ora basta finiscila", al fatto che il secondo uomo si chiamava PIX ed era il fidanzato o amico della cuoca (si noti che nessun altro bambino, tra i cinque che hanno detto delle cose, parla di tale PIX), al fatto che venivano scattate delle foto ai bambini, al fatto che i presunti abusi avvenivano dopo mangiato.

Queste considerazioni appaiono tanto più rilevanti alla luce di quello che è stato poi l'esito dell'audizione protetta di TL davanti al P.M., nel corso della quale il bambino, per nulla impaurito o scioccato, ha negato tutto dicendo di essersi inventato tutto o di aver scherzato, nonostante le pressioni e le insistenze del P.M. e poi del padre entrato nell'ufficio per indurre il piccolo a confermare le accuse.

Rispetto al contenuto delle dichiarazioni rese al padre, va poi osservato da un lato che le due bambine coinvolte nel racconto (SX e FX) non hanno confermato minimamente, dal1'altro che trattasi di bambine che non facevano parte dello stesso gruppo di psicomotricità di TL, per cui non potevano essere state presenti ai presunti abusi rivelati da TL su domande suggestive del padre.

Come è emerso pacificamente in dibattimento (v. dep. maestre LAN e CFR, nonché elenco dei gruppi prodotto in giudizio), infatti, i bambini durante l'ora di psicomotricità erano suddivisi in n. 6 gruppi omogenei per età e non modificati per l'intero anno (solo una volta era successo che due gruppi erano stati accorpati, come ricorda lo stesso CCL): vi erano due gruppi di "piccoli" (Ricci A e Ricci B), due gruppi di "medi" (Scoiattoli A e Scoiattoli B) e due gruppi di "grandi ("Orsi A e Orsi B). Dagli elenchi prodotti e confermati in giudizio dai testi risulta che TL era un medio e apparteneva al gruppo degli "Scoiattoli A", FX una piccola del gruppo "Ricci A", mentre di SX ce ne sono tre con lo stesso nome ma appartengono comunque a gruppi diversi (anche SX, che faceva parte della stessa sezione di TL, faceva parte di gruppo diverso da quello di TL, quello degli "Scoiattoli B").

Il che costituisce ulteriore conferma della veridicità delle dichiarazioni di TL quando in audizione protetta afferma di aver scherzato e che nulla di vero c'era in quello che aveva detto al padre in seguito alle esplicite domande suggestive da questi rivoltegli. Audizione protetta in cui tra 1'altro, come si vedrà, il TL dimostra di sapere ben fronteggiare le domande incalzanti e suggestive degli intervistatori.

Il bambino CG (all'epoca frequentante il secondo anno dell'asilo di Ponton), sentito dalla mamma BBA (v. dep. ud. 3.10.06, pag. 213 e segg.), che gli chiese, il giorno dopo aver appreso i fatti dalla famiglia MAL-SBE, cosa facevano durante l'ora di ginnastica, ha riferito alla stessa, dopo aver elencato una serie di attività come saltare e correre, che gli toglievano la canottiera e le mutandine e lo facevano correre in cerchio con la mano sul pipino. Poi alla domanda se gli facevano delle fotografie il bambino rispondeva "si" e affermava che la fotografia gli veniva messa sulla fronte. Si appoggiava quindi alla spalla della mamma e piangendo le chiedeva di non farlo più andare all'asilo (pag. 215).

Quanto ai comportamenti del bambino, riferiva la mamma che durante l'anno scolastico il bambino aveva solo qualche difficoltà la mattina a staccarsi dal papà che lo accompagnava all'asilo (pag. 218, 222); aggiungeva poi che dal settembre 2003 erano apparsi dei comportamenti sessualizzati: una volta il piccolo si era strusciato il pisellino sulla gamba di lei, altra volta si era messo le mani nelle mutande dicendo che aveva il pisellino grosso e, al suo consiglio di andare a fare pipì, diceva che era così non perché gli scappava la pipì ma solo quando vedeva una "pimpa" pelosa come la sua (della mamma). Alla domanda della mamma di come sapeva queste cose rispondeva che le sapeva e non volle dirle come (pag. 216-217). CG, come si vedrà, è stato sentito in incidente probatorio e lì ha negato che nell'asilo si spogliassero nudi. Alla domanda "vi mettevate nudi?" rispondeva con un meravigliato "nooo" mettendosi a ridere, a dimostrazione della spontaneità e sincerità della risposta (anche TL al P.M. che gli fa la stessa domanda risponde "mi fai ridere"). Come si vedrà del CG l'unica cosa non chiarita resteranno i motivi del suo rifiuto ad entrare nella casetta che era nel cortile dell'asilo (rifiuto al quale può darsi tuttavia, come si vedrà, una spiegazione ben plausibile).

La bambina ZE (che era al primo anno della scuola di Ponton), interrogata dalla mamma CSA la stessa serata in cui ricevette la chiamata dei MM (v. dep. ud. 3.10.06, pagg. 230 e segg.), disse che all'asilo facevano i giochi dei lupi e dei porcellini mettendosi delle maschere, che CCL le fotografava con una cinepresa, e a domanda se era come quella che aveva in casa, diceva che quella di CCL era molto più grande (pag. 232); alla domanda se questi giochi li facevano vestiti o nudi, rispondeva che lei era senza maglietta, che le maestre non c'erano ma che c'era un uomo un po' pelato e con la barba (pag. 232).

Quanto al comportamento anomalo della bambina, la mamma riferiva che quell'inverno era spaventata e terrorizzata, che quando tornava dall'asilo voleva stare in braccio a lei e che disegnava tutto di nero (pag. 232-233), che si "masturbava" continuamente, intendendo con ciò che si dondolava continuamente avanti e indietro mentre era seduta a gambe divaricate su qualcosa o anche per terra e chiamava tale comportamento "fare i saltoni", dicendo che CCL diceva che questa cosa era "fare a cavalluccio" e che lei lo faceva sulla sua schiena (pag. 233-234) (tale comportamento del "fare i saltoni" è stato confermato dalla teste FNA, direttrice della scuola materna di Volargne - dove la bambina venne iscritta l'anno dopo - la quale ha anche riferito che ZE aveva paura degli uomini con la barba - v. dep. ud. 10.10.06); che, in occasione del Natale 2002, a casa ZE era salita sulla cassapanca ed aveva detto ad un ragazzo sui 35 anni lì presente "se vuoi mi tolgo le mutandine" (pag. 234); che giorni dopo il padre l'aveva vista in bagno che si toglieva la mutandine (perché doveva mettere il pannolino, ma la mamma è rimasta sorpresa che le mutandine se le fosse tolte da sola) e, alla domanda se all'asilo si toglievano le mutandine, lei rispondeva seccata "io quel gioco non lo faccio" (pag. 235); che, ai primi di luglio 2003, mentre lei e la bambina stavano facendo il gioco del toccarsi le parti del corpo, la bambina si era toccata con un dito la        e alla domanda di che gioco era quello aveva detto che era un gioco che faceva sempre all'asilo con CCL, che a volte lo facevano con le mutandine altre volte senza (pag. 238); che in altra occasione, mentre erano in piscina, aveva infilato un dito anche sulla        della mamma e al suo rimprovero le disse che erano giochi che faceva sempre all'asilo di Ponton quando faceva la ginnastica con CCL (pag. 239) (l'episodio della piscina e la frase detta nell'occasione da ZE è stata confermata anche dalla teste EPI la quale, peraltro, lo colloca nel 2005 - v. dep. ud. 17.10.06, pago 97-98); che, altra volta, mentre guardavano la TV, aveva cominciato a baciarla sempre più in basso finché, arrivata alla       , la mamma aveva chiuso le gambe e le aveva chiesto cosa stava facendo, al chè lei disse "all'asilo lo facevo sempre, CCL mi dava i bacini", e poi alla domanda della mamma se le facevano delle foto rispondeva di si e, alla ulteriore domanda di come faceva a farle le foto se le dava i bacini, rispondeva che "lui mi dà i bacini mentre l'altro mi fa le foto". (pag. 240), poi alla domanda della mamma se l'altro era PEM aveva risposto "si è PEM" (pag. 256); che, nell'inverno del 2004, mentre era in camera col fratello, lo aveva fatto sdraiare per terra, lo aveva spogliato e gli aveva annusato il sedere e che poi cercava sempre di toccargli il pisello (pag. 241-242).

A domanda della difesa la teste riferiva di non aver mai notato sul corpo della bambina segni anomali (pag. 245).

Anche il padre di ZE, ZAL (v. dep. ud. 3.10.06, pagg. 259 e segg.), confermava di aver visto la bambina nel bagno che si era tolta le mutandine (le aveva tolte perché doveva mettere su il pannolino ma il comportamento, a detta del padre, era anomalo perché non lo aveva mai fatto prima da sola) e di averle chiesto se all'asilo si toglievano le mutandine e la stessa gli aveva risposto seccata "io quel gioco non lo faccio" (pag. 260-261). Al mare poi la bambina gli aveva raccontato un segreto: si trattava di un gioco fatto all'asilo in cui i bambini giravano in cerchio attorno a CCL che si metteva nel mezzo, nudo, e loro dovevano toccargli a turno il pisellino (pag. 261-262). Anche lui confermava che la bambina continuava a fare quelli che lei chiamava "saltoni" (cioè oscillare il bacino stando seduta su una sedia a gambe divaricate) (pag. 262-263).

In relazione alle dichiarazioni della bimba, si può subito notare che ZE nell'immediatezza non riferisce nulla di particolarmente rilevante alla madre, salvo il fatto che CCL le fotografava con una cinepresa (sul che come si è detto non vi è alcun riscontro), e che solo successivamente collegherà alcuni dei comportamenti di natura sessualizzata a giochi che faceva col maestro CCL.

Come si vedrà, anche in incidente probatorio la ZE non ha detto nulla, nonostante le ripetute domande che le vengono rivolte.

A questo punto si possono trarre alcune prime considerazioni con riguardo alle "dichiarazioni" dei bambini sopra indicati.

Nessuno dei cinque suddetti bambini che raccontano possibili abusi subiti all'asilo accenna alla "banana" da mangiare nel senso dato al termine dai nonni e dalla mamma di MM; nessun bambino racconta ai genitori che lui o qualche altro bambino venivano portati fuori dall'asilo dal maestro CCL (di uscite dall'asilo si parlerà solo tempo dopo: i sopralluoghi in cui MM e SC accompagnano gli inquirenti fuori dell'asilo sono del luglio 2004); secondo quanto riferito dai bambini i fatti (i presunti abusi o quei comportamenti sospetti come lo spogliarsi) sarebbero avvenuti almeno prevalentemente (salvo l'accenno di TL al fatto che talvolta i fatti avvenivano fuori nel giardino) nell'aula di ginnastica ove erano presenti molti bambini, anche quelli che mai hanno detto essere successi gli abusi; nessun bambino racconta le molte situazioni riferite nel corso di vari mesi da MM alla mamma e poi alla Prof. Ongari; solo TM (che subito disse di avere scherzato), CG, TL e, in seguito, ZE hanno riferito che i bambini si spogliavano, ma alcune dichiarazioni dei bambini riferite semplicemente allo spogliarsi ed al togliersi le mutandine (senza aggiunta di ulteriori particolari significativi in termini di abusi subiti) possono interpretarsi anche con riferimento ad un gioco tra bambini, non infrequente negli asili (v. C.T. dott.ssa Albertoli, pag. 9), e il riferimento ai giochi fatti con CCL può essere spiegato alla luce di alcuni giochi che venivano fatti durante l'ora di psicomotricità, come ad esempio il gioco della piuma in cui i bambini dovevano tenere gli occhi chiusi e il maestro li sfiorava con una piuma e loro dovevano indovinare la parte del corpo toccata, o il gioco del cerchio (sul quale vedi esame CCL).

In realtà gli unici due bambini che parlano in modo esplicito (e non equivoco) di atti di abuso sessuale subiti a Ponton - da loro stessi o da altri bambini dell'asilo - sono MM e TL, sulle cui modalità di intervista da parte dei genitori si è già sopra detto, mentre gli altri bambini riferiscono ai genitori (e si ribadisce solo ai genitori, perché poi avanti a P.M. e GIP diranno tutt'altro) delle circostanze talmente generiche ed equivoche che non possono costituire conferma delle dichiarazioni rese dai bambini di cui sopra.

La SC parla, come detto, solo di un “segreto” che, come si vedrà, non è possibile collegare con certezza ad abusi sessuali subiti all’asilo; quanto alle dichiarazioni rese dalla bambina l’anno dopo quando già era al nuovo asilo (il fatto che non voleva fare ginnastica perché sarebbe arrivato CCL, il gioco della cordicella con cui legava la mamma e il gioco dello scotch sulla bocca che la bambina disse erano giochi che faceva nell’asilo vecchio con CCL), le stesse non appaiono rilevanti in termini di conferma dell’ipotesi di accusa, sia perché arrivano dopo lungo tempo (per cui non possono escludersi suggestioni dovute alla nascita stessa del caso), sia perché generiche ed equivoche ed interpretabili alcune anche con riferimento a normali giochi che venivano fatti in classe.

La TM dice solo che durante l’ora di ginnastica i bambini si spogliavano togliendosi le mutandine e la maglietta. A parte il fatto che immediatamente dopo alla stessa mamma ha detto di aver scherzato, si rileva che certamente la situazione riferita può essere compatibile con dei giochi fatti all’asilo tra bambini o anche con giochi normali fatti durante l’ora di psicomotricità.

Il CG dice solo che gli toglievano le mutandine e la maglietta e lo facevano correre in cerchio con la mano sul pipino. Orbene la situazione descritta, qualora fosse vera, non avrebbe alcun significato in termini di conferma dell’accusa, sia perché nessun altro bambino ha riferito circostanze simili (a parte la ZE che al padre, tempo dopo, ha riferito di un gioco in cui i bambini giravano in cerchio attorno a CCL, nudo, e loro dovevano toccargli a turno il pisellino!), sia perché la situazione descritta appare inverosimile nel contesto di un presunto abuso su minore mentre è, ben più verosimilmente, compatibile con qualche gioco fatto all’asilo e magari poco gradito al bambino.

La ZE, infine, all’inizio alla mamma ha detto solo che CCL le faceva le fotografie e che lei era senza maglietta e le maestre non c’erano ma c’era un uomo un po’ pelato e con la barba. Il che, come appare evidente, a parte il particolare delle foto (sulle quali si ribadisce ancora una volta non si è trovato alcun minimo riscontro), è circostanza talmente generica ed equivoca che non può costituire conferma di alcunché. Quanto alle frasi dette in relazione ad alcuni comportamenti di natura sessuale (ad es. toccarsi con un dito la       , mettere un dito sulla        della mamma, tentare di baciarla sulle parti intime), secondo cui si trattava dì giochi che faceva con CCL, si rileva che si tratta di fatti che la bambina non ha riferito in incidente probatorio, di dichiarazioni rese in epoca successiva alla nascita del caso (addirittura del 2005 l’episodio della piscina) e che dunque possono essere state influenzate da tutto quello che nel frattempo era successo, e che inoltre non si può escludere fossero ricordi rielaborati in relazione a qualche gioco normale che la bambina faceva durante l’ora di ginnastica. Si pensi ad esempio al gioco, sempre riferito dalla ZE, in cui tutti i bambini giravano in cerchio attorno a CCL, nudo, e gli toccavano a turno il pisellino: la situazione descritta è inverosimile se collegata ad una situazione di vero abuso, mentre può ben essere compatibile con un qualche gioco di tipo normale che veniva fatto all’asilo nel quale la bambina ha inserito degli elementi non veri (come il fatto che il maestro era nudo in mezzo a loro e dovevano toccargli il pisellino).

Neppure sono concordi le dichiarazioni relative ai protagonisti dei presunti abusi.

La bambina MM (che, come già osservato in precedenza, all’inizio aveva più volte escluso alla mamma che autore dei fatti fosse il maestro di ginnastica) continua nel prosieguo della vicenda processuale a fare confusione tra “quell’uomo” (espressione che preferisce ogni volta che parla di. abusi), CCL e il maestro CCL, mentre gli altri bambini, i cui genitori avevano appreso dalla SBE che l’autore dei fatti era il maestro di ginnastica, quando riferiscono qualcosa sull’argomento indicano sempre CCL; quanto poi al secondo presunto concorrente nel reato i bambini ne danno descrizione e nomi differenti. Infatti, MM e TL (il cui padre, come ricordato sopra, partecipava alle indagini e conosceva quanto detto dalla bambina) lo chiamano PIX e dicono che ha la barba, TM lo chiama Massimo, come il padre; ZE lo descrive come uno pelato; uno moro lo ritiene la MM che mostra paura per un giovane dipendente del padre; uno con barba e capelli brizzolati lo descrive SC l’anno dopo quando cominciò ad aver paura di un parente dicendo che assomigliava a quell’uomo (anche MM, come risulta dalla cassetta di cui si è detto, parla di uno con i capelli grigi).

Oltre a tutto quanto detto sopra con riguardo al contenuto e alla credibilità delle dichiarazioni dei bambini, va ribadito soprattutto, ancora una volta, che non è dato sapere come sono stati interrogati i bambini.

Come rilevato in particolare sia dai C.T. della difesa degli imputati che di quelli della P.C., il metodo con il quale si ascolta il bambino abusato è molto importante in relazione all’obiettivo di ottenere delle risposte sincere e spontanee ed evitare il pericolo della creazione di “falsi abusi” nella mente del bambino.

Infatti, il rischio di distorsione del racconto del bambino attraverso meccanismi suggestivi esiste e tale fenomeno può alterare la memoria degli eventi e quindi dar luogo a falsi ricordi poi recepiti come veri dal minore in tenera età (v. C.T. della stessa parte civile dott.ssa Perobelli -pag.8).

In due casi vi è la prova certa che l’interrogatorio dei bambini è stato condotto in modo suggestivo, con ripetute domande tese a suggerire la risposta, con domande contenenti informazioni già non presentate spontaneamente dal bambino stesso, con domande ripetute e insistite per ottenere una risposta diversa da quella già data prima dal bambino. È il caso di MM e di TL, che guarda caso sono gli unici due che parlano esplicitamente di atti sessuali compiuti dai maestri nell’asilo di Ponton.

I comportamenti anomali e sessualizzati ed i sintomi rilevati dai genitori dei bambini

Ma oltre alle dichiarazioni dei bambini occorre anche valutare i comportamenti e i sintomi dei bambini che possano essere indicativi di abusi subiti. I genitori dei sei bambini di cui sopra, infatti, hanno riferito, come si è detto, anche di sintomi preoccupanti manifestati dai loro figli, nonché di comportamenti sessualizzati degli stessi. La descrizione di quanto sopra è stata molto accurata e i genitori sono stati particolarmente colpiti nella osservazione dei loro figli.

Si ricorda brevemente che MM, secondo la madre, aveva avuto un forte disagio a partire da dicembre 2002 con necessità di un reinserimento a scuola, e che dopo la rivelazione stava molto male tanto che aveva dovuto iniziare la psicoterapia; SC aveva avuto anche lei necessità di reinserimento all’asilo nel novembre-dicembre 2002, aveva tenuto durante l’anno scolastico alcuni comportamenti anomali (una volta era scappata dall’aula di psicomotricità, altra volta non aveva voluto essere accolta dalla maestra SSA, durante la primavera si era rifiutata di farsi cambiare dal padre), aveva cominciato ad avere incubi notturni nel giugno 2003 (dopo essere stata interrogata), forte agitazione, angoscia e pianti di notte, e poi l’anno dopo - quando già frequentava il nuovo asilo - aveva avuto dei comportamenti sessualizzati; TM non aveva avuto alcun sintomo, salvo qualche difficoltà a volere andare all’asilo, e cosi pure sostanzialmente TL, se si esclude un periodo in cui andava malvolentieri all’asilo e non voleva restare il pomeriggio; in TL erano stati osservati, successivamente, comportamenti sessualizzati nei confronti del fratello (gli toccava i genitali e una volta gli disse “ciucciami il pisello”, dicendo alla madre di averlo visto fare a CCL); CG non aveva avuto alcun disturbo ma solo, successivamente alla nascita del caso, alcuni comportamenti sessualizzati (come lo strusciamento del pisellino sulla gamba della mamma e l’episodio in cui il pisellino gli si era ingrossato ed aveva detto che ciò avveniva quando vedeva una “pimpa pelosa”); ZE infine, a detta della mamma, durante l’anno scolastico, era spaventata e terrorizzata, disegnava tutto di nero, e poi aveva avuto dei comportamenti sessualizzati sia prima che dopo la rivelazione (l’attività          oria del “fare i saltoni”, i toccamenti della        propria e della mamma, il comportamento seduttivo con estranei nell’episodio in cui disse “se vuoi mi tolgo le mutandine).

A tal riguardo, tuttavia, è necessario innanzitutto far rilevare che i sintomi e comportamenti riferiti sono, quantomeno nella maggior parte, insorti dopo che i bambini stessi hanno iniziato a parlare degli ipotizzati abusi subiti.

I sintomi riferiti all’anno scolastico 2002/2003. precedenti dunque la nascita del caso, appaiono infatti decisamente modesti e poco significativi, nonostante il tentativo fatto, in particolare dalla mamma di MM, di calcare la mano su determinati atteggiamenti della bambina specie in relazione al reinserimento nell’asilo attuato dopo le vacanze di Natale 2002, atteggiamenti che rappresentano se non la normalità almeno una buona percentuale di comportamenti dei bambini di quell’età (v. al riguardo anche le dichiarazioni della psicopedagogista dell’asilo di Ponton, dott.ssa BEM, pag. 152 e ss., la quale ha anche precisato che nulla di strano o anomalo costituiva la necessità di reinserimento per MM SC, anche perché per MM il distacco dalla famiglia era stato faticoso fin dall’inizio, mentre per SC era nato da poco una sorellina).

Del resto, la stessa SBE, nella denuncia resa ai Carabinieri subito dopo il colloquio intervenuto a fine maggio 2003 con MM, ha dichiarato espressamente che la bambina si era comportata in maniera sostanzialmente normale durante tutto l’anno scolastico ed era cambiata negli ultimi 15 giorni (e la medesima valutazione la esprime nel colloquio registrato con i nonni laddove afferma: “...sono quindici giorni che ha questo atteggiamento, non prima. Prima era contenta” - pag. 11 trascrizione).

Oltre alla necessità del reinserimento a scuola (su cui si è detto), vengono segnalati dalla dott.ssa Cunico (C.T. della parte civile), come sintomi significativi precedenti la rivelazione, per SC il fatto che una volta era scappata dall’aula di psicomotricità dicendo che doveva fare la cacca (mentre poi alla mamma aveva detto che era stanca), che altra volta la mamma si era accorta che le avevano cambiato gli abiti, la difficoltà mostrata un giorno ad andare con la maestra SSA, il rifiuto a farsi cambiare dal padre nella primavera del 2003; per ZE l’episodio di esibizionismo con un ospite della famiglia (“se vuoi mi tolgo le mutandine”), i disegni neri, l’attività asseritamene          oria del “fare i saltoni”; per CG il semplice fatto che non andava volentieri a scuola; per TM il fatto che soffrisse di mal di pancia per il quale non sono state trovate cause organiche; per TL il fatto di non andare volentieri a scuola.

Si tratta come è evidente di sintomi per nulla significativi.

Il fatto di non andare volentieri all’asilo è assolutamente comprensibile e rientra, nella normalità di buona parte dei bambini di quell’età.

L’episodio in cui SC un giorno non voleva andare con la maestra SSA è stato spiegato in termini del tutto normali dalla dott.ssa BEM (v. dep. ud. 10.10.2006, pag. 162 e segg.), la quale ha precisato che dopo questo episodio la bambina aveva ripreso tranquillamente ad andare all’asilo. E così pure il fatto che una volta la bambina si sia allontanata dall’aula dove faceva la ginnastica non è sintomo o indizio di alcunché (potendo rientrare nella normalità che alcune volte un bambino possa stancarsi di un’attività che sta compiendo, anche se piacevole come la ginnastica). Alcuni comportamenti sessualizzati, come l’asserita attività          oria di ZE, devono poi essere ridimensionati, perché nel dibattimento è emerso (v. anche dep. Suor FNA - ud. 10.10.06) che detta attività, che la bambina chiamava “fare i saltoni”, non consisteva in una vera e propria masturbazione ma nel mettersi a cavalcioni su una sedia o qualche altra cosa e continuare a dondolarsi, il che si può spiegare perfettamente alla luce dei giochi che i bambini facevano nell’asilo (si veda infatti la deposizione della maestra LAN che conferma che a scuola c’erano dei grossi palloni con delle maniglie laterali sui quali i bambini si mettevano a cavalcioni per saltare - pag. 44). Quanto al fatto che ZE era terrorizzata e disegnava tutto di nero si rileva che non risulta che le maestre abbiano mai notato un tale disagio o alcunché di strano nei disegni dei bambini, né che i genitori abbiano mai segnalato a scuola circostanze di questo tipo. Anche l’episodio di esibizionismo di ZE (evidenziato dalla dott.ssa Cunico perché, a suo dire, mettere in relazione lo spogliarsi con il desiderio di un terzo è strano per un bambino) di per sé non è indicativo di nulla di preciso. Così come pure il fatto che la bambina, da un certo momento in poi, non abbia più gradito farsi cambiare dal padre (è perfettamente normale che i bambini certe volte per alcune attività preferiscano un genitore piuttosto dell’altro).

I sintomi ed i comportamenti riferiti dai genitori, successivi alla rivelazione dei presunti abusi, risultano innanzitutto ridimensionati dagli accertamenti del Perito dott.ssa Forato che ha trovato tutti i bambini esaminati in condizioni di sostanziale normalità psicofisica senza dati patologici (v. relazione peritale del 5.3.2004, confermata in dibattimento all’udienza 30.1.2007). La Forato ha confermato anche che durante tutti gli incontri (la sua osservazione è cominciata ad ottobre 2003 ed è terminata a febbraio 2004) la MM non aveva sintomi di sofferenza quali quelli rilevati dalla psicoterapeuta Prof. Ongari (che addirittura parla di gravissimo stato di sofferenza fisica e psichica) (v. dep. Forato, ud. 30.1.2007, pag. 98-99).

La stessa ha precisato che durante l’analisi ha rilevato degli indicatori aspecifici, nel senso che la sessualizzazione dei comportamenti, gli incubi notturni, la regressione, la modifica dell’assetto sonno/veglia, ecc. possono essere indicatori di un evento traumatico ma che vanno combinati con tutte le circostanze e il contesto in cui è avvenuto il fatto per potere esprimere una diagnosi di abuso sessuale, atteso che non ci sono indicatori specifici (salvo alcuni particolari indicatori fisici) che possano indicare con certezza che sia avvenuto un abuso di tale natura (v. dep. pag. 75 e segg.).

Deve osservarsi infatti che, in conformità al risultato dei migliori studi in tema di psicologia infantile, si deve ritenere che i sintomi ed i comportamenti di che trattasi possono nascere, oltre che da effettivi abusi sessuali, anche da stress diversi ed in particolare da “falsi ricordi” indotti nel bambino proprio dalle investigazioni e interrogazioni degli adulti. Si veda sul punto la deposizione della stessa dott.ssa Forato, nonché quanto osservato dalla C.T. dott.ssa Albertoli, secondo cui “è stato accertato che gli esiti traumatici non sono ascrivibili unicamente alle esperienze di abuso realmente subite, ma anche quando queste esperienze siano state introiettate come falsi ricordi”, ed inoltre che “risulta dimostrato che si riscontrano esiti traumatici anche in ordine all’esperienza vissuta durante l’iter giudiziario a causa delle modalità, dei tempi e dei luoghi in cui l’ingranaggio viene messo in atto. E ciò si verifica nel caso in cui l’abuso sia reale, ma anche e soprattutto nel caso contrario” (v. pag. 43 della relazione).

Si. veda anche quanto riferito dalla dott,.ssa Mazzi, la quale, come dipendente dei servizio tutela minori dell’USL 22, ha svolto, su loro richiesta, dei colloqui con i bambini e i genitori della scuola di Ponton e poi ha partecipato un anno dopo alle audizioni protette avanti al P.M. Anche la dott.ssa Mazzi ha confermato che i sintomi che erano stati rilevati costituiscono degli indizi aspecifici che si possono ritrovare anche in situazioni di traumi e di stress diversi da un abuso sessuale, anche se nella maggior parte dei casi non erano stati riferiti dai genitori situazioni e circostanze che potevano spiegare diversamente dall’ipotesi accusatoria quei disagi di tipo psicologico (v. dep. dott.ssa Mazzi ud. 30.1.2007, pag. 130-131).

Del resto è nozione ormai comune in psicologia che non esistono sintomi o comportamenti che provano con sicurezza l’avvenuto abuso sessuale; in realtà, i sintomi possono rappresentare esclusivamente la conferma di abusi sessuali altrimenti provati, ad es. con le dichiarazioni del bambino stesso o con reperti medici (v. sul punto la letteratura richiamata dalla consulenza della dott.ssa Albertoli, pag. 15 e Ss.).

In particolare, nel caso in esame è molto significativo che la maggior parte di detti sintomi e comportamenti anomali siano insorti, come si è detto, solo dopo la nascita del caso e l’attivazione dell’iter giudiziario, il che dunque non consente di collegare tali sintomi e comportamenti con i presunti abusi che i bambini avrebbero subito.

Va osservato inoltre come i sintomi dei bambini (in particolare di MM) siano indicati dai genitori come progressivamente aggravati nel tempo (la SBE è giunta a dire che la piccola MM era “annichilita dalla paura” dopo mesi di colloqui giornalieri con la piccola, durante i quali costei raccontava alla mamma sempre cose nuove, spesso incredibili, circa abusi subiti), mentre normalmente i sintomi di un abuso tendono ad attenuarsi nel tempo man mano che il bambino metabolizza i fatti attraverso i processi psicologici ormai studiati da tempo (anche se la dott.ssa Perobelli sostiene che la rivelazione dell’abuso non sempre crea un sollievo dei sintomì - v. pag. 12 relaz.).

Altra osservazione che deve essere svolta al riguardo è rappresentata dalla situazione psicologica in cui si pone chi osserva i sintomi medesimi: è evidente, nelle risultanze del presente procedimento, il diverso modo di percepire detti sintomi da parte dei genitori e di chi si senta coinvolto, da un lato, e delle persone non coinvolte emotivamente, dall’altro.

In particolare, paradigmatico è il caso di MM che, come visto sopra, veniva descritta dalla mamma come “annichilita dalla paura”, mentre, nello stesso periodo, la dottoressa Forato che l’ha seguita per cinque mesi circa, l’ha trovata normale, “non stressata”, piacevole, facile all’approccio (v. dep. dott.ssa Forato, pag. 98). Anche la Prof. Ongari, psicoterapeuta che ebbe in cura la piccola MM a partire dal febbraio-marzo 2004, introdotta dalla P.C., ha dichiarato al dibattimento di avere trovato MM, quando le venne presentata perché la curasse, impaurita e stressata. In particolare la Ongari afferma che la bambina si trovava in un gravissimo stato di sofferenza fisica e psichica (difficoltà di comunicare, ansia evidente, forte sudorazione, stato di tensione emotiva, stanchezza riferita dalla bambina).

Orbene, a parte il fatto che la dott.ssa Forato ha confermato di non aver affatto rilevato al     ipo sofferenza nella bambina (v. dep. Forato, pag. 99), chiunque (non solo il Tribunale) può farsi un’impressione sostanzialmente diversa sia vedendo le videocassette relative ai colloqui avuti con la bambina dalla predetta Prof. Ongari, sia vedendo la videocassetta relativa all’incidente probatorio condotto dal GIP: in tali registrazioni la bambina appare giocosa, sicura di sé, decisa, a volte addirittura spavalda e impertinente.

La Prof. Ongari che ha avuto in cura la bambina si dice certa che la stessa ha subito degli abusi, ciò desumendo dai c.d. indicatori di abuso, che sarebbero l’iperattivazione dell’ansia e panico in rapporto alla separazione dalle figure genitoriali, la forte ansia al momento di dormire, la difficoltà di addormentamento e il pavor nocturnus (riferiti dalla mamma), l’emersione durante la terapia di ricordi episodici, tipo flash, con carattere di ricordi intrusivi e ripetitivi, senza essere provocati da stimoli esterni, il senso di colpa alcune volte esplicitato dalla bambina per non essere riuscita ad impedire quello che era successo, lo stato di prostrazione fisica e psichica della bambina (diceva di essere molto stanca, che aveva mal di pancia, la mamma riferiva che talvolta la bambina aveva vomitato in macchina) (v. dep. Ongari, ud. 17.10.06).

Le conclusioni cui giunge la Prof. Ongari non sono ovviamente accettabili in relazione a quanto detto sopra, atteso che tutti quelli descritti sono indicatori aspecifici, poiché le situazioni di disagio e di stress possono essere causati, come si è detto, anche da fattori diversi da un abuso reale e possono anche essere collegati all’esperienza vissuta durante l’iter giudiziario, ipotesi che nel caso in esame è certamente ben plausibile in considerazione del fatto che la maggior parte dei sintomi e comportamenti anomali più significativi sono insorti o sono stati osservati solo dopo la nascita del caso.

Sui sintomi dei bambini e la loro interpretazione appare rilevante riportare inoltre quanto osservato dalla dott. ssa Albertoli nella sua relazione. Quanto agli indicatori comportamentali (masturbazione, introduzione in        di oggetti, presenza di incubi, ecc.) la consulente osserva, e il Tribunale condivide, che “i c.d. giochi sessualizzati, i comportamenti e le verbalizzazioni dei bambini inerenti la sessualità non devono essere considerati a priori quali indicatori di abuso sessuale, poiché si tratta in primo luogo di elementi inerenti lo sviluppo psicosessuale”, e che “anche gli indicatori cognitivi possono essere causa di equivoci, come ad esempio conoscenze sessuali inappropriate all’età, che possono risultare acquisite guardando i genitori o al cinema o da compagni più grandi” (pag. 15 relazione).

Nel caso in esame è rilevante inoltre sottolineare, ancora una volta, che tutti i comportamenti sessualizzati dei bambini evidenziati dai genitori (salvo quella che, come l’attività del “fare i saltoni” di ZE, attività sessuale non era ma semplice gioco piacevole) - sia quelli di SC, che di TL, che di CG che di ZE -, sono insorti solo in epoca successiva alla rivelazione dei presunti abusi, per cui è quantomeno problematico ricollegarli con certezza ad un abuso realmente subito (atteso che, in tal caso, avrebbero dovuto plausibilmente insorgere prima).

Anche la dott.ssa Perobelli (C.T. di parte civile) afferma che i bambini in età prescolare possiedono conoscenze di base sulle differenze dei genitali, sulla propria identità di genere, sulle parti sessuali del corpo, mentre le conoscenze relative a comportamento sessuale adulto sono molto limitate (v. relaz. pag. 6).

A tal proposito la Perobelli afferma dunque che la terminologia usata da MM non può appartenere al bagaglio di una bambina di 4 anni: va però osservato che dal colloquio registrato con la madre non risulta che la bambina abbia usato termini come “banana” per indicare l’organo sessuale maschile, né che abbia mai detto (se non a seguito di imbeccate della madre) che il maestro o quell’uomo le metteva il pipino in bocca oppure che le leccava la pipina (v. sopra). Ricondotte dunque le rivelazioni della bambina a quanto dalla stessa spontaneamente riferito, si può certo affermare che la terminologia usata (toccare il pipino, il culetto, le ciccine) apparteneva al suo bagaglio di conoscenze.

Come già ricordato erano 58 i bambini che facevano ginnastica col maestro CCLo e di questi solo 6 (MM per prima e altri cinque solo a seguito di investigazioni e interrogazioni dei genitori) hanno riferito alcune cose o presentato sintomi rapportabili a possibili abusi subiti o comunque recepiti come tali dai genitori poi costituitisi parte civile (atteso che, come si è visto, i sintomi precedenti o concomitanti i presunti abusi sono scarsamente significativi, mentre quelli successivi sono altrimenti spiegabili).

Il dato, difficilmente spiegabile con la considerazione che solo pochi bambini siano stati in grado di rendersi conto di ciò che avveniva (non erano situazioni difficili da capire, ad esempio, le      _ di tutti i bambini che giravano attorno al maestro CCL nudo e gli toccavano il pisello) merita sicuramente qualche riflessione.

Si può ipotizzare, anzitutto, che le risposte dei 6 bambini alle sollecitazioni dei genitori e l’interpretazione dei loro sintomi da parte di questi ultimi siano dipese dal diverso atteggiamento dei genitori medesimi nell’approccio al caso: laddove si teneva un atteggiamento giustamente asettico, non si ottenevano risposte di conferma agli abusi medesimi (v. in particolare le famiglie ZAS, FAD e BOB ed i loro figli FX, AX ed AZ); laddove, invece, si cercavano conferme ad una tesi preconfezionata e data per certa si finiva per ottenerle (tipico il caso TVI-RTR, già ricordato sopra e su cui si tornerà anche in seguito, in cui il piccolo TL, dopo che in un primo tempo il padre l’aveva ritenuto reticente, ha finito per dare al genitore le risposte che questi si attendeva confermando particolari -come ad esempio l’indicazione di sue compagne che invece non facevano parte del suo gruppo - che non potevano essere a sua conoscenza e che successivamente, quando ha avuto occasione di parlare con persone diverse dal padre, ha recisamente smentito, come si vedrà in seguito).

Si potrebbe anche ipotizzare, in alternativa, che abusi effettivamente vi siano stati ma allora in un contesto del tutto diverso da quello ipotizzato dall’accusa nel presente processo; magari nei confronti di pochi bambini, nel contesto manifestato inizialmente da MM ai nonni e alla mamma nelle prime spontanee rivelazioni quando reiteratamente disse che i fatti avvenivano dopo pranzo, non ad opera del maestro CCL (che, infatti, dopo pranzo non c’era), con la presenza di “uno piccolo e uno grande”.

SC e il disegno del “bernoccolo

I bambini sono stati seguiti in seguito dalla dott.ssa Zocca Bruna del Servizio minori ULS 22 di Domegliara e dalla dott.ssa Mazzi Cristina quale consulente del P.M.; le stesse ebbero colloqui, a partire dal giugno 2003, con i genitori dei bambini che descrissero incubi, curiosità sessuali, comportamenti sessualizzati dei piccoli ritenuti sintomi indiziari di traumi (sui quali si è già detto sopra).

In particolare durante una seduta con la dottoressa Mazzi, SC fece un disegno in cui appare un personaggio, con i pantaloni, che la piccola indicò dapprima come CCL (e così ha scritto pure nel disegno) e poi (dopo aver aggiunto al personaggio gli orecchini) come SSA, dotato di una protuberanza enorme, diretta verso il basso, in mezzo alle gambe, sulla quale disegnava un cerchio e delle linee. Detto personaggio era inserito all’estrema destra in un quadro che rappresentava altre tre figure femminili poste sulla sinistra.

A proposito di questo disegno la mamma della bambina (MVA) ha riferito in dibattimento che la figlia aveva fatto il disegno alla richiesta della Mazzi di disegnare il segreto di cui non voleva parlare (“visto che del segreto non puoi parlare disegnamelo” le disse la Mazzi - dep. MVA, pag. 151), mentre la dott.ssa Mazzi ha detto che questo disegno la bambina lo fece spontaneamente in una delle sedute preparatorie all’audizione protetta mentre lei le stava spiegando che doveva cercare di ricordare i fatti da riferire al giudice (mentre era stato l’altro disegno, quello del balcone, che era stato fatto dalla bambina alla domanda del P.M. di disegnarle il suo segreto - v. dep. dott. Mazzi, ud. 30,1.2007, pag. 134). La circostanza risulta anche dalla relazione della dott.ssa Mazzi del 16.7.2004 indirizzata al P.M. in cui si segnala che nell’incontro del 13.4.2004 la bambina, alla richiesta di fare un disegno aveva fatto il disegno col “bernoccolo” (v. relazione acquisita all’udienza del 30.1.2007).

Il disegno è stato oggetto di valutazione nel corso del processo avendone ricavato differenti significati l’accusa e la difesa.

Secondo quanto riferito dalla dott.ssa Mazzi, la bambina ha denominato questa protuberanza col termine di “bernoccolo”. Esso è stato interpretato dall’accusa, e anche dalla dott.ssa Mazzi (“poi fa, a mio parere, l’organo sessuale maschile e io le dico “E questo cos’è” e lei dice “un bernoccolo” – v. dep. Mazzi, pag. 134), come la rappresentazione dell’organo sessuale maschile in termini macroscopici, però nessuno ha mai chiesto alla piccola SC che cosa ella intendesse con tale termine, considerando che il termine “bernoccolo” non rientra tra gli appellativi normali del sesso maschile usati dai bambini, né risulta che fosse un termine utilizzato nell’ambito della famiglia di SC.

La dott.ssa Mazzi infatti non ha chiesto alla bambina cosa intendesse col termine “bernoccolo” limitandosi solo a chiederle se lo aveva visto, al che la bambina aveva risposto “si”, aggiungendo subito dopo che “c’erano anche gli altri bambini” (v. dep. Mazzi, pag. 134). Inoltre, quando nell’audizione protetta del 15/4/2004 il P.M. ha sottoposto il disegno alla bambina, è stato lo stesso P.M. che, prima che la bambina dicesse qualcosa, ha suggerito, anzi affermato (dandolo per scontato) “questo è un maschio perché ha il pisello” e la bambina si è limitata a rispondere “si”. E’ stato ancora il P.M. che le ha suggerito “l’hai visto così?” e la bambina si è limitata ancora a rispondere “si” senza dire nulla di sua iniziativa e senza che le venissero chieste spiegazioni su che cosa intendesse lei con quel disegno, in che occasione, come, quando, in che contesto avesse visto quella particolarità.

Solo alcune brevi domande ha rivolto il medesimo P.M. a SC successivamente, in occasione del sopralluogo effettuato presso l’asilo nel luglio 2004, sottoponendo ancora una volta il disegno a SC: alla domanda del perché avesse disegnato CCL col “bernoccolo” “di fuori” rispondeva “l’ho visto”; alla successiva domanda se CCL era senza pantaloni la bambina immediatamente rispondeva “no” e infine alla domanda di cosa facesse CCL rispondeva “niente”.

Da quanto sopra l’accusa intende ricavare la prova che il CCL si era mostrato a SC col pene estratto al di fuori dei pantaloni.

La conclusione cui si deve giungere appare invece tutt’altro che certa.

Anzitutto deve osservarsi che nel disegno CCL ha i pantaloni perfettamente chiusi in cintura e che il “bernoccolo” sembra provenire dalla parte posteriore della figura (certo non si può pretendere da una bambina di quell’età una rappresentazione perfetta, però l’avere detto la bambina semplicemente che quel personaggio aveva i pantaloni, senza aggiungere altro, e poi disegnarlo con i pantaloni chiusi non possono essere elementi irrilevanti; tanto più che la stessa SC poi ha aggiunto al personaggio gli orecchini dicendo che si trattava della SSA - la maestra - ed in tal caso il bernoccolo non può più rappresentare l’organo maschile).

Le stesse osservazioni svolte sul disegno dalla dott.ssa Cunico (C.T. di Parte civile) possono far fondatamente dubitare che il “bernoccolo” disegnato da SC rappresenti l’organo sessuale maschile. La consulente, infatti, afferma che il disegno è molto importante e significativo perché presenta particolarità anatomiche anomale in quanto l’organo sessuale è rappresentato con presenza di vestiti, ed osserva al riguardo che normalmente i bambini di quell’età quando disegnano la      _ la rappresentano attraverso l’assenza di vestiti e lo fanno tracciando una linea retta in mezzo alle gambe (v. relaz. Cunico, pag. 38). Se così è non si comprende allora perché anche la consulente stessa continui a considerare il “bernoccolo” come l’organo sessuale maschile. Inoltre, come già osservato sopra, il disegno rappresenta quattro personaggi e l’interpretazione data dall’accusa non tiene conto del contesto complessivo rappresentato.

Il primo personaggio a sinistra è verosimilmente individuabile come la sorellina di SC sdraiata nella culla: ciò si ricava, anzitutto, dalle ruote che sono proprie di una carrozzina per bambini e che nulla hanno in comune con le ruotine dei letti fotografati pochi giorni prima della conclusione del presente processo dalla parte civile presso l’Ospedale Psichiatrico di Ponton; inoltre, e tale particolare appare decisivo al Collegio, dalla “capottina” disegnata da SC con buona evidenza e puntualità sulla carrozzina.

Vicino alla sorellina SC ha disegnato un personaggio femminile sopra il quale ha scritto “MA”: si tratta evidentemente della mamma che sta vicino alla piccola e che non vi era la necessità di denominarla per esteso. Accanto alla mamma è disegnato un altro personaggio femminile sul quale è scritto il nome SC.

All’estrema destra del disegno viene la figura, di proporzioni maggiori rispetto alle altre, di cui si è detto sopra.

Orbene, a parte la difficoltà interpretativa derivante dalla circostanza che SC, con riferimento a tale figura, ha parlato prima di CCL e poi di SSA (v. dott.ssa Mazzi), appare di una certa evidenza quanto sostenuto dal C.T. dott.ssa Albertoli (v. pag. 72 e ss. dell’elaborato peritale) e cioè che il disegno in questione ha la struttura tipica della rappresentazione della famiglia di SC con lei fra mamma e papà e la sorellina (ultima arrivata, sulla sinistra), e quindi la figura in origine indicata come maschile col nome di CCL in realtà potrebbe rappresentare il padre (indicato per pudore del sogno incestuoso col nome: di un estraneo alla famiglia, e in particolare dell’unico uomo con cui si gioca come in famiglia) ed il “bernoccolo” potrebbe costituire manifestazione della freudiana “invidia del pene”.

Tale interpretazione psicanalitica merita comunque di essere considerata alla stessa stregua dell’interpretazione del disegno data dall’accusa, con la conseguenza che da tale disegno nessuna prova certa può derivare circa l’ipotesi che SC abbia visto CCL esibire i genitali o tantomeno che abbia subito abusi. Né tantomeno può affermarsi, per quanto visto sopra, che tale disegno sia da mettere in relazione con il “segreto” di cui SC non ha voluto parlare.

La psicoterapia precedente l’incidente probatorio di MM

Come riferito dalla madre, a partire dal febbraio-marzo 2004 (e dunque prima dell’incidente probatorio) MM è stata assunta in terapia dalla Prof. Ongari, protrattasi, con cadenza settimanale, fino al mese di luglio dello stesso anno. La Ongari, sentita in dibattimento (v. dep. udienza 17.10.2006, pag. 100 e ss. trascr.), ha riferito che si era deciso di dare avvio alla terapia perché i genitori avevano riferito che l’incidente probatorio non sarebbe avvenuto in tempi brevi e soprattutto per l’aggravamento delle difficoltà psicologiche della bambina: MM, a detta della Ongari, era stressata e si trovava in un gravissimo stato di sofferenza sia fisica che psicologica, la quale si manifestava in un atteggiamento fortemente difensivo della bambina che aveva voglia di comunicare ma non ci riusciva, e verbalizzava, solo dopo alcune sedute di familiarizzazione, la frase “io ho paura e sono venuta da te perché tu mi aiuti”. In realtà, come si è già osservato, dalla visione delle videocassette prodotte dalla parte civile (che riassumono, a detta della Ongari, le parti più significative delle varie ore di terapia) la bambina appare sostanzialmente tranquilla, giocosa e per nulla intimorita.

La stessa dott.ssa Forato, che pure ha esaminato la bambina in epoca più prossima ai presunti abusi, non ha rilevato quei sintomi di sofferenza nella bambina che la Ongari dice di aver osservato.

Con la dottoressa Ongari, MM ha effettuato incontri per alcuni mesi, i primi in epoca anteriore rispetto all’incidente probatorio (che si è svolto nell’aprile del 2004). Tale circostanza è indubbiamente tale da inficiare grandemente la genuinità delle dichiarazioni rese dalla bambina nell’atto compiuto dal G1P, anche perché, come appare sempre dall’esame delle videocassette prodotte, fin dai primi colloqui con la psicoterapeuta medesima la bambina ha avuto modo di parlare dei fatti per i quali è processo, fatti che venivano trattati dalla terapeuta come realmente accaduti.

E’ ben vero che la finalità delle sedute della Ongari era esclusivamente di tipo terapeutica, ma nondimeno l’aver aderito aprioristicamente all’ipotesi della colpevolezza degli indagati confermando l’ipotesi di presunto abuso sessuale subito dalla minore non può non avere inquinato seriamente la genuinità di quanto la bambina da lì a poco sarebbe stata chiamata a dire in incidente probatorio

(si vedano sul punto anche le osservazioni del Prof. Rossi, a pag. 117 e segg., con la citazione anche di un passo del testo specialistico della Mazzoni, in cui si afferma appunto che “mesi di interviste, colloqui, domande, suggerimenti possono produrre una sorte di narrazione di eventi mai accaduti”, con la creazione “di un ricordo falso che diventa paragonabile ad un ricordo vero e non è più facilmente distinguibile da questo”).

Lo stesso pericolo di inquinamento della capacità di ricostruzione mnemonica del minore, costituito dalla psicoterapia, era stato del resto già segnalato anche dalle dott.sse Zocca e Mazzi che appunto indicavano la necessità che il percorso terapeutico fosse affrontato dopo l’incidente probatorio o la testimonianza del minore (v. relazione 9.7.03 acquisita all’udienza 13.2.2007).

La Prof. Ongari ha tenuto a ribadire che nel corso delle sedute lei si è sempre limitata all’ascolto e all’osservazione senza mai porre domande dirette, al massimo rispondendo a cose che la bambina stessa diceva restituendole il contenuto del suo messaggio. Ma come si può notare dalla visione diretta delle cassette così non sempre è stato. Si veda ad esempio il passaggio della cassetta in cui MM gioca con lo scotch e la Ongari le chiede “vero che mi vuoi legare come ha fatto con te quell’uomo?”, oppure il passaggio (seduta del 6.4.04) in cui si sente bussare alla porta, MM capisce che è la mamma e si nasconde sotto il tavolo evidentemente per farle uno scherzo e la Ongari le dice inveceti nascondi perché hai paura che arrivi qualcuno che ti faccia male?” (v. dep. Ongari, pag. 127 e 130).

Nel corso di tali colloqui MM parla a ruota libera di episodi costituenti abusi sessuali: ad esempio, nella seduta del 6.4.04 disegna “quell’uomo” col pene in evidenza e dice anche che glielo ha “fatto ciucciare” e che lei ha sputato perché gli faceva schifo (v. pag. 138 dep. Ongari); afferma “ quando sento un rumore di notte ho paura che venga a toccarmi il culetto e le ciccine”, “c’erano tre uomini, uno faceva le foto, la maestra non voleva e veniva a salvarmi perché non voleva che mi toccasse la pipina, quell’uomo mi ha. tolto i vestiti e la maestra mi ha rivestito” e così via.

La MM dice anche cose assurde ed inverosimili: ad es. “gli ho tagliato il pipino con le forbici prese dalla tasca”; dice che l’uomo l’aveva legata e lei si era slegata con le forbici che aveva in tasca (anche se aveva detto che era nuda) e l’uomo l’aveva rincorsa dicendo “io ho una pistola e ti sparerò”; altra volta diceva che quell’uomo aveva toccato la pipina anche alla sorellina LX; altre volte diceva che quell’uomo l’aveva portata anche dalla zia di Gigi a cui stava nascendo un bambino (nessuno sa chi sia questo Gigi e la sua zia - v. dep. Ongari, pag. 144).

L’impressione che si ricava dalla visione delle videocassette è che MM sia sempre la stessa dalla prima audizione fino all’ultima: appare sempre tranquilla, giocosa (basta vedere come si diverte a fare il gioco di legare la psicoterapeuta con lo scotch; è quest’ultima che continua a ripeterle “quell’uomo ti ha legato così?”, “credo che tu mi leghi perché quell’uomo ti ha legato”). E’ sempre la dott.ssa Ongari che sollecita la bambina con domande come “hai paura di quell’uomo?” quando MM si nasconde sotto il tavolino evidentemente per fare uno scherzo alla mamma che sta arrivando e non perché abbia paura di qualcuno; è sempre la psicoterapeuta che le dice “quell’uomo ha fatto tanto male a MM e vero?” e MM non le risponde neppure.

Significativa è poi la circostanza che MM si rivolge al personaggio oggetto delle sue rivelazioni chiamandolo sempre “quell’uomo”, così come fa anche nell’incidente probatorio; quando il 26/4/2004 la psicoterapeuta dott.ssa Mazzi le chiede “come si chiamava quell’uomo” le risponde “non lo so”. Mai dice “quell’uomo è il maestro CCL” eppure è pacifico in atti che con tale appellativo (maestro CCL) il CCL era conosciuto dai bambini.

Vari fatti rivelati da MM, poi, sono interpretabili come riferimenti a giochi che effettivamente venivano eseguiti nelle lezioni di psicomotricità: si pensi al gioco della piuma (il bambino resta disteso ad occhi chiusi, il maestro lo tocca su certe parti del corpo ed il bambino deve dire dove è stato toccato); al gioco della goccia sulla fronte (gioco rilassante); al gioco della sbarra (il maestro, alla fine della lezione mette i bambini in fila ed uno alla volta si avvicinano al suo braccio proteso a mò di sbarra, il maestro fa una domanda, il bambino risponde, il maestro alza il braccio ed il bambino passa oltre); tutti giochi previsti dal programma della Ludica Cooperativa (v. interrogatori imputati).

Come già sopra evidenziato, la Prof. Ongari, al dibattimento, ha manifestato la sua certezza che MM abbia subito abusi, dichiarando di essersi di ciò convinta mettendo insieme i segni e sintomi manifestati dalla bambina (in particolare la forte ansia, le difficoltà di addormentamento, il pavor nocturnus, l’emersione a flash di ricordi episodici, gli scompensi emotivi al riemergere del ricordo del trauma) con quanto dalla stessa verbalizzato (v. dep. pag. 110).

Tale convinzione non prova tuttavia l’abuso, per quanto detto sopra, in particolare perché non esistono sintomi che costituiscano di per sé prova di abuso sessuale, ma in particolare evidentemente non prova che siano avvenuti gli abusi per cui si procede, attuati nell’ambito dell’asilo di Ponton dai tre imputati.

Quindi, anche i colloqui di MM con la dottoressa Ongari, peraltro condotti da questa ai soli finì terapeutici come più volte dalla stessa precisato, non portano elementi significativi di prova a carico degli imputati e confermano soltanto quella che è un’impressione generale in relazione alle rivelazioni fatte, a partire dal 28/5/2003 e continuate per oltre un anno, da MM e cioè che la stessa, nonostante il tempo trascorso, continua a non identificare “quell’uomo” con il “maestro CCL” come ha ripetutamente detto alla mamma all’inizio (v. cassetta prodotta da BES).

Le dichiarazioni dirette dei bambini: gli incidenti probatori e le audizioni protette avanti al P.M.

Gli incidenti probatori

Dopo l’esame dei bambini condotto dalla dottoressa Forato per conto del GIP, venivano ammessi all’incidente probatorio, svoltosi in data 22.4.2004, solo MM, TM e CG.

Davanti al GIP TM (v. pagg. 43-69 verbale trascrittivo) racconta che l’anno prima all’asilo faceva ginnastica con CCL (di cui fornisce una descrizione), che quando facevano ginnastica non c’era anche la maestra ma solo CCL e i bambini, che non c’era mai nessun altro che aiutava CCL a fare i giochi, che erano vestiti con tuta e grembiulino. A specifiche e ripetute domande del GIP TM negava di aver ma fatto ginnastica in mutandine e canottiera. negava che CCL o qualche altro adulto si fossero mai tolte le mutande, descriveva alcuni giochi che i bambini facevano con CCL (il gioco dell’albero tagliato, il gioco delle pecorelle e del lupo, il gioco del trenino, il gioco del ciao), diceva che CCL qualche volta li toccava durante la ginnastica ma solo nel contesto di un particolare gioco (come il gioco della piuma, quando tutti i bambini venivano fatti distendere e lui li toccava leggero leggero come una piuma), che durante questo gioco erano vestiti, che mai si erano spogliati con CCL. A specifica domanda rispondeva che mai CCL aveva fatto gesti che le avevano dato fastidio e mai le aveva toccato le parti intime.

Dunque la bambina nega in modo preciso e convincente che siano mai avvenuti abusi sessuali di qualsiasi specie in danno dei bambini ad opera degli odierni imputati. Mai i bambini si sono spogliati, la ginnastica la facevano sempre vestiti, mai il maestro CCL si è spogliato, mai sono stati toccati in parti intime, vengono descritti diversi giochi perfettamente normali, in uno dei quali (il gioco della piuma) era previsto un leggero contatto fisico e null’altro. Come si nota dalla visione della cassetta videoregistrata la bambina non appare impaurita, né scioccata, e risponde in modo tranquillo e preciso alle domande che le vengono rivolte dal giudice e dalla dott.ssa Forato.

Del resto, anche le dichiarazioni fatte tempo prima alla mamma e sopra riportate (secondo cui durante l’ora di ginnastica si toglievano le mutandine e la maglietta), ma non ripetute in incidente probatorio, erano equivoche e interpretabili come un gioco tra bambini e comunque la bambina le aveva immediatamente smentite alla stessa mamma. Nessuna prova o riscontro dell’accusa può dunque ricavarsi dalle dichiarazioni complessive di TM.

Anche CG (v. pagg. 69-107 verbale trascrittivo) nell’incidente probatorio ha negato tutto. Egli ricorda che l’anno prima la ginnastica la faceva con CCL, che era bravo, che aveva gli occhiali ma non la barba, che insieme a CCL non c’era nessun altro a fare ginnastica a specifiche domande rispondeva che i bambini avevano la tuta durante la ginnastica, che potevano togliere la maglietta se faceva caldo ma non anche i calzoni della tuta, che non erano mai rimasti in mutande, che il maestro non gli aveva mai detto di togliersi le mutande, che la maestra SSA non c’era durante la ginnastica, che la ginnastica la facevano sempre dentro, mentre fuori giocavano nella casetta con le loro maestre e non anche con CCL che andava via descriveva poi alcuni giochi tra cui anche il gioco della piuma durante il quale il maestro li toccava con una piuma e loro, ad occhi chiusi, dovevano dire dove li aveva toccati; quando il GIP gli chiede se si mettevano mai nudi egli risponde con un. solare “nooo” mettendosi a ridere con una espressione inequivoca che ne fa apprezzare l’evidente sincerità e attendibilità (tra l’altro, anche TL, al P.M. che gli fa la stessa domanda, risponde “mi fai ridere!”), risposta che smentisce in maniera evidente quando egli aveva detto alla mamma, e cioè che durante la ginnastica gli toglievano le mutandine e la maglietta e lo facevano correre in cerchio con la mano sul pipino.

L’accusa ha però voluto trarre argomento contro gli imputati dalla reticenza dimostrata da CG nello spiegare la ragione per cui egli non ha più voluto andare nella casetta sita nel cortile dell’asilo in cui i bambini a volte giocavano durante la ricreazione dopo pranzo: il motivo di tale convinzione dell’accusa è ravvisabile nella circostanza che MM, indicando detta casetta nel corso del sopralluogo col P.M. del 2.7.2004 (di cui si dirà in seguito), ha detto che ivi quell’uomo la toccava e, quindi, la reticenza di CG costituirebbe conferma che ivi avvenivano abusi.

In realtà, CG ha precisato nel corso dell’incidente probatorio che nella casetta egli giocava con altri bambini (logico, anche tenuto conto delle piccole dimensioni della casetta), che giocavano alla famiglia, che c’era il papà che comandava, la mamma che comandava un po’ menò (“vicecomanda” dice il bambino), il figlio che comandava il cane ed il cane che prendeva ordini da tutti e che lui CG faceva sempre il cane e il padrone del cane lo sgridava sempre: circostanza questa idonea a spiegare perfettamente perché il bambino non volesse più entrare là, senza considerare comunque che CG ha continuato a ribadire che nella casetta non gli era capitato nulla che non gli fosse piaciuto.

Le dichiarazioni generiche fatte in precedenza alla mamma circa il togliersi le mutande e il correre in cerchio con le mani sul pipino (non ripetute nell’incidente probatorio e interpretabili anche, come si è visto sopra, come un gioco tra bambini) e le foto che sarebbero state fatte all’asilo (foto normali in realtà venivano fatte - di altre foto non è stato trovato alcun riscontro, come si è visto, nelle perquisizioni), non possono interpretarsi dunque (anche alla luce dell’incidente probatorio) come prova o riscontro degli abusi di cui all’imputazione.

Tra l’altro il bambino anche il giorno dopo l’incidente probatorio, nell’incontrare la maestra LAN, di sua spontanea volontà le raccontava che il giorno prima era andato a parlare con degli uomini che gli avevano chiesto se erano successe delle cose brutte a scuola, e alla domanda della maestra “E cosa hai detto tu?”, lui aveva risposto “che non è vero” (v. dep. LAN ud. 17.10.2006, pagg. 92-93), ribadendo dunque ancora una volta, anche davanti alla sua maestra, che non era successo nulla.

La MM è l’unica che, nell’incidente probatorio, ha confermato gli abusi, o meglio, non certo tutto quello che hanno riferito la nonna e la mamma, ma solo il nucleo centrale delle sue iniziali rivelazioni e cioè che quell’uomo le toccava la pipina, il culetto e la ciccina (v. pag. 3-43 trascr.).

Va tuttavia innanzitutto evidenziato che la bambina arriva all’incidente dopo 11 mesi in cui ha continuato giornalmente a parlare dei fatti con la mamma e poi con la dottssa Ongari (la quale trattava i presunti episodi come eventi realmente accaduti), dando sfogo alla sua fantasia, come visto sopra. In particolare è significativo vedere la video-cassetta dell’incidente, in cui la bambina, appena uscita la mamma dalla stanza ove si trovano il GIP e la psicologa, mentre ancora le vengono rivolte domande anonime per metterla a suo agio, inizia una specie di recita dicendo d’un fiato, e senza alcuna risonanza affettiva. “sai che quell ‘uomo è andato sulla casetta lì c‘era un cancello che si veniva fuori dal cancello, dopo si andava su su su e c‘era una casetta piccola e lì mi toccava la pipina e il culetto” (v. pag. 6), e poi poco più avanti, rispondendo alla domanda del GIP su come si chiamava la maestra, diceva “io non voglio che metti in castigo la SSA e la maestra con l’apparecchio perché la SSA e la maestra mi sono venute a salvare, non volevo che quell’uomo mi toccasse la pipina e il culetto e la ciccina”.

La bambina, nel video, appare tranquilla, solare e senza alcun disagio né inibizione, e manifesta una certa indifferenza emozionale che va valutata negativamente ai fini del giudizio di credibilità delle sue affermazioni; fa nuove rivelazioni (come era ormai da tempo abituata a fare nella serie di colloqui con la madre, sempre sul medesimo argomento); risponde serenamente a tutte le domande, anche se a volte sembra pensare a quale sia la risposta giusta da dare; fornisce anche risposte contraddittorie, incongruenti e confuse. Dice, comunque, tra l’altro,. che CCL è uno alto con la barba (dimostrando di non averne un ricordo esatto e di avere presente invece l’uomo con la barba di cui ha parlato fin dall’inizio alla mamma - v. cassetta più volte citata); spesso,. come in molte altre occasioni, non associa “quell’uomo” col maestro CCL; dice che con lei c’erano ZE, SC e TL, che CCL le toglieva il grembiulino quando faceva ginnastica, che CCL la voleva spogliare e lei scappava dappertutto, e poi che CCL la spogliava nella casetta fuori dell’asilo, che c’era anche quell’uomo con la barba che veniva a trovare la cuoca e che le aveva toccato la pipina e il culetto, che toglievano le mutandine solo a lei, che non aveva mai visto il pipino di CCL, che quell’uomo le aveva dato delle sberle nella casetta, che quell’uomo le faceva delle foto quando era nuda ma che non era CCL, che le foto venivano fatte a tutti i bambini spogliati. Più avanti nell’audizione ripete che la scuola dell’anno prima era brutta perché quell’uomo le toccava la pipina, il culetto e la ciccina e che era un uomo senza barba di cui non sapeva il nome.

La valutazione di tale audizione fatta dai C.T. della difesa dott.ssa Albertoli e dal prof. Rossi sulla base del metodo SVA porta ad un risultato (li scarsa attendibilità (4/38 secondo il Prof. Rossi - v. relazione di C.T. pagg. 92-99).

Secondo la dott.ssa Perobelli (consulente per conto della parte civile MAL-SBE), invece, nell’incidente probatorio non emergerebbero elementi suggestivi tali da far ritenere non credibili le dichiarazioni della minore, e piuttosto la spontaneità della rivelazione, la presenza nella stessa di un nucleo centrale costante nel tempo (mentre alcuni dettagli presenti in passato e non confermati e alcune contraddizioni sarebbero spiegabili alla luce del tempo trascorso dalla prima rivelazione, dello stato di sofferenza prolungata e dell’avvio della psicoterapia che orienta il bambino al superamento del trauma), le conoscenze e i comportamenti sessualizzati inadeguati per l’età, la presenza di disturbi di tipo traumatico in una bambina con assetto delle funzioni psichiche nella norma, l’assenza di cause diverse dei disturbi provenienti dall’ambiente familiare, depongono a favore della credibilità della minore.

Le valutazioni di cui sopra della dott.ssa Perobelli non sono tuttavia convincenti.

La dott.ssa Albertoli (consulente del CCL), con riguardo all’incidente probatorio, fa innanzitutto rilevare (e il dato è confermato dalla visione diretta della cassetta; conforme anche il Prof. Rossi) che la bambina, quando all’inizio dice la frase dell’uomo che nella casetta le toccava la pipina e il culetto, non esprime alcuna risonanza affettiva come se lei non fosse la diretta protagonista dell’evento ma una spettatrice (v. relaz. dott. Albertoli, pag. 53), e la stessa assenza di emozione rileva quando la bimba ripete più avanti la frase “quell’uomo mi toccava la pipina, il culetto e la ciccina”. Secondo la Albertoli, dunque, la MM ha reso una testimonianza non attendibile, perché il contenuto dei suoi racconti è risultato privo di coesione e coerenza interna, i dettagli sono stati frammentari e incongruenti con il contesto e non hanno permesso di identificare persone luoghi e fatti, ci sono state risposte confusive e contraddittorie.

Quanto alle conoscenze e ai comportamenti sessualizzati si è detto sopra come MM non abbia mai riferito spontaneamente di particolari sessuali non adeguati allo sviluppo di una bambina della sua età; mentre con riguardo al disturbo post-traumatico da stress, si è visto come i malesseri più evidenti insorgono, a detta della madre, solo in epoca successiva alla rivelazione dell’abuso e come possano trovare spiegazione anche nella stessa attività istituzionale seguita alla prima rivelazione. Si è visto pure inoltre che la dott.ssa Forato non ha rilevato alcun malessere quando ha tenuto in osservazione la bambina per alcuni mesi a partire da ottobre 2003.

Nella valutazione dell’incidente probatorio di MM è necessario ricordare che, per un bambino, ricordi di fatti reali e ricordi costruiti nel tempo diventano o possono diventare non più distinguibili:

MM parlava di abusi da oltre dieci mesi in continuazione, con la madre e con la Ongari, ed era orma pronta a dire di tutto, come emerge chiaramente dalle rivelazioni fantastiche che emergono dalle videocassette della dott.ssa Ongari (ove, tra l’altro, parla, come si è detto, di un tale Gigi, di lei incinta, del pipino tagliato a CCL, di quell’uomo che tocca la pipina anche alla sorellina LX e così via).

Da quanto sopra emerge che la piccola MM, con riguardo al complesso delle sue dichiarazioni, appare scarsamente credibile. Nonostante il giudizio di capacità a testimoniare formulato dalla dottoressa Forato, sono evidenti nei suoi racconti le commistioni di realtà e fantasia.

Fin dall’inizio ella identifica quell’uomo con un diavoletto che all’arrivo della maestra vola via (anche se la prima a parlare del diavoletto sembra essere stata la nonna - vedi la trascrizione, della cassetta in cui la nonna riferisce alla mamma di aver detto a MM “la mamma deve sapere tutto sai. Perché è... è un diavoletto - le ho detto - sai che fa le cose ai bambini che non vanno bene”); dice all’inizio della vicenda che CCL non è il maestro di ginnastica (logico, in quanto i fatti da lei raccontati sarebbero avvenuti dopo pranzo) ma alla fine ammette che è lui dicendo un semplice “si” a seguito delle insistenze della mamma dimostrando poca sicurezza e capacità di resistere alle pressioni che le vengono rivolte (al contrario di TL nell’audizione protetta avanti il PM); non sa descrivere il maestro CCL (dice che è uno alto con la barba) mentre ne danno una esatta descrizione sia TL che TM; indica l’autore dei fatti come CCL ma anche PIX, uno pelato, uno con la barba; alla mamma (vedi audio-cassetta) ripete più volte che i fatti si sono verificati una sola volta e poi per mesi racconta invece di tutto come se fosse abitudine normale fare quelle cose durante la ginnastica all’asilo (quindi al mattino); dice inoltre che avvenivano dappertutto, in aula, nella casetta in cortile, nel campo di calcio, nelle docce del campo di calcio (si veda il successivo sopralluogo); non parla dell’ospedale psichiatrico ove invece SC dice che venivano accompagnate dalla maestra SSA (senza dire che cosa vi andavano a fare); riferisce di aver fatto un viaggio in auto con PEM e ZCA e che era stata autorizzata dalla maestra con l’apparecchio (Anna), mentre la LAN nega in modo assoluto che sia avvenuta qualcosa del genere (v. dep. LAN, pag. 72).

MM è sicuramente una bambina con molta fantasia, le sue rivelazioni ai nonni nascono dalla parola “principessa”, termine con cui ella sarebbe stata chiamata da un certo CCL, ma nessuno nell’ambito dell’asilo è stato in grado di dire di averla sentita chiamare con tale appellativo.

Pur non potendo concludere che le dichiarazioni di MM siano completamente inattendibili, il Tribunale osserva che le stesse vanno attentamente valutate ai fini di evidenziare cosa vi sia in esse di reale e quanto invece sia da attribuire a parto della sua fantasia.

La scarsa credibilità dei racconti della bambina è evidente a tutti: anche la dott.ssa Perobelli, C.T. della Parte Civile MAL-SBE, pur concludendo per una sostanziale credibilità di MM, ne riconosce le fantasticherie, le contraddizioni ed in definitiva le notevoli difficoltà non facilmente spiegabili in una bambina sveglia, intelligente e che per mesi ha ripetuto i fatti per cui è processo.

La spiegazione logica di tali difficoltà può essere trovata nella considerazione che la bambina riferisce fatti da lei non vissuti, che è stata indotta dagli eventi (senza malafede di alcuno) a ricostruire fantasticamente. Questi fatti, invero, sono essenzialmente diversi da quelli da lei riferiti spontaneamente ai nonni ed alla mamma a fine maggio 2003, fatti che riguardavano un episodio avvenuto una volta sola, dopo pranzo, ad opera di un certo CCL che non era il maestro di ginnastica, in cui erano presenti uno piccolo e uno grande.

E’ ovvio che, riferendo fatti diversi, la bambina scateni la fantasia, cada in contraddizioni, riferisca i fatti a “quell’uomo” (mentre i bambini conoscevano CCL come il “maestro CCL”), non sappia più descrivere nell’incidente probatorio il maestro CCL ed infine, nel colloquio con la dott.ssa Ongari del 26.4.2004 alla domanda “come si chiama quell’uomo”, risponda “non lo so”.

Si deve concludere dunque che anche dalle dichiarazioni di MM non possono ricavarsi elementi certi che avvalorino l’accusa contro i tre odierni imputati.

Le audizioni protette avanti al P.M.

La SC è stata sentita dal P.M. in due occasioni: il 15.4.2004 in cui il P.M. le chiede del “bernoccolo” come visto sopra, la bambina dice che CCL non le faceva nessuna foto e di non aver alcun segreto; ed il 3.6.2004 in cui viene sentita in relazione al suo segreto, il P.M. cerca di farle dire di cosa si tratti, SC resta ferma nel suo proposito di non volerlo rivelare, dice però che all’asilo non venivano fatte foto, di non aver mai visto il maestro CCL senza mutande, e che il segreto non riguarda comunque il maestro CCL e la maestra SSA ma la sua sorellina. Nel corso dell’audizione la bambina, alla domanda del P.M. di disegnare il segreto, fa un disegno che viene interpretato come un balcone (sul quale si veda dopo).

Anche dalle dichiarazioni di SC non possono ricavarsi elementi certi che avvalorino l’accusa contro gli imputati. La stessa infatti non dice in cosa consista il suo “segreto” e non ci sono elementi certi per affermare che esso abbia a che fare con abusi sessuali avvenuti nella scuola di Ponton (tanto che alla fine la stessa bambina chiarirà che non ha a che fare con CCL né con la maestra, ma solo con la sua sorellina). Quanto al disegno del “bernoccolo” si è visto che la bambina non lo disegna in relazione al segreto (così come aveva fatto credere la mamma) e che comunque non vi è certezza alcuna che lo stesso rappresenti la figura dell’organo sessuale maschile.

ZE è stata sentita dal P.M. in data 15.4.2004 e in quella sede la bambina nulla riferisce in ordine ad abusi sessuali avvenuti all’asilo di Ponton.

Del resto neanche alla mamma la bambina aveva mai riferito di abusi sessuali, avendo detto solo che lei era senza maglietta e che c’era un uomo un po’ pelato e con la barba (evidentemente troppo poco per costituire conferma di abusi di qualsiasi genere).

TL è stato sentito dal P.M. in data 15.4.2004 e 3.6.2004: il bambino viene bersagliato di domande che tendono unicamente a fargli confermare quanto lo stesso aveva dichiarato al padre e di cui più sopra si è detto. Orbene, il bambino nega tutto, dice che i bambini non erano mai stati nudi alla ginnastica. di non aver mai visto il pisello di CCL (alla domanda del P.M. “sei sicuro?” risponde “mi fai ridere”), che se un altro bambino aveva detto di averlo visto così aveva detto una bugia, che CCL non aveva mai fatto delle fotografie, che non era vero che CCL aveva messo il pisello in bocca a SX e FX (lo ripete più volte), dice che si è inventato tutto ed in risposta alla osservazione del P.M. che lo mette chiaramente a disagio dicendoglima tu non sei un bambino che racconta bugie” rettifica la precedente dichiarazione dicendo “ho scherzato” e continua a negare la realtà dei fatti riferiti dal padre anche dopo che il PM faceva entrare proprio il padre del bambino nella camera ove avveniva l’audizione in modo da farlo presenziare all’audizione, e dopo che lo stesso P.M. diceva al bambino “ora devi confermare quanto mi hai detto davanti al papà”. Il piccolo TL ha dimostrato di non avere assolutamente dimenticato, al momento dell’audizione protetta, quanto a suo tempo aveva confermato al papà e tanto meno è apparso negare i fatti perché impaurito; egli ha continuato a resistere alle pressioni che venivano esercitate su di lui (anche negandogli per più volte di andare a fare la pipì che il bambino aveva detto di dover fare) negando ripetutamente quanto gli si voleva far confermare, e cioè essere avvenuti abusi sessuali all’asilo di Ponton ad opera del maestro CCL. Del resto, anche alla dott.ssa Mazzi il piccolo TL non aveva confermato i fatti ed era stato ritenuto reticente, come all’inizio dal padre (si veda relazione dott.ssa Mazzi del 16.7.04, acquista all’udienza del 30.1.2007).

La visione complessiva della cassetta fa apprezzare la sincerità e la genuinità delle risposte date da TL alle domande che gli venivano fatte (basta ricordare la risposta “mi fai ridere” che egli dà al P.M. quando questi gli chiede se era sicuro di non aver mai visto il pisello di CCL), di tal ché non è possibile sminuire quanto da egli dichiarato assumendo che sarebbe stato reticente.

Riassumendo dunque quelli che sono gli elementi emersi finora, si deve osservare che dei sei bambini che hanno rivelato fatti o manifestato sintomi che venivano interpretati come riferiti ad abusi sessuali subiti ad opera del maestro CCL e di altro personale dell’asilo di Ponton, la sola MM ha confermato in sede processuale (ma solo nei termini del tutto generici e “automatici” sopra visti) i fatti ipotizzati, mentre gli altri cinque bambini o non hanno detto nulla o hanno convincentemente escluso l’esistenza dei fatti medesimi.

I sopralluoghi con i bambini presso l’asilo

A distanza di oltre un anno dall’inizio della vicenda venivano effettuati dei sopralluoghi presso l’asilo di Ponton con due delle bambine coinvolte.

In data 2/7/2004 il P.M. effettuava un sopralluogo presso l’asilo con la piccola MM. La bambina accompagnava prima i presenti al piano di sotto e li si recava autonomamente in un’aula dove diceva “qui facevamo ginnastica”, poi si recava nel cortile interno dell’asilo e, indicando una casetta di legno posta in fondo al cortile sotto il muro di cinta, diceva “proprio qui mi toccava quell’uomo”. Successivamente, a domanda del P.M. se fosse mai uscita con quell’uomo dalla scuola, accompagnava i presenti fuori dell’asilo passando dal cancello d’ingresso principale, girava a destra, percorreva la strada pubblica verso l’ospedale psichiatrico, svoltava a destra costeggiando il campo sportivo recintato ed entrava nello stesso dalla parte posteriore aperta (v. foto 1); qui giunta si girava verso l’angolo destro del campo di calcio (v. foto 2) e diceva “qui mi toccava”. Poi indicava una costruzione a lato del campo sportivo dicendo “qui ci sono le docce”. Aperto il locale in questione si accertava che effettivamente all’interno erano presenti due docce (v. foto 7-9), e quindi la bimba diceva ancora “quell’uomo mi faceva entrare nella casetta in ferro e mi faceva mettere là” e poi “l’uomo entrava nella casetta e faceva la doccia nudo”.

In data 21/7/2004 il P.M. effettuava analogo sopralluogo con la piccola SC. Alla bambina veniva prima mostrato il disegno col “bernoccolo” e le veniva chiesto perché aveva disegnato CCL col bernoccolo di fuori (dando per scontato che fosso l’organo sessuale maschile), la bambina rispondeva “l’ho visto”, e poi alla domanda di cosa facesse CCL la bambina rispondeva “niente”. La bambina su richiesta accompagnava i presenti nell’aula di ginnastica e poi nel cortile interno dell’asilo. Quivi giunti alla domanda del PM se fosse mai uscita dal cortile la minore rispondeva affermativamente ed indicava un muro alto 2 mt. sopra il quale esisteva una recinzione metallica nella quale era stato praticato un foro e diceva che uscivano da lì. Chiestole come facevano a raggiungere il foro situato così in alto e se qualcuno li aiutasse la piccola rispondeva “nessuno. Ci arrampicavamo da qui” indicando una scalfittura nel muro di recinzione. Successivamente alla domanda del P.M. di dove si trovasse il balcone da lei disegnato durante l’audizione protetta, la bambina indicava con la mano l’area dell’ex attiguo ospedale psichiatrico; la bambina accompagnava quindi i presenti fuori dell’asilo passando anche lei dall’ingresso principale, percorreva la strada pubblica e raggiungeva il vicino ospedale psichiatrico dove entrava dicendo che lì era stata accompagnata dalla maestra SSA. Non essendovi in tale luogo alcun balcone il P.M. chiedeva dove fosse il balcone e la bambina indicava l’area sovrastante il luogo in cui ci si trovava: la minore quindi ripercorreva a ritroso la strada e raggiungeva il piazzale antistante il fabbricato denominato “Villa Trezza” (foto 8) mostrando il balcone da lei disegnato (foto 9). Si accedeva quindi da una corte interna al primo piano dove vi erano una serie di camere fatiscenti con letti dimessi; raggiunta la prima ditali camere il P.M. chiedeva se era mai stata li, la bambina non rispondeva e si stringeva alla madre abbassando lo sguardo, si procedeva quindi a visitare le altre camere raggiunta l’ultima delle quali il PM chiedeva in quale fosse stata e la minore rispondeva “in tutte le camere” e che vi era stata “con la maestra”. Si usciva quindi dallo stabile e si raggiungeva il campo sportivo parrocchiale ove erano posizionati le docce e gli spogliatoi, alla richiesta del PM. se fosse mai stata in quel luogo la minore rispondeva negativamente.

Va osservato subito che i sopralluoghi sono avvenuti a distanza, di oltre un anno dalla prima rivelazione dei fatti, sicché i bambini possono avere rielaborato i ricordi, magari sotto l’influenza di quanto era stato loro chiesto e di quanto avevano detto nel corso del tempo. Significativo, peraltro, il fatto che nessuna delle due bambine abbia neppure cercato di uscire dall’asilo dai percorsi alternativi all’ingresso principale.

Va altresì osservato che la MM aveva già fatto riferimento nel corso dei colloqui serali con la mamma al fatto che veniva portata in una casa piena di stanze e di docce, con la sabbia per terra (su tali colloqui vedi le considerazioni sopra svolte) e poi, nell’incidente probatorio, nella frase detta all’inizio come se fosse stata imparata a memoria, aveva detto che usciva fuori dal cancello e che in una casetta piccola avvenivano gli abusi; mentre la SC, come si è visto, non ha mai riferito alcunché di presuti abusi sessuali, né ha detto durante il sopralluogo di averne subiti.

Sulla base del risultato di detti sopralluoghi l’accusa ha ipotizzato che i bambini venissero portati, evidentemente durante le ore in cui si effettuavano i turni della ginnastica, fuori dell’asilo, o nell’ospedale psichiatrico o nel locale ove c’erano le docce, da parte del CCL e del PEM col concorso della SSA, al fine di commettere abusi sessuali e di effettuare foto pedo-pornograflche.

Va intanto osservato, in relazione a quanto emerso dal sopralluogo effettuato da MM, che mai durante l’atto la bambina ha detto che. “quell’uomo” fosse in realtà il maestro CCL (ed anzi, come si é visto, nell’incidente probatorio la bambina ha più volte ribadito che quell’uomo non era il maestro CCL).

Ma a parte questa considerazione, va rilevato che innanzitutto appare inverosimile ipotizzare che il CCL (con la complicità magari del PEM) si allontanasse dalla scuola con l’intero gruppo di bambini (quindi con una decina di bambini, quanti componevano all’incirca ciascuno gruppo di psicomotricità) senza essere scorto da nessuno, sia nell’asilo che al di fuori di esso (si vedrà meglio in seguitò come ciò fosse praticamente impossibile).

Ipotizzando invece che egli ne allontanasse dalla classe solo alcuni (2 o 3 per volta), bisognerebbe altresì ipotizzare, per sostenere l’accusa contro CCL, che lo stesso venisse sostituito nel controllo degli altri bambini che restavano nell’aula di ginnastica da altra maestra (eventualmente la SSA), che costei a sua volta venisse sostituita da altra maestra nel controllo dei suoi bambini presenti nell’aula delle lezioni (il che poteva certo avvenire, ma solo per pochi minuti, affinché non si destasse sospetto nelle altre maestre), che al maestro CCL fosse consentito di uscire con la bambina (ed eventualmente con altri) e rientrare nell’asilo dalla cuoca e dalla bidella (atteso che il cancello di ingresso era sempre chiuso e che per entrare c’era bisogno delle chiavi che avevano la cuoca PAX e la bidella ZCA), che CCL camminasse sulla strada pubblica assieme a due o tre bambini senza curarsi dei sospetti che ciò avrebbe sicuramente fatto insorgere in chi l’avesse visto (si vedrà in seguito come le altre vie di possibile uscita erano del tutto impraticabili per dei bambini). Bisognerebbe poi ritenere frutto di fantasia di MM che “quell’uomo” aspettasse proprio a trovarsi nel campo di calcio, in luogo visibile a tutti, per mettersi a toccarla e che poi la portasse nelle docce (dopo essersi previamente procurato le chiavi dal custode del campetto, atteso che gli spogliatoi e le docce sono locali chiusi - v. dep. Mar. Calabrò) per fare lui la doccia nudo (situazione che per la bambina non era traumatica in quanto, come riferito dalla madre, aveva già avuto occasione di vedere il padre nudo), mentre ivi, secondo l’accusa, avrebbe dovuto portarla per fare le foto pedo-pornografiche in compagnia del PEM.

Così pure, per ipotizzare quanto ritenuto dall’accusa, e cioè che la maestra SSA abbia portato, durante l’ora di ginnastica, all’ospedale psichiatrico la piccola SC, mentre ivi la aspettavano CCL  e PEM per compiere gli abusi sessuali e fare le foto (circostanze queste peraltro mai riferite da SC e frutto di semplice ipotesi dell’accusa), bisognerebbe ritenere che la SSA lasciasse i suoi bambini in custodia ad altra maestra (il che come si è visto non poteva avvenire che solo per qualche minuto, giusto il tempo di andare in bagno o scendere giù per prendere qualche cartoncino, perché altrimenti una assenza più lunga avrebbe destato sospetto), che una terza maestra scendesse nell’aula di ginnastica per tenere a bada i bambini affidati a CCL, che la cuoca e la bidella consentissero alla SSA di uscire e rientrare con SC (ed eventualmente con altri bambini) dal portone d’ingresso dell’asilo, che la maestra ed i bambini percorressero la strada pubblica senza preoccuparsi dei sospetti che avrebbero sicuramente ingenerato in chi li avesse visti, che entrassero all’ospedale psichiatrico (ove c’erano sempre delle persone durante il giorno, ove chiunque vi entri viene visto necessariamente ed ove mai sono entrati abusivi - v. dep. teste BMR, dipendente dell’Ospedale nel periodo 2002/2003, pagg. 172 e segg), che girassero per tutte le stanze dell’Ospedale e che qui si compissero, gli abusi mai denunciati da SC.

Del resto, l’ospedale psichiatrico di Ponton entra per la prima volta nel processo non perché indicato da SC ma per un’osservazione del nonno della bambina, come risulta dal verbale di s.i.t. di MVA del 7.6.04 prodotto dalla parte civile ed allegato alla memoria 26.2.2007 (doc. 8 in Faldone 10). Da tale verbale emerge che SC era reduce dall’audizione protetta avvenuta avanti il P.M. in data 3.6.2004 (un anno dopo la prima rivelazione di MM), nel corso della quale aveva disegnato una struttura orizzontale interpretata come un balcone (il disegno è in atti); alla mamma che le chiedeva di descriverle la porta della casetta di cui aveva parlato al P.M., la bambina tracciava una linea orizzontale e diceva “la porta è così; prima c’è un arco dove sotto passano i camion”. Sulla base di tali elementi il nonno di SC osservava che vi era un luogo rispondente a tale descrizione ed in cui c’era anche il balcone e questo luogo era l’ospedale psichiatrico di Ponton (anche se il fatto che vi passassero sotto i camion avrebbe dovuto far pensare piuttosto ad un ponte). La mamma di SC riferiva ciò ai C.C. in data 7.6.2004 aggiungendo che, da voci raccolte in paese, le chiavi per accedere all’ospedale erano poste in una bacheca cui poteva accedere il personale.

Tale episodio indica che, a distanza di tempo, si continuava a parlare degli abusi nelle famiglie delle parti civili e che molti contributi venivano portati da vari famigliari: i bambini sono particolarmente ricettivi e non è necessario ipotizzare un indottrinamento volontario per ritenere che possano essere stati condizionati.

Ogni ipotesi è possibile, ma certo non può ritenersi provato al di là di ogni ragionevole dubbio, sulla base delle dichiarazioni di MM e di SC, essere andate la prima alle docce del campo sportivo, la seconda all’ospedale psichiatrico con la maestra SSA, per ivi essere sottoposte ad abusi sessuali da parte degli imputati.

Né può soccorrere l’osservazione che le bambine non potevano conoscere detti luoghi. Sia il campo di calcio che l’ospedale psichiatrico sono vicini all’asilo e nei pressi della chiesa di Ponton, il che può spiegare la conoscenza che ne avevano le bambine, indipendentemente dall’esservi andate quell’anno con gli altri bambini dell’asilo a Carnevale (circostanza questa che non risulta provata con certezza — v. dep. Longin che non ricorda se l’uscita per il carnevale era avvenuta quell’anno o l’anno successivo); d’altronde, i fabbricati con gli spogliatoi e le docce del campo sportivo sono contigui e visibili dal cortile dell’asilo, come si vede dalla foto in atti (v. foto n. 18 allegata al verbale di sopralluogo di SC), per cui non si può certo escludere che i bambini possano aver visto che nel campo sportivo c’erano delle docce anche mentre giocavano all’interno dell’asilo, o comunque possano aver sentito da altri che in quei fabbricati adiacenti al loro asilo c’erano delle docce.

I luoghi dove sarebbero avvenuti gli abusi (l’interno e l’esterno dell’asilo)

È importante esaminare infine dove i fatti ipotizzati potrebbero essere avvenuti e ciò al fine di valutare la compatibilità delle condizioni di tempo e di luogo con l’ipotesi accusatoria.

I fatti ipotizzati inizialmente sembravano essere avvenuti all’interno dell’asilo e solo più tardi è stata prospettata l’ipotesi che potessero essere avvenuti fuori di esso.

Appare necessario, peraltro, per valutare se fosse concretamente possibile l’abuso ipotizzato, indicare con precisione come si svolgevano le lezioni di psicomotricità e come funzionava l’asilo.

Nell’anno scolastico 2002-2003 nell’asilo di Ponton vi erano 58 bambini suddivisi in 3 sezioni affidate alla maestre SSA (sezione blu), LAN (sezione gialla) e CFR (sezione rossa) - v. elenco classi allegato al verbale di s.i.t. di MIM (acquisito agli atti del fascicolo). All’interno dell’asilo operava anche un’altra maestra, DDO, con contratto pan-time, la quale teneva un laboratorio cui partecipavano i bambini di tutte le sezioni: lavorava due mattine (il lunedì e il martedì) e tre pomeriggi alla settimana.

La scuola veniva aperta la mattina dalla cuoca PAX la quale arrivava alle ore 8.00 e faceva sorveglianza bambini fino alle 8.30 quando arrivava la prima maestra. L’ausiliaria ZCA arrivava alle 10.00 e da quel momento era suo compito aprire e chiudere la porta dell’asilo.

L’attività di psicomotricità veniva svolta, dal CCL, nei giorni di lunedì e martedì, dalle ore 9.30 alle 11.30. Per tali lezioni i bambini venivano suddivisi in n. 6 gruppi omogenei per età (i ricci, scoiattoli e orsi) composti ciascuno da almeno una decina di bambini, ed ogni lezione per ciascun gruppo durava 40 minuti circa, sicché il lunedì c’erano tre gruppi (due piccoli e uno grande) e il martedì altri tre gruppi (due medi e uno grande). L’elenco dei gruppi con i nominativi dei bambini componenti ciascun gruppo sono stati depositati dalla difesa all’udienza 23.11.2006.

Il CCL al termine della giornata di lezione, dopo aver salutato le maestre, se ne andava e mai nessuna delle maestre o degli altri dipendenti lo ha visto all’interno dell’asilo al di fuori dell’orario di lavoro. Il PEM invece si occupava di seguire nel pomeriggio un gruppetto di bambini con problemi particolari, nessuno dei quali corrisponde a quelli le cui mamme si sono costituite parti civili.

Circa la frequenza della presenza del PEM nell’asilo è emerso che all’inizio dell’anno scolastico le maestre (compresa la SSA) si erano lamentate perché lo stesso veniva all’asilo per incontrare la fidanzata ZCA e una volta, in occasione del suo compleanno, in ottobre 2002, le aveva portato un regalo. Quella volta la Zanetti venne richiamata dalla MIM e il PEM dalla BEM, da quel momento non vi furono più lamentele dello stesso genere (v. dep. MIM e BEM). A parte ciò è emerso da tutte le testimonianze delle maestre e dei dipendenti che PEM veniva solo ogni tanto a scuola per controllare l’operato del CCL, oltre che per partecipare alle riunioni con le maestre.

Venendo dunque ad esaminare i luoghi ove gli abusi potrebbero essersi verificati, la prima ipotesi è che gli stessi siano avvenuti all’interno dell’asilo.

Nella sua prima rivelazione, che per le ragioni più volte indicate sopra deve considerarsi la più genuina, MM aveva detto che i fatti sarebbero avvenuti nell’asilo, dopo pranzo, in una “cassaforte”.

Nessuna cassaforte, peraltro, e neppure qualcosa di simile è stata individuata all’interno dell’aula di ginnastica o dello stesso asilo. Del resto, con riguardo all’ipotesi che gli abusi siano avvenuti dopo pranzo, va subito osservato che il CCL non è mai stato presente in asilo a Ponton dopo mezzogiorno, poiché le sue lezioni si svolgevano ogni lunedì e martedì dalle ore 9.30 alle 11.30. Questo lo afferma l’imputato, lo conferma la mamma (v. dep. GSI) e lo confermano altresì le maestre e l’altro personale dell’asilo: il CCL dunque andava via dall’asilo appena finita la lezione e cioè fra le 11.30 e le 11,45, dopo aver salutato le maestre; nessuno l’ha mai visto dopo mezzogiorno all’asilo, eccettuate le occasioni in cui si era presentato alle 16.00 per presenziare a delle riunioni. Nessuna prova contraria ha fornito sul punto l’accusa.

Se ne deve dedurre, dunque, che gli ipotizzati abusi sessuali commessi ad opera del maestro CCL all’asilo di Ponton dopo pranzo, sicuramente non sono avvenuti, per l’impossibilità che gli stessi potessero avvenire.

La seconda ipotesi formulabile è che i fatti siano avvenuti nell’aula di ginnastica durante le lezioni. Le lezioni avvenivano di mattina, tra le 9.30 e le 11.30, e durante tale orario si avvicendavano, come si è detto, tre gruppi di bambini, composti da un decina di bambini ciascuno, per la durata di 40 minuti ciascuno.

Anche tale ipotesi appare dunque decisamente poco credibile.

L’aula di ginnastica, infatti, era provvista di un’ampia finestra con vetro smerigliato che dava sul corridoio, attraverso la quale si poteva vedere all’interno dell’aula medesima da parte di chiunque attraversasse il corridoio (si vedano le foto in atti e il video registrato durante il sopralluogo di P.G. del 27.9.2003). Infatti, come riferito da numerosi testi (v. dep. LAN, DDO, don Tarcisio, CFR) e come risulta dal sopralluogo fumato, l’aula di ginnastica non era separata dal complesso dell’asilo e molti vi potevano accedere senza farsi preannunciare, in particolare, le maestre (v. testi LAN, DDO, CFR) potevano in qualsiasi momento, senza alcun preavviso, scendere in uno sgabuzzino ove si trovavano oggetti di cancelleria per prelevarli quando ve ne fosse bisogno e a tal fine dovevano passare attraverso l’aula di ginnastica ove si trovava il maestro CCL con i bambini: e in effetti le stesse hanno dichiarato di averlo fatto più volte; inoltre don Tarcisio, parroco di Ponton, aveva la chiave per accedere direttamente all’asilo da un’entrata secondaria che dava proprio in corrispondenza dell’aula di ginnastica vicino alla quale egli aveva una cappelletta ove diceva messa durante l’inverno ed un ripostiglio ove teneva le biciclette che era solito utilizzare nelle giornate in cui non pioveva (se non lunedì, giorno in cui teneva lezioni al don Mazza di Verona, certamente il martedì era possibile che avvenisse).

La parte civile si è sforzata di sottilizzare circa la frequenza di tali possibili interventi di persone estranee, ma è certo che, essendovi la possibilità concreta di venire scoperti in ogni momento, era perlomeno estremamente azzardato che il CCL in quel contesto denudasse i bambini e si denudasse lui stesso, oltretutto organizzando col PEM la produzione di materiale pedo-pornografico. Del resto, se così fossero andate le cose (e cioè se i presunti abusi avvenivano nell’aula di psicomotricità), non vi sarebbero stati solo due o tre bambini a rivelare fatti di questo genere dopo che il caso era scoppiato e che i genitori, informati, avevano preso ad interrogare i figli. proprio con riferimento a tali episodi, ma si sarebbero trovate numerose conferme: è assurdo pensare, infatti, che la stragrande maggioranza dei bambini dell’asilo non si rendesse conto che venivano spogliati e che anche il maestro CCL si spogliava a sua volta davanti a loro.

Del resto né MM, né SC hanno indicato, nel corso dei sopralluoghi, l’aula di psicomotricità come luogo ove avvenivano i presunti abusi o qualcosa di negativo, avendo invece l’una e l’altra indicato altri luoghi (casetta nel cortile, campo di calcio con docce, ospedale psichiatrico) ove sarebbero state condotte dalla maestra o abusate da quell’uomo, il che, tuttavia, per le ragioni già viste, e per le ulteriori di cui si dirà tra breve, non è possibile o quantomeno è del tutto inverosimile.

Ma vi sono altri elementi che portano a concludere che l’ipotesi fatta non sia verosimile.

Il programma di psicomotricità che il CCL attuava per conto della “Cooperativa Ludica”, da cui dipendeva, prevedeva esplicitamente che i bambini, al termine della lezione di ginnastica, risaliti nelle loro aule, disegnassero quanto avevano fatto durante la lezione stessa consegnando i disegni alle loro maestre che a loro volta li consegnavano periodicamente alla psicologa dott.ssa BEM, e poi, a scadenze fisse, ai genitori dei bambini. Orbene, risulta dagli atti del processo che i bambini (quantomeno i medi e i grandi, ma talvolta anche i piccoli) hanno sempre eseguito tali disegni, che questi sono sempre stati esaminati dalla psicologa e dalle maestre e che mai dagli stessi è emerso qualcosa di men che normale, tantomeno disegni di bambini nudi e del: maestro CCL nudo, e ciò anche con riferimento ai disegni di MM e degli altri bambini i cui genitori si sono costituiti parte civile (v. dep. MIM, BEM, LAN; v. anche numerosi disegni acquisiti presso l’asilo da cui si ricava che più volte veniva disegnato anche il maestro CCL ma che lo stesso veniva rappresentato sempre vestito, mai nudo).

E ciò al contrario dell’anno precedente quando vi era stato il caso di una bambina, tale Jessica, che aveva manifestato gravi difficoltà anche attraverso i disegni e si sospettava un’ipotesi di maltrattamenti o di abusi familiari: il caso allora era stato segnalato proprio dalla maestra SSA la quale si era anche interessata recandosi ai colloqui con le dott.sse Mazzi e Zocca per decidere come affrontare la problematica (v. dep. BEM, pag. 176).

Tale dato oggettivo porta ad escludere che siano avvenuti fatti come quelli ipotizzati dall’accusa, costituenti abusi sessuali, nell’aula di ginnastica in occasione delle relative lezioni. Né del resto se il CCL e il PEM avevano le intenzioni criminose di cui sono accusati avrebbero sollecitato loro stessi le maestre a fare disegnare i bambini dopo l’ora di psicomotricità.

Alcune parti civili, tramite, il loro difensore, hanno sostenuto, peraltro, che molti di questi disegni presenterebbero un chiaro contenuto sessuale o comunque contenuti da valutare con la massima attenzione. Il riferimento è ad un disegno di TM in cui la stessa raffigura un cuore all’altezza dei genitali femminili, nonché ad altri disegni in cui sono raffigurati scale a scalette.

A queste osservazioni si può rispondere che alcun contenuto preoccupante in questi disegni vi hanno scorto le maestre e la psicopedagogista BEM e che chiunque altro osservi tali disegni con animo sereno e scevro da preconcetti non vi può notare alcunché di preoccupante.

Le stesse parti civili, sempre tramite il loro difensore, hanno altresì sostenuto che la mancanza di disegni in cui venivano rappresentati bambini nudi e il maestro CCL nudo, o comunque con manifestazioni che potessero fare sorgere sospetti di abusi sessuali, è dipesa dal fatto che i disegni medesimi ben potevano essere stati “selezionati” o filtrati, evidentemente ad opera del personale dell’asilo (necessariamente le maestre ed eventualmente la psicologa). Questa esplicita accusa (v. pagg. 6,7,17 della memoria 26.2.2007 della parte civile — doc. 8), al limite della calunnia, evidenzia una convinzione manifestata chiaramente dalle parti civili particolarmente in occasione dell’audizione, quale teste, della psicologa dott.ssa BEM (costei, uscita dall’aula ove aveva effettuato la sua deposizione testimoniale, vi è immediatamente rientrata dicendo al Collegio di voler presentare querela contro alcune delle parti civili per le offese ricevute mentre usciva dall’aula medesima).

Va precisato, al riguardo, tuttavia che nessuna prova o elemento esiste nel presente procedimento in ordine a distruzioni dei disegni effettuati dai bambini ed, inoltre, che le maestre dell’asilo diverse dalla SSA e la dottssa BEM non sono mai state indagate dal PM in relazione all’articolo 40 del codice penale nè, tantomeno, in relazione ad un concorso nel reato attribuito ai tre odierni imputati

La terza ipotesi fa riferimento alla casetta chiusa esistente nel cortile dell’asilo e nasce da quanto dichiarato da MM nel corso del sopralluogo presso l’asilo effettuato un anno dopo la nascita del caso.

Va intanto osservato che il fatto che ivi avvenissero episodi in cui quell’uomo “toccava” MM lo dice solo costei. Nessun altro bambino ha mai riferito di fatti avvenuti nella casetta nel cortile, nè, per i motivi già ampiamente illustrati sopra, la ritrosia di CG a rivelare la ragione per cui non voleva più ritornare nella casetta può costituire conferma delle dichiarazioni di MM.

Del resto, la casetta situata nel cortile è visibile dalle finestre poste nelle aule delle lezioni e nella stessa i bambini entravano per giocare ma solo durante la ricreazione dopo pranzo (quando il maestro CCL non era più all’asilo) (v. sul punto conformemente le dichiarazioni delle maestre LAN, CFR). E’ difficile pensare che in quella casetta di piccole dimensioni (v. foto in atti e video registrato durante il sopralluogo) potesse entrare assieme ai bambini un adulto o magari due per compiere abusi sessuali e fare foto pedo-pornografiche; durante la ricreazione, poi, erano sempre presenti le maestre per controllare i bambini, come emerge dalle dichiarazioni testimoniali delle stesse (v. dep. LAN, CFR), le quali hanno escluso di aver mai visto i bambini in cortile durante l’ora di psicomotricità.

E impossibile quindi che il CCL (addirittura col PEM) vi andasse durante la ricreazione dei bambini dopo pranzo, sia perché risulta che il CCL era già andato via, sia perché con i bambini c’erano le maestre che controllavano.

Quanto all’ipotesi che ci si appartasse il CCL durante l’ora di ginnastica portandovi alcuni bambini, bisognerebbe ipotizzare che gli altri bambini rimasti nell’aula di ginnastica venissero affidati ad una maestra, che magari poteva essere la SSA, la quale a sua volta doveva però lasciare in custodia i bambini a lei affidati che si trovavano nella sua aula di lezioni ad un’altra maestra: essendo impossibile che un tale movimento, che secondo l’ipotesi accusatoria si è protratto per vari mesi, passasse inosservato (le maestre hanno detto di non aver mai visto i bambini nel cortile durante l’ora di psicomotricità e tantomeno CCL), sarebbe necessario ipotizzare un concorso nel reato anche da parte di altri appartenenti al personale della scuola, tanto più che chi restava nelle aule poteva sempre vedere dalle finestre che cosa accadeva in quella casetta.

Anche in questo caso l’ipotesi dell’accusa è insostenibile e presupporrebbe, per trovare un fondamento, il coinvolgimento di altre persone mai indagate e sulle quali non esistono elementi concreti.

Per le molteplici ragioni esposte si deve concludere dunque che i fatti per cui si procede non possono essere avvenuti nell’aula di ginnastica, né nella casetta situata nel cortile dell’asilo. Prendendo atto di tale dato, sono allora state avanzate dall’accusa alcune ipotesi ulteriori al fine di rendere credibile la praticabilità degli abusi medesimi al di fuori dell’aula suddetta.

Cosi il PM ha ipotizzato che gli abusi, in conformità di quanto detto fin dall’inizio da MM, siano avvenuti dopo pranzo, all’interno dell’asilo, ad opera del maestro CCL ritornato di soppiatto senza farsi scorgere da alcuno, portando in un luogo recondito alcuni pochi bambini. Tale ipotesi non ha alcuna base probatoria tanto è vero che lo stesso PM per giustificarla ha dovuto ricorrere alla frase “chi può escludere che CCL sia ritornato dopo pranzo in incognito?”. Proprio tale argomento è la prova certa della mancanza di prova circa tale ipotesi accusatoria (prova che, secondo le regole generali, deve essere fornita dall’accusa).

Del resto tutte le maestre (LAN, DDO e CFR) hanno confermato di non aver mai visto CCL nell’asilo al di fuori dell’orario di lezione, tranne che in alcuni casi di riunione con maestre e genitori.

Scartata la possibilità concreta che gli abusi possano essere avvenuti dentro l’asilo, è stata prospettata in un secondo momento la possibilità, sulla base di quanto successivamente riferito da alcuni bambini, che gli abusi avvenissero fuori dall’asilo.

Una delle ipotesi prospettato è che gli abusi sessuali venissero compiuti nell’ospedale psichiatrico.

Questa ipotesi non si regge tuttavia su alcuna base: nessun bambino infatti la afferma, neppure SC che, in occasione del sopralluogo effettuato col PM, ha solo detto di esservi andata con la maestra SSA Si è già detto sopra quanto sia infondata detta ipotesi essendo assolutamente carente ogni prova in ordine a tutti i molteplici presupposti che sarebbero necessari per ritenerla credibile. MM che in ordine ai fatti per cui si procede ha raccontato un numero estremamente rilevante di episodi, mai ha accennato ad abusi commessi all’interno dell’ospedale psichiatrico, nè durante il sopralluogo ha accompagnato gli inquirenti in detto luogo.

Una ulteriore ipotesi prevede che gli abusi venissero commessi nel campo di calcio ed in particolare nelle docce.

Detta ipotesi è fondata sulle dichiarazioni di MM rese, in particolare, in occasione del sopralluogo effettuato col PM a distanza di oltre un anno dalla prima rivelazione. Anche a tale riguardo si è già esposto sopra tutto quanto osta alla credibilità di tale ipotesi accusatoria, al quale vanno aggiunte le ulteriori considerazioni di seguito svolte.

L’ipotesi dell’accusa è che alcuni bambini (due o tre al massimo) venissero portati fuori dell’asilo durante i 40 minuti della lezione di ginnastica, dal CCL (col concorso eventualmente del PEM) per essere accompagnati o all’ospedale psichiatrico o alle docce del campo sportivo.

Va subito rilevato che il tempo a disposizione per attuare tali uscite era veramente ridotto, se si considera che ogni gruppo di bambini aveva a disposizione solo 40 minuti complessivi per tutta l’attività (tempo che poi in realtà era minore se si considera il tempo necessario per far salire un gruppo e far scendere l’altro). Del resto è possibile escludere che i bambini siano stati portati fuori dell’asilo durante il periodo freddo e quando pioveva in quanto, in tali periodi, avrebbero dovuto munirsi dei cappottini e di ombrelli (mai risulta che ciò sia avvenuto). Pertanto tali uscite possono eventualmente essersi verificate nelle ultime settimane dell’anno, poco prima dell’interruzione delle lezioni di ginnastica verso la metà di maggio.

Oltre quanto si è già detto sopra al riguardo, a proposito delle uscite per raggiungere l’ospedale psichiatrico e le docce del campo sportivo, bisogna anche porsi il problema di come potessero gli imputati, e i bambini uscire dall’asilo.

Secondo l’indicazione data da SC nel corso del sopralluogo, una prima uscita sarebbe rappresentata dal buco sito nella rete posta sopra il muro alto 2 metri, esistente nel cortile dell’asilo. Tale soluzione sarebbe stata, tuttavia, assai difficilmente praticabile soprattutto tenendo conto che da li avrebbero dovuto passare dei bambini. Certo i bambini non ci si potevano arrampicare, come dice SC, essendo ciò assolutamente impossibile; nè può ipotizzarsi ragionevolmente che venissero accatastati in corrispondenza del foro suddetto i giochi dei bambini che esistevano nel cortile, anzitutto perché la fattibilità di ciò non è stata dimostrata, inoltre perché è impossibile che la cosa non venisse notata da chi poteva osservare il cortile attraverso le finestre delle aule, ed infine perché è impossibile che i bambini interessati non abbiano mai conservato memoria di tali uscite dandone atto nei loro disegni effettuati al termine della lezioni di ginnastica (la scalata di un muro e l’uscita da un buco nella rete sarebbero rimaste sicuramente molto impresse nei ricordi dei bambini). La difesa di parte civile, nella propria memoria conclusiva, ha altresì avanzato l’ipotesi che i bambini per raggiungere il buco nella recinzione potessero salire sulla scala dello scivolo che è presente tra i giochi che sono all’interno del cortile: tale soluzione certamente avrebbe facilitato la scalata del muro alto 2 mt., ma sarebbe rimasto comunque il problema di come scendere dall’altra parte (dove l’altezza è comunque di 50-60 cm.) per bambini di 3-4 anni, oltre alle obiezioni sopra indicate (possibilità di essere visti dal personale dell’asilo).

Né l’esistenza del buco nella recinzione può essere considerato di per sé come riscontro all’ipotesi accusatoria (sulla base della considerazione che se il buco era stato fatto era perché qualcuno ci doveva passare), atteso che è ben plausibile che a fare quel buco siano stati i ragazzi che giocavano sul campo di calcio (all’evidenza per recuperare il pallone che fosse andato a finire oltre la recinzione) e non i presunti “pedofili”.

Va ricordato, infine, che quando SC ha accompagnato i presenti fuori dall’asilo li ha fatti passare dal portone d’ingresso principale (v. verbale di sopralluogo).

Una seconda ipotesi di uscita dall’asilo (che secondo il P.M. è quella più probabile) è rappresentata dal percorso che passa da un campo sperimentale della Provincia di Verona al quale si può accedere dall’interno dell’asilo da un tratto di recinzione mancante (v. sopralluogo di P.G. e deposizione Mar. Calabrò)

Va tuttavia precisato, al riguardo, che innanzitutto nessun bambino ha indicato tale apertura come quella da cui si poteva uscire dall’asilo o da cui siano effettivamente usciti, neppure MM, nonostante il contrario venga affermato nell’ultima memoria di una parte civile.

Oltretutto tale uscita è assolutamente impervia, decisamente impraticabile per un uomo ed a maggior ragione per un bambino, in quanto si apre su uno scosceso dirupo da cui è difficile scendere senza cadere e farsi del male. A tal riguardo va anche rilevato che il maresciallo Calabrò, che ha condotto le indagini effettuando un sopralluogo, ha affermato con sicurezza che i due percorsi suddetti erano da considerarsi impraticabili e che, se i bambini erano usciti dall’asilo, lo dovevano aver fatto dal portone d’ingresso principale (v. dep. Mar. Calabrò, ud. 10.10.06, pag. 26). L’impraticabilità dell’uscita di cui si sta parlando può apprezzarsi anche visionando il fumato del sopralluogo effettuato dalla PG. il 27.9.2003 (vi è in atti CD), laddove si vede la notevole difficoltà che fa l’agente di P.G. a scendere da quel dirupo e poi si vede il lungo percorso di terra battuta che i bambini avrebbero dovuto fare per raggiungere il luogo (campo di calcio o ospedale psichiatrico) ove sarebbero avvenuti gli abusi. Si deve osservare inoltre che dal balcone della cucina si vede chiaramente questo passaggio (v. dep. Mar. Calabrò e video registrato), per cui gli imputati, nel condurre fuori i bambini da quella via, si sarebbero esposti al rischio di poter essere visti dalla cuoca PAX.

A proposito di entrambe tali uscite difficoltose dall’asilo, va osservato ulteriormente che mai nessun genitore si è lamentato che i bambini fossero tornati a casa con i vestiti sporchi o strappati, cosa che facilmente sarebbe avvenuta nel caso i bambini fossero stati costretti a passare da quei luoghi impervi.

Pertanto, come chiaramente detto anche dal maresciallo Calabrò, se i bambini sono usciti dall’asilo, hanno utilizzato esclusivamente il portone dell’ingresso principale.

Tale ingresso era però sorvegliato e le chiavi le avevano la cuoca PAX e la bidella ZCA. Entrambe le testi suddette hanno escluso che qualcuno potesse uscire e rientrare nell’asilo dal portone d’ingresso a loro insaputa, circostanza questa confermata anche dalle testi LAN e Miscbitz e che non risulta smentita da al     este, né da alcuna risultanza oggettiva (essendo avanzata dall’accusa sulla base di semplici sospetti nascenti dalle dichiarazioni di SC e MM sopra riportate).

Del resto era talmente attenta la vigilanza al portone d’ingresso che quella volta che PEM si è recato all’asilo per ragioni personali (era ottobre e ricorreva il compleanno della fidanzata ZCA) non solo è stato notato dalle maestre e segnalato alla BEM ma è stato altresì redarguito ed invitato a non ripeterlo (v. dott.ssa BEM).

Deve quindi concludersi che ogni ipotesi di abusi sui bambini avvenuti nel tempo (breve) di 40 minuti della lezione di ginnastica, avrebbe richiesto necessariamente il concorso di altre persone dell’asilo; così come sarebbe stato necessario il concorso di maestre e psicologa per eliminare i disegni dei bambini che sicuramente avrebbero fatto riferimento ad attività estremamente in grado di colpirli, come atti sessuali e uscita dall’asilo soprattutto se attuata con scalate di muri o discese in dirupi.

Allo stato delle prove esistenti agli atti, ogni affermazione che miri a coinvolgere estranei nel reato, in concorso con gli imputati, sarebbe calunniosa.

Suggestiva è poi la tesi del difensore di Parte Civile MAL-SBE, secondo cui, ritenuta provata l’accusa dalle dichiarazioni rese dai bambini ai genitori e dai riscontri rappresentati dai sintomi evidenziati, sarebbe inutile porsi il problema circa il luogo ove gli abusi stessi sarebbero avvenuti.

In realtà (a parte la considerazione che cinque, bambini su sei non hanno confermato gli abusi a P.M. e GIP e che anzi due di essi li hanno esplicitamente esclusi), le dichiarazioni ai genitori non sono di per sé prova degli abusi, né lo diventano a seguito del semplice riscontro di sintomi preoccupanti, atteso che i sintomi di per sé sono equivoci ed è la verifica processuale che deve dimostrare la verità delle dichiarazioni accusatorie, verifica che va necessariamente estesa alla fattibilità dei fatti riferiti al fine di vagliarne la fondatezza. Tale vaglio critico è imprescindibilmente legato alla previsione costituzionale del giusto processo e serve anche per verificare se i fatti ipotizzati possano, eventualmente, essersi verificati in altro contesto e con altri protagonisti (il solo fatto che vengano riscontrati sintomi di abusi non prova che gli abusi siano riferibili agli imputati ed ai fatti ipotizzati dall’accusa).

Tale considerazione va ribadita anche riguardo all’affermazione della dott.ssa Ongari che si è detta - soggettivamente - sicura che MM abbia subito abusi sessuali: il valore della sua convinzione (identica a quella delle parti civili), sulla validità della quale si è già detto sopra, non può però estendersi al merito dell’accusa e cioè che detti abusi siano stati attuati dagli imputati del presente processo.

Le personalità degli imputati e i rapporti tra gli stessi

Va infine evidenziato che anche la storia di vita dei tre imputati e i loro reciproci rapporti non sono conciliabili con l’accusa che viene loro mossa.

Il CCL diplomato ISEF, atleta, ha spesso avuto comunanza di attività con minori da lui allenati o seguiti nell’attività ginnica. Ha svolto in modo apprezzato il suo incarico di psicomotricista sia presso l’asilo di Ponton durante l’anno 2001- 2002 sia presso altri asili (ad esempio quelli di Caprino, di Piovezzano e di Gargagnago, proprio durante l’anno 2002-2003). Le responsabili degli asili in cui svolse attività il CCL, BCL, GEL e FLU, hanno evidenziato l’ottimo lavoro fatto dal CCL (e PEM), la circostanza che anche presso quegli asili i bambini facevano i disegni al termine della lezione di ginnastica, che mai erano emerse anomalie o circostanze strane e che il PEM ebbe a segnalare, presso l’asilo di Gargagnago, una bambina con problemi, caso che va subito riferito ai genitori (v. loro deposizioni all’udienza 9.1.2007). Nel corso della tempestiva perquisizione svolta presso l’abitazione del CCL nulla è stato trovato che possa in qualche modo far pensare a lui come ad un possibile pedofilo. Nessuna rilevanza, ai fini del presente processo, può attribuirsi alla circostanza su cui ha insistito particolarmente la parte civile, e cioè se egli fosse o meno in possesso del diploma di psicomotricista: il suo diploma ISEF (conseguito il 31.5.2002 - v. documento prodotto dalla difesa all’udienza 9.1.2007) rende inutile ogni ulteriore considerazione al riguardo.

Infine la descrizione delle caratteristiche fisiche di “quell’uomo” da parte di MM non corrispondono a quelle di CCL.

Il PEM, a sua volta, risulta dagli atti processuali persona apprezzata nel suo lavoro, che consiste da anni (dal 1997 - v. dep. teste QGI, ud. 9.1.2007) nel coordinare ed eseguire personalmente lezioni di psicomotricità per conto della ditta “Ludica Cooperativa”: in nessuno dei numerosi asili in cui ha operato facendo il coordinatore (circa una trentina nel 2002-2003) vi sono state contestazioni circa il suo lavoro. E’ emerso altresì al dibattimento che egli andava raramente all’asilo di Ponton e che anzi, dopo il richiamo ricevuto in ottobre per essere entrato all’asilo per motivi personali (per portare alla fidanzata ZCA il regalo di compleanno) non aveva più fornito occasione di richiami (v. dep. MIM), anche perché, a suo dire, aveva scelto di recarsi presso quell’asilo prima delle ore 9,30 del mattino, prima cioè che vi arrivasse la Zanetti. Egli ha svolto anche un corso particolare per alcuni bambini verso la fine dell’anno scolastico, nel primo pomeriggio, e nessuno dei bambini affidati alle sue cure ha avanzato il minimo lamento sul suo conto. Nelle more processuali egli ha iniziato una convivenza con ZCAi allietata dalla nascita di due figli (v. dep. Zanetti). Nè del resto, in relazione a tutte le risultanze processuali, particolare rilievo può essere attribuito alla paura o al disagio manifestato un giorno da MM alla vista di un dipendente del padre di aspetto somigliante al PEM.

La parte civile ha insistito molto sulla ricerca delle ragioni per cui PEM ha scelto CCL per inserirlo nella Ludica e svolgere lezioni di psicomotricità, ipotizzando che i due fossero amici e che siano divenuti sociali nel programmare gli abusi e la produzione e commercio di materiale pedo-pornografico.

Tale ipotesi è rimasta sprovvista di qualsiasi elemento di prova. Nessun elemento è emerso, inoltre, circa una amicizia ed una frequentazione fuori del lavoro, tra i due, così come casuale è stato il loro incontro e l’inizio della collaborazione.

La SSA, infine, risulta avere svolto sempre regolarmente il suo lavoro di maestra presso l’asilo di Ponton. Non sono risultate frequentazioni fuori del lavoro all’asilo con gli altri due imputati. E’ stata lei, l’anno prima, a segnalare il caso di una bambina sospettata di avere subito abusi; è stata anche lei a segnalare la scorrettezza di PEM entrato all’asilo non per motivi attinenti al lavoro. Tra lei ed il PEM non vi era certo simpatia, come emerge dall’intercettazione di cui si è detto in cui il PEM la sospetta di avere fatto dichiarazioni contro di lui; del resto è stata lei a denunciare il PEM per il regalo portato alla Zanetti il giorno del compleanno. Anche nei confronti di CCL non è stata condiscendente: è stata lei, assieme alla LAN, dopo aver seguito un corso di psicomotricità, a segnalare che i bambini tornavano dalla lezione di ginnastica agitati ed a criticare, pertanto, il metodo di lavoro del CCL, il che aveva fatto nascere screzi tra loro (si vedano sul punto le dichiarazioni della dottssa BEM).

Il suo pianto di fronte alla signora MVA, mamma di SC (v. dep. teste), indica solo la disperazione di chi, sospettata di un grave reato, si vede crollare addosso il mondo: del resto, la frase da lei pronunciata “queste cose qui i bambini non le inventano”, lungi dal costituire confessione, rappresenta la considerazione logica di chi non ha nulla da nascondere e non si preoccupa invece di sminuire subito il valore di dichiarazioni rilasciate da bambini che lei avrebbe potuto dire fantasiosi.

Il coinvolgimento della SSA, che nessuno ha detto avere partecipato ai presunti abusi, è avvenuto per le dichiarazioni equivoche di MM ai nonni ed alla mamma di cui sopra e soprattutto per l’interpretazione datane da costoro (v. sopra). A parte il riferimento iniziale di TL (riferito però solo dal padre, mai dallo stesso bambino), solo SC, oltre MM, menziona la SSA (v. sopra). Tuttavia lei era la maestra delle due bambine ed è logico, non sorprendente, ritenere che ad essa si dovessero riferire le piccole parlando di fatti che potevano essere normali attività svolte nell’asilo (l’aiutare i bambini a rivestirsi). Più difficile spiegare il riferimento di SC all’ospedale psichiatrico, ma, a parte che tale fatto non ha trovato alcun riscontro neppure da parte della loquace MM, a parte il fatto che neppure SC dice cosa sia andata a fare in quel luogo e se ivi fosse attesa o comunque abbia trovato qualcuno ad aspettarla, a parte la considerazione di come è entrato nel processo l’ospedale psichiatrico (v. sopra), va osservato che il processo è pieno di una molteplicità di elementi che difficilmente possono essere tutti spiegati e ridotti ad unità e che consentono, quindi, all’accusa, trascurando i decisivi elementi contrari, di continuare a prospettare quella che è rimasta un’ipotesi basata su dichiarazioni senza riscontri.

Nessun legame basato su riscontri oggettivi né su semplici considerazioni logiche è stato provato come esistente tra i tre imputati: nulla essi hanno in comune. Per questo, probabilmente, in particolare una parte civile ha insistito sulla finalità di produzione di materiale pedo-pornografico che i tre avrebbero organizzato e attuato, unico elemento che avrebbe potuto giustificare un accordo tra loro pur nella discordia esistente: di tale ipotesi, peraltro, come visto sopra, non esiste il minimo riscontro oggettivo.

Osservazioni ulteriori

Nell’avviarci alle conclusioni, ritiene il Tribunale che sia necessario ribadire che, nella valutazione della responsabilità di persone imputate di abusi su minori, non è sufficiente prendere atto delle dichiarazioni rilasciate dai genitori circa le rivelazioni effettuate dai bambini, ma è necessario (cosi come è stato fatto nel presente processo) sottoporre dette dichiarazioni alla verifica processuale in relazione alla compatibilità con le altre risultanze processuali e alla oggettiva e soggettiva credibilità dei fatti rivelati, essendo principio costituzionale che valida è solo la prova che si forma nel dibattimento, nel contraddittorio tra le parti (art. 111 della Costituzione).

Nelle audizioni protette e negli incidenti probatori particolare attenzione deve essere posta alle modalità con cui gli stessi vengono effettuati, in quanto proprio dagli stessi si deve ricavare la prova del fatto denunciato. L’atteggiamento corretto dell’intervistatore deve essere distaccato e scettico, in modo da consentire al minore una corretta esposizione dei fatti senza condizionamenti né in senso positivo, né in senso negativo; un diverso atteggiamento, ed in particolare l’evidente intento dell’intervistatore di ottenere dal minore la conferma di quanto in precedenza era stato denunciato dai genitori, non può esser ritenuto valido ai fini di fornire una prova apprezzabile.

Se è sicuramente criticabile il modo con cui è stata condotta l’intervista della madre di MM, manifestato dalla cassetta in atti (sicuramente incolpevole perché la SBE ha agito in buona fede senza essere una specialista in materia, ma il suo intervento ha nondimeno causato danni ai fini di una corretta direzione iniziale delle indagini), a maggior ragione deve essere criticato un atteggiamento non corretto da parte di chi ha il compito di sottoporre al vaglio processuale i fatti denunciati al fine unico di accertamento della verità

In relazione a quanto sopra deve essere anche criticato il modo di condurre l’esame dei minori utilizzato dal P.M. nelle audizioni protette, in particolare in quella riguardante TL, come si è già visto in precedenza.

Del resto, neppure la semplice conferma da parte dei bambini nell’incidente probatorio o nell’audizione protetta può costituire, di per sé, prova piena del fatto, come, per converso, una semplice smentita non fa venire meno la prova dell’abuso raggiunta sulla base di altri elementi.

In definitiva, solo una corretta valutazione di tutte le risultanze processuali in rapporto tra loro può fornire un corretto giudizio di credibilità rispetto alle accuse rivolte agli imputati.

In casi come quello in esame, inoltre, va ribadita ancora una volta la necessità di verificare l’attendibilità degli adulti in relazione al loro comportamento ed a quanto riferito nel processo, atteso che ciò atteso che ciò rappresenta il punto di partenza dell’accusa.

Sotto tale profilò esiste in atti, nel caso in esame, la prova certa che i parenti dei bambini, presunte vittime degli abusi, sicuramente in buona fede, hanno taciuto elementi importanti, selezionato informazioni e interpretato in modo scorretto circostanze che erano a loro conoscenza.

Fin dal primo momento in cui si è iniziato a sospettare l’esistenza di abusi sessuali sui bambini, si è potuto oggettivamente constatare, attraverso l’audizione della cassetta prodotta da SBE, che le rivelazioni della piccola MM sono state affrontate con una evidente ansia e senza spirito critico, con la convinzione certa che i fatti di cui aveva parlato la bambina costituissero senza alcun dubbio abusi sessuali avvenuti all’asilo ad opera del maestro di ginnastica: con tale radicato pregiudizio sono state interpretate le dichiarazioni della bambina, come già accennato in precedenza.

Sono state, inoltre, selezionate in funzione accusatoria le informazioni esistenti: al riguardo si può ricordare come la dott.ssa Ongari, che si è detta certa dell’abuso subito da MM, abbia prodotto ai Tribunale una selezione delle cassette relative al trattamento psiooterapeutico; i nonni e la mamma di MM non hanno riferito al Tribunale le dichiarazioni della bambina in ordine a ciò che ella aveva visto alla televisione, al papà che ella era abituata a vedere nudo, alla dichiarazione della predetta di essersi inventato tutto (circostanze che sono state apprese solo attraverso l’audizione della cassetta di cui si è detto); la mamma di MM non aveva detto di essere stata in ospedale con la piccola LX e che ivi MM può aver visto fare una “flebo”, il che può averle fornito l’informazione da cui la bambina ha tratto la rivelazione della “puntura sulla mano con la sacca”; sempre la SBE ha riferito di aver sentito dai BOB, ZAL, CGI e SGU rivelazioni che non risultano dette da costoro e che anzi, con riferimento alla signora BOB, risultano decisamente smentite (la BOB ha detto di essere invece convinta che nessun abuso sia avvenuto all’asilo di Ponton rispetto a quanto ipotizzato nell’imputazione); SBE ha lasciato intendere che MM abbia avuto problemi ai genitali, alimentando così il sospetto di abusi fisici, mentre dai certificati medici prodotti in atti nulla di specifico è risultato al riguardo.

Va altresì tenuto presente nella valutazione delle rivelazioni fatte ai genitori dai bambini di cui sopra si è detto che la SBE, ansiosa, spaventata ed ipereccitata ha telefonato addirittura di notte alle altre famiglie trasmettendo così concitazione ed allarme e che alcuni dei genitori contattati hanno addirittura svegliato i bambini che stavano dormendo per interrogarli sui fatti tragici che erano stati loro riferiti.

La situazione psicologica dei genitori ha sicuramente favorito equivoci (come quelli evidenziati dalla cassetta più volte menzionata) e può avere impedito, in alcuni casi (quelli relativi alle parti civili), una corretta interpretazione di quanto riferito dai bambini; addirittura può essere avvenuto che l’atteggiamento dei genitori abbia suggerito i fatti che i bambini si sono sentiti in dovere di confermare. Il problema, non per colpa dei genitori, inesperti nella tecnica dell’intervista ai bambini, è stato sicuramente affrontato in modo non corretto e le interviste ai bambini non sono state fatte con la necessaria calma e partendo da una posizione scettica, il che può aver favorito un’autoinganno dei genitori medesimi. Va ricordata, al riguardo, l’efficacia dell’aspettativa da parte di chi pone le domande al fine di ottenere risposte coerenti col proprio preesistente convincimento, nonché la facilità con cui i bambini sono portati a recepire quanto si aspetta da loro l’adulto che li interroga e pertanto a gratificare ed autogratificarsi dando risposte coerenti con le aspettative.

Certo, non vi è la prova che tutto ciò sia avvenuto ed i genitori saranno sicuramente convinti di avere appreso correttamente dai figli quanto riferito al Tribunale: anche i nonni e la mamma di MM sicuramente ne sono convinti, ma, nel loro caso, la cassetta più volte citata evidenzia il contrario.

Proprio in relazione a quanto sopra va ricordato quanto sia importante una serena verifica processuale che, nel caso in esame, si è presentata difficile anche per l’atteggiamento preconcetto delle parti civili che hanno dato per scontata la prova dell’accusa con la granitica convinzione circa la responsabilità degli imputati “indipendentemente dall’esito dell’accertamento da parte del Tribunale”, come ribadito da un difensore delle stesse parti civili.

Quella di MM, documentata dalla cassetta di cui sopra, è l’unica dichiarazione spontanea tra tutti i bambini dell’asilo di Ponton ed il grado di problematicità è molto evidente: la bambina è stata portata progressivamente ad una estensione sempre maggiore della sua iniziale rivelazione sino ad arrivare a parti di pura fantasia (si pensi alla frase “...un sacco di pipini” detta dalla bambina quando la mamma insiste per sapere dove l’uomo le aveva messo il pipino, al che la mamma cerca di ricondurre a normalità la situazione chiedendo “ma erano solo due vero?” e la bambina risponde “ma tanti” - v. pag. 24 trascr.). Comunque la bambina per tutta la sua intervista, continua a parlare di un solo episodio, protagoniste lei, AX e SC con due maschi, CCL e PIX. Ci si può chiedere come possa essere nata l’ipotesi subito fatta propria dai MM e dai Carabinieri, che le rivelazioni si potessero riferire a CCL e PEM e ad una loro attività di produzione e commercio di materiale pedo-pornografico, protratta nel corso dell’anno scolastico a danno di tutti o tanti bambini: le rivelazioni al riguardo, come riferite dai genitori, degli altri bambini (non menzionati da MM e le cui dichiarazioni rappresentano rivelazioni diverse da quella iniziale della predetta ma coerenti con quanto recepito e creduto dai MAL-SBE), come pure le rivelazioni ulteriori di MM, risultano chiaramente inficiate da ciò che gli adulti interroganti temevano di sentirsi rivelare dai piccoli. Solo così si spiega da un lato la non conferma e addirittura in due casi la negazione degli abusi da parte dei bambini al P.M. ed al GIP e dall’altro l’evidente difficoltà di MM nel rapportarsi a fatti che, come già osservato sopra, non facevano parte del suo vissuto reale. Quanto poi ai fatti rivelati il 28.5,2003, va ricordato ancora una volta che proprio le due bambine che avrebbero partecipato ai presunti abusi e che, pertanto, avrebbero dovuto confermarli, nulla dicono (SC) e addirittura li smentiscono (AX), fin dall’inizio.

Quanto poi alle dichiarazioni spontanee rese inizialmente da MM, atteso che le altre possono verosimilmente essere state provocate in seguito ad interviste dei genitori non proprio corrette ed idoneo a salvaguardare la genuinità delle risposte, suggestiva, ma non decisiva, è l’osservazione che certi fatti non possono essere inventati da bambini molto piccoli perché non rientrano nella loro esperienza, né si vedono normalmente in televisione.

L’osservazione, peraltro, trova fondamento in quanto riferito al Tribunale dai nonni e dalla mamma di MM, circa i presunti rapporti oro-genitali, rapporti di cui in realtà la bambina non ha mai parlato, come visto sopra.

Comunque, la difesa di parte civile, nella memoria del 26.2.2007, richiama una massima giurisprudenziale, condivisa dal Tribunale, secondo cui la credibilità delle dichiarazioni di un bambino vittima dell’abuso sessuale è strettamente legata al dato anagrafico. In particolare, secondo tale pronuncia, “le dichiarazioni possono essere valutate credibili quando il dato anagrafico (nel caso in esame due anni e mezzo) possa escludere, in modo pacifico, che nel bagaglio di conoscenze ed esperienze dirette di un minore della stessa età possano trovarsi informazioni a carattere erotico-sessuale dettagliate e minuziose, perché è impensabile, per un bambino di pochi anni, poter inventare e conseguentemente descrivere fatti così terribili senza averne avuto un’esperienza diretta” (Cass. sez. II, 20.4.2001, n 21406).

La stessa osservazione viene posta anche alla base delle conclusioni colpevoliste delle relazioni tecniche dei consulenti di parte civile.

Nella vicenda in esame tuttavia, sfrondate le dichiarazioni dei bambini dal di più provocato, come pacificamente accertato e sopra ampiamente illustrato, dalle suggestioni palesi e dai fraintendimenti degli adulti, quello che resta è che qualcuno (un uomo di cui non si è individuato il nome) nell’asilo avrebbe toccato la pipina, le tettine e il culetto di uno o più bambini, o che i bambini avrebbero visto degli adulti nudi.

Non si tratta dunque di informazioni a carattere erotico-sessuale dettagliate e minuziose (come sarebbe stato ad esempio se fosse stato dimostrato come vero che un uomo aveva costretto la bambina a prendere in bocca il pipino dicendole che era la “banana” oppure che un uomo aveva leccato la pipina della bambina), ma solo del toccamento delle parti intime del corpo umano che ben può rientrare nel bagaglio di conoscenze ed esperienze del minore.

Ciò chiarito, va osservato, come già sopra ricordato, che non è un fatto inusuale che i bambini, all’asilo, si tolgano reciprocamente le mutandine per guardarsi e toccarsi (v. sul punto la C.T. dott.ssa Albertoli, pag. il), e, del resto, le conoscenze dei bambini possono anche essere state acquisite altrimenti, in contesti relazionali diversi (v. sempre dottssa Albertoli pag. 15). Queste osservazioni rientrano nella comune esperienza e possono fornire dunque una risposta altrettanto valida rispetto alla suggestiva domanda iniziale.

Quanto ai comportamenti sessualizzati dei bambini va osservato che esistono studi che dimostrano come un’ampia gamma di comportamenti sessuali è evidenziabile anche in bambini per i quali non esiste alcuna ragione nota di abusi sessuali (v. pag. 15 relaz. dottssa Aibertoli e gli studi ivi citati), studi che dimostrano altresì come tali comportamenti siano correlati ad alcune variabili, tra le quali anche il “livello di      _ in famiglia” (e si è visto nel presente processo come in più famiglie i bambini vedevano i genitori nudi) e, in misura minore, l’osservazione di rapporti sessuali (TV, Film, vita reale, ecc.).

MM ha detto alla mamma di aver visto un uomo e una donna nudi alla TV (v. dichiarazioni della nonna nel colloquio registrato, taciute al Tribunale nelle deposizioni testimoniali dei nonni e della mamma). Nonostante le contrarie dichiarazioni della SBE (v. precisazioni dalla stessa rese all’udienza del 13.2.2007, secondo cui è da escludere che la bimba abbia visto una scena di sesso tra adulti in TV), il dato rimane ed è significativo di quanto detto sopra circa l’atteggiamento dei MAL-SBE che, fin dall’inizio, erano certi degli abusi ed eliminavano (in buona fede) quanto contrastava con il loro convincimento.

La possibilità di spiegazioni alternative

Alla luce di. quanto sopra si può anche tentare di dare, con riguardo alle iniziali spontanee dichiarazioni di MM, una possibile spiegazione alternativa all’ipotesi accusatoria (diversa ancora da quella che il Prof. Rossi ritiene di poter formulare nel suo elaborato, spiegazione incentrata la sua sulle dinamiche psicologiche della minore caratterizzate da un forte bisogno di gratificazione ed attenzione e dalla continua ricerca dell’approvazione da parte della figura di attaccamento - la madre -, tipologia di attaccamento alla figura materna che può aver instaurato nella bambina una modalità di percezione della realtà particolare e una difficoltà nell’interpretare alcuni aspetti del proprio contesto relazionale - v. CT. pag. 134 e segg.).

La fortunata circostanza rappresentata dalla cassetta prodotta da SBE e sulla quale risultano registrati, nella prima parte, il colloquio avvenuto tra i nonni MAL-SBE, la SBE medesima ed altra persona di sesso femminile che pare identificarsi nella mamma di SBE e, nella seconda parte, il colloquio-interrogatorio tra MM e la mamma, ha consentito di capire come è nato il caso e come abbia poi preso una direzione errata che ha portato, come visto sopra, a risultati inattendibili

Come si è già detto, la suddetta registrazione ha consentito di evidenziare l’evidente equivoco in cui sono caduti i nonni MAL-SBE e SBE nel ritenere che MM abbia parlato di rapporti oro-genitali quando parlava della banana e delle mele che facevano mangiare a lei, SC (che non mangiava la banana perché le faceva venire i brufoli) e AX.

L’interpretazione delle rivelazioni fatte da MM ai nonni è sicuramente complessa. La bambina ha detto molte cose, alcune coerenti con attenzioni sessuali ed altre completamente incoerenti (la prima e più rilevante di queste è rappresentata dal riferimento alla banana ed alle mele). Difficile dire come si sia svolto il colloquio con i nonni e come la bambina abbia finito per parlare di cose così incongruenti tra loro nell’ambito di uno stesso colloquio, ma deve tenersi presente che si tratta di una bambina in tenera età che ama sicuramente affabulare e interpretare la realtà attraverso la fantasia (come evidenziato, per tutti i bambini, dal Perito dott.ssa Forato).

L’esternazione di MM è stata provocata dal termine “principessa” con cui la bambina disse di essere chiamata da CCL, al quale lei dice di voler bene senza amarlo, il quale la fa spogliare nuda, le tocca la pipina, la bacia e le mette la mano dietro (v. pag.2 trascr.).

Nella serie di cose dette dalla bambina e riferite dai nonni è possibile leggere di tutto: lo stesso P.M. in udienza ha riconosciuto che dalle dichiarazioni iniziali di MM non è possibile individuare i profili degli odierni imputati. Ma vi è di più.

Si può fare riferimento ad alcune dichiarazioni di MM per pensare che ella potesse magari riferirsi ad un gioco che faceva con altri bambini all’asilo il gioco del “dottore” o qualcosa di simile (la dott.ssa Albertoli ha evidenziato che non è infrequente che all’asilo i bambini si tolgano reciprocamente le mutandine).

Invero: i fatti si sarebbero svolti dopo mangiato (cioè quando i bambini facevano ricreazione) (v. pag.3), in un ripostiglio (pag. 3) o in una. cassaforte (pag. 13), dove si erano nascosti sapendo che non sono cose da farsi, adopera di un certo CCL che non era il maestro di ginnastica (pag. 12-13), con lei c’erano SC e AX (v. pag. 15 e 21) ed uno piccolo ed uno grande (pag. 20). Si noti che i bambini all’asilo erano divisi in piccoli, medi e grandi e, pertanto, la dichiarazione di MM poteva essere interpretata come “uno dei piccoli ed uno dei grandima ciò non viene neppure preso in considerazione dalla mamma di MM. Del resto, il riferimento ad “uno piccolo ed uno grande” può essere interpretato come “un bambino ed un adulto”, oppure, se rapportato a due uomini, come si affretta a dire la mamma suggerendolo alla bambina - v. sempre a pag.20 - può essere interpretato, nel linguaggio e secondo le cognizioni di una bambina dell’età di MM, come “uno alto ed uno basso”, ma mai, si ritiene, nel senso in cui invece lo interpreta l’accusa per adattare la circostanza agli imputati CCL e PEM, come “uno subordinato - CCL - e l’altro sovraordinato, più importante - il suo capo PEM. Questa interpretazione minimale sarebbe anche confermata dalla circostanza che MM dice alla nonna che l’esperienza le è piaciuta (“mi...mi...mi fa piacere”, “mi piace sai..” - v. pag. 4,5 - un episodio di abuso da parte di adulti avrebbe invece presumibilmente sconvolto la bambina che invece si sconvolge solo dopo i colloqui con i nonni e la mamma) e che è avvenuta una sola volta, “poco tempo fa” (v. pag. 16,18,19,21) e che non voleva dirlo, alla mamma perché (lei) la sgrida, in quanto evidentemente sa che non sono cose da farsi (v. pag.4, dove il commento dei presenti stravolge invece quanto dichiarato da MM: “ma non so se sgrida tu o lui”, “appunto, perché lui avrà detto non dirlo alla mamma”; questo dubbio diventa poi certezza quando la nonna riferisce che MM dice di avere inventato tutto e che lei (nonna) “invece mi ha raccontato tutto, insomma, perché io brutalmente,,.”, al che altra voce femminile aggiunge “perché senz’altro che la minacciano” e questa conclusione rimane ferma nel processo).

Che possa essersi trattato di un gioco tra bambini potrebbe trovare conferma anche nella dichiarazione di ZE riferita dai genitori CSA e ZAL: alla richiesta se si togliessero le mutandine all’asilo, la bambina risponde semplicemente “io quel gioco non lo faccio” dimostrando chiaramente che si trattava di un gioco volontario e non di una costrizione da parte di adulti.

Anche la dichiarazione di TM riferita dalla ZMI può essere interpretata in tal senso: la bambina dice “che si toglievano mutandine e maglietta aggiungendo subito “ho scherzato” (che può interpretarsi come un tentativo messo in atto dalla bambina per non farsi rimproverare per cose che non si fanno).

Le conclusioni

A prescindere dalla plausibilità di tale spiegazione alternativa, va comunque ribadito che, per tutte le ragioni sopra indicate, manca la prova concreta dei fatti addebitati agli imputati.

Per giustificare la mancanza di tali prove, l'accusa (si veda in particolare la memoria difensiva delle parti civili) si è basata su un castello di ipotesi prive anch’esse di riscontri obiettivi.

Non sono stati trovati filmini e foto pedo-pornografiche, né traccia di eventuali vendite del materiale: allora si ipotizza che gli imputati li abbiano fatti sparire (nonostante la perquisizione in casa CCL e SSA sia stata tempestiva).

Non sono stati trovati disegni dei bambini che rappresentavano gli abusi o che potevano fornire elementi di accusa (come ad es. disegni di bambini o del maestro nudi): allora si ipotizza che le maestre la psicologa abbiano selezionato i disegni facendo sparire quelli compromettenti.

Non sono stati trovati testi che confermassero l’uscita dei bambini durante la lezione di ginnastica: allora si ipotizza che le maestre avrebbero sostituito CCL mentre questi portava fuori dell'asilo i bambini, e che la bidella e la cuoca fossero corree o almeno conniventi.

Non sono stati trovati riscontri oggettivi ai primi racconti dei bambini riferiti dai genitori: allora si accusa implicitamente il parroco Don "Tarcisio di non avere svolto alcuna indagine tempestiva (convinzione questa delle parti civili che emerge chiaramente dalle domande fatte al teste).

Tale castello di ipotesi è fondato sulle dichiarazioni spontanee di una sola bambina (MM), male interpretate dai nonni e dalla madre, (come emerge dalla cassetta di cui si è ampiamente parlato), dichiarazioni non confermate dalle due uniche bambine (SC e AX) il cui nome è stato fatto da MM e che hanno trovato una prima parziale, non sovrapponibile, conferma nelle dichiarazioni di 2-3 bambini che hanno poi negato tutto in sede processuale al P.M. e al G.I.P., valorizzando, come prova, sintomi aspecifici riscontrati su alcuni bambini, insorti tuttavia, quelli più significativi, non al momento in cui avrebbero subito gli abusi ma solo dopo gli interrogatori dei genitori.

In conclusione, ritiene il Tribunale che: l’equivoco iniziale in cui sono caduti i nonni e la mamma MM e che ha condizionato tutte le indagini; il ridimensionamento (alla luce del colloquio registrato) delle rivelazioni spontanee della bambina stessa; le mancate conferme delle amichette di MM (SC e AX) circa i presunti rapporti oro-genitali che tanto avevano impressionato i nonni; gli esiti negativi delle perquisizioni e delle indagini bancarie e patrimoniali nei confronti degli imputati; le dichiarazioni, solo apparentemente confermative, di soli 5 bambini i cui genitori erano stati contattati dai MAL-SBE con la rivelazione ansiogena che si erano verificati abusi sessuali ai danni dei loro figli; le mancate conferme da parte degli altri bambini dell'asilo pur interrogati (anche in modo scioccante - v. teste BOB) dai genitori avvisati dai MAL-SBE; la mancanza di rivelazioni analoghe da parte degli altri 52 bambini dell’asilo che avrebbero comunque o assistito direttamente agli abusi o assistito almeno al prelievo di taluni bambini dalla lezione di ginnastica per essere condotti fuori:dell’asilo; la concentrazione dei sintomi valorizzati dall’accusa praticamente sui soli bambini i cui genitori si sono costituiti parte civile; l’impossibilità di dedurre dai sintomi (la maggior parte dei quali insorti dopo la rivelazione) la prova certa degli abusi ed in particolare della responsabilità degli imputati; gli esiti degli incidenti probatori e delle audizioni protette in cui i bambini, che pure avevano effettuato dichiarazioni indizianti ai genitori, non hanno confermato le accuse ed anzi due di essi (CG e TL) le hanno convincentemente smentite; la problematicità delle dichiarazioni di MM che ne rende scarsa là credibilità; l'impossibile o comunque inverosimile attuazione degli abusi durante le lezioni di ginnastica, sia se attuati nell’aula stessa, sia se attuati portando tutti o alcuni bambini fuori dell'aula ed in particolare fuori dell'asilo, senza provare un coinvolgimento nel reato di tutto o almeno di gran parte del personale dell’asilo; la mancanza di espressioni grafiche rivelanti gli abusi o l'uscita (spericolata) dall'asilo nei disegni che tutti i bambini, compresi i piccoli, facevano proprio su espressa previsione di lavoro della Ludica Cooperativa e quindi degli imputati CCL e PEM (mancanza che non può .essere superata con semplici affermazioni al limite della calunnia nei confronti di chi avrebbe "selezionato” i disegni); la personalità è la storia personale degli imputati ed ancor di più i loro rapporti reciproci non idilliaci, oltre che la mancanza di relazioni tra loro al di fuori del:contesto lavorativo; la mancanza di un movente serio dà cui dedursi il concorso tra persone che certo non si amavano ed il coinvolgimento o almeno la connivenza del personale dell'asilo mai indagato, essendosi rivelato insussistente il fine di commercio di materiale pedo-pornografico, tutto quanto sopra pone nel nulla l’intero impianto accusatorio con riferimento all’ipotesi di abusi commessi nell’asilo dagli odierni imputati.

Se abusi vi sono stati (a danno di uno o pochi bambini) essi si sono realizzati in contesto del tutto diverso e con altri protagonisti.

Non essendo presenti in atti, anche per la mancanza di indagini alternative, elementi certi per affermare se abusi (ipotizzabili sulla base delle originarie dichiarazioni di MM), diversi da quelli contestati, si siano o meno verificati ad opera di altri soggetti, si impone l’assoluzione degli imputati perché il fatto non sussiste (prevalente sulla formula per non aver commesso il fatto), sia pure con riferimento al secondo comma dell’art. 530 c.p.p.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 cpv. c.p.p.

Assolve CCL, PEM e SSA dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste.

Visto l’art. 544, c.3, c.p.p. fissa il termine di giorni 90 per il deposito della motivazione.